VIII.

Il galantuomo desinò un po' più presto del solito. Alzatosi da tavola,

sellò il morello, mise nelle bisaccie il gabbione col furetto, due

pani bianchi, un fiasco di vino, un quarto di ricotta salata, un po'

di salsiccia e quattro sedani: e montato a cavallo, con Vespa e Monaca

dietro partì per Pietracaduta.

Arrivò sul far della notte. La luna già levata in un cielo senza una

nuvola, batteva sulle vecchie mura della masseria con la mandria da un

lato riparata da spini su' muriccioli a secco, si specchiava

nell'abbeveratoio vicino, facendone scintillare le acque, increspate

da un leggiero venterello. Dietro, sotto a' suoi raggi, verdeggiava

tutt'in giro la costa, senza un albero, sparsa qua e là di sassi, e

sulla cui sommità spiccava nell'azzurro un mastino acculato che

abbaiava.

Allo scalpitìo del cavallo s'affacciò alla porta un contadino.

--Ehi!

--Ehi!

--Che volete?

--C'è compare Giorgi?

--C'è. Si voltò verso l'interno, e chiamò:--Su Giorgi!... su

Giorgi!...

--Oh.

--C'è uno che cerca di voi.

Un momento dopo comparve il campiere. La luna l'illuminò tutto,

facendo luccicare i fregi di rame della giberna ch'aveva ad armacollo:

era un uomo chionzo dal naso a trombetta, con una barba ispida, e

nera: era vestito di bordiglione, portava, schiacciata indietro sul

capo una _scarzetta di felpa_ con una lunga nappa di seta.

--Ehi!

--Salutiamo, compare Giorgi.

--Oooh, don Castrenze!

Il galantuomo era sceso da cavallo; s'abbracciarono e si baciarono.

--Quant'è che non lo vedo!.... Presto, Masi, conduci il cavallo nella

stalla; levagli le bisaccie di dosso e portale su. (Poi avviandosi con

l'amico)--Come va tanto bene?

--Son venuto un po' per vedervi, è un secolo che non si fa quattro

chiacchiere....

--Grazie.

--Un po' perchè mi bisognano un par di conigli per regalarli.

--Ci corre con poca fortuna: l'altr'ieri ci furono quattro cacciatori

di Cammarata, e spazzarono via ogni cosa.... Basta, con tutto ciò non

resteremo a denti asciutti; so certe tane in un dirupo....

Frattanto erano entrati nella fattoria. Giorgi andò a staccare da un

chiodo una lucernetta di latta, e s'incamminò facendo lume. Salirono

per una scaletta ripida di cinque o sei gradini, e vennero nella

stanza de' campieri. Era piccola, a tetto, dalle pareti sudice: a

sinistra due letti con le panchette di legno, e su ciascuno uno

strapunto abballinato a quadretti bianchi e azzurri; a destra un

deschetto addossato alla parete, e due rozzi sgabelli. Al capezzale

de' due letti tre o quattro immagini di santi affumicate, incollate

con midollo di pane, un fascio di _taglie_ di ferula. Da tutta quella

roba esalava un puzzo di caprino ch'appestava.

Giorgi Ciulla posò la lucerna sul deschetto.

S'accomodi, disse all'amico accennando uno sgabello, e mi permetta:

vado a preparare qualcosa da mangiare: si contenterà del poco che c'è.

Se avessi saputo....

Entrava Masi con le bisacce.

--Non state a incomodarvi, compare, ho portato un po' di salsiccia. E

fattosi incontro al contadino, la cavava fuori dalle bisacce coi

sedani, il pane, il fiasco e la ricotta: dava l'una al campiere,

posava le altre cose sul deschetto.

--Oh, non c'era proprio bisogno.... basta, sempre compito don

Castrenze! E Giorgi, dicendo ciò solo per cerimonia, stendeva la mano,

e pensava con piacere che di quella salsiccia ne prenderebbe una

satolla.

Mezz'ora dopo i due amiconi erano seduti al deschetto senza tovaglia,

davanti alla salsiccia che aveva quel bel colore dorato degli arrosti

cotti appuntino. Giorgi si levò di tasca il coltello, l'aprì, e si

mise a tagliare il pane: dette la parte dell'orliccio all'amico, ne

posò un'enorme fetta accanto al suo piatto; partì la salsiccia,

aspettò, lasciandoci gli occhi sopra, che l'amico si servisse, infilzò

il coltello in un rocchio, e si mise a mangiare a bocconi doppi.

--E che si dice, compare Giorgi, domandò il galantuomo ammiccando.

--E che s'ha a dire, don Castrenze, rispose con la bocca piena: ci

angustiano.

--Al solito, eh?

--Già.--E tra un boccone e l'altro prese l'aire.--Vengono quegli

sbirroni de' carabinieri, si mangiano mezza masseria, poi fuori con la

solita storia: ci avete a far pigliare i briganti, se no all'isola!

vengono quegli sbirroni dei militi, spazzano il resto, e poi: ci avete

a far pigliare i briganti, se no all'isola! i soldati l'istesso, con

la differenza però che quegli lì se gliene date, ne prendono, se no,

niente. Ma siate ragionevoli, noi che l'abbiamo legati alla cintola i

briganti? nella masseria non ci vengono.... A chi lo dite? è come

parlare al muro. A me mi paiono pazzi! Lasciamo stare che non potremmo

mostrarci più a fronte scoperta, che ognuno avrebbe il diritto di

sputarci in faccia, mi spiego?...

Il galantuomo alzò le sopracciglia, e approvò col capo.

--Ma quando ci fosse toccata una schioppettata nella schiena, seguitò

Ciulla, o che loro ce la leverebbero?

Infilzò il coltello in un altro rocchio al quale attaccò un morso, e

abbassando la voce riprese:

--Prima che venisse don Peppino dalla Calabria, i briganti di Sicilia,

parlo di quelli de' nostri tempi s'intende, non erano che la.... (e

disse la parola) di tutti i briganti! tanti scassa pagliai buoni solo

a rubar cavalle, mule, caci, _scappolari_, o barde o bisacce,

assaltavano qualche volta il procaccio, facevano qualche

_sequestro_.... ma che razza di sequestri: fatti senz'abilità e

senz'accordo....

--Come quello del marchese di S. Gabriele, per esempio.

--Appunto. Ma venuto don Peppino la cosa cambiò aspetto: si

cominciarono a far furti seri, si cominciò a fare alle schioppettate

con la forza, a ammazzar spie, a organizzare sequestri, veri

sequestri.... Non parliamo di quelli de' fratelli Sala; la colpa fu di

compare Vincenzo, che, lasciato a guardia de' sequestrati, pensò

d'ubbriacarsi....

--Che bestia!

--Lei lo sa, i due giovini che non erano minchioni, gli fracassarono

il cranio con una terribile legnata, e se la svignarono. Ma quello di

Salemi però fu fatto da maestri, quel che si dice da maestri.

--È vero.

E il campiere trasportato dalla mania che aveva di chiacchierare,

usciva sempre più dal proposito: ora raccontava i particolari del

sequestro Salemi.

--Lei non l'ignora certo, propose l'affare don Santo Rufola

soprastante dei Carabillò. Per mezzo suo si sapeva che Salemi doveva

andare a Termini, anche l'ora della partenza s'era appurata, e ch'egli

portava dei salsiciotti che doveva regalare al suo avvocato! Don

Peppino fa appostare i suoi uomini a Sbalzo di Franco, tra gli ulivi

sopra lo stradale: lui in stivaloni verniciati e giacchetta di

velluto, a cavallo alla sua storna sellata come la cavalla d'un

principe, si mette a passeggiare fumando tranquillamente. Che razza

d'uomo, eh!

--Per Gesù Cristo!

--E in pochi giorni, duemila e cinquecent'onze in tasca, in barba a

tutti gli sbirri della Sicilia!... Ah, la vita del brigante ha de'

pericoli, ma è bella soggiunse con un sospiro. Borsa piena, libertà,

senza pastoie di legge e del diavolo! Se non avessi moglie e

figliuoli!...

E annaffiò il suo rammarico bevendo al fiasco con gran rumore di

labbra: poi disse strizzando un occhio:

--Si lascia bere questo vinetto!

E il galantuomo solleticato dalla lode, facendo cerchio dell'indice e

del pollice uniti, e alzando la mano, esclamò con enfasi volgare,

ch'era di quello pisciato dal Padre Eterno!

--È di Malfarina?

--Già.

--Famosa contrada.

Allora si ricordò che aveva lasciato il discorso a mezzo.

--Dunque, dicevo io, perchè le cose ora vanno di tutt'altro modo?

perchè la banda ora è ordinata e disciplinata come si deve: capo, vice

capo, gregari, affiliati, manutengoli, spie, e gli statuti, come

dicono loro, certe leggi con le quali il marchese tiene tutti in un

pugno. Capisce lei! Andate a scherzare con questa gente! Bisogna rigar

diritto se non si vuol avere una schioppettata, o una citazione....

--Una citazione!

--Sicuro.

--E cos'è questa citazione?

--Cos'è questa citazione? Vengo e la servo: ha da sapere che n'han

inventata un'altra: appena vien loro un sospetto, vi mandano un pezzo

di carta scritta, proprio come fa la giustizia, dove vi s'intima di

farvi trovare il tal giorno, alla tal ora, nel tal luogo: lì il capo,

il vice capo, e il più anziano, siedono su' sassi come se fossero

giudici, vi dan l'avvocato per difendervi, uno v'accusa, e vi fan la

causa! Finiscono per lo più con mandarvi all'altro mondo. Perciò li

vadano a prender loro i briganti se n'hanno voglia e coraggio, tanto

son pagati per questo: noi ci lascino stare per i fatti nostri a

buscarci il pane, che andiamo per le _serre_ di notte e di giorno, e

non si sa mai quel che può capitarci.

--Avete ragione.

E per far vedere ch'anche lui era in giorno di queste cose, si messe a

raccontare come fossero stati uccisi il tal campiere, il tal pastore,

il tal contadino, fucilati i due della borgata di Roccamena, per non

aver voluto badare ai fatti loro; e per l'istessa ragione costretti a

snocciolare grosse somme tizio e sempronio, ricchi proprietari; come

al fattore di Marcatobianco, che una notte aveva lasciato fuori senza

pane e senz'orzo compare Ciccio Raja, avessero fatto lo smacco di

rubar due mule e sette cavalle, tra cui la famosa Bordellina, la

cavalla morella che ora cavalca don Peppino.

--Ora a proposito, ditemi una cosa.... riprese dopo un po' di

silenzio, è veramente calabrese questo don Peppino?

Il campiere che ingoiava un grosso boccone, accennò di sì col capo.

--Calabresissimo, disse poi.

--O perchè allora lo chiamano il Lombardo?

--È lui che dice che è lombardo.

--E con quale scopo?

--Eh... ce l'avrà certo il suo scopo.... chi sa che corbellerie grosse

avrà fatto in Calabria.... e com'è naturale lei mi capisce....

--E... ditemi un'altra cosa.... perchè lo chiamano il Marchese?

--Glielo dirò in due parole.

Prese un sedano, e cominciò a nettarlo.

--Ha da sapere che una domenica di marzo dell'anno scorso andavo al

picco dell'Avvoltoio, per certe mie faccenduole: nel bosco incappai in

un appiattamento di bersaglieri. Alto, mi gridò l'ufficiale alzandosi

di dietro a un pietrone. Mi fermai.

--Chi siete?

--Il campiere di Pietracaduta.

--Come vi chiamate?

--Giorgi Ciulla.

--Di dove venite?

--Dalla masseria.

--Dove andate.

--Al picco dell'Avvoltoio,

--Avete permesso d'armi?

--Sissignore.

--Mostratemelo.

--E perchè no.

--Me lo levai di tasca e glielo detti. Lo lesse guardandomi di quando

in quando come se volesse farmi il ritratto: poi approvò col capo, e

me lo restituì.

--Avete visto briganti?

--E dove! alla masseria non ci vengono; io giro un po' pel feudo, vedo

passare tanti e tanti.... ma la _trazzera_ è del re e non si può

impedire: la gente lo portano scritto in fronte se sono briganti o no?

--Avete la lingua molto sciolta, brutto muso.

--Io non so se sia un brutto muso; questo so, che aria chiara non ha

paura di tuoni.

--Basta. Andate. Ci vorrebbe la legge.... (non so più che cosa avesse

bestemmiato) per questi birboni!

--Bacio la mano.

E seguitai per la mia via. Avevo fatto un mezzo miglio, quando vidi

venire verso di me un uomo a cavallo a una cavalla baia. Quello lì,

dissi, mi pare Nino D'Amico.... Se è lui, ha da esser devoto a qualche

santo. Mi avanzo: era lui.

--Salutiamo.

--Oh, co....co....compa....pare Giorgi! (Tartaglia un poco, disse, al

galantuomo sorridendo).

--Dove si va, compare Nino?

--Scendo alla masseria per parlar con Ntoni il capraro.

--Ringraziate Dio d'avermi incontrato, gli dissi io allora.

--Perchè?

--Nel bosco ci sono appostati i bersaglieri.

Basta, tornò, e ce n'andammo insieme. Mi disse che doveva parlare a

Ntoni per l'affare della morella che gli avevano rubata, e che don

Peppino, pregato da lui, aveva fatto cercare: s'era trovata, e Ntoni

poteva andarla a prendere alla Gerbina: mi disse che alla masseria di

quel feudo quel giorno c'era condito, mi ci volle condurre a ogni

costo, e ci andammo. Lì trovammo don Peppino. Nino Di Marco, compare

Ciccio Raja, Mamola.... tutti i picciotti insomma; e alcune donne,

Maria la Ciminnita e sua figlia Peppa, una certa donna Rosa da

Villafrate, Anna Caltabellotta l'innamorata del capitano, una ragazza

a quindici anni, che, gli assicuro, si può bere in un bicchier

d'acqua. Gli amici mi fecero un mondo di cose, ci abbracciammo, e ci

baciammo. Intanto seppi che s'erano riuniti alla Gerbina per decidere

se dovevano ammettere nella banda Antonino Mistretta detto il

Salemitano e Vincenzo Biggica. Il Salemitano era vecchio nell'arte; ma

Biggica non aveva dato nessuna prova, si figuri che non aveva commesso

manco un reato! era però un giovane di buoni principii; a cui piaceva

la vita libera, e che aveva tanto in uggia gli sbirri, che si cambiava

di colore ogni volta che ne vedeva uno. Basta, si chiusero nella

stanza di sopra, confabularono un quarto d'ora, e finalmente uscirono.

Don Peppino s'avvicinò a Biggica e al Salemitano: fece al primo una

predichetta come ne suol fare, gli mise innanzi agli occhi i pericoli

della vita del brigante, quale fine l'aspetta.... qua, là, egli non

aveva reati sulla coscienza, era giovine, aveva una madre da

mantenere, pensasse alla povera vecchierella.... Insomma un certo

discorso che ci fece piangere tutti. Finalmente gli disse, che la

banda riunita, secondo i regolamenti, respingeva la sua domanda, e

accettava quella di Mistretta. Allora ci avvicinammo tutti a compare

Nino, e ci congratulammo con lui; e il povero Biggica restò in

disparte come un can bastonato. Sedemmo a tavola. Compare Raimondo

aveva fatto le cose proprio bene, e ci fu mangiare per trenta. Basta,

andiamo che sentivo spesso Anna Caltabellotta chiamar don Peppino ora

il Marchese, ora il suo Capitano delle Montagne, facendosi tutta

sdolcinata. Ero seduto vicino a compare Nino D'Amico che mangiava come

un lupo.

--Compare, gli domandai sottovoce, mi fareste il piacere di dirmi

perchè quella sgualdrina chiama il vostro capo ora il Marchese, ora il

Capitano delle Montagne? Compare Nino lasciò un osso di capretto che

stava stritolandolo addirittura, e mi rispose:--Compare, è un segreto

del nostro capo.... però voi m'avete liberato da un gran pericolo, e

non posso negarvi nulla: ma!...

--Oh, non dubitate. (Lo dico a lei perchè è dei nostri). Dunque

compare Nino si chinò e mi disse all'orecchio:--È un marchese

incaricato da Francesco di venire a organizzare in Sicilia un

brigantaggio come quello del Napoletano.

--Davvero! esclamò don Castrenze.

--Che posso dirgli, riprese il campiere stringendosi nelle spalle.

--Stento a crederci.... perchè.... Ragionate con me: se le cose

andassero come vuol dar a intendere D'Amico, don Peppino non ci

avrebbe avuto difficoltà ad accettar nella banda Biggica, Dolce, De

Felice, Graziano e tant'altri. Ma, direte voi, _non s'eran fatti

ancora conoscere_: ed io vi rispondo, che in affari di quella sorta,

non si guarda tanto pel sottile.

--Sì, ma....

--Io suppongo piuttosto che don Peppino, da quel volpone matricolato

che è, sparga queste voci per farsi amici i proprietari malcontenti,

averne protezione, e cavargli i danari di tasca senza farli strillar

tanto. Che ve ne pare?

Compare Giorgi si strinse di nuovo nelle spalle, poi dette un'altro

lungo bacio al fiasco.

--Ma non gli ho raccontato il meglio, riprese asciugandosi le labbra

col rovescio della mano. Ci alzammo da tavola. Don Peppino dette la

mano alla sua favorita, e invitò i compagni a fare altrettanto con le

loro belle. Andavano a fare una passeggiata nel bosco, ci dissero, e

partirono senz'altro. Restammo io, compare Nino, Mistretta, Biggica e

altri, si figuri come. Ci guardammo negli occhi. Puliamoci il muso,

dissi levandomi il fazzoletto di tasca. Tutti si messero a ridere.

E Giorgi anche ora rise a squarciagola della sua barzelletta, mentre

il galantuomo si restrinse a un certo suo sorriso di satiro, che

scoprì i denti neri nella bocca che gli arrivava agli orecchi.

Accesero le pipe, appoggiarono i gomiti sul deschetto, le guance nelle

palme, e restarono a guardarsi, cacciando gran boccate di fumo.

--E ora a noi, pensò il galantuomo, e, senza levarsi la pipa di bocca,

cominciò a tastare le acque: e se il Marchese ci veniva spesso alla

masseria, se era uomo da potersigli fare una confidenza senza che uno

avesse poi a pentirsene, e se qualche giorno compare Giorgi potesse

farlo abboccare con lui... Si trattava d'un affare delicato....

rischioso.... ma d'oro, proprio d'oro! E insinuandosi a poco a poco,

sempre cauto, cercando di cogliere i minimi moti del volto ruvido del

campiere, finì con dire, a pezzi e bocconi, quel tanto perchè quegli

comprendesse. Non nominò la persona a cui doveva farsi il tiro, ma

parlò di Pietro Serafini di Mezzoiuso, campiere a spasso, che gli

aveva proposto l'affare.... e finalmente gli domandò se voleva essere

della partita anche lui. Ma non ci sarebbe stato bisogno di tante

precauzioni: Ciulla era il più gran birbone ch'esistesse sotto la

cappa del cielo. Egli approvò, e accettò. Non conosceva quel Serafini,

ma quando ne rispondeva don Castrenze non ci trovava a ridire. Gli

parve buona l'idea di parlarne a don Peppino, però c'era un piccolo

guaio: il Capitano messo alle strette dai soldati, carabinieri e

militi, che andavano per quelle campagne come le cavallette, era

ricorso alla sua solita tattica, se n'era andato alla marina di

Ribera. Appena tornato però, era sicuro che veniva a Pietracaduta, gli

parlerebbe, avvertirebbe poi l'amico, indicandogli il giorno che

doveva venire alla masseria per concludere ogni cosa.

Per evitar qualche guaio, gli scriverebbe: «Domani verrà il pecoraio

che vuol vendere la cavalla.»

Tutto ciò, l'indomani dopo aver preso un par di conigli col furetto,

don Castrenze andò a raccontare al reverendo, il quale fu contrariato

dall'intoppo: ma non c'era che fare, e si rassegnò: con una certa

pazienza, poichè.... insomma.... l'affare era avviato benino. Annunziò

con gran piacere al guercio che don Giovannino era partito quel giorno

stesso, per ritornare agli studi: un impiccio di meno.

I drammi de' campi Padre Don Giuseppe—La vendetta—Proprietari e fittaiuoli— Sequestro. · 第 10 / 69 题