PADRE DON GIUSEPPE

Peppe, figliuol mio, sii sempre buon cristiano, e timorato di Dio, che

Dio t'aiuterà, e ti guarderà dal peccato e dalle male persone.

Ciò lo zio Saverio non si stancava mai dal ripetere a quel monello del

nipote, che una sua figliuola, morendo, gli aveva lasciato sulle

braccia e corroborava tali parole con degli esempi che n'aveva piena

la testa, e che raccontava con quella commovente ingenuità e con

quella fede propria de' buoni vecchi.

Lui invece stava ad ascoltarlo broncio broncio, con gli occhi bassi,

che alzava solamente quando il vecchio volgeva altrove i suoi, e per

saettargli uno sguardo di bestia restia ad addomesticarsi.

Una delle curiosità archeologiche di S. Giovanni era di certo lo zio

Saverio, con quella sua figura incartonita da mummia egiziana sotto un

berrettino bianco, insaccato sempre in una specie di giubba di grosso

panno turchino, a falde quadrate, in brache corte e stivaloni col

nappino, tutti rabeschi. Sì che per le strade i monelli gli andavan

dietro, e gli facevano la baiata, senza far parere che la facessero a

lui. Ma se ne fosse anche accorto? quei panni non li avrebbe smessi

per tutti i tesori del mondo: aveva visti vestiti così suo nonno, suo

padre, mill'altri dell'istesso ceto con essi; dovevano trovarci tutto

il loro comodo in quella foggia di vestire dacchè l'avevano adottata,

e con la tenacità del suo buon senso contadinesco non capiva perchè

dovesse far diversamente da loro egli, cui quella foggia non dava

punto noia, e sacrificare ai tempi come tanti e tanti che, a dir vero,

gli parevano assai leggieri di mente. Per lui invece era uomo di

carattere don Francesco che portava ancora il codino: per questo

anche, quando l'incontrava, gli faceva un saluto più rispettoso di

quello che facesse al padre arciprete o al figliolo del barone (che

veniva da Cammarata in S. Giovanni per la sola festa di giugno)

tutt'attillato nel suo vestito alla moda, una vergogna per un capo di

paese!

Ma se seguiva con tanta tenacità la moda dei suoi padri, ne aveva

radicati nell'anima le massime e i principi, poichè bisogna dire che

era l'onestà in persona, qualità che in quella famiglia s'erano

tramandata di padre in figlio. Epperò nominava sempre mastro Gaetano

suo avo, ch'era stato il tutto in casa del vecchio barone, in mezzo

all'oro e all'argento, e quando morì le spese del mortorio dovette

fargliele il padrone: nominava sempre mastro Andrea suo zio, morto

povero in canna per il suo buon cuore; non parlava di suo padre, i

Berlingrieri potevan dire che uomo era, e quanta fiducia avevano

riposta in lui, senza che se ne avessero avuto a pentir mai. Sicchè

ebbe a morir di vergogna quel giorno in cui un vicino venne a dirgli

che aveva visto passar per la piazza Peppe, il nipote, legato come

Gesù Cristo. Nascose la faccia tra le mani, e cadde a sedere sulle

tavole del letto, dove restò come impietrito, senza poter piangere.

--Compare Saverio, bisogna fare la volontà di Dio, gli disse

mastr'Antonio un suo vicino che aveva risaputa la cosa, e entrava in

compagnia di certe donnicciuole le quali venivano un po' per

consolare, un po' per appagare la loro curiosità. E il vecchierello

fece la volontà di Dio: prese il bastone, e curvo come se sul suo capo

in que' pochi momenti fossero passati dieci lunghi anni, andò da don

Francesco. Chi meglio di lui poteva aiutarlo in quel frangente?

Don Francesco domandò un quarto d'ora per vestirsi, passato il quale,

i due pezzi d'antichità si misero in via. E tanto fecero, e tanto

dissero, che finalmente vennero in chiaro di quel ch'era accaduto. Da

qualche tempo quelli che possedevano poderi nelle vicinanze del paese

non erano più padroni delle loro frutta: man mano che maturavano

andavan per coglierle, e restavano col naso in aria, e la bocca

spalancata; c'era stato chi aveva risparmiato loro l'incomodo.

Si davano al diavolo; facevano delle sfuriate ai mezzaioli o ai

garzoni, i quali protestavano: che ci potevano fare? il ladro era più

destro di loro.

Sputava fuoco più di tutti un certo don Biascio Sivoli, detto Ciacè,

il quale aveva un pero; un famoso pero che faceva pere burrone non

meno famose; mezzo chilo l'una, e mai bacate; e non solo non ne poteva

mangiar più lui, ma, quel ch'era peggio, manco mandarne al sor giudice

che ogni volta in piazza, appena lo vedeva, non mancava dal fargli gli

elogi di quelle pere: e il galantuomo ne andava in visibilio. Tanto

più che aveva una causa pendente con quella carogna del farmacista, e

sperava di vincerla con le pere. Ah, birboni! l'intendevan così? E ne

parlò a mastr'Andrea, un perticone, capo degli sbirri, con una vera

faccia d'orco.

--Lasci fare a me, rispose questi. Però, se scopro il ladro.... un

paniere eh, restiamo intesi.

--Una cesta, mastr'Andrea, una cesta.

E don Biagio dormì tra due guanciali.

Gli sbirri, è chiaro, la san più lunga de' mezzaiuoli e dei garzoni,

sì che in capo a otto giorni mastr'Andrea coglieva il ladro proprio

sul pero, e col corpo del delitto addosso. Era il nipote dello zio

Saverio.

Un mese di carcere, il dolore del nonno, le lunghe ammonizioni che

questi gli fece, ricordando mastro Gaetano, mastr'Andrea, e tutti i

santi della famiglia, non fecero nè caldo, nè freddo, a quel

monellaccio che aveva proprio il furto nel sangue.

--Non lo farò più, nonno, disse piagnucolando con quella sua aria

d'ipocrita nel visaccio appastato dalla lordura, e l'indomani fu da

capo. Però non rubò più frutti, ma galline, che portava a una vecchia

mendicante, la quale le andava a dare per niente in certe case dove

sapeva che si chiudevano gli occhi.

In quel tempo anche Castrenze, il figlio del _Capurbano_, aveva le

mani lunghe.

I due monelli s'annusarono, fecero comunella insieme, e

incoraggiandosi l'un l'altro, riuscirono a rubare certe posate

d'argento.

Peppe le prese, e andò a portarle alla vecchia.

--Quanto mi date di queste qui nonna? disse mostrandogliele di sotto

al giubboncello.

Alla ladra luccicarono gli occhi; e tira di qua, tira di là, gli dette

dodici tarì.

I due amici quella sera gozzovigliarono nella taverna di mastro

Nicasio: e all'uscire, nell'allegria del vin bevuto, a Peppe venne

un'idea.

--Aspettami qui, disse all'amico, e corse diviato in casa della

vecchia.

Questa dormiva: la fece alzare, si fece aprire, ed entrò tutt'agitato.

--.... Sapete.... disse giungendo le mani, quelle posate....

--Ebbene...,

--Son del Capurbano, il padre di Castrenze....

--Misericordia!

--Ieri seppe che gliele rubò il figliuolo....

--E?...

--Diventò un diavolo dell'inferno, e gli fece confessare che cosa ne

aveva fatto.

--E come si fa ora?... oh, Vergine santa!...

Il furbo si stringeva nelle spalle, sporgeva il labbro inferiore: e'

non lo sapeva.... no, davvero non lo sapeva.... l'affare era brutto

assai....

E quando l'ebbe impaurita a dovere, disse dimenando il capo:

--Via.... forse.... si può accomodare ogni cosa.

--E come?

--Datemele, le darò a Castrenze, egli le rimetterà al posto....

troverà una scusa....

--E i miei dodici tarì?

--Che volete, ce li siamo mangiati: chi poteva supporre una cosa

simile!

--Io voglio i miei dodici tarì, strillò la vecchia.

--Ebbene vi si restituiranno i vostri dodici tarì, non abbiate paura.

Credete d'aver da fare con ladri? accordateci un po' di tempo per

poterle mettere assieme.... Se poi preferite andare in prigione....

La vecchia borbottò qualche cosa, andò al pagliericcio, ne scucì un

poco da un lato, cacciò la mano dentro, ne cavò fuori le posate, e le

dette al monello.

--Non ti dimenticare di portarmi il mio danaro, sai!

Ma già Peppe era lontano.

Trovò l'amico che l'aspettava con impazienza.

--Guarda, gli disse: e alzato il lembo del giubboncello, gli mostrò le

posate.

--Oh, e come hai fatto a riaverle!

Peppe gli raccontò ogni cosa, tra scaltri ammicchi, e sghignazzamenti.

--E ora che ne faremo? domandò Castrenze.

--Le porterò a un altro, to'.

--Bravo.

E così fece: e l'indomani nuova gozzoviglia nella taverna del

Maffioso: e nella piazza il solito «aspetta.»

Quello che questa volta aveva preso le posate era un contadino

conosciuto per uomo che soleva tenere il sacco a' piccoli ladri: un

vecchio tabaccoso che pareva la morte secca. Prendeva il fresco,

appollaiato come un barbagianni sulla soglia dell'uscio, quando arrivò

Peppe correndo.

--Che hai, gli domandò col suo risolino scaltro, sei inseguito dagli

sbirri?

--No.... entrate... devo parlarvi. E chiuso l'uscio, seguitò. Queste

posate....

--Ebbene?

--Sono del Capurbano, il padre di Castrenze.

--Diavolo!

--Seppe che gliel'aveva rubate il figliuolo, lo prese per un orecchio,

lo condusse in una stanza, serrò l'uscio, e lì di dove vieni? vengo

dal mulino. Capite.... svesciò ogni cosa.... anche che le posate

l'avete voi.

--Davvero!

--Maria santissima, rispose il monello facendo croce delle mani sul

petto.

--E come si ripara ora?

--Ci sarebbe un rimedio, insinuò il tristerello.

--E quale? Di su.... presto....

--Datemi le posate.... Castrenze le rimetterà al posto, io negherò....

voi pure, e tutto sarà finito.

--E i dieci tarì che ti detti?

--Ce li siamo mangiati, parola d'onore; però domani cercherò di

portarvene tante galline.

Il contadino si fece bestemmiando a un angolo della stanza, sollevò un

mattone con la punta d'un coltello che s'era levato di tasca, prese le

posate e gliele dette.

--Non ti dimenticare di portarmi le galline, sai!... se no.... quanto

è vero Dio....

--Oh, per chi mi prendete! E intascate le posate, andò via.

Quel giochetto durò otto giorni; e i due amici se la passavano proprio

come tanti re.

Ma ci fu il duro che non cadde nella rete; che negò non solo di saper

di posate, ma minacciò anche di prendere a pedate nel sedere il

tristerello se non batteva il tacco, e addio cuccagna.

Il diavolo addosso però l'aveva mastro Andrea che inghiottiva male i

lavacapi che gli faceva il sor giudice, gonfiando le gote, e

sbuffando. Al degno sbirro era entrato il sospetto che autore di tutte

quelle birbonate fosse Peppe: ma come fare ad averne la certezza?

--Riga diritto ragazzo! gli diceva facendo gli occhiacci ogni volta

che l'incontrava per la strada.

Ma lui cacciava le mani in tasca, e alzava le spalle, ed esclamava:

--O che vi salta in mente, mastr'Andrea!

--Basta, sono affari tuoi codesti.... uomo avvisato, mezzo salvato.

E lo sbirro tirava per la sua via brontolando.

Intanto non aveva pace: e fruga di qua e domanda di là, finalmente ci

riuscì a risapere ogni cosa. Le posate al farmacista gliele aveva

rubate Castrenze, l'avevano vendute insieme con Peppe e s'eran

mangiato il danaro da mastro Nicasio! Il povero sbirro si mordeva le

pugna: ah, il birbone aveva qualche santo dalla sua! come fare a

parlare? quella forca di Castrenze era figlio del Capurbano!!

Ma era uomo di mondo mastro Andrea, e stimò esser da sciocco il

perdere tutto il benefizio di quella scoperta. «Non si sa mai come

possano andare le cose» era la sua massima. Basta andò diviato dallo

zio Saverio. Gli era stato sempre amico.... ricordava sempre i bei

tempi che facevano a sussi alla Rupe, dalla buon'anima di suo padre, e

non voleva guastarsi con lui.... Però rimediasse, e presto.... un

altro caso simile, e addio.... era costretto a parlare poi, se non

voleva perdere il pane; aveva moglie e figliuoli da mantenere lui.

E quando l'ebbe tenuto tanto sulla corda, che il pover'uomo ansava, e

lo guardava spaurito, non sapendo dove diavolo volesse andare a parare

l'amico, a qualche cosa di serio per certo, gli disse: è successo

questo, questo, e quest'altro.

Lo zio Saverio spalancò tanto d'occhi; poi tirò giù il berrettino, e

cominciò a grattarsi la zucca.

--Birbone!... ripeteva con voce piagnucolosa, birbone!... E non sapeva

dir altro.

Anche questa volta prese il bastone, e corse da don Francesco. Il buon

galantuomo scosse il capo e il codino, e guardando il vecchio che

pendeva dalle sue labbra, disse:

--Qui bisogna rimediare seriamente.

--E come? Santo Dio, non ho forse fatto di tutto per....

--Umh, interruppe l'altro grattandosi l'orecchio, ne siete proprio

sicuro?... Siete stato troppo debole, compare Saverio, troppo debole!

Certi esseri, vedete, che hanno un curioso naturale, bisogna tenerli

sotto appena escono dalle fasce, altrimenti è impossibile ridurli: il

trattarli poi con un po' di _fra Pioppo_ non fa mica male. (Fra

Pioppo, chi non lo sapesse, per don Francesco era il bastone). Avete

lasciato prender radice ai cattivi istinti, compare Saverio; e ora,

Dio non voglia che sia troppo tardi!

Lo zio Saverio lo guardava tutto sgomento, e a bocca aperta: don

Francesco strinse le sopracciglia, e stette a pensare.

--Via mandiamolo a Bronte, e facciamolo prete, disse a un tratto.

E impietosito della cera che seguitava a fare il vecchio, cercò di

consolarlo.

Stesse tranquillo, nel seminario l'avrebbero ammansato; ben altri musi

che il nipote que' padri avevano rimesso nella buona via; sarebbe

tornato una pasta di miele, istruito, e con la zimarra per giunta, il

che valeva un bel «don» e un certo lustro alla famiglia, mettersi alla

pari co' galantuomini nientemeno! Amici lo zio Saverio ne aveva, si

sarebbero dati attorno e il nipote arciprete gliel'avrebbero fatto

fare: si strappava un'anima dalle granfie del diavolo, e un vero

regalo si faceva al paese, poichè, via.... fatta eccezione di

quelle.... monellerie, era dei Rizzotto, buona gente di padre in

figlio. In quanto a danari, in simili occasioni ce ne vogliono,

accomodava tutto lui.... la retta era una miseria.... tuttavia, al

bisogno, egli presterebbe volentieri qualcosa.... con l'ipoteca sul

podere della Rupe che aveva limitrofo, s'intendeva.

--Piuttosto mandate vostro nipote da me, concluse, gli darò una

tiratina d'orecchio, e lo preparerò alla cosa.

Lo zio Saverio se n'andò contento come una pasqua.

--Benedetto quel codino! mormorava per strada dimenandosi come

un'anitra in que' suoi stivaloni. Benedetto quel codino!... Questi son

gli uomini! E in quel mentre una truppa di ragazzacci gli urlava

dietro: _olé! olé!_...

Peppe alle prime parole di don Francesco ricalcitrò: però al sentire

di «don» d'arcipretura, e di cinquecento lire all'anno, oltre le

messe, cambiò d'un tratto: prese la sua aria d'ipocrito, chinò la

testa, e balbettò ch'era pronto a partire, e che avrebbe fatto

l'obbligo suo. Andò via vispo e allegro, col capo pieno di pensieri.

Sapeva che i preti oziavano dalla mattina alla sera, scuffiavano di

santa ragione, stavan grassi, grassi, ben pasciuti, se togli gli

ammalati, e quelli di temperamento gracile.... Dicevano ch'eran

ladri.... come se ladri non ce ne fossero un po' per tutto! che si

servivano dell'ordine santo per gabbar questo e quello.... col

purgatorio purgavano le borse, per via della paura che facevano

dell'inferno beccavano legati ed eredità.... ebbene peggio per i gonzi

che si lasciavano purgare le borse e avevano paura dell'inferno to'! E

tutte queste belle cose non che gli facessero nausea, ma destavano

anche in lui molta ammirazione per que' benefattori dell'umanità. Oh,

il bel mestiere! Li accusava però d'esser poco cauti: via era troppa

la sfrontatezza con cui operavano! egli si sentiva di far più di loro,

con la differenza che non sarebbe stato mai tanto minchione da farsi

scorgere: bisognava aspettare una buona occasione, agire

nell'ombra.... Era contento della fortuna che gli capitava

inopinatamente.... e poi quel «don» lo solleticava Egli don

Giuseppe.... anzi padre don Giuseppe! riverito, ossequiato,

rispettato, adulato, anche da quelli che ora lo minacciavano di calci

nel sedere.... a capofila quel cane di mastr'Andrea, se lo avesse

trovato vivo!

Via, il sogno era troppo bello, e stava in lui di mutarlo in realtà.

E spinto da queste molle, nascondendo quel che covava nell'animo con

l'ipocrisia più raffinata, tenne nel seminario una buona condotta,

cercò d'apprendere, e nov'anni dopo si presentava a Cefalù per far gli

esami. Era una formalità già s'intende: i vescovi pur di far preti,

consacrerebbero un asino vestito: tanti boari, tanti villanzoni duri

di testa e di cuore eran passati, passò dunque anche lui, che, alla

fine dei conti, il breviario e 'l messale li sapeva leggere, e fu

prete.

In paese gli amici prepararono la cavalcata: don Alessio Berlingrieri,

come il più ricco, mandò la sua cavalla coperta alla lettera di nastri

e fronzoli; i Salamaria, gl'Inchilli, i Salines, i vetturini dai

vestiti di velluto nuovo, dalle lunghe _berrette_ di seta nera, e 'l

fazzoletto rosso nel taschino, con le mule dalle gualdrappe di stoffe

antiche d'ogni colore, e le sonagliere di rame argentato, e i

pennacchi variopinti; i figli dei _galantuomini_, con gran codazzo di

dipendenti, partirono a cavallo, facendo sfoggio di bardature strane:

selle de' loro nonni, briglie arrugginite lunghe un braccio, che

facevano storcer la bocca alle povere bestie, sproni alla

D'Artagnan.... una vera mascherata, che, tuttavia, fece gonfiare il

nuovo don Giuseppe. Egli, pavoneggiandosi nella zimarra nuova, sulla

cavalla di don Alessio la quale procedeva all'ambio, non avendo più

nulla del vecchio mariuolo ch'era un tempo, ebbe una parolina dolce

per tutti, distribuì gran strette di mano e qualche inchino, mantenne

anche un contegno serio con Castrense, divenuto un giovane

d'importanza anche lui, dacchè al 60 aveva aiutato i compagni a

mettere la bandiera tricolore sul campanile.

Fecero l'entrata in paese in una lunga fila, con gran scalpitio di

mule e di cavalli, con un tintinnio assordante di sonagli, fra un

popolo d'uomini, di donne, di bambini, di monelli, che accorrevano da

ogni parte a baciar la mano e ad acclamare il nuovo prete, il

fortunato giovine sposato di fresco alla chiesa. Il vecchio nonno che

l'aspettava sulla soglia dell'uscio, col solito berrettino bianco

sulla testa tremolante, ebbe a venir meno al vederselo arrivare in

pompa, e scordò le pene e gli stenti sofferti, e il vivere a

stecchetto per mantenere in seminario quel diavolo, ora che

l'abbracciava prete, col «don» festeggiato dai galantuomini di cui

poteva dirsi alla pari.

Sì che quando due mesi dopo fu in fin di vita, il pover'uomo ci

pensava ancora commosso, con gli occhi umidi. Gli posò le mani sul

capo e lo benedisse: moriva contento di lasciarlo un santo, e in una

certa agiatezza; la buon'anima della sua figliuola che glie l'aveva

tanto raccomandato, non poteva lamentarsi di lui....

Poi cambiato tono, baciandogli la mano, soggiunse con gravità:

--Reciti le ultime preghiere dei morti, sua revevenza, io sento già

d'andarmene.

Lui, il sacerdote, s'era sentite sul capo, senz'ombra di commozione,

quelle mani tremolanti di vecchio già fredde per l'avvicinarsi della

morte, solo la maschera che stavagli di permanenza sul viso dacchè era

entrato nel seminario, s'atteggiò al più vivo dolore: a forza di

volontà arrivò anche a spremere due lacrime dagli occhi, avendo veduto

che i pochi astanti piangevano. Poi s'alzò, si fece grave, e con voce

ferma intonò le preghiere dei morti, nel mentre che un pensiero

occupavagli il cervello suo malgrado: «faceva bene quel vecchio a

andarsene; oramai in quella casa sarebbe stato di troppo.»

Le cerimonie funebri, le visite e le solite consolazioni degli amici

lo annoiavano maledettamente: aveva fretta di cercare il gruzzolo che

stimava ci dovesse essere per certo. Sicchè la sera, quando restò

solo, cacciò un sospiro di soddisfazione. Si levò la zimarra che gli

dava impaccio, e in maniche di camicia, con le lunghe tasche di

traliccio legato ai fianchi e ciondolanti giù per le anche, al lume

d'una lucerna che andava posando or su un mobile or sur un altro, si

mise a rovistare per tutto: apriva e chiudeva i cassetti d'un vecchio

canterano, mettendo la poca biancheria sossopra; casse, cavandone

fuori abiti vecchi nelle cui tasche frugava con le mani febbrili;

imposte d'armadi coi tintinni di stoviglie. Poi prese il bastone sul

quale soleva appoggiarsi il povero vecchio, e cominciò a battere

sull'impiantito, sui muri, ascoltando il suono che rendevano,

attentamente. Ma non trovava quel che cercava, e si rimetteva a

rovistare da capo.

A un tratto gli balenò un'idea. Corse al letto del nonno, mandò per

aria cuscini e coperte, afferrò il pagliericcio di sul quale non era

poi molto che i becchini avevano levato un cadavere, lo scucì, ne fece

cadere la paglia.... Trasalì. Aveva sentito un rumore sordo,

argentino.... Si buttò sulla paglia, vi cacciò le mani tramestando....

afferrò un grosso batuffolo, e così inginocchiato com'era, con la

faccia in fiamme, e gli occhi luccicanti, cominciò a svolgerlo....

Scaraventò ogni cosa al muro: non aveva trovato che una ventina di

colonnati, e tre monete d'oro. Nel silenzio si sentì com'una pioggia

d'argento, un rotolare, un abbandonarsi tremolando di monete.

--Ah, esclamò il sacerdote tra' denti stretti, il vecchio ghiotto se

li mangiava i danari!

S'alzò lentamente, prese il lume, e, tutt'accigliato, si diede a

cercar le monete: le raccattava e le cacciava nelle lunghe tasche. Le

aveva contate, il numero tornava; però non era contento; sperava che

figliassero il cupido! e stette ancora una diecina di minuti, cercando

in ogni cantuccio, sotto a' mobili, curvo, spargendo per terra l'olio

della lucerna, la quale teneva molto bassa, mentre la sua ombra

s'allungava sul muro, s'accorciava, s'alzava, s'abbassava, si voltava,

si rivoltava d'una maniera assai grottesca.

Entrò nella sua camera, posò la lucerna e andò a buttarsi sul letto.

Che disinganno! aveva contato su quel denaro, che era sicuro di

trovare, per alzar la casa, e arredarla come si conveniva al suo nuovo

stato.... Non se l'aspettava un tiro simile! E ora come fare? poteva

stare in quella stamberga? No: non era stato quello il suo sogno.

Sapeva che in questo mondo tutto il rispetto, tutti gli ossequi son

per i ricchi e un pochino anche per gli agiati, avessero meriti o pur

no: tutto il disprezzo, tutta la diffidenza per i bisognosi, per i

pezzenti carichi anche di tutte le virtù: non voleva essere del numero

di quest'ultimi.... per i suoi fini era necessario che non ci fosse, o

almeno mostrasse di non esserci. Bisognava dunque provvedere....

Basta, prenderebbe ad imprestito segretamente la somma necessaria sul

fondo e sulla casa.

Intanto si confortava col _consolo_ che uno alla volta gli facevano

gl'intimi: caffè, latte, biscotti la mattina; brodi, galline lesse,

arrosti di maiale, dolci il mezzogiorno; ova, e intingoletti la sera.

Per bacco! non aveva mai sguazzato in tanto bene di Dio! si lasciava

pregare un pochino per non parere, asciugava qualche lacrimetta che

riusciva a spremer dagli occhi, cacciava un sospiro lamentevole, poi

ventre mio fatti capanna!

Ma dopo il settimo, l'ultimo giorno che si ricevono nuove visite di

condoglianze dagli amici, ebbe a provare un nuovo e più amaro

disinganno: sulla casa e sul fondo c'era già una discreta ipoteca. Lo

aveva spogliato dunque quel vecchio ladro! E non gli passò mai per la

mente che l'infelice, vivendo di solo pane, avesse speso quel danaro,

di cui egli si credeva defraudato, per mantenerlo nel seminario, farne

un dotto e un santo, come soleva dire!

Vendè i mobili vecchi, affittò la casa dov'era nato, prese per sè una

stanzetta piccola, ma pulita, in casa di mastr'Antonio per quattr'once

all'anno, l'arredò decentemente e con una certa civetteria strana in

quell'omaccione, comprò una zimarra nuova, un cappello nuovo da servir

pe' giorni di festa, e così alloggiato, e rimpannucciato, attese.

Attese una buona occasione con la cocciutaggine d'una bestia malefica

accrescendo la dose di quella sua ipocrisia già mostruosa.

Cominciò a insinuarsi nelle grazie de' _galantuomini_, e de' ricchi

_burgisi_, con l'orecchio teso e un miele di sorriso sulle labbra, con

una scaltra adulazione anco che abboccare tutti gli uomini: in

processo di tempo s'impadronì delle coscienze di tutti, poi, a poco a

poco, senza mostrare le sue arti, entrò ne' negozi del tale, nelle

vedute, nelle speranze del tal altro. Così fu più della giornata in

casa di tutti; il beniamino delle monache, che, alla morte del padre

don Alfio, lo fecero cappellano; e rappresentando destramente e con

disinvoltura, la parte d'indispensabile, adoperandosi sotto sotto con

le mani e co' piedi, potè diventare il factotum nelle amministrazioni

di certe opere pie.

Un pensiero gli stava sempre fitto nel cervello: «aspettare una buona

occasione.»

Oramai in paese non si parlava che di lui. Chi l'avrebbe detto! quel

monello diventare un così santo uomo!... e che acume, e che prudenza,

e che savia accortezza, e che scienza! Bisognava sentirlo a citare

que' passi latini sempre a proposito, con quell'aria di chi sappia la

sua lingua sulla punta delle dita, abbia buttato sangue sui volumi

degli antichi grandi scrittori! faceva accaponare la pelle

addirittura!

E per un consiglio s'andava da padre don Giuseppe; per venir fuori da

un affare spinoso s'andava da padre don Giuseppe. Un padre aveva un

figliuolo discolo? andava da padre don Giuseppe: un marito aveva la

moglie, o una figliuola cervellina? andava da padre don Giuseppe.

Anche da giudice conciliatore gli facevan fare in certe liti tra loro.

Bisognava vedere allora l'aria che assumeva il furbo matricolato:

voleva gli si raccontasse ogni cosa minutamente; egli ascoltava

attentamente, gravemente; scrollava il capo, appoggiava la fronte

sulla palma della mano, mandava un certo sibilo delle labbra; guardava

i contendenti, diceva che la questione era arruffata.... poi finiva

con lasciar tutti contenti, e con l'idea che in quell'occasione aveva

sudato sangue, ma era stato un vero Salomone. E crescendo quella sua

riputazione di dottrina e di saggezza, don Alessio Berlingrieri gli

dette a istruire la figliola; i Salamaria, risaputa la cosa non

vollero esser da meno di quel villano rifatto che si sentiva un gran

che perchè aveva quattro soldi, e gli affidarono il figliuolo; i

Satines la figliuola; i Rossetti il nipote. Eran danari quelli che

cominciò a riscuotere ogni mese, senza contare i regali che

fioccavano. Il furbo conosceva i suoi polli: ricevuto un regalo dal

tale, lo annunziava con grandi elogi, come per mostrare la sua

riconoscenza a tante gentilezze contro i suoi meriti; sì che i gonzi

invasi dalla furia dell'orgoglio, facevano a sopraffarsi, con quanto

gusto del prete ognuno immagini.

Ma un giorno quella famosa occasione che aspettava da tanto tempo,

parvegli si presentasse finalmente. La moglie di quell'avaro del

borgese Pietro Sgrò, in punto di morte, profittando del momento

ch'egli ascoltava la sua confessione, gli domandò se si prenderebbe

l'incarico di dividere ai parenti di lei una certa somma ch'era

riuscita a sottrarre al marito.

--Che somma? domandò il reverendo il quale si sentì rimescolar tutto,

e cercava di nascondere la sua agitazione sotto a una leggera

tosserella.

--.... Ducent'onze padre....

--Oh la pu...! esclamò dentro di sè il degno sacerdote.

Sperava una somma molto maggiore.... Basta bisognava contentarsi anche

di quella, tanto per cominciare; eran anni che aspettava.

Accettò. La morente levò di sotto al cuscino un involto, e glielo

dette. Egli lo fece sparire nelle sue larghe tasche, poi domandò a chi

dovesse dividere que' danari.

--Darà cent'onze a Masi.... cento alle figliuole del povero

Salvatore.... Raccomanderà loro che preghino per l'anima mia.... E

ora, padre, mi dia la santa assoluzione....

--_Ego absolvo te a peccatis tuis_, biascicò il prete con un crocione,

mentre pensava: alzerò la mia casa.... pagherò quel maledetto debito a

don Francesco finalmente!

Poi andò ad aprir l'uscio, e fece entrare i parenti, e il marito che

si faceva brutto per cercar di piangere.

L'ingegno nel furto però don Giuseppe l'aveva avuto sempre; l'affare

delle posate bastava a mostrarlo chiaramente; e poi il suo programma,

lo sappiamo, era di far tutto quello che facevano i preti, senza farsi

scorgere: mangiarsi tutti i danari, in questo caso, sarebbe stato da

sciocco, ed egli non lo era. Aspettò che fosse seppellita la gnora

Grazia, poi andò da i parenti: dette dieci onze a Masi, dieci onze

alle due orfanelle. Era un legato segreto affidato a lui dalla

buon'anima della gnora Grazia, non bisognava farne parola per via del

marito che avrebbe potuto reclamare.... lo sapevano che spilorcio

era.... E se ne partì accompagnato dalle benedizioni di quei poveretti

che spogliava così indegnamente!

Ci ho rimesse vent'onze.... borbottava per via. Però se la cosa si

venisse a risapere.... avrei impiegato bene quelle vent'onze. La

fiducia alletta, potrei farmi ricco senza correre tanti rischi....

E trovò scaltramente il modo che la cosa si risapesse.

Dai quattro canti del paese si levò un concerto di lodi. Era un santo,

quel che si dice un santo? pochi, ne' suoi piedi, avrebbero dato una

tal prova d'onestà.

Egli pagò don Francesco, alzò la casa, l'arredò, andò ad abitarvi,

prese una serva vecchia, tanto per evitare le ciarle.

I primi passi erano fatti: la riputazione se l'era acquistata, aveva

la casa, aveva un bel podere, una cinquantina di lirette al mese

ricavava dalle lezioni, due tarì al giorno dalla messa; oltre

gl'incerti, come essere nozze, accompagnamento di morti, vespri e via

discorrendo, senza contare il ben di Dio che gli mandavan gli amici, i

galletti delle penitenti, i dolci del monastero. Per bacco, quello di

prete era un bel mestiere, quando si sapeva fare!

Allora messo in appetito, non ebbe più freno; dimenticò in certo modo

anche la sua solita prudenza. Cominciò a fare «dei piccoli negozi»

come diceva lui: comprava lino, _abbracio_, accia, scarpe, mussolina,

ferro e altro, e li dava a credito per il doppio del valore; comprava

frumento, fave, orzo, cicerchi, e li dava all'_addita_ (interessi) di

quattro tumoli a salma (il 25 per cento!) con l'obbligo di pagare

anche la differenza in più tra 'l prezzo corrente nell'inverno, e

quello corrente nella raccolta, e frutti di quella differenza per

giunta!! prestava danari agli interessi di un taro al mese per onza!!

Tutto questo in piccolo, s'intende, egli non aveva ancora tanti

capitali.

Queste faccenduole lo tennero occupato tre anni. Impelagata

nell'interesse, la carne non lo tormentò co' suoi stimoli: era vissuto

nella castità; senza nemmen l'ombra d'un cattivo pensiero. Ma ora lo

scopo, in certa maniera, era raggiunto; grazie a Dio, le cose eran ben

avviate; ora egli viveva nell'abbondanza; e a quella pasciona aveva

fatto la pelle lustra. Fu un risveglio di bestia in fregola.

Non lottò del resto: contrariato debolmente fin da piccolo, era

avvezzo ad abbandonarsi a' suoi appetiti: s'era dato al furto e

all'usura, con una facilità di prostituta, così fece in quest'altra

occasione.

Via, i suoi colleghi non bacchiavano le acerbe e le mature? Nel

confessionario facevano servir Cristo da mezzano, nelle case dov'erano

ricevuti senza sospetto, sotto al manto della religione insidiavano le

pecorelle. Anche i capi davano un bell'esempio! bastava leggere le

storie per apprenderne delle grosse su vescovi, cardinali e papi.... O

che forse il loro arciprete non aveva in casa la ganza? Era naturale:

li aveva ridotti tanti cani arrabbiati la legge sul celibato, e doveva

essere un grande imbecille.... o peggio, quel Gregorio VII, e tante

pecore quei del concilio.... guarda un po' cosa si voleva dalla natura

umana! La cosa era andata sinchè aveva avuto l'attrattiva della

novità, poi quei consacrati ristucchi, se n'erano infischiati e del

papa, e della legge. E avevano fatto bene. Si parlava loro di Dio, di

coscienza.... ah, ah, ah, se uno moriva di sete gli andassero mo a

dire di non bere perchè così voleva Dio, e la coscienza! Buffonate!

Del resto, egli non cercava di spiegarlo, ma il fatto era lì chiaro e

lampante: molti e molti preti, per non dir quasi tutti, e alcuni li

conosceva lui, con le mani imbrattate d'ogni sozzura andavano a alzar

l'ostia la mattina per farci calare un Dio, e questo Dio ci calava

senza tante smorfie, era chiaro.

E dunque?

E quel «dunque» lo portò a un terribile dilemma.

O Dio esiste, e allora come tollera per uno tollera per mille.

O Dio non esiste, e allora....

Allora e non ebbe più freno. Si mosse a cercare con calore, con una

smania sempre più crescente, alimentata com'era da' suoi pensieracci:

i suoi sguardi si fecero procaci, le sue parole con le donne d'una

certa libertà pulita, senza sguaiataggine, ciò che dava meglio nel

segno: curò anche con più civetteria quel suo enorme corpaccio... E

una notte nella febbre che l'agitava, si rammentò delle due orfanelle

che aveva spogliate.

Poverette! non avevano padre, non avevano madre; le dieci onze erano

bastate appena per pagar la casa, qualche debituccio, e levarsi i

panni d'addosso....

Però egli sempre ligio alla sua massima favorita, non le prese in casa

con sè, come avrebbero fatto gli altri: ci andava di nascosto la

notte, chiotto chiotto, chiuso nello _scappolaro_ che nemmen Dio

l'avrebbe conosciuto.

In quel torno, ad alimentare la proverbiale maldicenza di provincia,

una notizia soffiò nel paesetto, e prese ben presto la violenza del

famoso venticello della calunnia. Marietta, l'unica figliuola dei

Salines, l'allieva del reverendo padre don Giuseppe, era gravida!

Anna, la loro serva, lo diceva anche a chi non voleva saperlo. Era

_scivolata_ dunque la piccina con quell'aria di madonnina infilzata!

ma bravo! Però si ignorava chi fosse stato a fare il tiro: si nominava

Mico, il vetturino, un bel pezzo di giovanotto.... Ecco perchè i

Salines se n'erano andati in campagna due mesi prima del solito! Via

farebbero bene ora a turarsi la bocca, non dir più corna degli altri,

come solevano.

E che il tiro l'avesse fatto il prete non passò per la mente a

nessuno, tanto la sua riputazione d'uomo onesto lo metteva al di sopra

d'ogni sospetto; e poi era stato lui, si diceva, a strappar di bocca

alla ragazza il nome del birbante che l'aveva sedotta, era stato lui a

confidarlo ai parenti sotto al suggello della confessione,

raccomandando la prudenza, poichè i panni sucidi si lavano in

famiglia.

E il tiro lo aveva fatto proprio il reverendo. Si lasciavan soli

durante la lezione, e con la porta chiusa; egli sapeva insinuarsi

tanto bene, essa lasciava fare guardandolo con quella sua aria di

bambocciona.... il resto va da sè.

E incoraggiato dal buon esito, cominciò a guardare con gli occhi dolci

la figlia di don Alessio. Però dovette ingoiare le sue voglie, e

beverci sopra: la fanciulla era tanto selvaggia nel suo inconscio

pudore, tanto contegnosa, imponeva tanto a quel bruto, da fargli

comprender che ad insister oltre avrebbe compromesso l'edifizio così

abilmente e pazientemente innalzato, avrebbe perduta l'amicizia del

vecchio, la quale gli fruttava più d'ogni altra.

--Basta, non manca tempo, pensò. Chi sa.... forse in seguito....

E, da vero volpone, pel momento mutò registro affatto.

I drammi de' campi Padre Don Giuseppe—La vendetta—Proprietari e fittaiuoli— Sequestro. · 第 3 / 69 题