IV.

Trascorsero una ventina di giorni. Il giovine s'era fatto più assiduo,

Serafina più cortese.

Una sera essa lo vide nel palco delle signore Ascenti. Parve che

trasalisse: portò il binocolo agli occhi lentamente, e guardò. Il

cavaliere aveva un braccio appoggiato sulla spalliera della sedia

della fanciulla, e parlava con la sua solita aria d'uomo stanco;

Rosalia, volta verso di lui, non cessava dal contemplarlo, assorta

nella solita ingenua adorazione.

--Son le Ascenti quelle signore in quel palco dove si pavoneggia il

tuo amico? domandò Serafina al marito, senza levarsi il binocolo dagli

occhi.

--Sì, rispose Striati, dopo aver dato un'occhiata da quel lato.

--Dunque il matrimonio è concluso?

--Non ancora: ma certo egli farà la domanda quanto prima. Sono nostre

vicine, sai; hanno una villa ne' dintorni dei Ficarazzi, a pochi

chilometri dalla nostra; ci vanno ogn'anno in maggio.... bisognerà

invitar Furlani da noi per la villeggiatura.

--Il tuo amico deve parlar certo del Bey di Tunisi, dacchè la futura

sposina lo guarda a quel modo con la bocca aperta, disse lei con un

sorriso sarcastico impercettibile, come se non avesse sentito quel che

aveva detto il marito.

E gli _Ugonotti_, a un tratto, dovettero certo dilettarla di più che

le altre sere, perchè d'allora in poi l'ascoltò attentamente fino

all'ultima nota, col braccio nudo appoggiato sul parappetto del palco,

e la guancia sulla palma, senza far più uso del binocolo, come soleva

sempre.

Sin da quella sera (Mario essendo venuto a farle visita) essa cominciò

a trattarlo freddamente; s'adirò anche perchè lui non mostrava

d'essersi accorto del suo mutamento repentino, e seguitava a

frequentare in casa come per solito: non si curava dunque di lei

quello scapestrato! E al marito che un giorno gliene ritesseva

l'elogio, disse: che a lungo andare quel suo amico ristuccava; era

ridicolo con quei suoi modi svenevoli, pretenzioso colla sua aria di

superiorità.... Ma Nino le troncò le parole in bocca:

--Che dici mai!... E ne seguì una discussione che durò mezz'ora buona,

senza nessuna conclusione; i due avversari erano mossi da passioni

affatto diverse, per potersi intendere.

Allora Serafina cominciò a pungere il cavaliere con qualche frizzo. Lo

toccò nel debole. Ah, quel caro Mario, che spirito! solevan dire di

lui i suoi amici; e a ogni suo motto un gaio sorriso scopriva i

dentini bianchi delle giovani signore; sicchè si lanciò in quella

guerricciuola d'epigrammi, che gli dichiarò Serafina, con quel piacere

di chi sa di riuscir bene in una data cosa, con quella presunzione che

suol dare il lungo buon successo.

Alle prime scaramucce nessuno de' due avversari perdette un palmo di

terreno; la giovine non ardiva ancora di servirsi di tutte le sue

armi: ma a poco a poco gli assalti cominciarono a farsi più vigorosi e

più incalzanti. Furlani non ne aveva la meglio: però l'amor proprio

non gliene faceva accorgere; prendeva gusto anzi a quel gioco. Non

aveva avvicinata mai una donna di tanto spirito! era proprio quel che

si dice un forte avversario, bisognava star bene in gamba con lei,

tutt'altri sarebbe stato battuto dieci volte.... cento volte, ma

lui.... non c'era questo pericolo! E si riscaldava, e lontano da lei

immaginava dialoghi dove egli ne diceva di quelle da far strabiliare,

col sorriso sarcastico della bella donna davanti agli occhi, con

quello sguardo che non aveva visto che a lei, con quei suoi gesti

pieni di grazia, con la sua voce dal tono così dolce nell'orecchie.

E aspettava l'indomani, e l'ora ch'era solito andare in casa Striati,

con un'impazienza che rasentava la smania: non giocava più, non andava

più ad altre conversazioni, non frequentava più gli amici.

Trascurava anche le Ascenti.

Aveva conosciuta Rosalia sin da piccina; i loro genitori erano stati

amicissimi, quantunque quello della fanciulla fosse realista, il suo

liberale. Costretto a partire con questo che fuggiva l'ira borbonica,

aveva ripensato a lei con tenerezza da fratello, rappresentandosela

sempre con quel musetto malizioso di birichina, con quegli occhioni a

mandorla dolcissimi, unica cosa che avesse di bello veramente.

Quando la rivide, essa usciva allora da Sales; la fanciulla a

diciott'anni, nel suo vestito semplice e grazioso d'educanda, non

aveva smesso per nulla l'aria della ragazzetta a sei o sette: era

cresciuta però, ed egli si trovò imbarazzato, non sapendo se dovesse

darle del tu, del lei o del voi come via di mezzo. Fortuna ch'essa

venne in suo aiuto dandogli del voi, arrossendo leggermente, col gaio

e fresco sorriso di un tempo; e per più giorni scorsero il capitolo

dei ricordi.

Egli cominciò a frequentare in casa di quelle signore, allettato dal

buon viso che gli si faceva, contento di ritrovare di tanto un

cantuccio quieto di paradiso, in mezzo all'inferno della sua vita

rotta ad ogni dissipatezza. Rosalia l'accoglieva sempre gaia,

sorridente, stordendolo e interessandolo col suo cinguettìo di piccola

passera: e gli raccontava le biricchinate che faceva con le compagne

nell'educandato, enumerava i gastighi che le avevano dato, parlava

della vita che vi si menava, di quello che le avevano insegnato: e

interrompeva il discorso or per andare a prendere un ricamo, un album

di disegni, e mostrarglielo: or per leggere una pagina d'un libro

francese, o quella d'un libro inglese; or per sonare un pezzo sul

pianoforte, provando una gioia innocente nel mostrare al suo amico,

che po' poi non aveva perduto il tempo affatto. Ciò senz'ombra di

civetteria, con mille osservazioni, con mille domande le quali lo

spingevano indirettamente a dire il suo parere, ch'essa ascoltava con

un vivo color di rose sulle guance. E la fanciulla giunta a quello

stadio della vita in cui la donna stende le sue aspirazioni verso

l'uomo, come l'edera i suoi teneri getti sotto al tiepido sole di

primavera, si veniva sempre più attaccando a lui, che, suo malgrado,

si migliorava a quel tocco vergine.

Ma una sera un suo amico volle condurlo a ogni costo dalla Loss,

ballerina allora celebre per bellezza, per bravura, e per

qualcos'altro ancora... quel demonio l'afferrò per i capelli.

Alla fine della stagione partì con lei senza nemmeno andare a salutar

la sua piccola amica.

Tornò due mesi dopo, con la borsa vuota, e un disinganno di più: la

bella l'aveva piantato per un ricco signore in _off_.

Egli per consolarsi se n'andò a caccia a Tunisi.

Fu dopo questa scappata che il suo avvocato, il quale aveva anche per

cliente la signora Ascenti, gli propose il matrimonio con Rosalia,

mettendogliene in mostra tutti i vantaggi. Ma egli era in uno di quei

momenti in cui la ferita recente fattavi da una donna, vi mette

nell'anima l'indifferenza, e l'avversione per tutte le altre. Rispose

che conveniva con lui su' vantaggi di quel matrimonio; ma che non

l'avrebbe contratto, per la semplice ragione ch'era troppo giovine, e

non voleva incatenarsi per sempre senza mature riflessioni.

Però due giorni dopo andò a far visita alle Ascenti.

Trovò la povera Rosalia acciaccata assai. Un vivo rossore coperse le

sue guance smunte appena lo vide, poi s'alzò con un lampo di vera

gioia negli occhi, e gli andò incontro vivamente, senza pensare a ciò

che facesse, ch'era presente la mamma. Alle domande premurose del

giovine rispose con un certo imbarazzo ch'era stata ammalata; però ora

si sentiva meglio: volle sapere dov'era stato, perchè non era venuto a

salutarle prima di partire. Egli se la cavò con alcune bugie dette

abilmente, e della cosa non se ne parlò più.

In capo a otto giorni Rosalia s'era rimessa del tutto, gli eran

tornati i colori e la gaiezza. A questi sintomi Mario s'accorse della

passione che la fanciulla aveva per lui. Era ingenua e buona, vicino a

lei provava una dolcezza placida, un senso di quieto benessere, quei

suoi occhi neri lo riscaldavano come un raggio di sole primaverile....

Fu in quel tempo che conobbe Serafina.

Intanto tra di loro la guerra seguitava più accanita che mai: però

egli cominciava a toccare le prime serie sconfitte. Diventò inquieto,

perdette quella fede in sè stesso tanto necessaria in simili

occasioni; Serafina venne sempre guadagnando terreno, fino a che una

sera lo ridusse al silenzio.

Era il primo caso di simil genere che succedeva a Mario; e ne provò

un'umiliazione profonda. Riandava i vari discorsi, ricordava certe

frasi degli ultimi dialoghi; ora gli venivano spontanee le risposte;

delle risposte da levarle il pelo addirittura! E domandava a sè stesso

come mai non gli erano corse alle labbra su quel subito, quale strana

potenza esercitava quella donna su di lui per fargli perdere la

bussola a quel modo! Faceva proposito di ritornare all'assalto, ci

ritornava e n'aveva sempre la peggio: davanti a quel diavolo di donna

ora si sentiva impacciato.

E a un tratto, senza un buon perchè, sentì un amaro dispetto. Stimava

strana la condotta della moglie dell'amico: aveva avuto un curioso

capriccio ad assalirlo con frizzi fino dai primi giorni della loro

conoscenza: egli era stato sempre cortesissimo con lei; le aveva usato

que' riguardi che un gentiluomo deve a una signora; le sere del suo

abbonamento le aveva fatto la corte in palco, regolarmente, come a una

duchessa; non aveva mancato mai alle visite di dovere; trovava frasi

nuove, gentili sempre per i suoi abbigliamenti; era arrivato al punto

di lodare la sua abilità nella musica, cosa non vera di certo:

diamine, non aveva nulla da rimproverarsi! Prese un'aria seria, un

pochino anche altera, cominciò a diradare le sue visite, poi non ci

andò più. O che si credeva quella pedina!

Ma era agitato, non poteva star fermo; volle riprendere le antiche

abitudini, e s'annoiò da per tutto, anche in casa delle Ascenti.

Provava un certo malessere nell'ore ch'era solito andare da Serafina;

se ne stava musone, com'un bambino contrariato.... Gli dispiaceva per

l'amico.... per lui solamente.... un caro giovine, cortesissimo, tutto

cuore.... chi sa cosa ne pensava di quel suo brusco cambiamento....

E otto giorni dopo fu il marito stesso che lo levò da tante pene.

S'incontrarono in Toledo.

--Galantuomo!...

--Oh! Nino! esclamò il giovine arrossendo: e gli stese la mano che

l'altro affettò di non voler prendere.

--C'è la peste in casa mia che non ti si vede più?

Allora egli mentì. Era stato ammalato, aveva avuto delle febbrerelle

nervose, che l'avevano lasciato debole di molto: quella mattina s'era

sentito meglio, e aveva voluto far quattro passi.

Striati si dispiacque, lo rimproverò perchè non gli aveva fatto saper

nulla della malattia, sarebbe andato a trovarlo; in sua compagnia

l'amico non avrebbe sentito la noia di doversene stare in letto....

Poi fecero un buon tratto di via insieme, discorrendo, e non lo lasciò

se prima non si fece promettere che sarebbe andato a casa sua come per

solito. Serafina gli aveva domandato diverse volte di lui.

L'indomani Mario non si tenne, e all'ora solita, si presentò di nuovo

in casa Striati. Nel salire le scale, il cuore gli batteva con

violenza. Trovò lei nel salotto, sdraiata mollemente sur una poltrona,

co' piedi incrociati sul panchetto imbottito, ricoperto di velluto

cremisi: leggeva. Era seria, pallida, aveva gli occhi lucenti come se

avesse la febbre, e nella sua persona nel suo abbigliamento, c'era

qualcosa di negletto, che colpiva di più perchè insolito.

Alzò gli occhi dal libro con un «oh!...» languido, e gli stese la mano

languidamente, mentre con l'altra posava languidamente il volume

chiuso sul marmo del caminetto.

Gli domandò della sua salute; nulla del perchè non s'era fatto più

vivo.

Da quel giorno non più frizzi: ritornò cortese come prima, ma restò

malinconica. Parlava poco, quando c'era lui, faceva cader sempre il

discorso sulle aspirazioni dell'anima, sull'insussistenza della

felicità vera, sull'altra vita che doveva esser certo migliore della

presente.... Sì che il giovine, gaio per solito, senza sapersene

spiegare il perchè, cominciò a veder nero anche lui.

Una sera desinavano in famiglia: marzo, per l'imposte aperte del

terrazzo, metteva nella stanza una profumata tiepidezza di primavera.

Parlavano dell'imminente villeggiatura.

--Vuoi farci un regalone? disse Striati al cavaliere Mario Furlani che

gli stava seduto dirimpetto; vieni in campagna con noi.

Mario dette una rapida occhiata a Serafina.

La bella donna pareva tutt'intenta nel piacere d'assaporare una pera

che tagliava lentamente fra i ditini rosei bagnati dal succo.

--Ti ringrazio, Nino.... ma per ora non posso: forse in seguito

profitterò del tuo gentile invito.

Serafina, senza insistenza, aggiunse qualche parola, costretta

com'eravi dalla sua qualità di padrona di casa: poi domandò al giovine

se avesse delle serie occupazioni in città.

Quel dopo desinare Mario fu di cattivo umore: se n'andò prima assai

del solito, adducendo per scusa, che l'aspettavano in casa Ascenti.

I drammi de' campi Padre Don Giuseppe—La vendetta—Proprietari e fittaiuoli— Sequestro. · 第 33 / 69 题