Padre don Giuseppe intanto seguitava a perdere. La testa al giuoco il
degno sacerdote non ce l'aveva per nulla: a quella malaugurata
confidenza fattagli a tavola dal povero Berlingheri egli, scosso
violentemente, aveva dato quel passo che separa la colpa del delitto,
aveva risoluto di metter le mani a qualunque costo sul danaro
dell'amico. Non un rimorso, non l'ombra d'un rammarico, una gioia
feroce, la soddisfazione d'aver finalmente colta al varco, e per un
caso veramente fortunato, quella buona occasione che aspettava da
tanto tempo.... Non se la sarebbe lasciata scappare!! Ma questa sua
risoluzione, per quanto tenace, s'era imbattuta subito in un ostacolo
non facile a superarsi, benchè sotto la forma di due parole, e un
punto interrogativo: «E come?»
Qui un subbuglio di pensieri. Insinuarsi destramente nell'animo
dell'amico, e cavargli di bocca dove teneva nascosto il tesoro? La
cosa non sarebbe stata tanto difficile.... Ma poi?.... Doveva tenerlo
certo nella sua camera, e in qualche altro luogo riposto.... Come
penetrarvi, come avere il tempo d'operare? Correrebbe novantanove
gradi di probabilità su cento di perdere la riputazione o peggio,
senza guadagnar nulla. Aprirsi con Lisabetta.... e fare il tiro mentre
i padroni fossero fuori di casa?... Umh.... Lisabetta stava coi
Berlingheri da trent'anni, doveva essere incorruttibile.... Oh, se
avesse potuto far con Lola quel che aveva fatto con l'altra.... ma
quella fraschetta gli aveva imposto sempre con quell'aria di regina
che assumeva a ogni benchè leggiero tentativo.... Con donna
Costanza.... Sorrise internamente, trovando buffa l'idea. Tuttavia
pensò che ci sarebbe potuto riuscire: peccato che la cosa non gli
fosse venuta in mente prima.... una donna brutta e vecchia, quando si
sa fare, si tira a quel che si vuole! Disgraziatamente era troppo
tardi: una simile faccenda richiedeva del tempo, egli non voleva
aspettare, poichè poteva darsi benissimo che nel frattempo all'amico
saltasse il grillo d'impiegare i danari, e non gli garbava punto di
restare a denti asciutti. Come dunque? E bruciato dalla febbre della
cupidigia, vi aveva fatto il capo grosso a passeggio, mentre giocava,
ci fece il capo grosso nell'andarsene a casa, ci fece il capo grosso
seduto al tavolino mentre faceva dei ghirigori con l'indice sulla
coperta impolverata del breviario, a cena, a letto nell'insonnia. E
come?... E come?... ed era la sua tortura.
A volte si credeva in possesso del tesoro, e l'impiegava in mille
modi. Davanti agli occhi poi, ci aveva un barbaglio d'oro e d'argento:
vedeva napoleoni e dodici tarì in ogni punto, come un allucinato; se
ne sognava delle cascate addirittura con un tintinnio carezzevole
all'orecchio.
E se il suo pensiero fosse volto ad altro, lo rimettevano in
carreggiata i danari che dava la mattina alla serva per la spesa, le
posate a tavola, i bottoni di metallo de' giubboni dei contadini che
incontrava per strada, la catenella d'oro, il pomo d'argento del
bastone d'un amico, la sua tabacchiera.... i candelieri dorati
dell'altar maggiore, i turibuli allineati nell'armadio socchiuso della
sagrestia, il calice, i ricami d'oro degli arredi.... Sin nell'ostia
che alzava tra le dita per consacrarla, al posto del Cristo in croce,
ebbe a vedere diverse volte una nube d'oro!
E diventava più feroce nella brama: e con una strana fosforescenza
negli occhi, e quel color di febbre che non lo lasciava nè notte, nè
giorno, ripeteva in sè stesso cocciutamente ch'egli lo voleva quel
tesoro, sì, lo voleva!... anche se per impadronirsene fosse stato
necessario di passare sui cadaveri di suo padre e di sua madre.
E come.... e come... Ed era la sua tortura.
Cominciò a vagar per le strade come un trasognato, rendendo il saluto
senza sapere a chi lo rendesse; a rispondere a sproposito nei
consulti, non a tono nelle conversazioni; a passeggiar continuamente
come una bestia feroce nella gabbia, brutto, con le mani dietro la
schiena, quand'era in casa....
Un giorno arrivò anche ad ascoltare le querimonie d'un debitore carico
di famiglia, il quale voleva una dilazione: e a gran sorpresa del
meschinello rispose con un «va bene, si vedrà» che non aveva mai detto
dal tempo che s'era messo a spogliare i poverelli!
--Che ha padre don Giuseppe? cominciavano a domandarsi in paese.
--Ma!
--Che ha padre don Giuseppe?
--Ma!
E amici e conoscenti n'erano proprio inquieti, tanto più che il loro
Salomone non pareva avesse più quella lucidità di mente meravigliosa.
Che stesse per impazzire? Oh, Dio nol volesse! Quella sarebbe stata
davvero una grave sventura per il paese.
Ma egli non impazziva, no: l'aveva saldo il cervello, benchè un
pensiero glielo martellasse dalla mattina alla sera, senza profitto.
Che diamine era successo dunque in lui, sempre d'ingegno così sveglio?
non era più quel Peppe d'un tempo che aveva ideato quel bel tiro delle
posate?
E un giorno a quest'idea gli si presentò davanti agli occhi la figura
losca di don Castrenze. Avevano continuato a essere amici, avevano
riandato sempre il tempo passato.... Anche lui aveva seguitato a
cercar d'ingegnarsi: come avesse pagato il debito ai Salamaria si
sapeva. Era sicuro perciò che in questo frangente l'avrebbe aiutato
volentieri. Sì, era una buona ispirazione la sua, il cuore non
l'ingannava. In due avrebbero veduto meglio nella cosa. Ed egli che
non ci aveva pensato prima!
Non mise tempo in mezzo: si buttò il ferraiuolo sulle spalle, prese il
cappello, e uscì.
Il galantuomo giusto era in casa. Ricambiarono i saluti e sedettero;
parlarono per un pezzo del più e del meno, e infine il reverendo entrò
con bel garbo nella faccenda per la quale era venuto.
Ma il volpone voleva tastar prima il terreno: operare con cautela era
la sua massima, e trattandosi di ciò non perdeva mai la bussola. Fece
cadere il discorso su don Alessio. Per indisporre Castrenze contro il
vecchio, gli disse ch'era stato lui a buscherarlo nell'elezioni:
l'aveva cantato chiaro a cena, la sera ch'era arrivato don Giovannino,
il nipote.
Osservò con soddifazione che gli occhi dell'amico mandavan fiamme
addirittura, ascoltò pacatamente il sacco di vituperi che questi
vomitò contro il Berlingheri. Allora cominciò a far le parti del
galantuomo, pioggiandolo accortamente, dicendogli ch'egli aveva preso
le sue difese, convincendolo del bene che gli aveva sempre voluto e
gli voleva. Era l'amico d'infanzia, il vecchio compagno delle
scappatelle passate. Oh, i bei tempi d'allora! Si ricordava eh, quella
graziosa burla delle posate!
Il galantuomo cambiata a un tratto l'espressione del viso, dichiarò
che non poteva pensarci senza sbellicarsi dalle risa, e rise
battendosi le coscie. Al che il reverendo trasalì di gioia: ora
s'inoltrava più sicuro nel suo discorso, un vero capolavoro con
tant'arte, con tanto accorgimento, l'aveva condotto! Quand'ebbe dato
gli ultimi tocchi, ritornò a parlare di don Alessio; prese un'aria di
mistero e disse del tesoro.
Qui s'animò, s'accese, le sue frasi diventarono poetiche, e affascinò
l'amico addirittura.
Lo fece restare a bocca aperta nel provargli con cifre, vuol dire
matematicamente, che il tesoro doveva montare a diciottomila onze!
Manasia era affittato mille e duecent'onze all'anno; il fittaiolo
aveva l'obbligo di pagare la fondiaria e la sopratassa comunale: la
Ceppa, diciotto salme di terreno tutto seminativo, a buttarla giù non
doveva dar meno di duecent'onze all'anno: Badalà, l'aveva sempre
sentito dire all'amico, gli dava legna, vino, olio, frumento, e legumi
per uso di casa, ecc.: i canoni di Serravalle rendevano quattrocento
cinquant'onze all'anno. Pareva non ci fosse altro.... no, non c'era
altro. Mille e duecento, dunque, e duecento, mille e quattrocento, e
quattrocento cinquanta, mille ottocento cinquanta. Metteva mille
ottocento via, numero rotondo, i cinquanta andavano per il resto della
fondiaria. Il vecchio non spendeva più di trecent'onze all'anno....
quattrocento, là. Ne restavano mille e quattrocento. Ah.... comprava
delle terre ogni anno. Bene, metteva c'impiegasse cinquecent'onze: non
di più certo.... Da mille e quattrocento dunque, leva cinquecento, ne
restano novecento. Erano vent'anni che don Alessio accumulava quella
somma! Novecento per venti facevan giusto diciottomila!!
Allora, veduto l'amico ansante sotto al fascino di quella cifra, parlò
chiaro: voleva impadronirsene a ogni costo, chiedeva il suo aiuto,
avrebbero diviso, s'intendeva.
Castrenze accettò la proposta con grand'entusiasmo; nella foga
dell'ammirazione e della riconoscenza, arrivò anche ad alzarsi, e a
correre a stringersi nelle braccia il colosso, egli piccolo,
grassotto, con gli occhi uno a Cristo e l'altro a S. Giovanni in quel
suo muso di faina!
L'aveva sempre detto lui, ingegno come quello di Peppe non ce n'era,
no, non ce n'era: e i più scaltri poi non eran degni neppure di
legargli le scarpe. Diciottomila onze! una fortuna per Gesù Cristo!
quelli erano affari! Si poteva rischiare a occhi chiusi la libertà....
e anche la pelle, per una simile conquista! Bravo, aveva fatto bene a
parlarne con lui.
E quand'ebbe sfogata tutta la sua gioia, e l'amico l'ebbe ascoltato
approvando, ventilarono la cosa rossi dal piacere, e con gli occhi
lustri.
Era chiaro, loro due soli non potevano fare il tiro, tanto più che il
prete non voleva cercar d'appurare dove don Alessio tenesse nascosti i
denari: bisognava dunque ricorrere ad altri, benchè in questo caso
verrebbe a toccar meno a ciascuno: ma non c'era scampo, o bere o
affogare. Allora il reverendo propose qualcuno del paese. Ma don
Castrenze tentennò il capo, non eran uomini quelli, de' quali si
sarebbero potuti fidare. La villa era vicinissima al paese; anche che
riuscissero a penetrarvi con l'astuzia, non potrebbero spennare il
gallo senza che stridesse.... e non contava le galline.... epperò un
chiasso, un diavoleto che potevano attirar carabinieri e paesani
armati da quelle parti, e compromettere ogni cosa; figurarsi poi a
volerci entrare di viva forza, unico mezzo forse. No, no, prima di
tutto era necessario allontanar quel pericolo.
Egli sapeva chi li avrebbe levati d'imbarazzo: dovendo dar parte della
somma a qualcuno, meglio darla a uomini sul cui aiuto potevano contar
senza meno, ch'avrebbero assicurato la riuscita della cosa, allora
com'allora molto dubbia.... Dovevano esserne con don Peppino. Aveva un
amico che l'avrebbe fatto abboccare col capobanda: Peppe fidasse in
lui pienamente. Peppe approvò; lodò la sagacia e la prudenza di
Castrenze.... gli raccomandava però.... di non compromettere la sua
veste sacerdotale. E avendogli questi detto che in ballo ci avevano a
esser tutti, rispose che anche lui l'intendeva così; ma voleva che lo
si facesse passare per un tal Serafini, campiere a spasso:
all'occasione si sarebbe travestito da campiere.
Presa dunque questa deliberazione, stettero a parlare ancora della
casa. Fermavano la maniera di diportarsi entrati in casa, com'essere:
far cantare a ogni costo l'amico nel caso che non volesse cantare;
tenere gli occhi alle mani dei compagni, ladri, ma ladri! ch'avrebbero
potuto far sparire un migliaio d'onze in men che non si dice.
Discutevano il come cancellare in seguito ogni traccia del reato; si
sarebbero travestiti, avrebbero poi fatto sparire gli abiti, si
sarebbero procurato un alibi.... Se riuscivano a metter le mani su'
danari volevano goderseli in santa pace, che diavolo! Arrivarono anche
a far progetti sul come l'avrebbero impiegati: il prete voleva
ingrandire il suo fondo della Rupe, don Castrenze voleva metter su
negozio di frumento, darlo a' contadini nell'inverno a quattro tumuli
a salma.... Ciò dava il benefizio del ventiquattro per cento; non
c'era mica male!
Si separarono coi cervelli in fiamme, dandosi la posta per l'indomani,
chi sa fosse sfuggita loro qualche cosa.
E l'indomani don Castrenze che la notte non aveva dormito, andò ad
aspettare il prete in piazza, vicino la porta piccola della parrocchia
dove questi era solito dir messa.
Mezz'ora dopo il reverendo venne fuori in fretta. Nemmen lui aveva
dormito la notte; era uscito presto; aveva vagato per il paese come un
cagnaccio randagio; aveva abborracciato la messa col capo pieno di
pensieracci; e correva al ritrovo.
--Bisogna far presto, disse sottovoce a don Castrenze, proprio
presto.... può darsi che l'amico impieghi i danari; resteremmo con un
palmo di naso.
Don Castrense accennò di sì col capo a varie riprese. Anche lui era di
quel parere: partiva a momenti, andava a trovar l'amico che doveva
farlo abboccare con don Peppino. E fattesi reciproche raccomandazioni
e reciproche proteste, si divisero. Don Castrenze era già lontano,
quando il reverendo lo richiamò con un «pst pst» energico. Voleva
dirgli si ricordasse di non compromettere la sua veste sacerdotale....
Serafini.... campiere a spasso.... restavano intesi....
--Si parla una volta, rispose il guercio, stringendo la mano che
l'altro gli tendeva come ultima raccomandazione.