Giovanni si svegliò al canto del gallo: aveva dormito poco e male.
Vicino alla cugina le ore erano passate così celeri, aveva provato
sensazioni così dolci, che gli pareva mill'anni di rivederla, e
riprovarle. E poi quella mattina si sentiva tutt'altro ardire: via la
dichiarazione che ruminava da tanto tempo, e che di vacanze in vacanze
aveva rimesso a più propizia occasione, l'avrebbe fatta finalmente!
bisognava approfittare di quelle buone disposizioni. Era che gli aveva
cagionato de' batticuori violenti davvero al povero innamorato quel
momento definitivo! benchè si fosse sforzato a persuadersi che il suo
amore era ben accetto, che un fiasco non l'avrebbe fatto di certo. Ma
tutto stava nel cominciare: tanto è vero che il peggio passo è quello
dell'uscio; dato il quale si sentiva in cuore di poter dire tanto da
farne volumi addirittura, senza che quel fiume di parole venisse a
decrescere, quella sorgente viva di tenerezza che lo alimenterebbe, a
disseccarsi.
Guardò alle imposte: appena un barlume trapelava dalle commessure:
però il letto gli pareva seminato di spine; balzò a sedere, si vestì,
e s'affacciò al terrazzino.
L'oriente si tingeva dell'incarnato e dell'arancio dell'aurora: era un
cantuccio di luminosa accensione nel cielo limpido, d'un azzurro
argentato, sotto alla cui volta si disegnavano netti, tutti in giro, i
contorni bruni dei monti. Per la campagna fresca, luccicante dalla
guazza, esalante acri profumi di stoppie umide nelle quali dormivano
la masse nere dei boschetti, e de' gruppi d'alberi, e le casette
biancicanti tra 'l verde delle vigne come macchie di calce intrisa,
una pace, una tranquillità senz'un soffio: nella valle, e sul paesetto
si stendeva una nebbia bassa che aveva l'aria d'un gran lago grigio
dal quale il campanile emergesse come uno scoglio solitario.
Lei era là, dietro all'imposte serrate ermeticamente di quell'ultima
finestra, e dormiva nel suo letto verginale.... forse sognava di lui.
Quale incanto nel rappresentarsi quella figura di vergine
addormentata, quanti pensieri a quel pensiero e che dolce rimescolio!
Ma le allodole trillavano, si svegliavano le passere accovacciolate
ne' tetti, fu il segnale del concerto al quale presero parte tutti i
volatili. La vetta brulla di S. Caloggero si tinse di porpora, a
oriente apparve l'orlo d'una palla dorata, la luce irruppe giù per le
spalle dei monti, salutata dai tocchi a festa delle campana della
parrocchia. Poi, scendendo sempre più, mise de' riflessi d'oro nel
lago grigio delle nebbie, le quali si squarciarono, si divisero in
gruppi, si sollevarono e batterono quasi in ritirata, indugiando per
le gole, dinanzi alla gloria invadente di quel bel sole d'agosto.
La porta della stalla girò sui cardini, sulla soglia comparve la
figura scamiciata e grottesca dello stalliere. Egli si ritirò; aprì la
bocca a uno sbadiglio sghangherato, poi rientrò lentamente. Nelle
stanze si sentivano rumori di passi, d'imposte che si aprivano: la
casa si svegliava.
Giovanni dette un ultimo sguardo alla finestra della cugina, e
rientrò. Si lavò, si lisciò con la massima cura, poi andò fuori a
sedersi sotto al pergolato, dove se ne stette un'ora buona a scrivere
con una bacchetta il nome della fanciulla sulla sabbia del vialetto, e
a scancellarlo subito dopo averlo scritto. Ritornando la trovò nella
spianata.
--Dove sei stato che non t'ho visto?
--Sotto al pergolato.
--Che bella giornata!
--È un incanto. E tu dove vai?
Accennò con gli occhi a un paniere pieno di mondiglia di grano
ch'aveva infilato nel braccio, e rispose:--A dar da mangiare alle
galline ed ai piccioni.
S'era alzata allora: aveva in dosso un vestito da mattina di mussolina
celeste; un fazzoletto di seta dell'istesso colore, annodato sotto il
mento, inquadrava graziosamente il suo visino con i capelli un po'
arruffati sulla fronte e gli occhi ancora gonfi dal sonno.
_Puri, puri, pì, pì, pì._ E a questa specie di billi billi siciliano,
calò dai tetti un nugolo di piccioni, accorse dalle stalle, dal
pollaio di tra gli alberi sotto la spianata, gran quantità di pollami:
galli altissimi di un bel rosso dorato, con grosse creste rosse;
chiocce con pulcini nati di fresco; pulcini già grandicelli,
spennacchiati, con la malagrazia di fanciulli a sette o otto anni,
pollastre linde, lucide, con l'andatura spigliata di giovinette;
vecchie galline, favorite dalla testa pelata, per le spesse carezze
dei pennuti sultani.... tutt'attorno a Lola il suolo ne brulicava alla
lettera. Lei, con un'espressione di piacere infantile nel viso,
alzando in aria il paniere curvo da un lato, ne faceva cadere il
grano; e movendosi lentamente, lo veniva gettando a strisce a zig zag.
_Puri, puri, pì, pì, pì._ Ed era un pigiarsi vorace, un rumore sordo
di becchi che battevano il suolo, tramezzato da qualche schiamazzo, da
salti e beccate con le penne del collo arruffate nel contrastarsi il
becchime, dal pigolio dei pulcini e dal chiocciar delle chiocce, dal
tubar dietro la compagna di qualche piccione, che, da vero
innammorato, preferiva al cibo la galanteria.
Giovanni guardava quel quadro con un nuovo incanto: sentiva nascersi
un coraggio da leone. Questa volta.... ma via, n'aveva fatti
abbastanza, si sarebbe visto alla prima occasione.
--Saliamo? domandò la giovinetta. E salirono sopra.
Per le scale erano soli: Giovanni sentì battersi il cuore.... fu per
parlare.... ma pensò che non era quello il momento. Per le scale!... e
poi, poteva sopravvenire qualcuno.... Egli sentiva che gli avessero
troncato le parole in bocca, non l'avrebbe fatta più quella benedetta
dichiarazione!
Vennero nell'anticamera. Sulla lunga tavola, attorno a un piatto colmo
di biscotti, eran disposte delle ciotole, e due bottiglie col latte.
Lola scese in cucina, e poco dopo ritornò col caffè caldo: presero il
caffè e latte. Anche questa sarebbe stata una buona occasione.... eran
soli.... Ma via! non era nemmen da pensarci! Come si poteva fare una
dichiarazione con una ciotola in una mano e un biscotto nell'altra?
Bisognava esser pazzi, o sciocchi affatto. Dove diamine l'aveva la
testa!
Qui non c'era a ridire.
Ma la fanciulla lo condusse a vedere i canarini, nella gabbia appesa a
un chiodo nel muro della terrazza: disse un mondo di cose sul come
l'aveva allevati, sul come li governava, sul bene che loro voleva.
--Quanto sono carini! Queste sole parole egli potè trovare restando a
guardarli come il villano alla fiera il saltimbanco che dia nella gran
cassa, sulla soglia della baracca.
Ma al passeggio don Alessio, per mostrare a donna Costanza il rigoglio
di certi piantoni di peri che aveva fatto mettere in quella primavera,
li lasciò soli. Lei andava lentamente, con lo scialle rosso piegato
sul braccio, guardando il cielo acceso dagli ultimi raggi del
tramonto; e dal suo bel viso traspariva la dolcezza dei pensieri che
l'agitavano.
Egli cominciò a parlare dell'incanto della campagna, de' piaceri che
vi si gustavano.... e quel discorso, girato e rigirato con una
tenacità degna di miglior risultato, non potè riuscire dov'egli voleva
tirarlo. Via, questa volta non c'era nessuna scusa; bisognava
confessare che quella sua timidezza era spinta al ridicolo; era
ingrullito per certo. Non seppe darsene pace, ne provò un'umiliazione
profonda. Ma che farci? era quella la sua natura, certe ritrosie
dell'anima non si spiegano. Pensò di scriverle.
Ma eccoti lì delle nuove esitazioni che pareva l'aspettassero al
varco. Darebbe la lettera a lei? gliela metterebbe nel cestino? e se
la zia Costanza andasse a frugarvi dentro, e la trovasse? Darla e lei
dunque.... Ma come? con che scusa? Ah, la cosa non era così facile
come aveva creduto sulle prime!
E s'era deciso a ritornare al vecchio progetto, vo' dire a quello
d'una dichiarazione a voce, quand'una sera lei lo trasse in disparte
in fondo alla terrazza, e, con gran mistero, gli domandò se sapesse
far dolci.
Il giovane cascò dalle nuvole!
--Dolci?... no, non ne so fare, rispose.
--Non ne hai visti fare nemmeno?
--Nemmeno.
--Oh!... E la fanciulla mise un sospiro.
--Ma perchè mi fai....
--Mi pare che la nonna ne soleva fare.
--Sì.
--E non t'è venuta mai la curiosità di salire in cucina in
quell'occasione.... di domandarne almeno la ricetta!
--No, non me ne sono curato. Ma....
--Hai fatto male, disse lei gravemente: un giovine deve saper fare un
po' di tutto.
--Ma perchè mi fai codeste domande insomma?
--Sai, domani è il compleanno del babbo.... volevo fargli una
sorpresa.... Avremmo fatto un dolce noi due in segreto, e Lisabetta
l'avrebbe presentato a tavola, dopo aver finto prima di passare la
frutta.... Capisci ora?
Il giovane capiva pur troppo! capiva che sarebbe stata una
bell'occasione quella per far la sua dichiarazione, e gli sfuggiva per
non saper far dolci! Non essergli venuta mai la voglia d'imparare a
farne! Aveva ragione la cugina, un giovane deve saper fare un po' di
tutto. Però non si dette per vinto così presto.
--Potremmo fare un riso col latte....
--Bravo! esclamò Lola, battendo le mani come una bambina.
Il riso l'aveva, il latte l'avrebbe fatto portar di nascosto in cucina
dal zu Giorgi l'indomani prestissimo.... Ma s'arrestò a un tratto;
s'appoggiò alla ringhiera avvicinandosi di più al giovine, e voltosi
verso di lui, soggiunse: Ma siamo sempre da capo.... Come si fa?
Giovanni scrollò la testa. L'aveva mangiato a casa sua tante volte,
era il caval di battaglia della nonna, e aveva guardato con tanto
d'occhi il babbo a farne delle scorpacciate. Non sapeva altro.
--Come si fa.... come si fa.... cominciò a dire. Ci vuol lo zucchero
certo.
--Oh, la bella scoverta! esclamò la giovinetta ridendo. Lo zucchero va
in tutti i dolci.
--Si bolle il riso.
Qui ci fu una gran discussione. Si bolliva nell'acqua? Si bolliva nel
latte? Lo zucchero si metteva prima? dopo? a bollire col riso?...
Compresero che avrebbero fatto un pasticcio.
--Una crema, propose la fanciulla. Ma eran sempre daccapo. E restarono
in silenzio, a pensare ciascuno dal canto suo come risolvere il
difficile problema: poichè se a Giovanni rincresceva di non trovare
una maniera qualunque di fare quel benedetto dolce, a Lola, forse per
le stesse ragioni, dispiaceva ch'ei non la trovasse.
Ma a un tratto essa alzò la graziosa testolina, e mise il dito alla
bocca.
--Aspetta.... aspetta.... E senz'altro via di corsa, lasciando il
giovane in asso.
Tornò poco dopo, con in mano il calendario che don Alessio teneva
appeso a un chiodo nella parete sopra il tavolino.
Un grosso cuoco in berrettino bianco, e grembiale di tela, con una
casseruola in una mano e un mestolo nell'altra, col faccione rubicondo
aperto in un beato sorriso, faceva bella mostra di sè sul cartoncino
inverniciato, sul quale era incollato un pacchetto di foglietti che
portavan scritto, la data del giorno, il santo, il mese, le fasi della
luna, l'ora del mezzogiorno e della mezzanotte, un avvenimento
storico; e dietro una pietanza nuova, qualche dolce e la maniera di
apparecchiarli.
L'uno stretto all'altro, agitati da una dolcezza indicibile,
cominciarono a sollevare a uno a uno que' foglietti, e a leggervi
dietro, curandosi di non staccarli per non fare andar in collera il
babbo.
Trota in gratella.... spinacci in teglia.... lesso di cavolfiore....
frittura di pesce.... ragout di filetto.... ceci e tagliatelle....
Nemmen l'ombra d'un dolce! Diavolo, cominciavano a esserne inquieti,
quando la fanciulla mise un piccolo grido,... Torta di pasta dolce con
crema!
Aveva trovato quel che cercava. Staccò il foglietto pian piano, e si
misero a leggerlo. «Prendi cinque o sei....»
Ma si rimescolarono a un rumore di passi, e nel voltarsi vivamente,
Lola vide entrar nella terrazza donna Costanza. Nascose in fretta
calendario e foglietto sotto al grembiale, e fare cenno a Giovanni con
rapido aprir d'occhi.
La zia s'avanzò col suo passo grave, squadrò, i due giovani, e disse:
--Cosa fate lì voialtri due?
--Noi? rispose Lola. Nulla.
--Nulla, ripetè Giovanni arrossendo un pochino.
--Che cosa hai nascosto sotto al grembiale mentre io entravo?
--Io.... sotto al grembiale! riprese la fanciulla con tutta
naturalezza. E mostrò le palme delle mani. La furbetta, voltandosi un
poco, era riuscita a cacciar in tasca ogni cosa.
La zia Costanza li minacciò col dito, poi si fece alla madia dove
teneva a seccare la conserva di pomodoro, la rivoltò con un cucchiaio
di legno, e se n'andò.
L'indomani i due giovani s'incontrarono nell'anticamera, e si fecero
dei cenni. Quanta delizia già in quella piccola congiura!
A volere che la cosa andasse, bisognò mettere a parte del segreto
Elisabetta. Lola riuscì a prender di soppiatto zucchero, ova, fior di
farina, cioccolatta e via discorrendo: Giovanni stava alle vedette.
Quando tutto fu pronto, scesero in cucina. Lessero e rilessero quel
piccolo fogliettino, forse più di quel che era necessario, unicamente
per il piacere di starsene così vicino l'uno all'altro che sentivano
il calore delle loro guance, il tocco leggiero de' capelli, per il
piacere di guardarsi negli occhi da vicino nel voltarsi per commentare
quelle parole in verità punto sibilline.
Ma in questa entrò la zia.... Diavolo, non ci avevano pensato che
quella benedetta donna trottolava per la casa dalla mattina alla sera!
non c'era che fare, bisognava mettere anche lei a parte del segreto.
Donna Costanza sorrise di compiacenza, giurò di non fiatare; volle che
le si leggesse il foglietto, dette qualche consiglio, assistette ai
primi preparativi. Ma aveva ad accudire ad altre faccende e se n'andò.
--Lisabetta, non c'è acqua, disse Lola che ne cercava nelle brocche. E
la serva, che aveva finito d'infornare allora allora la torta, andò a
prenderne.
Restarono soli.
Via, era l'ora... una simile occasione perdio, non sarebbe capitata
mai più. Ma Giovanni tremava, parevagli che una mano gli stringesse la
gola.... E il tempo passava.... Oh, egli soffriva realmente! Anche lei
tremava la poveretta, e si affaccendava senza scopo di qua e di là,
tanto carina con le braccia a metà nude, e il grembialino bianco, e le
ciglia impolverate leggermente di farina.
--Lola.... disse finalmente il giovine con voce soffocata,
avvicinandosele.
E lei che si faceva al forno per vedere a che punto di cottura fosse la
torta, si fermò, e si voltò col viso in fiamme e gli occhi lucenti....
Ma giusto in quel punto, risonò il passo della serva che ritornava con
l'acqua. Giovanni aveva perduto troppo tempo a decidersi! Si
discostarono bruscamente; e lei al colmo dell'agitazione, dimenticando
di premunirsi del cencio, afferrò il manico del chiusino con la mano
nuda.... Cacciò un grido e lo lasciò subito. Era arroventato. A quel
grido il giovine si voltò, comprese, fece un balzo verso di lei, le
prese la mano, e guardò.
--Ti sei scottata?....
--No, rispose la fanciulla vivamente e cercando di ritirare la mano,
no.... davvero.... è niente.... E sorrideva mentre gli occhi le si
riempivano di lacrime.
--Come! ti par niente! oh, non vedi che alzan le bolle....
Lisabetta.... presto.... acqua....
E Lisabetta, che, posata la brocca in fretta, era corsa anche lei, ne
prese in un catino. Giovanni vi immerse la mano della fanciulla,
tenendola sempre tra le sue, costernato e nell'istesso tempo agitato
dolcemente.
--Ti senti meglio?
--Sì, rispondeva lei. E si ricambiavano mille carezze con gli occhi e
col tono della voce.