«Debbono, onorandi cittadini, le nazioni, come gli uomini, seguire il

giusto e l'onesto; il debbon tanto più efficacemente, quando caso è

ancora, siccome per lo più è, onorevole e grande; e da un altro canto

nessuna cosa più nuoce alla felicità degli Stati, che l'incertezza e

l'instabilità dei consiglj. Imperciocchè il volere, ed il disvolere

spesso significano da una parte in coloro che reggono, o debolezza di

mente, o timidità d'animo; dall'altra sono non di rado cagione, che non

si finiscano i disegni. Le quali cose essendo vere, siccome sono

verissime, spero io, che non durerò molta fatica a persuadervi, che

nella presente causa, nella quale gli uomini parziali corron pur troppo

dietro a vane immaginazioni, molto bene si confà alla giustizia del pari

che alla dignità nostra, ed ai più gravi interessi di questo regno il

non discostarsi dagli abbracciati consiglj. Comunque abbia a girar la

ruota sua la fortuna, questa, che facciamo, è una giusta guerra. Così

definì la sapienza del Parlamento; così confermò il consenso dei popoli;

così vuole la natura stessa delle cose. Perchè poi questa medesima

guerra stata non sia fortunata, non è questo il tempo da doversi

investigare. Comunque ciò sia, il difetto di prospera riuscita ha fatto

in modo, che ora i Francesi c'insultano, e minacciano di assaltarci.

Sonci alcuni, i quali vogliono, che in tale condizione la Gran-Brettagna

si disperi, che deliberi disonoratamente, che dia per una minaccia

francese vinta la causa agli antichi suoi sudditi. Ma che dico? Vogliono

perfino, che noi temiamo di noi medesimi, e par loro già di vedere

sventolar a rincontro delle porte di questa città le francesi insegne.

Ma, lasciate dall'un de' lati le battisoffiole di questi uomini, non so

se mi debba dire ambiziosi, o paurosi, io sarò per dimostrarvi, che la

via, che sin qui si è seguita, non è solo giusta ed onorevole, ma ancora

utile e profittevole. Ed in sul bel principio del mio ragionamento

dimanderò io a questi sviscerati amici dei ribelli, se certi sono, che

l'America intiera, ovvero solo pochi faziosi, i quali coll'arti, e

coll'audacia loro si sono della somma delle cose impadroniti, vogliano

l'independenza avere. In quanto a me si appartiene, io avviso, che

questa independenza sia piuttosto una visione, la quale appare ai

cervelli vaghi di nuove cose al di là, e al di qua dell'atlantico, che

un universale desiderio dei popoli. Di ciò fan fede tutti gli uomini

prudenti, che hanno lungamente conversato con quella gente invasata;

questo medesimo attestano i migliaia di leali, che corsi sono alle reali

insegne nella Nuova-Jork, e combattuto hanno pel Re nelle pianure di

Saratoga, e sulle sponde del Brandywine. Questo finalmente confermano le

prigioni stesse ripiene di uomini, che hanno amato meglio perdere la

libertà, che rinunziare alla leanza; e preferito un vicino pericolo di

morte all'impresa della ribellione; e se l'opera loro non riuscì di

quella utilità, che dal numero e possanza loro aspettar si doveva, ciò

non da tiepidezza, ma piuttosto dall'eccessivo zelo, che gli fece

prorompere innanzi tempo, si debbe riconoscere. Ogni ragione persuade,

che a quest'uomini, stati fedeli sin quando pretendeva l'Inghilterra

alla tassazione, molti altri si aggiungeranno, ora che a quella si è

rinunziato; poichè già tutti si sono accorti, quanto sia da anteporsi il

vivere sotto il moderato imperio d'un giusto principe alla tirannide

d'uomini nuovi ed ambiziosi. Qualche cosa ancora si dee concedere alla

corrispondenza dei sangui, alla comune favella, agl'interessi

vicendevoli, alla medesimità dei costumi, alla ricordanza dell'antica

congiunzione. Quello stesso argomento tratto dal mio avversario

dall'avarizia e dalle stranezze usate agli Americani dal governo

francese nel negoziato della lega, molto mi persuade, che al nuovo,

cupido, insolente ed infedele amico anteporranno l'antico, benefico ed

amorevole concittadino. Nè debbo io sotto silenzio passare una cosa, che

ad ognuno è nota, e questa è la povertà dell'erario americano, la quale

fa, che affamano, e van nudi i soldati; che il congresso non si può di

nessuna cosa necessaria allo Stato accivire; ed i creditori non hanno a

gran pezza l'aver loro dai debitori; cosa di gravissimi scandali, d'ire

private, e di molte maledizioni contro il governo loro cagione. Nè vi è

nissuno fra gli Americani, il quale non veda, che, accettati i termini

dall'Inghilterra proferiti, la Camera pubblica sarebbe ristorata, le

proprietà particolari sicure, l'abbondanza in ogni parte del socievol

corpo restituita. Verso la quale prosperità con maggior animo

concorreranno, quando vedranno la possente Inghilterra, essersi risoluta

al tutto a volere far pruova della sua fortuna, e con ogni sforzo suo la

guerra continuare. Certamente non crederanno essi, che neanco gli aiuti

di questa superba Francia possano di breve costringerci a calare ai

vergognosi accordi. Parmi veder correre già fin d'adesso, o m'inganno

forte, le americane genti alle nostre insegne, parte per fedeltà verso

il Re, parte per amore del nome inglese, parte per la speranza del

ristoro, parte per disgusto contro i nuovi ed insoliti alleati, e parte

infine per concetta collera contro la tirannide del congresso. Allora è,

che ci applaudiremo della costanza nostra, e conosceremo, quanto miglior

partito sia stato, l'aver la parte più onorevole e degna di così gran

Reame, come questo è, seguitata. Se non che io credo ancora, che la

nuova guerra contro la Francia in luogo di sbigottirci, debba a migliori

speranze innalzarci. Poichè se finora poco frutto abbiam fatto contro

gli Americani, qualunque di ciò ne sia stata la cagione, qual è

quell'Inglese, che non isperi, anzi che fermamente non creda, di dover

le gloriose vittorie contro i Francesi riportare? Di ciò mi persuade la

ricordanza delle passate imprese, l'amor dell'antica gloria, il presente

ardire dei nostri soldati, e soprattutto la potenza del nostro navilio.

Quindi è, che le cose prosperamente fatte per terra e per mare contro i

Francesi compenseranno le perdite avute in America, e mancata agli

Americani la speranza, che sì grande han posta nella efficacia degli

aiuti del nuovo alleato, isbigottiranno, e preferiranno la sicura pace

degli accordi alla futura independenza cotanto incerta renduta dalle

nuove sconfitte degli alleati. Oltre a questo chi oserà affermare, che

non sia la fortuna per inclinare a favor nostro sulle terre stesse

americane? Forse non dobbiam noi sperare, che le armi nostre portate

nelle province piane, fertili ed abbondanti di leali, più fortunate

saranno, che allorquando nelle contrade delle montagne, e sterili, e

selvagge, e piene di ribelli si esercitarono? Per me non dubito punto,

che la felicità della guerra giorgiana e caroliniana sarà per ristorarci

dell'infelicità della guerra cesariana, e pensilvanica. Ma pongasi, il

che Dio non voglia, l'infelicità della guerra, io questo pure mantengo,

che noi non dobbiamo però ristarci; imperciocchè se si perderà

l'impresa, non si perderà l'onore; ed amo meglio, che l'americana

independenza, seppure quest'è colassù prefissa dai fati inesorabili, sia

piuttosto il risultamento dell'avverso destino, che della viltà nostra.

Così adunque ci troverà dolci la Francia, che noi siamo per abbandonare

la nostra fortuna, e per cedere alla fama della nimicizia di lei il

possesso di tanta gloria? Noi che tutti ancora ci ricordiamo del tempo,

in cui dopo d'avere colle replicate vittorie abbassato l'orgoglio e la

potenza sua, correvam trionfanti i mari tutti e le terre americane? Di

qual paese adunque sono gli autori di sì timidi consiglj? Inglesi forse?

Per me nol credo. Di chi è questa bassezza d'animo, che ci vuol far

disperare? Quella forse di donnicciuole, o di fanciulli aombranti? Certo

il crederei, se non gli vedessi venire spesso fra queste mura a far le

sinistre cornici, a sbizzarrirsi della fantasia di dir male della patria

loro, a favellar dilettevolmente della debolezza sua, e la potenza

dell'ambizioso nemico magnificare. E qual è poi questa Francia, che ci

debba far tremare così molto alla prima? Dove sono le ciurme sue

pratiche delle opere navali? Dove i soldati, che abbian vedute le

battaglie? Dirò io a coloro che nol sanno, o che fan le viste di non

saperlo, ch'ella è a questo tempo da interno male occupata, il quale

farà, che verrà meno, quando vorrà muoversi. Chi non sa, che le mancan

trenta milioni all'anno per far le spese allo Stato? Chi non sa, che

delle prestanze non si può valere, gli uomini abbienti i grossi capitali

essendovi e rari, e sfiducciati? E non solo la diffidenza vi è grande;

ma l'opinione vi è contraria alla natura del governo. Imperciocchè per

le spesse investigazioni, che recentemente si son cominciate a fare in

Francia in fatto delle materie di Stato, già vi si va dicendo, che il

vigesimo è un dono gratuito; che ognuno ha diritto di potere, e della

necessità sua giudicare, e l'uso sopravvederne. Inoltre già

s'incominciano a pruovar in Francia i pregiudiziali effetti dello zelo,

col quale vi si è questa medesima causa americana favoreggiata; che

quelle massime della monarchia con tanta costanza, e per sì lungo spazio

mantenute dai Francesi, già sonvi contaminate con quelle della

repubblica; e questi semi di libertà sempre diminuiscono la forza del

governo, e se vi metteranno radice, e vi pulluleranno, noi vedremo il

francese governo, quanto un altro qualsivoglia distratto e disordinato.

Odo favellare della difficoltà degli accatti fra di noi, e del disavanzo

dei monti. Ma i prestatori già sonsi obbligati, e le prime rate son

pagate, e l'interesse è non solo non ingordo, ma moderato molto più là

di quello, che il nemico avrebbe desiderato, e questi paurosi

predicavano. Quanto al disavanzo stato è di niun momento, e già si son

riavuti. Ma che dirò di quell'altro spauracchio dell'invasion francese?

Noi abbiamo un formidabile navilio, trentamila stanziali, ottima gente;

possiamo ad un tratto fare adunata delle bande paesane sì fattamente,

che la Francia si terrà giù dall'impresa al tutto, o che glien

increscerebbe, se la tentasse. Così di leggieri non si vincono questi

Brettoni; nè questa patria è così facil preda a chicchessia. Dicesi

ancora, che gli Americani son pronti a far lega con noi, e che di ciò ne

hanno gettato i motti; e questi uomini credevoli già si lascian tirare.

Non sappiamo noi, che coloro, i quali muovono queste pratiche, se però

si dee prestar fede a questi romori, sono i rompitori dei patti di

Saratoga, quegl'istessi, che imprigionano, che tormentano, che uccidono

i fedeli sudditi del Re? Per me temo il dono, e ch'il reca; temo le

americane insidie; temo gli ammaestramenti francesi; temo, vogliano

avvilirci col rifiuto, dopo d'averci ingannati coll'offerta. Fin qui son

ito divisandovi ciò, che la ragione di Stato da voi richiede; ora

brevemente vi parlerò di quello, che la gratitudine, la giustizia, la

umanità ricercano. V'incresca di coloro, i quali in mezzo al furore

della ribellione si sono al Re, a voi, alla patria conservati fedeli.

Muovetevi a pietà di quelli, i quali tutte le speranze loro han poste

nella vostra costanza. Abbiate compassione alle spose, alle vedove, a'

figliuoli loro, i quali, esposti ora senza difesa all'americana rabbia,

pregano il cielo per la prosperità dell'armi regie, e nissun altro

termine traveggono ai martirj loro, che nella vittoria vostra. Vorrete

voi tutti questi abbandonare, e far pruovare loro danno della fede, che

hanno avuta in voi? Dimostreranno gl'Inglesi minor longanimità nei

proprj interessi loro, che i leali americani dimostrato ne hanno? Ah!

questi abbominevoli consiglj non furono mai seguìti da questo generoso

Regno. Parmi anzi già di vedere i vostri forti petti riempirsi di

sdegno, e già le voci gridar vendetta degl'inusitati oltraggi, e già

correr le mani alle riparatrici armi. Itene, o padri, a quel destino, al

quale il ciel vi chiama. Salvate l'onor del Regno, soccorrete ai miseri,

proteggete i fedeli, difendete la patria; e vegga l'Europa con

maraviglia, e provi la Francia con danno, che scorre tuttavia nelle

vostre vene immaculato e puro il britannico sangue. Per istringere

adunque in poche parole ciò, che di questo io sento e penso, dico, che,

posto dall'un de' lati il partito del mio avversario, si assicuri il Re,

essere i suoi fedeli Comuni pronti a tutti quei mezzi somministrargli, i

quali saranno necessarj a mantenere l'onor del suo popolo, e la dignità

della sua Corona».

Finito ch'ebbe Jenkinson di parlare, seguì nella Camera un bisbiglio

incredibile. Finalmente posto, e raccolto il partito fu quasi con tutti

i voti deliberato, che si ringraziasse il Re, si continuasse a

combattere contro le colonie, si prendesse la guerra contro la Francia.

Ma nella tornata della Camera dei Pari de' sette aprile, dopochè il Duca

di Richmond aveva orato con accomodatissime parole, e con gagliardi

argomenti sforzato si era di dimostrare, ch'era ormai tempo di dare un

altro indirizzo agli affari del Regno, successe un caso molto

lamentevole. Erasi il conte di Chatam, quantunque oppresso da una

piuttosto mortale, che grave infermità, nella Camera, sebbene non senza

grandissima fatica condotto, ed udite le nuove proposte che andavano

attorno, e non potendo sopportare che si volesse la separazione

dell'America persuadere, disse queste, che furono per esso lui le ultime

parole:

«Signori, io mi sono fra queste mura in questo dì, non so come, certo

oltre mia balìa recato per esprimere l'indegnazione, che io sento

all'udire della renunziazione alla sovranità dell'America motivare. Mi

rallegro io meco stesso, che il sepolcro non si sia ancor chiuso sopra

il mio morto corpo; ch'io viva ancora per poter alzar la mia voce contro

lo smembramento di quest'antica e nobilissima monarchia. Oppresso, come

sono, e quasi del tutto vinto dal malore, poco io posso alla mia patria

in sì periglioso frangente soccorrere. Ma, signori, finchè avrò vita e

spirito, non consentirò mai, che si privino i reali discendenti della

Casa di Brunswich, gli eredi della principessa Sofia, del più bel

retaggio loro. Dov'è colui, che s'ardisce dare un tal consiglio?

Succedette Sua Maestà ad un impero altrettanto grande in estensione,

quanto immaculato in riputazione. Offuscherem noi lo splendore di questa

nazione con una ignominiosa renunziazione de' suoi dritti, e delle sue

più belle possessioni? Dovrà questo gran reame, il quale tutto ed

intiero sopravvisse alle danesi depredazioni, alle scozzesi correrie, ed

alla normanna conquista, che stette forte contra la minacciata invasione

della spagnuola armata, cader ora prostrato a piè della Casa dei

Borboni? Certamente, signori, questa nazione non è più quella ch'era.

Potrà un popolo, il quale, son ora diciassette anni, era il terror del

mondo, ora tanto abbassarsi, che dir possa al suo inveterato nemico:

_te', quanto abbiamo; solo dacci la pace_? è cosa impossibile. In nome

di Dio, se sceglier dobbiamo tra la pace e la guerra, e la prima non

possa mantenersi, e perchè non cominciam l'altra senza esitare? Non

conosco per verità, quali siano gli apparecchiamenti di questo regno; ma

spero bene, siano sufficienti a preservare i suoi giusti diritti. Ma,

signori, ogni cosa è migliore della disperazione. Facciasi almeno uno

sforzo, e se cader dobbiamo, caggiamo com'uomini».

Qui fece fine al suo parlare. Sorse il Duca di Richmond, e cercò con sue

ragioni di persuadere, che conquistar l'America per la forza dell'armi

era cosa impossibile diventata, e che miglior partito era congiungersela

in alleanza, che gettarla in grembo alla Francia. Volle il conte di

Chatam replicare e ben tre volte tentò di alzarsi. Tutto fu indarno.

Cadde in fine svenuto sul suo seggio. S'affoltarono per soccorrerlo il

Duca di Cumberland, e parecchj altri de' principali membri della Camera.

Trasportaronlo così fuori di senso com'egli era, nella vicina camera,

che chiamano del principe. Successe una confusione, ed un andare e

venire incredibile. Il Richmond sollecitava, che, stante questa pubblica

calamità, si aggiornasse la Camera al dì seguente, e così fu fatto.

L'indomani, ricominciatosi a discutere intorno il partito posto da

Richmond, e poscia raccoltolo, non si ottenne.

Addì undici marzo passò da questa all'altra vita nella sua età di

settant'anni Guglielmo Pitt, conte di Chatam. Agli otto giugno lo

seppellirono con onoratissime, e pubbliche esequie nell'Abbazìa di

Westminster, dove gli fu poco poscia rizzata un monumento. Fu egli,

ossiachè si riguardi l'ingegno, o la virtù, o le cose fatte in prò della

patria, uomo piuttosto da eguagliarsi agli antichi, che da anteporsi ai

moderni. Ebbe lungo spazio in mano il governo del ricchissimo reame

d'Inghilterra, e recatolo a tanta gloria, che mai ne' passati tempi non

che avesse avuto, non avrebbe sperato l'uguale. Morì se non povero,

certo sì poco facoltoso, che la famiglia sua non ne avrebbe potuto

vivere orrevolmente. Il che non si sarebbe detto senza ragione a quei

tempi, e molto manco si direbbe nella presente età. Ma la ricordevol

patria riconosceva nei discendenti la virtù del padre. Fece il

Parlamento una provvisione annua e perpetua di quattromila lire di

sterlini alla famiglia di Chatam, e pagò di vantaggio ventimila lire di

sterlini di debiti, che aveva Guglielmo contratti per mantenere il grado

suo e la numerosa famiglia. Nessuno fin là, trattone solo il Duca di

Malsborough, aveva in Inghilterra ottenuto sì alte e sì liberali

ricompense. Fu poi eziandio del pari eccellente oratore, che uomo perito

nelle cose di Stato, o integro cittadino. Difendeva in cospetto del

Parlamento con ammirabil facondia quei partiti, i quali nelle consulte

private aveva e sapientemente deliberati, ed animosamente raffermati.

Abbenchè, in quanto al suo modo di dire, alcuni non senza ragione vi

riprendessero e l'uso troppo frequente delle figure, ed una certa

gonfiezza di stile molto propria di quei tempi. In questo poi

principalmente avanzò tutti i reggitori delle nazioni della sua età, che

seppe spirare a tutti i servitori dello Stato sì civili, che militari

non solo l'animo ed il valore; ma ancora lo zelo e l'entusiasmo. La qual

cosa non si concede dal cielo, se non di rado, e solo, agli uomini

singolari. In somma, ei fu uomo da non ricordarsi mai senza lode, nè

senza ardore d'animo da imitarsi.

Ma ripigliando ora, d'onde lasciammo vedendo i ministri britannici la

guerra diventata essere inevitabile contro la Francia, andavano facendo

all'incontro tutti quei provvedimenti, che necessarj credevan per

esercitarla. Nel che tanto più ardenti si dimostravano, quanto che molto

bene si avvedevano, che alla guerra francese ed americana, se fatta si

fosse infelicemente, si sarebbe tosto aggiunta la spagnuola, e

fors'anche la olandese, mentre che da un altro canto una subita e

rilevata vittoria avrebbe queste due ultime prevenute. Per la qual cosa

erano intentissimi soprattutto ad avanzar gli apparecchiamenti marittimi

nei quali principalmente consistevano la difesa del regno, e la speranza

della vittoria. Ma in questo, esaminatosi attentamente lo stato del

navilio, si trovò, che non era nè sì numeroso, nè sì convenevolmente

provveduto, come si sarebbe desiderato, e come alla gravità delle

circostanze era richiesto. Del che se ne fece un gran romore

nell'universale, e molte male parole si dissero nelle due Camere del

Parlamento dal conte di Bolton, e dal Fox contro il conte di Sandwich,

ch'era allora Capo dell'uffizio dell'ammiragliato. Tuttavia nessuna

diligenza si ometteva per ristorarlo. Volendo poi in così grave

frangente gli animi dei popoli confortare, e specialmente colla

confidenza del capitano spirar coraggio, ed ardire ai marinari, elessero

i ministri, a Capo di tutta l'armata, che era sorta nel porto di

Portsmouth, l'ammiraglio Keppel, uomo nelle bisogne navali

riputatissimo, e risplendente di molta gloria per le egregie cose da lui

fatte nelle precedenti guerre. I lordi Hawke, ed Anson, quei due sì

chiari lumi dell'inglese marineria, lo avevan tenuto molto caro, ed in

gran conto; e certamente nissuna elezione d'uomo, quantunquemente

celebrato ei fosse, avrebbe potuto altrettanto soddisfare agli animi di

tutti, quanto questa dell'ammiraglio Keppel. Non isfuggì egli il carico,

quantunque già fosse a quell'età pervenuto, nella quale l'uomo meglio

desidera lo starsi, che l'operare, e maggior gloria di quella, che aveva

ottenuto fin là, acquistar non potesse; che anzi doveva ripugnar

naturalmente al commetterla di bel nuovo alla fortuna delle battaglie.

Vi era anche in questo suo affare un'altra disagevolezza, e questa era,

che i ministri, come libertino, gli puntavano addosso. Il che poteva

riuscirgli nel corso delle cose di molto disgusto. Ma egli, risguardando

meglio all'utilità della sua patria, che in così gran bisogno desiderava

l'opera sua, che alle proprie comodità, non esitò punto ad accettare

quell'uffizio, che con tanta contentezza de' suoi concittadini gli era

stato commesso. Furono nominati a militare sotto di lui i due

vice-ammiragli Hartland e Palliser, l'uno e l'altro uffiziali molto

riputati. Arrivava Keppel a Portsmouth, dove in luogo di una grossa

armata lesta al veleggiare trovò, non senza grandissima maraviglia,

solamente sei navi di alto bordo pronte a mettere in mare, marinari

pochi, ed a gran pezza non sufficienti provvisioni, ed attrezzi

mancanti. Allegavano i ministri, le altre navi essere state mandate a

diverse fazioni, ma di breve dover ritornare. Comunque ciò sia,

l'ammiraglio tanto fece, e tanta diligenza usò, che a mezzo giugno si

trovò in grado di salpare con venti navi di fila. Aspettava ancora altri

e pronti rinforzi. Diè le vele al vento da Sant'Elena addì tredici. Lo

accompagnavano i desiderj ardentissimi dei popoli. I tempi correvano

oltre ogni dire stretti e difficili. Sapevasi, che aveva la Francia una

grossa armata a Brest pronta a far vela, e fornitissima di ogni cosa. Le

conserve, che portavano in Inghilterra le ricchezze dell'Indie, si

aspettavano di dì in dì, e potevan diventar preda ai Francesi. Il che

sarebbe riuscito di un danno inestimabile, non solo per la perdita delle

ricchezze medesime, ma ancora e molto più per quella di un gran numero

di marinari, i quali con gran desiderio si aspettavano per fornirne le

navi da guerra. A questa cagione già di tanto momento si aggiungevano la

difesa di tutte le coste della Gran-Brettagna tanto vaste, la sicurezza

della grande e ricchissima metropoli, la preservazione degli arsenali,

nei quali si contenevano tutte quelle cose, sulle quali e la presente

grandezza dell'Inghilterra, e tutte le speranze avvenire stavano

fondate. Tutti questi oggetti piuttosto di totale che di grande

importanza erano commessi all'opera di venti vascelli.

Intanto i preparamenti di terra con eguale passo procedevano con quei di

mare. La bisogna del reclutare si forniva efficacemente; e le cerne si

levavano speditamente, e si ordinavano in bande a mò degli stanziali. Si

ponevano parecchj campi ne' luoghi, che si credevano più esposti alle

percosse del nemico. In cotal modo si preparavano gl'Inglesi alla vicina

guerra. Già il governo aveva ordinato, rappigliandosi contro la Francia,

che si ritenessero nei porti tutte le navi francesi, che dentro vi si

trovassero.

Ma nella Francia, la quale, siccome quella chiedi che di lungo proposito

aveva disegnato di muovere l'armi contro l'Inghilterra, meglio di questa

stava fornita in sugli apparecchiamenti necessarj, il navilio era

grandissimo, ed ogni cosa in moto. Non prima vi si ricevettero le

novelle, le quali pervennero in brevissimo tempo, del nimichevole modo,

col quale il Re Giorgio aveva ricevuto il rescritto del marchese di

Noailles, che aveva il governo francese spedito ordini in tutti i porti,

acciò vi si fermassero le navi inglesi. Abbenchè da questa ritenzione,

siccome pure da quella fatta nei porti inglesi delle navi francesi,

pochi effetti ne seguissero; perciocchè i padroni pei sospetti di

guerra, che già da buon tempo andavano attorno, si fossero ai porti

patrj ritirati. Poscia, lasciate in disparte tutte le dubitazioni, ed in

quell'attitudine disponendosi, la quale ad una grande e possente nazione

ottimamente si conviene, volendo altresì perfezionar quell'opera, che

dal rescritto incominciata si era, e fors'anche gli animi dei nuovi

alleati confermare col dar quel passo, dal quale più non si poteva, se

non con vergogna, tornar indietro, si deliberò a ricever pubblicamente e

solennemente riconoscere i commissarj americani, come ambasciadori di

una nazione franca ed independente; la qual cosa, se riuscì dura

agl'Inglesi, non è da domandare. Adunque addì 21 del mese di marzo i tre

commissarj furono introdotti dal conte di Vergennes avanti il trono, su

di cui sedeva in mezzo ai Grandi della sua Corona il Re Luigi

decimosesto, e quivi ricevuti con tutti quegli usi e cirimonie, le quali

soglionsi osservare, ogni qualvolta che i Re di Francia danno audienza

agli ambasciadori delle nazioni sovrane ed independenti. Caso memorabile

in vero, e tale, che pochi, o forse nissuno se ne trovano nei ricordi

delle storie. Imperciocchè gli Americani sperimentarono in questo

miglior fortuna, che altre nazioni, le quali acquistarono

l'independenza, non provarono, come per cagion d'esempio gli Olandesi e

gli Svizzeri, i quali se non a stento, e dopo lungo tempo furono

riconosciuti come independenti da quegli stessi potentati, che a levarsi

dal collo la superiorità degli antichi signori loro gli aiutarono.

Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 3 · 第 14 / 31 段