Quelle vecchie cartacce di famiglia, se don Alessio l'avesse
dissotterrate, avrebbero provato chiaramente che a S. Giovanni
s'ingannavano di grosso a crederlo un villano rifatto. Ma o che non
gli importasse di quella credenza, o ch'avesse svolte un tempo quelle
pergamene e chi sa per quale diavoleria l'aveva prese, scritte
com'erano in latino, o che n'ignorasse l'esistenza, fatto sta esse
dormivano in fondo ad una cassapanca di querce annerita dal fumo e
dagli anni, che giaceva impolverata nella soffitta con gli altri
mobili rotti. Si chiamava Berlingheri, non _Berlingrieri_ come
pronunziavano nel paese, e discendeva da uno dei tanti rami
dell'antica casa di Tolosa, così celebre nella storia. Chi sa quante
peripezie dovette subire attraverso i secoli quella famiglia (venuta
nel reame di Napoli con Carlo d'Angiò) prima di ridursi in Sicilia;
chi sa per quali vicende i membri di essa si videro costretti a
scingere la spada, e a impugnare o zappa o lesina o martello; a
seconda dell'inclinazione d'ognuno, e dell'opportunità, dovendo pur
vivere, perchè ora fosse perduto ogni vestigio dell'antico splendore.
Si saran certo divisi come i pulcini delle quaglie appena messe le
penne, si saran moltiplicati nei vari paesi trascinandosi dietro la
fatalità che li colpiva poichè tutto deve mutarsi quaggiù; e qua la
morte li avrà distrutti, là si sarà contentata d'assottigliarli, e la
miseria aveva cancellata la nobiltà. Ora non restavano che un vecchio
agrimensore a P...... povero come Giobbe con una nidiata di figliuoli
per soprassello, don Alessio e la sorella donna Costanza, don
Bastiano, loro fratello, ammogliato a Cammarata. Il padre un vecchio
_burgisi_ cupo, avaro tanto che non avrebbe dato un Cristo a baciare
era arrivato a forza di stenti e di privazioni a raggranellare un
patrimonio. Aveva mandato i figliuoli maschi a scuola in casa di un
prete dove fecero quel che poterono, aveva tenuto la femmina sempre in
casa a filare e tessere, ed era contento di lasciarli ricchi col
cappello, che, senz'altro, dava loro diritto al «don.»
Don Bastiano dunque, il primogenito, aveva quarantasei anni; una
moglie ristecchita gialla come un rigogolo, e un figliuolo per nome
Giovanni il quale studiava a Palermo.
Grasso, con un ventre enorme, con un'aria di bue che sonnecchi, don
Bastiano non era punto un testone. Nei paesi d'attorno non c'era chi
gli potesse stare alla pari nell'amministrare un patrimonio:
_arbitriava_, come si dice da noi, e con l'industria agraria, per la
quale si può dire ch'era nato, era riuscito a duplicare il suo in
pochi anni.
Invece don Alessio, il minore, aveva battuta tutt'altra via; egli la
sentiva diversamente del fratello, col quale si dissomigliavano anche
di persona: era corto, magro assaettato. Non voleva saperne di
_arbitri_; per lui ciò era un voler comprare impicci a contanti, senza
alcuna utilità: si contentava d'aumentare il suo col metter da parte
qualche soldo.
--Ma io mi sono arricchito così! urlava don Bastiano quando il
discorso cadeva su quell'argomento, il che era per solito, e tu, con
lo startene con le mani alla cintola, hai accresciuto di poco quel che
ti lasciò la buon'anima.
--Se io ho accresciuto il mio di poco o di molto non lo so....
rispondeva lui, nè voglio dirlo.... si vedrà appresso. Se mi mettessi
in quelle brighe, ne uscirei con una canna in mano. Scuoti pure la
testa.
E si bisticciavano, mentre avrebbero potuto risolvere la questione in
due parole: don Alessio non aveva le attitudini necessarie a quel
genere d'industria.
Però la campagna piaceva anche a lui; e specialmente andava pazzo per
un suo podere a due tiri di schioppo da S. Giovanni, dove aveva finito
con lo starsene tutto l'anno. La villetta sorgeva e sorge tuttavia a
mezza costa del colle alle cui falde s'aggruppano le case del paese,
con la parrocchia del campanile a ventola grigio per gli anni, dalle
commessure delle cui pietre screpolate pendono dei ciuffi d'erba. A
sinistra si estende un'ampia costiera nuda, tagliata dalla linea
bianca dello stradale, rotta da borratelli e da frane; di fronte e a
destra la valle; e dopo questa s'alzano colline e colline, le une
dietro le altre, sino alla massa brulla della montagna di S. Calogero
che chiude lo sfondo col più pittoresco effetto che mai.
Questo podere gliel'aveva portato in dote la moglie figlia d'un
signore decaduto di Cammarata. Era ben poca cosa veramente, ma egli
l'aveva ingrandito assai, e migliorato.
Così dava sfogo a una sua manía: non poteva vedere un appezzamento di
terra vicino alle sue, che non avesse a far di tutto per averlo:
metteva in campo lusinghe, persuasioni, tendeva gherminelle, offriva
cambi con altre terre, minacciava anche, messo con le spalle al muro.
E se tutto ciò non approdava a nulla, perdeva la pace, se ne sognava
la notte, era preso dalla malinconia, e faceva fioccare l'offerte,
sino a che il proprietario, abbagliato, non cedesse.
Allora diventava un giovinotto a vent'anni: non voleva che la persona
s'allontanasse, temeva che ci dormisse sopra; correva a casa, si
cambiava d'abito, prendeva il danaro necessario, e via dal notaro.
Respirava. L'indomani immancabilmente metteva in capo il suo largo
cappellaccio, di feltro grigio, prendeva un suo lungo bastone che
pareva un bastone di pecoraio, e se n'andava diviato nella nuova
proprietà. Provava un vivo piacere a vedere rompere i limiti divisori,
squarciar la terra dall'aratro se campo seminativo, dalla zappa se
vigna, e spingeva quel suo amore per la terra sin a curvarsi a
raccogliere anche lui de' sassi e gettarli nei mucchi rotondi che
faceva inalzare apposta perchè occupassero meno spazio, a estirpare i
minimi fili d'erba che i giornalieri si lasciavano dietro. Ciò sin a
tanto che un nuovo amore non venisse a fargli scordare il primo, un
nuovo acquisto non richiedesse le carezze già prodigate al precedente.
Così aveva fatto la fortuna di tanti poveri diavoli, che, se ridevan
di lui, in fondo lo benedicevano. Questa brama però aveva le sue
colonne d'Ercole: cessava appena il confine arrivasse a una via, a un
torrente, anche a un ruscello. Bisognava vedere allora con quanta
indifferenza guardava le terre al di là! non l'avrebbe prese manco
regalate. Ciò per non guastar l'ordine. Era di sangue caldo, gridava
per ogni nonnulla; ma in fondo poi era una pasta di zucchero: in
quella casa il bernoccolo della bontà l'avevan tutti.
Donna Costanza, la sorella, aveva avuto sempre una particolare
affezione per lui; sì che avevano finito con far tutt'una casa. Era
una donna di media statura, grossa, con un faccione rotondo dal naso a
ballotta; proprio una botta, come dicevan tutti, ma che aveva tali
pregi da far dimenticar quasi la sua bruttezza, per la quale, del
resto, in paese non aveva potuto trovare un cane che le abbaiasse. Non
è a dire se ciò arrivava all'anima della poveretta che lo sapeva,
benchè si fosse rassegnata. Anzi aveva spinto il buon senso a tal
punto, da non voler acconsentire a farsi vedere da uno spiantato d'un
paese vicino, venuto con un mezzano di matrimoni per conoscerla e
sposarla qualora gli piacesse, diceva lui: aveva compreso esser quella
una pura formalità, quel coso voler la dote e non lei.
Aveva fatto la serva alla cognata, una donna superbiosa da stomacare,
e quando questa era morta al parto, s'era data a prodigare tutte le
sue cure alla neonata: l'aveva cresciuta, le aveva insegnato quel poco
che sapeva di lavori donneschi, le aveva trasfuso tutti i buoni
sentimenti della sua anima candida, e ne aveva fatto un angelo. Fu
così che la piccola Lola non s'accorse della sostituzione e l'amò come
una vera madre.
Sin dal primo giorno però aveva avuto il governo della casa; il che la
solleticava un pochino: lei provvedeva alle spese giornaliere, lei
s'occupava delle provviste. Sicchè era sempre attorno or per una cosa,
or per un'altra, e un po' di riposo l'aveva solo la sera, quando,
messa a letto la nipotina e fattala addormentare con una fiaba, andava
a sedersi vicino al tavolino dove il fratello faceva invariabilmente
la solita partita a scovertino con padre don Giuseppe. Essa amante
d'ogni giuoco (benchè non giocasse che al solo lotto) stava a guardare
attentamente e con un vivissimo piacere. Nella stanza regnava il
silenzio rotto solo dalla voce monotona de' giuocatori:--Coppe.--A
lei.--Bastoni.--Tre d'assi.... Don Alessio, bizzoso quanto mai al
giuoco, dava un gran pugno sul tavolino: era il segnale, e
cominciavano a bisticciarsi. Donna Costanza cercava d'acquetarli....
Basta, ci riusciva: ma eccoti il reverendo a cominciare a sua
volta.... A un'ora e tre quarti precisi si stabiliva di fare l'ultime
tre partite, a due ore si cenava, a tre tutti erano a letto. Si faceva
una piccola eccezione alla regola, quando il reverendo restava a
cenare alla villa, o quando c'era Giovanni, il nipote, il che era
sempre un avvenimento.
Aveva appena aperto gli occhi gnaulando, quando la mamma decretò, che
gli si sarebbe messo nome Giovanni com'il nonno, e se ne sarebbe fatto
un avvocato. Chi ha roba, ha liti. Il bimbo era venuto su sano e
robusto, con tutt'altra inclinazione che per il codice, a giudicarne
dalla sua passione pe' bastoni, su' quali cavalcava tutto il santo
giorno, e per certi cappelli da generale con fiocchi e franzoli di
carta, sua manifattura, che mettevano come un fruscio di foglie
dovunque passasse galoppando. Poi una sera, in casa dello zio, gli
avevano messa sulle braccia la cuginetta nata d'allora, e gli avevan
detto ridendo: bacia la tua piccola sposina. Il fanciullo era
diventato rosso sino alla radice dei capelli, aveva fatto una smorfia
che voleva essere un sorriso, e aveva appiccato un bacio tanto forte
sulla guancetta della bimba, che questa s'era messa a strillare. Così
li avevano fidanzati sin dal nascere; e a mantenere sempre viva
quell'idea ne' loro piccoli cervelli, la nonna alludeva, don Bastiano
e donna Rosaria alludevano, don Alessio, donna Costanza, le serve....
fino i gatti di casa: tutt'e due ricchi, tutt'e due figli unici, era
naturale: la sposa non avrebbe cambiato nemmeno di cognome. Essi soli
non pronunziarono parola che accennasse a quell'accordo de' parenti:
però la piccola Lola, sin dall'età della ragione cominciò ad imporsi
con certe prepotenze di donnina viziata, a tenergli il broncio come
un'amante quand'egli non le andasse a' versi, e Giovanni a fare ogni
suo volere, benchè non fosse tanto pieghevole. Egli passava alla villa
le feste e le vacanze. Facevano a rincorrersi o a rimpiattino,
scorazzavano pe' campi, saccheggiavano il frutteto, alzavano casette e
forni con pezzi di mattoni e terra bagnata, riempendo la casa, per
solito silenziosa, delle loro risa e delle loro grida infantili,
insudicciandosi, e facendo spazientire la zia. Fin la partita
disturbavano la sera, e, cosa incredibile, don Alessio li lasciava
fare sorridendo.
Ma un bel giorno Giovanni arrivò col babbo. Veniva a salutare lo zio,
la zia e la cuginetta, prima di partire per Palermo: aveva compiti i
dieci anni e la nonna aveva detto: è tempo ch'egli entri in collegio.
I due cugini non si videro che dopo sette anni. Il ragazzo s'era
cambiato in un bel giovinetto che si pavoneggiava un pochino nella
divisa di colleggiale di panno turchiniccio con le mostre rosse, la
bimba in una fanciulla, che, a cagione del suo sviluppo precoce,
mostrava più anni di quelli ch'avesse realmente. Dovettero pensar
certo alle allusioni che s'eran fatte in famiglia sul loro avvenire,
poichè si guardarono timidamente, arrossirono, si confusero, non
seppero se non balbettare poche parole. Don Alessio e donna Costanza
sorrisero e la vecchia serva dette loro d'occhio.
Agosto, settembre e ottobre, passarono come in un sogno delizioso. Oh,
le belle passeggiate ne' dintorni! le scorpacciate di more sotto al
grand'albero, con la faccia e le mani impiastricciate di rosso,
facendo a rubarsi le più grosse, e le più mature! Oh, le belle sere
passate al lume di luna nell'aia, sdraiati sulla paglia, a sentire
l'allegre canzoni de' contadini, accompagnate dallo scaccia pensieri;
o i cori stupendamente intonati con quelle cadenze larghe e
malinconiche che fan vibrare le parti più riposte del cuore! E la
raccolta delle frutta nell'autunno, e la vendemmia con i balli nel
prato al suono dello zufolo accompagnato dall'accordo delle voci dopo
la tramuta! Sì che lo studente, ritornato a Palermo, alzava la faccia
spesso dal libro, e con l'anima inondata di mesta tenerezza, restava
assorto in que' ricordi, fra' quali si moveva la figura della cugina
col visino bianco tanto simpatico, e gli occhioni bruni e le grosse
trecce nere che soleva portare sulle spalle. E or la vedeva seduta in
casa, curva sul suo lavoro d'ago o di ricamo; or in mezzo a' campi per
la viottola costeggiata di siepi di sambuco, con una rosa fra'
capelli; or seduta nell'aia col bel viso illuminato in pieno dalla
luna; or sotto al gelso, a rizzarsi sulla punta de' piedini, e stender
la mano per cogliere una grossa mora: la manica del vestito
scivolando, lasciava a nudo un braccio bianco come neve: oh, quella
manica caramente indiscreta! Allora sì, aveva un bel rileggere il
periodo, fare tutti i suoi sforzi per carpirne il senso; dopo due o
tre parole la mente ricorreva dietro a quel caro fantasma. Pensava con
un dolce trasalimento che una volta in cui lei gli mostrava certi
cardellini che un contadinetto le aveva portati la mattina stessa, le
loro mani s'erano incontrate nel carezzarli, ed essa s'era fatta rossa
rossa: ricordava anche com'era vestita quel giorno.... d'una veste di
mussola azzurro cupo, con delle mostre di tela color caffè crudo,
aveva sul capo, e annodato sotto il mento, un fazzoletto di seta
bianca: pensava che l'ultima volta ch'egli lasciò la villa,
nell'accomiatarsi, aveva tenuto a lungo fra le sue la mano che la
fanciulla gli abbandonava, e s'erano guardati a lungo negli occhi:
quel suo sguardo l'aveva accompagnato come una carezza nel montare a
cavallo, nel voltarsi indietro a salutar per l'ultima volta là dove la
via si perde fra gli alti castagni che nascondono la vista della
spianata... gli pareva di vederlo ancora dopo tanto tempo. E
assaporava tutta la dolcezza di que' ricordi, provava la tristezza
della lontananza, il desiderio di quel luglio nella cui metà si
solevano dar le vacanze, immaginava eventi per i quali la sua presenza
fosse inesorabilmente necessaria, ne' luoghi a lui ora tanto cari.
Però l'amore a quell'età soggiace all'incostanza dell'anima ancora
fanciulla: oggi è fiamma, domani cova sotto le ceneri, o si spegne del
tutto. L'esser libero per la prima volta in una grande città, i
divertimenti, gli amici con le loro tentazioni, lo distrassero: i
ricordi si presentarono meno vivi, i pensieri non più caldi e
insistenti come prima: cominciò con qualche scappatella, sinchè ruppe
la cavezza affatto, e la fanciulla fu quasi dimenticata.
In quel torno la nonna cadde malata gravemente. Giovanni chiamato in
fretta da Palermo, arrivò appena in tempo per baciarle la mano
l'ultima volta. Passato il lutto, s'aprì il testamento. Ma la vecchia
aveva fatto prima delle donazioni a don Bastiano, il testamento non
era tanto chiaro, don Alessio si piccò per un nonnulla, e messe su
causa. Con la causa nelle due famiglie entrò una certa animosità,
sicchè cessarono dal vedersi.
A Giovanni ciò non fece nè caldo nè freddo: ora egli aspettava con
impazienza la fine delle vacanze per tornare a divertirsi in città,
dove anzi si diceva che il signorino facesse il cascamorto con la
figlia d'un ricco negoziante.
Intanto in paese, per non perder tempo, guardava con fissità da
facchino le grosse figlie del cancelliere della pretura, che andavano
in sollucchero civettando della maniera più grottesca; faceva la posta
alle servotte che andavano all'acqua in piazza, sull'imbrunire. Le
pedinava; sussurrava loro dietro delle parolacce e delle proposte; ne
ghermiva qualcuna in un vicolo deserto o sotto a un arco buio. Ciò
secondo lui era essere un giovine di spirito, uno che sappia davvero
cosa vuol dire far vita.
--Che caro pazzo, dicevan tutti. E se ne imitavano le mode, se ne
scimmiottavano le maniere, si ricercava la sua compagnia, la sua
amicizia.
La sera in Casino si faceva crocchio attorno a lui; egli raccontava le
sue avventure, con parole molto libere, tra le grasse risate, e gli
sguardi accesi di voglia di quei più o meno barbuti signori, tra gli
ammicchi e' sogghigni dei giovinastri, de' quali qualcuno s'alzava
rosso come un gambero, e spariva per tutta la sera. Gli attempati anzi
affettavano di dargli dei consigli, infilando famigliarmente il
braccio sotto al suo: tutto ciò per strappargli delle confidenze: come
stesse a quattrini, se era in via di rovinare il babbo, poveretto, un
uomo che non se lo meritava davvero. E lasciatolo appena, andavan
dicendo roba da chiodi de' fatti suoi. Aveva le mani bucate quel
giovine; quella casa era bell'e ita; non era credibile quanti debiti
avesse quel poco di buono a Palermo; una sera, nientemeno, aveva speso
mille lire per una cena in un certo locale.... in un certo costume....
cosa da far nausea addirittura!
--Uh, chi gli darà la figliuola ora a quel vizioso? _A pronuncia!_
esclamano le mamme, segnandosi col pollice sulla fronte, come per
scacciarne la tentazione.
Trascorsero cinque anni. Si decise la causa che vinse don Bastiano. Si
misero di mezzo alcuni amici intimi, e i due fratelli pacificarono. In
quell'occasione si pianse di commozione e di gioia; nessuno però ne
provò tanta quanto la giovinetta, oramai sicura di rivedere il suo
Giovanni. Essa non aveva scordato le belle passeggiate, e le canzoni
dell'aia, e i balli dell'autunno. Lo amava di più anzi quell'ingrato
che non s'era fatto più vivo, forse per quel che sentiva raccontare
della sua vita sbrigliata (è così fatta la natura umana) forse perchè
come certi teneri cuori non doveva amare che una sola volta.
Si rividero. Arrossirono come al solito sino al bianco degli occhi,
balbettarono come al solito, e passata la prima commozione provarono
tutt'e due una viva tenerezza.
--Dio, come s'è fatto bello! pensò l'una tutto il giorno.
--Come s'è fatta bella! pensò l'altro. E in capo a poche settimane non
solo tornò ad amarla come prima, ma confessò a sè stesso che oramai
non poteva vivere senza di lei.
Tuttavia malgrado ciò, malgrado fosse compreso dal fascino che facevan
sempre più crescere i colloqui intimi ne' quali parlavano del più e
del meno con tenere inflessioni nella voce, le carezze degli occhi,
certi rossori subitanei, certi dolci sorrisi, certi tocchi
innocenti.... que' mille nonnulla insomma che per gli innamorati sono
tante incantevoli rivelazioni, non osò mai farle una dichiarazione.
Egli tanto ardito con l'altre donne, dinanzi a lei diventava
timidissimo. Aveva tentato diverse volte cercando di farsi coraggio
con tutti gli argomenti possibili, ma inutilmente: non poteva
pronunziarla quella parola che il cuore gli spingeva sulle labbra, e
non s'accorgeva ch'essa stava ad aspettarla ogni volta tutta tremante.
Un giorno però ardì rubarle un guanto. Era un piccolo guanto grigio,
molto sciupato, che cacciò rapidamente nel taschino del panciotto: e
ne lo cavava fuori spesso, e lo baciava, e ne aspirava l'odore con
certi dolci fremiti, come se sotto al naso e sulle labbra, ci avesse
la piccola manina della fanciulla con la punta dell'indice
punzecchiata dall'ago.
Lola lo cercò con una singolare insistenza; fece un mondo di domande
al cugino.... avrebbe fatto supporre essersi accorta ch'era stato lui
a prenderglielo. Quel guanto ebbe la virtù di guarire in certo modo il
giovine dalle sregolatezze passate. Ora era agitato d'altri pensieri.
Aveva ventitre anni e si sentiva stanco di quella vita da
scapestrato.... Oh, la vita beata coniugale, nella pace, tra una
nidiata di figlioletti rosei e ricciuti, senza cure e senz'impicci! E
provava una dolcezza infinita. Gran destino era il suo che quella
benedetta nonna avesse disposto ch'egli doveva prendere la laurea
prima d'ammogliarsi!... Basta, era il penultim'anno quello, e per di
più n'era passata la metà: un anno e sei mesi si fanno sur un piede,
che diavolo!
Anche la sua timidità era scomparsa dopo quell'atto ardito; almeno
egli lo credeva: anzi aveva giurato a sè stesso che, arrivato a
Badalà, non si sarebbe lasciata sfuggire la prima occasione
favorevole; l'avrebbe pronunziata quella parola che doveva rendere
completa la sua felicità.
E aspettò le vacanze in preda a un'impazienza vivissima.