VII.

Padre don Giuseppe intanto seguitava a perdere. La testa al giuoco il

degno sacerdote non ce l'aveva per nulla: a quella malaugurata

confidenza fattagli a tavola dal povero Berlingheri egli, scosso

violentemente, aveva dato quel passo che separa la colpa del delitto,

aveva risoluto di metter le mani a qualunque costo sul danaro

dell'amico. Non un rimorso, non l'ombra d'un rammarico, una gioia

feroce, la soddisfazione d'aver finalmente colta al varco, e per un

caso veramente fortunato, quella buona occasione che aspettava da

tanto tempo.... Non se la sarebbe lasciata scappare!! Ma questa sua

risoluzione, per quanto tenace, s'era imbattuta subito in un ostacolo

non facile a superarsi, benchè sotto la forma di due parole, e un

punto interrogativo: «E come?»

Qui un subbuglio di pensieri. Insinuarsi destramente nell'animo

dell'amico, e cavargli di bocca dove teneva nascosto il tesoro? La

cosa non sarebbe stata tanto difficile.... Ma poi?.... Doveva tenerlo

certo nella sua camera, e in qualche altro luogo riposto.... Come

penetrarvi, come avere il tempo d'operare? Correrebbe novantanove

gradi di probabilità su cento di perdere la riputazione o peggio,

senza guadagnar nulla. Aprirsi con Lisabetta.... e fare il tiro mentre

i padroni fossero fuori di casa?... Umh.... Lisabetta stava coi

Berlingheri da trent'anni, doveva essere incorruttibile.... Oh, se

avesse potuto far con Lola quel che aveva fatto con l'altra.... ma

quella fraschetta gli aveva imposto sempre con quell'aria di regina

che assumeva a ogni benchè leggiero tentativo.... Con donna

Costanza.... Sorrise internamente, trovando buffa l'idea. Tuttavia

pensò che ci sarebbe potuto riuscire: peccato che la cosa non gli

fosse venuta in mente prima.... una donna brutta e vecchia, quando si

sa fare, si tira a quel che si vuole! Disgraziatamente era troppo

tardi: una simile faccenda richiedeva del tempo, egli non voleva

aspettare, poichè poteva darsi benissimo che nel frattempo all'amico

saltasse il grillo d'impiegare i danari, e non gli garbava punto di

restare a denti asciutti. Come dunque? E bruciato dalla febbre della

cupidigia, vi aveva fatto il capo grosso a passeggio, mentre giocava,

ci fece il capo grosso nell'andarsene a casa, ci fece il capo grosso

seduto al tavolino mentre faceva dei ghirigori con l'indice sulla

coperta impolverata del breviario, a cena, a letto nell'insonnia. E

come?... E come?... ed era la sua tortura.

A volte si credeva in possesso del tesoro, e l'impiegava in mille

modi. Davanti agli occhi poi, ci aveva un barbaglio d'oro e d'argento:

vedeva napoleoni e dodici tarì in ogni punto, come un allucinato; se

ne sognava delle cascate addirittura con un tintinnio carezzevole

all'orecchio.

E se il suo pensiero fosse volto ad altro, lo rimettevano in

carreggiata i danari che dava la mattina alla serva per la spesa, le

posate a tavola, i bottoni di metallo de' giubboni dei contadini che

incontrava per strada, la catenella d'oro, il pomo d'argento del

bastone d'un amico, la sua tabacchiera.... i candelieri dorati

dell'altar maggiore, i turibuli allineati nell'armadio socchiuso della

sagrestia, il calice, i ricami d'oro degli arredi.... Sin nell'ostia

che alzava tra le dita per consacrarla, al posto del Cristo in croce,

ebbe a vedere diverse volte una nube d'oro!

E diventava più feroce nella brama: e con una strana fosforescenza

negli occhi, e quel color di febbre che non lo lasciava nè notte, nè

giorno, ripeteva in sè stesso cocciutamente ch'egli lo voleva quel

tesoro, sì, lo voleva!... anche se per impadronirsene fosse stato

necessario di passare sui cadaveri di suo padre e di sua madre.

E come.... e come... Ed era la sua tortura.

Cominciò a vagar per le strade come un trasognato, rendendo il saluto

senza sapere a chi lo rendesse; a rispondere a sproposito nei

consulti, non a tono nelle conversazioni; a passeggiar continuamente

come una bestia feroce nella gabbia, brutto, con le mani dietro la

schiena, quand'era in casa....

Un giorno arrivò anche ad ascoltare le querimonie d'un debitore carico

di famiglia, il quale voleva una dilazione: e a gran sorpresa del

meschinello rispose con un «va bene, si vedrà» che non aveva mai detto

dal tempo che s'era messo a spogliare i poverelli!

--Che ha padre don Giuseppe? cominciavano a domandarsi in paese.

--Ma!

--Che ha padre don Giuseppe?

--Ma!

E amici e conoscenti n'erano proprio inquieti, tanto più che il loro

Salomone non pareva avesse più quella lucidità di mente meravigliosa.

Che stesse per impazzire? Oh, Dio nol volesse! Quella sarebbe stata

davvero una grave sventura per il paese.

Ma egli non impazziva, no: l'aveva saldo il cervello, benchè un

pensiero glielo martellasse dalla mattina alla sera, senza profitto.

Che diamine era successo dunque in lui, sempre d'ingegno così sveglio?

non era più quel Peppe d'un tempo che aveva ideato quel bel tiro delle

posate?

E un giorno a quest'idea gli si presentò davanti agli occhi la figura

losca di don Castrenze. Avevano continuato a essere amici, avevano

riandato sempre il tempo passato.... Anche lui aveva seguitato a

cercar d'ingegnarsi: come avesse pagato il debito ai Salamaria si

sapeva. Era sicuro perciò che in questo frangente l'avrebbe aiutato

volentieri. Sì, era una buona ispirazione la sua, il cuore non

l'ingannava. In due avrebbero veduto meglio nella cosa. Ed egli che

non ci aveva pensato prima!

Non mise tempo in mezzo: si buttò il ferraiuolo sulle spalle, prese il

cappello, e uscì.

Il galantuomo giusto era in casa. Ricambiarono i saluti e sedettero;

parlarono per un pezzo del più e del meno, e infine il reverendo entrò

con bel garbo nella faccenda per la quale era venuto.

Ma il volpone voleva tastar prima il terreno: operare con cautela era

la sua massima, e trattandosi di ciò non perdeva mai la bussola. Fece

cadere il discorso su don Alessio. Per indisporre Castrenze contro il

vecchio, gli disse ch'era stato lui a buscherarlo nell'elezioni:

l'aveva cantato chiaro a cena, la sera ch'era arrivato don Giovannino,

il nipote.

Osservò con soddifazione che gli occhi dell'amico mandavan fiamme

addirittura, ascoltò pacatamente il sacco di vituperi che questi

vomitò contro il Berlingheri. Allora cominciò a far le parti del

galantuomo, pioggiandolo accortamente, dicendogli ch'egli aveva preso

le sue difese, convincendolo del bene che gli aveva sempre voluto e

gli voleva. Era l'amico d'infanzia, il vecchio compagno delle

scappatelle passate. Oh, i bei tempi d'allora! Si ricordava eh, quella

graziosa burla delle posate!

Il galantuomo cambiata a un tratto l'espressione del viso, dichiarò

che non poteva pensarci senza sbellicarsi dalle risa, e rise

battendosi le coscie. Al che il reverendo trasalì di gioia: ora

s'inoltrava più sicuro nel suo discorso, un vero capolavoro con

tant'arte, con tanto accorgimento, l'aveva condotto! Quand'ebbe dato

gli ultimi tocchi, ritornò a parlare di don Alessio; prese un'aria di

mistero e disse del tesoro.

Qui s'animò, s'accese, le sue frasi diventarono poetiche, e affascinò

l'amico addirittura.

Lo fece restare a bocca aperta nel provargli con cifre, vuol dire

matematicamente, che il tesoro doveva montare a diciottomila onze!

Manasia era affittato mille e duecent'onze all'anno; il fittaiolo

aveva l'obbligo di pagare la fondiaria e la sopratassa comunale: la

Ceppa, diciotto salme di terreno tutto seminativo, a buttarla giù non

doveva dar meno di duecent'onze all'anno: Badalà, l'aveva sempre

sentito dire all'amico, gli dava legna, vino, olio, frumento, e legumi

per uso di casa, ecc.: i canoni di Serravalle rendevano quattrocento

cinquant'onze all'anno. Pareva non ci fosse altro.... no, non c'era

altro. Mille e duecento, dunque, e duecento, mille e quattrocento, e

quattrocento cinquanta, mille ottocento cinquanta. Metteva mille

ottocento via, numero rotondo, i cinquanta andavano per il resto della

fondiaria. Il vecchio non spendeva più di trecent'onze all'anno....

quattrocento, là. Ne restavano mille e quattrocento. Ah.... comprava

delle terre ogni anno. Bene, metteva c'impiegasse cinquecent'onze: non

di più certo.... Da mille e quattrocento dunque, leva cinquecento, ne

restano novecento. Erano vent'anni che don Alessio accumulava quella

somma! Novecento per venti facevan giusto diciottomila!!

Allora, veduto l'amico ansante sotto al fascino di quella cifra, parlò

chiaro: voleva impadronirsene a ogni costo, chiedeva il suo aiuto,

avrebbero diviso, s'intendeva.

Castrenze accettò la proposta con grand'entusiasmo; nella foga

dell'ammirazione e della riconoscenza, arrivò anche ad alzarsi, e a

correre a stringersi nelle braccia il colosso, egli piccolo,

grassotto, con gli occhi uno a Cristo e l'altro a S. Giovanni in quel

suo muso di faina!

L'aveva sempre detto lui, ingegno come quello di Peppe non ce n'era,

no, non ce n'era: e i più scaltri poi non eran degni neppure di

legargli le scarpe. Diciottomila onze! una fortuna per Gesù Cristo!

quelli erano affari! Si poteva rischiare a occhi chiusi la libertà....

e anche la pelle, per una simile conquista! Bravo, aveva fatto bene a

parlarne con lui.

E quand'ebbe sfogata tutta la sua gioia, e l'amico l'ebbe ascoltato

approvando, ventilarono la cosa rossi dal piacere, e con gli occhi

lustri.

Era chiaro, loro due soli non potevano fare il tiro, tanto più che il

prete non voleva cercar d'appurare dove don Alessio tenesse nascosti i

denari: bisognava dunque ricorrere ad altri, benchè in questo caso

verrebbe a toccar meno a ciascuno: ma non c'era scampo, o bere o

affogare. Allora il reverendo propose qualcuno del paese. Ma don

Castrenze tentennò il capo, non eran uomini quelli, de' quali si

sarebbero potuti fidare. La villa era vicinissima al paese; anche che

riuscissero a penetrarvi con l'astuzia, non potrebbero spennare il

gallo senza che stridesse.... e non contava le galline.... epperò un

chiasso, un diavoleto che potevano attirar carabinieri e paesani

armati da quelle parti, e compromettere ogni cosa; figurarsi poi a

volerci entrare di viva forza, unico mezzo forse. No, no, prima di

tutto era necessario allontanar quel pericolo.

Egli sapeva chi li avrebbe levati d'imbarazzo: dovendo dar parte della

somma a qualcuno, meglio darla a uomini sul cui aiuto potevano contar

senza meno, ch'avrebbero assicurato la riuscita della cosa, allora

com'allora molto dubbia.... Dovevano esserne con don Peppino. Aveva un

amico che l'avrebbe fatto abboccare col capobanda: Peppe fidasse in

lui pienamente. Peppe approvò; lodò la sagacia e la prudenza di

Castrenze.... gli raccomandava però.... di non compromettere la sua

veste sacerdotale. E avendogli questi detto che in ballo ci avevano a

esser tutti, rispose che anche lui l'intendeva così; ma voleva che lo

si facesse passare per un tal Serafini, campiere a spasso:

all'occasione si sarebbe travestito da campiere.

Presa dunque questa deliberazione, stettero a parlare ancora della

casa. Fermavano la maniera di diportarsi entrati in casa, com'essere:

far cantare a ogni costo l'amico nel caso che non volesse cantare;

tenere gli occhi alle mani dei compagni, ladri, ma ladri! ch'avrebbero

potuto far sparire un migliaio d'onze in men che non si dice.

Discutevano il come cancellare in seguito ogni traccia del reato; si

sarebbero travestiti, avrebbero poi fatto sparire gli abiti, si

sarebbero procurato un alibi.... Se riuscivano a metter le mani su'

danari volevano goderseli in santa pace, che diavolo! Arrivarono anche

a far progetti sul come l'avrebbero impiegati: il prete voleva

ingrandire il suo fondo della Rupe, don Castrenze voleva metter su

negozio di frumento, darlo a' contadini nell'inverno a quattro tumuli

a salma.... Ciò dava il benefizio del ventiquattro per cento; non

c'era mica male!

Si separarono coi cervelli in fiamme, dandosi la posta per l'indomani,

chi sa fosse sfuggita loro qualche cosa.

E l'indomani don Castrenze che la notte non aveva dormito, andò ad

aspettare il prete in piazza, vicino la porta piccola della parrocchia

dove questi era solito dir messa.

Mezz'ora dopo il reverendo venne fuori in fretta. Nemmen lui aveva

dormito la notte; era uscito presto; aveva vagato per il paese come un

cagnaccio randagio; aveva abborracciato la messa col capo pieno di

pensieracci; e correva al ritrovo.

--Bisogna far presto, disse sottovoce a don Castrenze, proprio

presto.... può darsi che l'amico impieghi i danari; resteremmo con un

palmo di naso.

Don Castrense accennò di sì col capo a varie riprese. Anche lui era di

quel parere: partiva a momenti, andava a trovar l'amico che doveva

farlo abboccare con don Peppino. E fattesi reciproche raccomandazioni

e reciproche proteste, si divisero. Don Castrenze era già lontano,

quando il reverendo lo richiamò con un «pst pst» energico. Voleva

dirgli si ricordasse di non compromettere la sua veste sacerdotale....

Serafini.... campiere a spasso.... restavano intesi....

--Si parla una volta, rispose il guercio, stringendo la mano che

l'altro gli tendeva come ultima raccomandazione.

I drammi de' campi Padre Don Giuseppe—La vendetta—Proprietari e fittaiuoli— Sequestro. · 第 9 / 69 题