Malupirtusu è un'aspra gola che sbocca nel littorale nord della
Sicilia, a un piccolissimo tratto del quale dà il nome, e divide una
linea di montagna che corre lungh'esso, da un lato sino a Cefalù,
dall'altro sino a S. Stefano. La via regia che ne taglia l'estremità
delle falde, esce da Cefalù, rientra in un largo seno, si mostra in
una sporgenza, passa tra due alte pareti di sasso tagliate a picco,
costeggia la gola di cui accavalcia il torrente con un ponte, poi
corre diritta salendo leggermente, sinchè si perde tra le schegge e i
macigni rossastri d'un promontorio.
Il luogo, dovunque si volga lo sguardo, è d'una bellezza selvaggia: è
un arruffio di borri ispidi di triboli e di spine; di coste a ginestre
e a fichidindia; di vallate tutto un fitto di roselle con delle querci
gigantesche, solitarie, che si rizzano a grandi distanze; di colli con
un po' di falda a macchia, il resto nudo e sassoso, se togli qualche
oleastro dal tronco contorto, qualche cespuglio abbarbicato nelle
fessure dei precipizi; d'erte a bosco, a uliveto, dove s'inerpicano
cerri secolari, o ulivi saracineschi dai tronchi neri e bitozzoluti. E
qua ti dà nell'occhio un dirupo con qualche albero scortecciato dalle
radici scoperte simili a giganteschi tentacoli di polipo, il quale par
che pencoli, alzando al cielo i rami secchi quasi scarne braccia che
chiedano aiuto; là una rupe giallognola solcata di larghe venature
rossastre; o un cumulo di macigni coperti di borraccina, che ti fan
pensare a mostruosi giganti che ce li avessero trasportato per
l'innalzamento d'un edifizio titanico, del quale poi, Dio sa per quali
circostanze, fu di mestiere abbandonare il disegno. Per tutto si
svolgono allo sguardo picchi rotondi, o stranamente acuminati,
tagliati in isbieco, o a pan di zucchero, gli uni boschivi, gli altri
brulli e sassosi. Sotto la via si stende la spiaggia arida, sabbiosa,
sparsa qua e là di scogli neri, or solitari or a gruppi, e l'immensità
del mare che si confonde con l'orizzonte, in fondo al quale, fra una
nebbia azzurrognola, s'intravveggono i monti dell'isole di Lipari.
La torre del Chiarchiaro (ora distrutta) sorgeva sull'estrema punta
d'un piccolo promontorio, dalla parte di terra nascosta alla vista
d'alti macigni e cespi di fichidindia.
--È tardi, disse mastro Vanni: dovrebbero esser già qui.
--Aspetteranno che annotti, nascosti nella macchia. Nicola è prudente,
rispose Sciaverio.
Se ne stavano appoggiati agli stipiti dell'uscio, chiusi nei loro
cappotti, con gli occhi fissi nella via che serpeggiando fra' macigni,
sboccava nella spianata una trentina di passi distante dalla torre.
Il sole declinava dietro una massa di nuvoloni torreggianti, che si
venivano facendo d'un colore di fiamma; il mare, agitato leggermente,
correva alla spiaggia livido, sfumante, e con un fruscìo crescente
sempre più, vi si slanciava, sollevandosi qua e là in mille sprazzi.
Qualche gabbiano con l'ali tese tracciava cerchi a fior d'acqua, si
posava, si lasciava cullare dalle onde, poi s'alzava a volo da capo:
giù in fondo due vele fuggivano verso il Finale.
--Che fosse successo qualche diavoleria? riprese il vecchio dopo un
po' di silenzio.
--Umh.... non lo credo.
Mastro Vanni borbottò qualche cosa che l'altro non intese.
Il sole declinava, declinava; il rosso delle nuvole a grado a grado
cambiavasi in cenericcio, le onde quasi d'inchiostro luccicavano cupe
alla morente luce del giorno.
Sta picciuttazza ch'è nfanfara,
Ch'è nfanfara, ch'è nfanfara....
si mise a canticchiar fra' denti Sciaverio, di sicuro per nascondere
al compagno una certa inquietudine che cominciava a impadronirsi anche
di lui. Ma s'interruppe a un tratto....
--Sst, fece, posando una mano sul braccio del vecchio gufo, e restò ad
origliare.
--Che c'è? domandò questi.
--M'è parso d'aver sentito un fischio.
--Che fischio e fischio! chi sa a che ora verranno stasera.... se....
basta, Dio ce la manda buona.
Vaia ti dicu finiscila,
Finiscila, finiscila....
ripigliò Sciaverio fra' denti, sbirciandolo di traverso.
Mastro Vanni si stringe nelle spalle, aperse il suo cappottaccio, vi
s'avvolse meglio dentro, e riappoggiatosi allo stipite della porta, si
rimesse a borbottare.
Trascorse un quarto d'ora, durante il quale s'era fatto notte. Si
sentiva sempre il fruscio monotono del mare, i tonfi cupi dell'ondate
che si rompevano sugli scogli. Un baleno senza tuoni accendeva le
nuvole di una luce scialba, con guizzi e serpeggiamente rapidissimi.
--Lampeggia, ricominciò il vecchio: non ci mancherebbe altro ora, la
tempesta!
Sciaverio non rispose.
Ma pochi minuti dopo i due birboni trasalirono: un vero fischio questa
volta echeggiava lungo e modulato.
--Sono qua.... disse mastro Vanni gongolante.
--Dubiterete ancora, uccellaccio del malaugurio! E Sciaverio messi i
due indici nella bocca rispose con l'istesso fischio lungo e modulato.
Allora alla luce rapida del balenio, si vide nella spianata una fila
d'ombre nere a cavallo.... Poi un gruppo confuso: uomini smontati,
bestie, un uomo solo a cavallo. Ma anche questo dovette smontare,
poichè poco dopo, a un altro baleno, si videro alcuni ricacciarsi fra'
macigni tirandosi dietro le cavalcature, cinque venire verso la torre.
--Ehi....
--Ehi, rispose il capofila, il quale tenendo il ricattato per una mano
se lo tirava dietro.
--A st'ora?
--A st'ora.
Entrarono nella torre.
Quella del pian terreno era una larga stanzaccia affumicata, col
solito focolare nel mezzo qualche furrizzo, un lettaccio, una tavola,
un fucile a una canna appeso a un chiodo, un vecchio armadio a muro.
Tutto ciò visto al debole chiarore della fiamma azzurrognola che
mandavano alcuni tizzi, era d'un effetto strano: pareva d'essere in un
antro da tregenda.
Mastro Vanni chiuse l'uscio, poi andò ad accendere un lume e una
lanterna.
--Perchè così tardi? domandava intanto Sciaverio sottovoce a mastro
Pasquale.
--Lasciateci stare, rispose questo nell'istesso tono: mancò poco che
non c'incontrassimo con la forza!
--Per la madonna!
--Calavamo pel bosco di Lanzeria, e giù nel torrente c'erano i
bersaglieri.... noi non l'avevamo veduti: fortuna che ce n'avvertì un
porcaio! Tornammo subito indietro, e dovemmo fare un gran giro. Basta,
grazie a Dio l'abbiam scampata bella, e siamo qua.
--Porca cagna.... cominciò compare Santo. Ma Nicola venne a
interromperlo.
--Presto, di guardia dietro la porta, disse ai due cugini; non è tempo
di ciarlare questo. E si riavvicinò al ricattato, che se ne stava nel
mezzo della stanza, immobile, a capo basso, come persona stanca e
abbattuta, illuminato pienamente dalla lanterna di mastro Vanni il
quale lo covava con gli occhiacci rossi come quelli di Caronte. Don
Bastiano era ancora bendato; la benda, un fazzoletto a quadrelli rossi
e bianchi, spiccava nel suo viso pallido sotto al cappuccio: dei
sospiri sollevavano le sue spalle di tratto in tratto.
Nicola richiamò i due cugini che stavano già per Uscire.
--Ehi, disse, che creanza è questa! baciate la mano a sua eccellenza
prima d'andarvene.
--E mentre i due giovani prendevano un dopo l'altro la mano del povero
Savarella che lasciava fare, e la baciavano, il bandito cacciò fuori
tanto di lingua.
Dietro l'uscio Santo e Pasquale si consultarono. Li avevano fatto
uscire, avevano fatto restare il palermitano.... non c'era altra via
che menasse alla torre che la viottola fra' macigni, e questa era ben
custodita: perchè dunque l'avevano mandati a far la guardia? Certo
perchè non vedessero dove nascondevano il sequestrato.... Diffidavano
di loro. Ma loro non eran uomini da lasciarsi gabbare tanto
facilmente: uno farebbe la guardia, l'altro guarderebbe per il buco
della chiave. E senza metter tempo in mezzo, mastro Pasquale v'applicò
l'occhio.
Avevano spostato il letto. Il ricattato era sempre immobile nel mezzo
della stanza; gli stavano vicino Sciaverio e Maraviglia: Nicola con la
lanterna in mano faceva lume al vecchio gufo, che, inginocchioni nel
posto ove prima era il capo del letto, con un pezzo di ferro aguzzo
aveva sollevato i quattro mattoni dell'angolo incastrati nella
ribalta. Posò il ferro, si rivolse, prese la lanterna che gli dava
Nicola, appoggiò la mano libera sull'impiantito, introdusse
nell'apertura prima una gamba e poi l'altra, e cominciò a scendere
sotterra, a poco a poco come uno spettro.
Allora il bandito s'avvicinò al Savarella.
--Venga, eccellenza. E lo prese per una mano, lo condusse vicino
l'apertura, lo fece inginocchiare, gli fece fare gli stessi movimenti
che aveva fatto mastro Vanni, e quando scomparve, si calò giù anche
lui.
Sciaverio e Maraviglia restarono: bisbigliando, andarono a sedersi al
fuoco sul quale stesero le mani per riscaldarsele.
Una diecina di minuti dopo nell'apertura ricomparve la faccia di
vampiro di mastro Vanni.
--Eccellenza, si può levare la benda, disse Nicola al ricattato.
Don Bastiano si levò il cappuccio di sul capo, e si sciolse la benda:
sbattè le palpebre abbagliato dalla luce improvvisa, poi guardò
intorno.
Si trovava in una specie di grotta con la volta a cupola, dalle cui
pareti trasudava un umidore verdastro. In un angolo c'era per terra
uno strapunto, con un guanciale e una coperta di lana piegata:
dall'altro lato un _furrizzo_, e un deschetto: sul deschetto una
lucerna di stagno a due beccucci, un paniere coperto con un
tovagliolo, due bicchieri, due bottiglie, una di acqua l'altra di
vino, una castellina di piatti, e delle posate d'ottone.
Sarà stanco, disse il bandito con gentil premura.
--Un poco, rispose l'infelice: e mise un sospiro.
Allora Nicola cominciò a fargli animo. Via faceva male a prendersela a
quel modo; era una bazzecola che non metteva conto impensierirsene!
Tanti e tanti s'erano trovati nell'istesso caso di lui, per questo
avevano creduto che fosse il finimondo? avevano pagato e tutto era
finito.
Era dura la maniera di cavarsela.... ma... che farci? correvan certi
tempi che si scarseggiava di tutto.... non si poteva poi campar
d'aria! Chi doveva venir loro in aiuto se non i ricchi? Essi dovevano
coprire i bisognosi col manto della carità.... Via scrivesse una
letterina al canonico, e gli prometteva di ricondurlo a casa, senza
che gli fosse stato torto un capello. Voleva vederlo allegro però,
sangue.... Nel paniere (e accennava con la mano) c'era del pesce
fritto, un poco di carne fredda.... non s'era potuto aver altro in
quella confusione: ma l'indomani si provvederebbe meglio. Se il vino
era buono poi, lo conoscerebbe assaggiandolo. Dunque voleva che
mangiasse bene, bevesse meglio, senza pensare a guai.
Il furrizzo era troppo basso perchè il Savarella potesse mettersi a
scrivere al deschetto: e perciò Nicola prese un piatto e glielo porse
rivoltato, gli dette un foglio di carta piegato, che s'era levato di
tasca in una a un calamaio di corno a vite. L'aperse, si mise
coccoloni davanti a don Bastiano; e gli diede la penna. Questo s'era
seduto, aveva posato il piatto sulle ginocchia; e spiegatovi sopra il
foglio, prese la penna, l'intrinse nel calamaio, e domandò:
--Che devo scrivere?
--Manca talento a vostra eccellenza?
--Io non so.... dettate voi.
--Ma....
--Ve ne prego.
--Come comanda.... Scriva dunque....
E cominciò: