Il galantuomo desinò un po' più presto del solito. Alzatosi da tavola,
sellò il morello, mise nelle bisaccie il gabbione col furetto, due
pani bianchi, un fiasco di vino, un quarto di ricotta salata, un po'
di salsiccia e quattro sedani: e montato a cavallo, con Vespa e Monaca
dietro partì per Pietracaduta.
Arrivò sul far della notte. La luna già levata in un cielo senza una
nuvola, batteva sulle vecchie mura della masseria con la mandria da un
lato riparata da spini su' muriccioli a secco, si specchiava
nell'abbeveratoio vicino, facendone scintillare le acque, increspate
da un leggiero venterello. Dietro, sotto a' suoi raggi, verdeggiava
tutt'in giro la costa, senza un albero, sparsa qua e là di sassi, e
sulla cui sommità spiccava nell'azzurro un mastino acculato che
abbaiava.
Allo scalpitìo del cavallo s'affacciò alla porta un contadino.
--Ehi!
--Ehi!
--Che volete?
--C'è compare Giorgi?
--C'è. Si voltò verso l'interno, e chiamò:--Su Giorgi!... su
Giorgi!...
--Oh.
--C'è uno che cerca di voi.
Un momento dopo comparve il campiere. La luna l'illuminò tutto,
facendo luccicare i fregi di rame della giberna ch'aveva ad armacollo:
era un uomo chionzo dal naso a trombetta, con una barba ispida, e
nera: era vestito di bordiglione, portava, schiacciata indietro sul
capo una _scarzetta di felpa_ con una lunga nappa di seta.
--Ehi!
--Salutiamo, compare Giorgi.
--Oooh, don Castrenze!
Il galantuomo era sceso da cavallo; s'abbracciarono e si baciarono.
--Quant'è che non lo vedo!.... Presto, Masi, conduci il cavallo nella
stalla; levagli le bisaccie di dosso e portale su. (Poi avviandosi con
l'amico)--Come va tanto bene?
--Son venuto un po' per vedervi, è un secolo che non si fa quattro
chiacchiere....
--Grazie.
--Un po' perchè mi bisognano un par di conigli per regalarli.
--Ci corre con poca fortuna: l'altr'ieri ci furono quattro cacciatori
di Cammarata, e spazzarono via ogni cosa.... Basta, con tutto ciò non
resteremo a denti asciutti; so certe tane in un dirupo....
Frattanto erano entrati nella fattoria. Giorgi andò a staccare da un
chiodo una lucernetta di latta, e s'incamminò facendo lume. Salirono
per una scaletta ripida di cinque o sei gradini, e vennero nella
stanza de' campieri. Era piccola, a tetto, dalle pareti sudice: a
sinistra due letti con le panchette di legno, e su ciascuno uno
strapunto abballinato a quadretti bianchi e azzurri; a destra un
deschetto addossato alla parete, e due rozzi sgabelli. Al capezzale
de' due letti tre o quattro immagini di santi affumicate, incollate
con midollo di pane, un fascio di _taglie_ di ferula. Da tutta quella
roba esalava un puzzo di caprino ch'appestava.
Giorgi Ciulla posò la lucerna sul deschetto.
S'accomodi, disse all'amico accennando uno sgabello, e mi permetta:
vado a preparare qualcosa da mangiare: si contenterà del poco che c'è.
Se avessi saputo....
Entrava Masi con le bisacce.
--Non state a incomodarvi, compare, ho portato un po' di salsiccia. E
fattosi incontro al contadino, la cavava fuori dalle bisacce coi
sedani, il pane, il fiasco e la ricotta: dava l'una al campiere,
posava le altre cose sul deschetto.
--Oh, non c'era proprio bisogno.... basta, sempre compito don
Castrenze! E Giorgi, dicendo ciò solo per cerimonia, stendeva la mano,
e pensava con piacere che di quella salsiccia ne prenderebbe una
satolla.
Mezz'ora dopo i due amiconi erano seduti al deschetto senza tovaglia,
davanti alla salsiccia che aveva quel bel colore dorato degli arrosti
cotti appuntino. Giorgi si levò di tasca il coltello, l'aprì, e si
mise a tagliare il pane: dette la parte dell'orliccio all'amico, ne
posò un'enorme fetta accanto al suo piatto; partì la salsiccia,
aspettò, lasciandoci gli occhi sopra, che l'amico si servisse, infilzò
il coltello in un rocchio, e si mise a mangiare a bocconi doppi.
--E che si dice, compare Giorgi, domandò il galantuomo ammiccando.
--E che s'ha a dire, don Castrenze, rispose con la bocca piena: ci
angustiano.
--Al solito, eh?
--Già.--E tra un boccone e l'altro prese l'aire.--Vengono quegli
sbirroni de' carabinieri, si mangiano mezza masseria, poi fuori con la
solita storia: ci avete a far pigliare i briganti, se no all'isola!
vengono quegli sbirroni dei militi, spazzano il resto, e poi: ci avete
a far pigliare i briganti, se no all'isola! i soldati l'istesso, con
la differenza però che quegli lì se gliene date, ne prendono, se no,
niente. Ma siate ragionevoli, noi che l'abbiamo legati alla cintola i
briganti? nella masseria non ci vengono.... A chi lo dite? è come
parlare al muro. A me mi paiono pazzi! Lasciamo stare che non potremmo
mostrarci più a fronte scoperta, che ognuno avrebbe il diritto di
sputarci in faccia, mi spiego?...
Il galantuomo alzò le sopracciglia, e approvò col capo.
--Ma quando ci fosse toccata una schioppettata nella schiena, seguitò
Ciulla, o che loro ce la leverebbero?
Infilzò il coltello in un altro rocchio al quale attaccò un morso, e
abbassando la voce riprese:
--Prima che venisse don Peppino dalla Calabria, i briganti di Sicilia,
parlo di quelli de' nostri tempi s'intende, non erano che la.... (e
disse la parola) di tutti i briganti! tanti scassa pagliai buoni solo
a rubar cavalle, mule, caci, _scappolari_, o barde o bisacce,
assaltavano qualche volta il procaccio, facevano qualche
_sequestro_.... ma che razza di sequestri: fatti senz'abilità e
senz'accordo....
--Come quello del marchese di S. Gabriele, per esempio.
--Appunto. Ma venuto don Peppino la cosa cambiò aspetto: si
cominciarono a far furti seri, si cominciò a fare alle schioppettate
con la forza, a ammazzar spie, a organizzare sequestri, veri
sequestri.... Non parliamo di quelli de' fratelli Sala; la colpa fu di
compare Vincenzo, che, lasciato a guardia de' sequestrati, pensò
d'ubbriacarsi....
--Che bestia!
--Lei lo sa, i due giovini che non erano minchioni, gli fracassarono
il cranio con una terribile legnata, e se la svignarono. Ma quello di
Salemi però fu fatto da maestri, quel che si dice da maestri.
--È vero.
E il campiere trasportato dalla mania che aveva di chiacchierare,
usciva sempre più dal proposito: ora raccontava i particolari del
sequestro Salemi.
--Lei non l'ignora certo, propose l'affare don Santo Rufola
soprastante dei Carabillò. Per mezzo suo si sapeva che Salemi doveva
andare a Termini, anche l'ora della partenza s'era appurata, e ch'egli
portava dei salsiciotti che doveva regalare al suo avvocato! Don
Peppino fa appostare i suoi uomini a Sbalzo di Franco, tra gli ulivi
sopra lo stradale: lui in stivaloni verniciati e giacchetta di
velluto, a cavallo alla sua storna sellata come la cavalla d'un
principe, si mette a passeggiare fumando tranquillamente. Che razza
d'uomo, eh!
--Per Gesù Cristo!
--E in pochi giorni, duemila e cinquecent'onze in tasca, in barba a
tutti gli sbirri della Sicilia!... Ah, la vita del brigante ha de'
pericoli, ma è bella soggiunse con un sospiro. Borsa piena, libertà,
senza pastoie di legge e del diavolo! Se non avessi moglie e
figliuoli!...
E annaffiò il suo rammarico bevendo al fiasco con gran rumore di
labbra: poi disse strizzando un occhio:
--Si lascia bere questo vinetto!
E il galantuomo solleticato dalla lode, facendo cerchio dell'indice e
del pollice uniti, e alzando la mano, esclamò con enfasi volgare,
ch'era di quello pisciato dal Padre Eterno!
--È di Malfarina?
--Già.
--Famosa contrada.
Allora si ricordò che aveva lasciato il discorso a mezzo.
--Dunque, dicevo io, perchè le cose ora vanno di tutt'altro modo?
perchè la banda ora è ordinata e disciplinata come si deve: capo, vice
capo, gregari, affiliati, manutengoli, spie, e gli statuti, come
dicono loro, certe leggi con le quali il marchese tiene tutti in un
pugno. Capisce lei! Andate a scherzare con questa gente! Bisogna rigar
diritto se non si vuol avere una schioppettata, o una citazione....
--Una citazione!
--Sicuro.
--E cos'è questa citazione?
--Cos'è questa citazione? Vengo e la servo: ha da sapere che n'han
inventata un'altra: appena vien loro un sospetto, vi mandano un pezzo
di carta scritta, proprio come fa la giustizia, dove vi s'intima di
farvi trovare il tal giorno, alla tal ora, nel tal luogo: lì il capo,
il vice capo, e il più anziano, siedono su' sassi come se fossero
giudici, vi dan l'avvocato per difendervi, uno v'accusa, e vi fan la
causa! Finiscono per lo più con mandarvi all'altro mondo. Perciò li
vadano a prender loro i briganti se n'hanno voglia e coraggio, tanto
son pagati per questo: noi ci lascino stare per i fatti nostri a
buscarci il pane, che andiamo per le _serre_ di notte e di giorno, e
non si sa mai quel che può capitarci.
--Avete ragione.
E per far vedere ch'anche lui era in giorno di queste cose, si messe a
raccontare come fossero stati uccisi il tal campiere, il tal pastore,
il tal contadino, fucilati i due della borgata di Roccamena, per non
aver voluto badare ai fatti loro; e per l'istessa ragione costretti a
snocciolare grosse somme tizio e sempronio, ricchi proprietari; come
al fattore di Marcatobianco, che una notte aveva lasciato fuori senza
pane e senz'orzo compare Ciccio Raja, avessero fatto lo smacco di
rubar due mule e sette cavalle, tra cui la famosa Bordellina, la
cavalla morella che ora cavalca don Peppino.
--Ora a proposito, ditemi una cosa.... riprese dopo un po' di
silenzio, è veramente calabrese questo don Peppino?
Il campiere che ingoiava un grosso boccone, accennò di sì col capo.
--Calabresissimo, disse poi.
--O perchè allora lo chiamano il Lombardo?
--È lui che dice che è lombardo.
--E con quale scopo?
--Eh... ce l'avrà certo il suo scopo.... chi sa che corbellerie grosse
avrà fatto in Calabria.... e com'è naturale lei mi capisce....
--E... ditemi un'altra cosa.... perchè lo chiamano il Marchese?
--Glielo dirò in due parole.
Prese un sedano, e cominciò a nettarlo.
--Ha da sapere che una domenica di marzo dell'anno scorso andavo al
picco dell'Avvoltoio, per certe mie faccenduole: nel bosco incappai in
un appiattamento di bersaglieri. Alto, mi gridò l'ufficiale alzandosi
di dietro a un pietrone. Mi fermai.
--Chi siete?
--Il campiere di Pietracaduta.
--Come vi chiamate?
--Giorgi Ciulla.
--Di dove venite?
--Dalla masseria.
--Dove andate.
--Al picco dell'Avvoltoio,
--Avete permesso d'armi?
--Sissignore.
--Mostratemelo.
--E perchè no.
--Me lo levai di tasca e glielo detti. Lo lesse guardandomi di quando
in quando come se volesse farmi il ritratto: poi approvò col capo, e
me lo restituì.
--Avete visto briganti?
--E dove! alla masseria non ci vengono; io giro un po' pel feudo, vedo
passare tanti e tanti.... ma la _trazzera_ è del re e non si può
impedire: la gente lo portano scritto in fronte se sono briganti o no?
--Avete la lingua molto sciolta, brutto muso.
--Io non so se sia un brutto muso; questo so, che aria chiara non ha
paura di tuoni.
--Basta. Andate. Ci vorrebbe la legge.... (non so più che cosa avesse
bestemmiato) per questi birboni!
--Bacio la mano.
E seguitai per la mia via. Avevo fatto un mezzo miglio, quando vidi
venire verso di me un uomo a cavallo a una cavalla baia. Quello lì,
dissi, mi pare Nino D'Amico.... Se è lui, ha da esser devoto a qualche
santo. Mi avanzo: era lui.
--Salutiamo.
--Oh, co....co....compa....pare Giorgi! (Tartaglia un poco, disse, al
galantuomo sorridendo).
--Dove si va, compare Nino?
--Scendo alla masseria per parlar con Ntoni il capraro.
--Ringraziate Dio d'avermi incontrato, gli dissi io allora.
--Perchè?
--Nel bosco ci sono appostati i bersaglieri.
Basta, tornò, e ce n'andammo insieme. Mi disse che doveva parlare a
Ntoni per l'affare della morella che gli avevano rubata, e che don
Peppino, pregato da lui, aveva fatto cercare: s'era trovata, e Ntoni
poteva andarla a prendere alla Gerbina: mi disse che alla masseria di
quel feudo quel giorno c'era condito, mi ci volle condurre a ogni
costo, e ci andammo. Lì trovammo don Peppino. Nino Di Marco, compare
Ciccio Raja, Mamola.... tutti i picciotti insomma; e alcune donne,
Maria la Ciminnita e sua figlia Peppa, una certa donna Rosa da
Villafrate, Anna Caltabellotta l'innamorata del capitano, una ragazza
a quindici anni, che, gli assicuro, si può bere in un bicchier
d'acqua. Gli amici mi fecero un mondo di cose, ci abbracciammo, e ci
baciammo. Intanto seppi che s'erano riuniti alla Gerbina per decidere
se dovevano ammettere nella banda Antonino Mistretta detto il
Salemitano e Vincenzo Biggica. Il Salemitano era vecchio nell'arte; ma
Biggica non aveva dato nessuna prova, si figuri che non aveva commesso
manco un reato! era però un giovane di buoni principii; a cui piaceva
la vita libera, e che aveva tanto in uggia gli sbirri, che si cambiava
di colore ogni volta che ne vedeva uno. Basta, si chiusero nella
stanza di sopra, confabularono un quarto d'ora, e finalmente uscirono.
Don Peppino s'avvicinò a Biggica e al Salemitano: fece al primo una
predichetta come ne suol fare, gli mise innanzi agli occhi i pericoli
della vita del brigante, quale fine l'aspetta.... qua, là, egli non
aveva reati sulla coscienza, era giovine, aveva una madre da
mantenere, pensasse alla povera vecchierella.... Insomma un certo
discorso che ci fece piangere tutti. Finalmente gli disse, che la
banda riunita, secondo i regolamenti, respingeva la sua domanda, e
accettava quella di Mistretta. Allora ci avvicinammo tutti a compare
Nino, e ci congratulammo con lui; e il povero Biggica restò in
disparte come un can bastonato. Sedemmo a tavola. Compare Raimondo
aveva fatto le cose proprio bene, e ci fu mangiare per trenta. Basta,
andiamo che sentivo spesso Anna Caltabellotta chiamar don Peppino ora
il Marchese, ora il suo Capitano delle Montagne, facendosi tutta
sdolcinata. Ero seduto vicino a compare Nino D'Amico che mangiava come
un lupo.
--Compare, gli domandai sottovoce, mi fareste il piacere di dirmi
perchè quella sgualdrina chiama il vostro capo ora il Marchese, ora il
Capitano delle Montagne? Compare Nino lasciò un osso di capretto che
stava stritolandolo addirittura, e mi rispose:--Compare, è un segreto
del nostro capo.... però voi m'avete liberato da un gran pericolo, e
non posso negarvi nulla: ma!...
--Oh, non dubitate. (Lo dico a lei perchè è dei nostri). Dunque
compare Nino si chinò e mi disse all'orecchio:--È un marchese
incaricato da Francesco di venire a organizzare in Sicilia un
brigantaggio come quello del Napoletano.
--Davvero! esclamò don Castrenze.
--Che posso dirgli, riprese il campiere stringendosi nelle spalle.
--Stento a crederci.... perchè.... Ragionate con me: se le cose
andassero come vuol dar a intendere D'Amico, don Peppino non ci
avrebbe avuto difficoltà ad accettar nella banda Biggica, Dolce, De
Felice, Graziano e tant'altri. Ma, direte voi, _non s'eran fatti
ancora conoscere_: ed io vi rispondo, che in affari di quella sorta,
non si guarda tanto pel sottile.
--Sì, ma....
--Io suppongo piuttosto che don Peppino, da quel volpone matricolato
che è, sparga queste voci per farsi amici i proprietari malcontenti,
averne protezione, e cavargli i danari di tasca senza farli strillar
tanto. Che ve ne pare?
Compare Giorgi si strinse di nuovo nelle spalle, poi dette un'altro
lungo bacio al fiasco.
--Ma non gli ho raccontato il meglio, riprese asciugandosi le labbra
col rovescio della mano. Ci alzammo da tavola. Don Peppino dette la
mano alla sua favorita, e invitò i compagni a fare altrettanto con le
loro belle. Andavano a fare una passeggiata nel bosco, ci dissero, e
partirono senz'altro. Restammo io, compare Nino, Mistretta, Biggica e
altri, si figuri come. Ci guardammo negli occhi. Puliamoci il muso,
dissi levandomi il fazzoletto di tasca. Tutti si messero a ridere.
E Giorgi anche ora rise a squarciagola della sua barzelletta, mentre
il galantuomo si restrinse a un certo suo sorriso di satiro, che
scoprì i denti neri nella bocca che gli arrivava agli orecchi.
Accesero le pipe, appoggiarono i gomiti sul deschetto, le guance nelle
palme, e restarono a guardarsi, cacciando gran boccate di fumo.
--E ora a noi, pensò il galantuomo, e, senza levarsi la pipa di bocca,
cominciò a tastare le acque: e se il Marchese ci veniva spesso alla
masseria, se era uomo da potersigli fare una confidenza senza che uno
avesse poi a pentirsene, e se qualche giorno compare Giorgi potesse
farlo abboccare con lui... Si trattava d'un affare delicato....
rischioso.... ma d'oro, proprio d'oro! E insinuandosi a poco a poco,
sempre cauto, cercando di cogliere i minimi moti del volto ruvido del
campiere, finì con dire, a pezzi e bocconi, quel tanto perchè quegli
comprendesse. Non nominò la persona a cui doveva farsi il tiro, ma
parlò di Pietro Serafini di Mezzoiuso, campiere a spasso, che gli
aveva proposto l'affare.... e finalmente gli domandò se voleva essere
della partita anche lui. Ma non ci sarebbe stato bisogno di tante
precauzioni: Ciulla era il più gran birbone ch'esistesse sotto la
cappa del cielo. Egli approvò, e accettò. Non conosceva quel Serafini,
ma quando ne rispondeva don Castrenze non ci trovava a ridire. Gli
parve buona l'idea di parlarne a don Peppino, però c'era un piccolo
guaio: il Capitano messo alle strette dai soldati, carabinieri e
militi, che andavano per quelle campagne come le cavallette, era
ricorso alla sua solita tattica, se n'era andato alla marina di
Ribera. Appena tornato però, era sicuro che veniva a Pietracaduta, gli
parlerebbe, avvertirebbe poi l'amico, indicandogli il giorno che
doveva venire alla masseria per concludere ogni cosa.
Per evitar qualche guaio, gli scriverebbe: «Domani verrà il pecoraio
che vuol vendere la cavalla.»
Tutto ciò, l'indomani dopo aver preso un par di conigli col furetto,
don Castrenze andò a raccontare al reverendo, il quale fu contrariato
dall'intoppo: ma non c'era che fare, e si rassegnò: con una certa
pazienza, poichè.... insomma.... l'affare era avviato benino. Annunziò
con gran piacere al guercio che don Giovannino era partito quel giorno
stesso, per ritornare agli studi: un impiccio di meno.