V.

Partirono per la campagna, e del cavaliere non se n'ebbe più notizia.

--A proposito.... il tuo amico non viene più? domandò Serafina

quindici giorni dopo al marito intento a lavorare attorno a un

opuscolo sugli agrumi, che aveva intenzione di pubblicare. E con la

mano soffocò un leggiero sbadiglio.

--Mah!... chi può contare su quella testa bislacca, rispose lui

alzando il capo lentamente. E poi, confessalo, tu non l'hai

incoraggiato di molto.

--Io?

--Tu.

--Dovevo forse inginocchiarmi davanti a lui.

--No, Dio mio; ma avresti dovuto insistere quando io l'invitai; anche

per semplice cortesia.

Poi, rimettendosi a scrivere, continuò a frasi interrotte:

--Quand'uno v'è antipatico.... non è permesso di dimostrarglielo.... È

certo per la tua fredda accoglienza che non è venuto.... le Ascenti

son qua da otto giorni.... Non è bene, vedi.... egli è un mio

carissimo amico.... Del resto.... l'hai giudicato male.... è un buon

giovine in fondo....

Lei s'alzò stringendosi nelle spalle: si fece alla finestra, e si mise

a stamburinare su' vetri. La campagna, sotto a un velo grigio

uniforme, era triste: giù, nel mezzo giorno, un cantuccio di cielo

celeste pallido, ti faceva pensare a un di que' tramonti limpidi,

striati d'opale e di croceo.

Serafina guardò quel cantuccio lungamente, poi mise un sospiro.

--Senti, disse voltando il capo bruscamente verso il marito, se credi

realmente che sia per causa mia che il tuo amico non viene....

scrivigli; ti prometto che farò la pace con lui. E s'allontanò con la

sua solita risatina rapida e squillante.

Egli l'accompagnò con uno sguardo pieno d'amore, poi chinò il volto

sulla carta, su cui la penna seguitò a stridere.

Cinque o sei giorni dopo arrivò Furlani. Nino fece gran festa

all'amico, la moglie l'accolse co' soliti frizzi che riaprirono

nell'anima del giovine le ferite dell'amor proprio appena rimarginate.

Ma lei o non se ne accorse, o finse di non accorgersene: pareva come

se oramai sicura ch'egli non potesse scapparle, si volesse divertire a

tormentarlo: era ridivenuta gaia, e civettuola.

Ma avendogli ei detto un giorno, non senza un leggiero pizzico

d'ironia, che i suoi affari non permettevano che stesse di più a

godere delle delizie della loro villa, e della loro gradita compagnia,

essa cambiò maniere a un tratto.

Fu un vero sollievo per il giovine ch'era stato a un pelo

dall'andarsene. Di questo suo compiacimento si adduceva a ragione che

le Ascenti erano a villeggiatura, non avrebbe potuto veder più Lia

ogni giorno.... ora gli era necessaria quella fanciulla....

E a scongiurare un nuovo pericolo, si mostrò premurosissimo verso di

Serafina, s'adattò a ogni suo desiderio, corse a ogni suo minimo

cenno.

E la capricciosa ne profittava.

--Cavaliere, ho dimenticato di sopra l'ombrellino.... sareste tanto

gentile d'andarmelo a prendere? Lo troverete sul pianoforte.

Accompagnava queste parole con uno sguardo languido, con un sorriso

che aveva, direi quasi, il solo incarico di mostrare i dentini bianchi

e ben disposti nella bocca di corallo, e il cavaliere s'inchinava e

andava a prender l'ombrellino.

--O Dio.... il mio cappellino.... dove l'ho lasciato dunque?... ah,

sì, nel chioschetto. Cavaliere.... sareste tanto gentile d'andarlo a

prendere?

E il cavaliere s'inchinava, e andava a prendere il cappellino.

Ed ora era un libro che aveva dimenticato sotto un capanno, or un

fazzoletto sul sedile di marmo vicino la vasca, e il cavaliere andava

a prendere il libro, o il fazzoletto.

A volte poi si faceva appuntare una forcina fra le trecce bionde; a

volte si sdraiava mollemente sotto agli aranci, e vi restava delle

ore, mentre lui, sedutole vicino, tracciava col bastone de'

geroglifici sul terreno, e rispondeva al suo cinguettìo approvando di

tratto in tratto con de' cenni del capo. In quell'ora la campagna, e

per lo più soleva essere rinfrescata da un venterello di mare; in un

boschetto vicino, un'upupa faceva sentire nel silenzio il suo bu, bu,

bu, malinconico, cui una tortora accompagnava col suo canto grave e

gutturale: a volte vi schiamazzavano de' cardellini. Essa, stanca

finalmente, taceva; poi s'alzava bruscamente, metteva un sospiro, e

gli domandava il braccio: voleva passeggiare.

E il cavaliere s'alzava, s'inchinava, e offriva il braccio.

Lei o andava lentamente, abbandonata tutta sul giovine, con gli occhi

nuotanti nella tenerezza, con un leggiero velo di malinconia nel volto

leggiadro; o lo trascinava a celeri passi, vispa, gaia come una

bambina, affascinante sempre ne' suoi abbigliamenti che modellavano a

pennello le curve ardite del suo bel corpo di fata.

Epperò in processo di tempo Mario cominciò ad accorgersi che i fini di

lei tendevano a tutt'altro che ad una semplice dimostrazione

d'amicizia; gli era parso di leggerlo nel languore dei suoi occhi

azzurri.... Oh! egli era espertissimo in simil genere di cose, e una

donna appena innamorata la conosceva subito.

Non ne fu turbato, nè inquieto. No, realmente, non gli piaceva proprio

quella donna.... benchè non si poteva negare che fosse bella.

Però si mise a osservare.... Non voleva mica accertarsi della cosa per

un fine cattivo; tutt'altro.... ma ci avrebbe avuto un bel gusto a

potersi vendicare un pochino della sconfitta durata, della condotta

capricciosa di lei. Era sicuro del fatto suo: amava Rosalia che quanto

prima avrebbe chiesto in isposa; stimava troppo l'amico, col quale

aveva anche un'infinità di obblighi, e non pensava certo ad

ingannarlo; oibò, che infamia! sarebbe rimasto saldo come una rupe,

freddo come il marmo, lasciando che lei si riscaldasse a sua posta.

Oh, il bel giochetto!... Via, si risolveva senza meno, era troppo

forte la tentazione: quella signora gli aveva fatto ingollare parecchi

bocconi amari. Stabilì il modo di condursi: si poteva riepilogar tutto

in due parole, freddezza e ironia.

E seguitò a starsene vicino a lei sotto gli aranci, ad ascoltare il

suo cicaleccio, a sostenere il fuoco dei suoi occhi, a sentire il

tiepido contatto del suo corpo, quando gli s'abbandonava sul braccio,

come se lei non fosse fatta di carne, e lui neppure. Affettò

d'adattarsi a' suoi capricci per semplice e pura cortesia, lasciando

anzi trapelare la noia che gli arrecava una tal cosa, e gongolava

all'idea della rabbia ch'essa doveva provare a una condotta simile. La

sera sedevano al fresco, sul sedile di legno tra i lilla del giardino:

lui le parlava del marito, con una vena inesauribile; lei affettava

un'aria distratta, sfogliava de' fiori. A un tratto alzava la

testolina bionda, con un movimento tutto proprio, e gli rompeva le

parole in bocca; cominciava a parlar d'un mondo di cose: era un vicino

che metteva in canzonella; una storiella scandalosa che spiatellava lì

con parole un po' libere, col solito risolino rapido e squillante; o

sferzava spiritosamente una signora, sua intima amica; o cinguettava

di mode, di balli, di teatri, di ricevimenti; o faceva progetti per il

carnevale venturo; mescolando a tutto ciò osservazioni curiose,

trovando frizzi per tutti, ma non più per il cavaliere. Ciò quando non

raccontava le sue contrarietà domestiche, le quali chiamava,

sospirando, guai irreparabili. Allora era lei che gli parlava del

marito, aggiustando con un abbassar d'occhi e un allungar di muso un

merletto indiscreto che lasciava veder troppo dei tesori del seno, una

ciocca ribelle, ritirando rapidamente sotto al lembo della sottana un

piedino un po' troppo scoperto per un suo brusco movimento. Eran di

carattere affatto opposto.... essa allegra, amante di divertirsi; egli

serio, dedito tutto agli affari, felice solo quando poteva occuparsi

de' suoi progetti d'amministrazione, fare i suoi calcoli presuntivi su

quanto potrebbe dare or questo or quello dei suoi fondi, messi in

cultura da lui, con i nuovi sistemi, quando poteva tracciar disegni di

pozzi artesiani, di case coloniche, di grandi magazzini. E imbrattava

carta e carta tutto il santo giorno senza stancarsi mai. Quel lavoro

che lo faceva vivere in mezzo a un mondo di progetti animati da una

ridda di cifre, appagava pienamente tutti i suoi desideri. Era buono,

era affettuoso con lei, non poteva negarlo.... ma il vederlo sempre

lì, serio, dedito a una cosa, le urtava i nervi davvero!

E così dicendo, aveva un certo modo di far bocca da ridere, che faceva

venir voglia di mangiarla.

Furlani la lasciava dire: poi usciva in elogi sperticati sugli uomini

che si dedicavano al miglioramento delle proprie condizioni: e

sosteneva la tesi con calore, enumerando i vantaggi che ne ricavano

l'individuo e la società, citando nomi ed esempi d'ogni sorta di

gente, e d'ogni nazione, finchè lei s'alzava di scatto: voleva

rientrare.... c'era troppo fresco....

Ma a lui invece piaceva di star fuori, e la vedeva allontanare con un

sorriso fine, torcendo tra l'indice e il pollice or l'una or l'altra

delle punte de' suoi baffi neri.

E ad aggravare anche di più questa sua condotta stizzosa, gli venne in

idea di fare il galante con donna Maricchia la cameriera. Bella!

superba! era contentissimo di questa sua pensata, proprio quel che ci

voleva al compimento dell'opera. E senza mettere tempo in mezzo,

cominciò a farle gli occhi dolci.

Donna Maricchia andò in brodo di giuggiole: quell'elegante e bel

giovinotto, un signore davvero, innamorato di lei! Oh, la stizza che

n'avrebbe il sor cuciniere il quale faceva il superbo come se fosse un

gran personaggio! e una volta che la serva da strapazzo gli disse:

perchè non sposate donna Maricchia? ebbe il coraggio di rispondere:

_criati, tuccati e mamati_. Sfacciato! essa toccata e maneggiata!

essa!... ne voleva crepar dalla rabbia! E sognava un Eldorado: il

cavaliere doveva esser ricco. E tutta riscaldata faceva progetti sul

modo di condursi con lui: mostrar di cedere, e non cedere; fargli

perder la bussula, e mungergli il borselino. Ora era lei che guardava

il cuciniere d'alto in basso, come se quell'amorazzo che supponeva

nutrisse per lei il cavaliere, l'avesse elevata all'altezza d'una gran

dama: e affettava i modi sciolti e civettuoli della padrona, ne

scimmiottava d'una maniera assai buffa le arie, la foggia

d'abbigliarsi, il riso, quel riso che l'era parso sempre così

grazioso.

Ma con gran sorpresa del giovine, e anche un po' con una certa stizza,

Serafina non mostrò accorgersi di nulla: egli che a ogni galanteria

sbirciava il volto della bella donna, non vide mai contrarsene un

muscolo. Era sempre gaia, sempre premurosa, aveva sempre qualcosa da

fargli fare, con quella vocina melata, e con quel sorriso ammaliatore

che mascheravano un vero comando.

Il marito andava, veniva sempre affacendato come se amministrasse una

provincia. Uno sguardo carezzevole alla moglie, un sorriso all'amico,

qualche parola buttata lì mentre s'allontanava in fretta, e la sua

faccia bruna riprendeva l'aria seria d'uomo d'affari.

I drammi de' campi Padre Don Giuseppe—La vendetta—Proprietari e fittaiuoli— Sequestro. · 第 34 / 69 题