I begli occhi di lei si gonfiaron di lacrime.

Il banchiere vedeva lo sforzo ch'ella faceva per frenar la commozione,

e involontariamente gli sguardi dell'americano corsero al forziere ove

era chiusa una somma, fra denari e titoli, più che dieci volte

maggiore di quella domandata da Enrica.

Sentì una gioia profonda; forse in quel momento egli era padrone di

quella donna, potea dominarla; aprendo quel forziere, mostrandole

tutta quella ricchezza, l'alterigia di lei si sarebbe piegata.... Egli

la respingeva. Nella lotta di amor proprio, a non dire di odio, che le

avea dichiarato, egli usciva trionfante.... Così, almeno, si dava ad

intendere!

Ma Enrica non avrebbe mai ceduto: ella era pronta ad ogni capriccio,

non sarebbe però mai discesa a tal punto. Aveva per il banchiere un

disgusto insormontabile; gli domandava un favore, come si domanda a un

servo quel che ci occorre: senz'annettervi alcuna importanza, e sicura

che avrebbe potuto restituire quello che da lui aspettava, magari

procurando a lui un grosso guadagno.

A tal segno s'illudeva, non bastandole l'animo di credere a tutta la

sua rovina.

Un'idea corse alla mente del Weill-Myot. E subito, egli volle rompere

il silenzio imbarazzante, che già regnava fra loro.

--Mi duole,---osservò il banchiere,--rispondere con un rifiuto. Ma,--e

credeva così insinuare una idea,--io non posso più disporre neppure

d'alcuni miei oggetti di gran valore.... Essi sono una garanzia, già

acquisita, de' miei creditori.... Tenterò uno sforzo supremo: e, se

riesco, principessa, fra poche ore sarò al vostro palazzo....

E la prese per mano, come a darle maggior sicurtà di ciò che le

diceva, ma, infatti, per spingerla con un lieve moto ad alzarsi e

liberarsene.

La principessa, che non era più in condizione di dirigere la sua

volontà, cedette a quel moto, e si alzò: e, senza dir altro,

s'accomiatava dal banchiere con il più scintillante sorriso sulle

labbra.

Entrata nella carrozza, si mise a riflettere. Non volea darsi vinta

così per nulla. Non era di quelle indoli che si spaventano a' primi

ostacoli, e che sono sì numerose: era di quelle indoli rare che, fra

gli ostacoli, si ritemprano, acquistan gagliardia, ne vivono, se non

li spezzano, o ne sono esse stesse accasciate, infrante.

Di queste indoli si trovano specialmente nelle donne appassionate e

negli uomini politici.

--Finalmente,--pensava,--l'americano non m'ha detto di no....--E si

appigliava a tale speranza.--Se non riuscisse?--si diceva.---Io non mi

posso rivolgere ad altri!...

Non avrebbe mai domandato a un gentiluomo della sua classe ciò che

avea domandato al Weill-Myot. Quell'americano poteva ben rendere un

servizio a una gran dama: non era nato per altro! Essa l'avrebbe

ringraziato, rimunerato: ecco tutto. Con un gentiluomo, sarebbe

discesa, si sarebbe avvilita al cospetto di esso! E sentiva sempre

questa specie di singolare fierezza.

--Se il Weill-Myot mi manca?...--e si torturava il cervello per sapere

in che modo avrebbe trovato il denaro di cui aveva urgente bisogno.

Non le veniva all'animo per allora di domandarlo al marito.

Se ne tornò a casa e aspettò per lunghe ore nelle sue stanze l'arrivo

del Weill-Myot.

Era una giornata piovosa, malinconica. Ogni tanto ella sentiva brividi

di freddo e si avviluppava nella sua gran veste di velluto color

granato, con ampie rivolte di raso bianco.

Nessuno quel giorno venne a trovarla, ed essa aspettava una visita,

palpitando.

Appena la principessa aveva lasciato l'americano, egli, chiamato un

commesso, allora allora giunto alla Banca, gli avea ordinato di andar

a chiamare, perchè venisse da lui, il gioielliere De Carlo, uno dei

primi di Napoli.

Era un vecchietto molto furbo, di aspetto signorile, e legato d'affari

con l'americano.

Il ricco gioielliere, un'ora dopo, si recava dal Weill-Myot. Parlarono

un po' insieme.

--Ma, ditemi,--interruppe a un tratto il gioielliere,--quello che

debbo fare, ditemelo con chiarezza, senza i vostri soliti viluppi....

--Avete in riparazione qualche gioiello della principessa, Gorreso; vi

ha dato essa commissione di qualche lavoro?

--No.

--Ma allora non avreste un pretesto per andare da lei, per parlarle!

--Ne ho quanti volete.... Andar a mostrarle un bel diamante, una bella

collana, un qualche lavoretto fino, originale.... Essa compra molto

spesso oggetti, soltanto perchè io glieli offro.... È la miglior

cliente che abbia in Napoli, migliore anche della Sovrana.

--E vi ha sempre pagato?...

--Sempre!

Il banchiere fece una breve pausa: pensò al denaro che quella donna

dovea aver prodigato.

Chiedendo a lui sessantamila lire, essa dovea credere di domandargli a

pena un servizio ed esser sicura che glieli avrebbe, in pochi giorni,

restituiti. Che erano sessantamila lire per lei?

--Dovete,--riprese l'americano, parlando al gioielliere,--presentarvi

oggi alla principessa.

--Se non fossi molto occupato!--rispose il De Carlo, i cui occhietti

scintillavano di malizia.

--Trovate ad ogni modo il tempo di andarvi.

--Lo troverò.... E che desiderate ch'io faccia?

Il gioielliere fu meravigliato della proposta, che gli svelava il

Weill-Myot. Egli s'aspettava che lo pregasse di offrire alla

principessa un oggetto di gran valore: invece il banchiere gli avea

detto:

--Anderete dalla principessa Gorreso e le addurrete in scusa che

volete mostrarle un gioiello finissimo, testè da voi ricevuto.... Ne

avrete?

--Oh,--rispose il gioielliere, alzando una mano, se ne ho.... Forse

--troppi!

--Con bel modo,--continuò il banchiere, il quale tenea gli occhi

socchiusi, come se si raccogliesse in una meditazione profonda--voi

cercherete trarre la conversazione sul gran prezzo che hanno oggi i

diamanti.... Citerete esempii.... di grandi dame, che si disfanno de'

loro diamanti, per mezzo di persone oneste, fidate.... di voi, per

esempio, alla cui segretezza, osserverete, si può stare.... e

sostituiscono gioielli di sì alto valore con falsi diamanti, sì ben

lavorati, che anche un intelligente.... direte.... vi può rimanere

ingannato....

--E poi?...

--La principessa, vedrete, vi proporrà di vendere alcuni diamanti: i

diamanti della sua famiglia ducale e di quella del principe....

--Ma io non ne ho bisogno....

--Voi ne accetterete quanti crediate possano avere un valore

approssimativo di centomila franchi.... Siate piuttosto largo nel

computare questo valore.... Vi consegnerò subito le centomila lire; e

voi mi porterete i diamanti.

--Sta benissimo,--ripigliò il De Carlo,--si tratta di salvare una gran

dama da un pericolo, da una condizione disastrosa, e voi, come

gentiluomo dell'antico stampo, venite in suo soccorso e non volete

farvi un merito della vostra liberalità; non volete trarne vantaggio.

--No, no, io non sono tanto generoso!... Ma non vi occupate di quello

ch'io creda di fare.... Attenetevi a ciò che vi ho detto: seguite i

miei ordini con puntualità; e che non vi esca mai dal labbro il mio

nome.....

--Sia come volete!--concluse il De Carlo, dopo essere stato un po'

perplesso. E, di lì ad alcuni minuti, era tornato nel suo sfarzoso

magazzino.

La principessa, come sappiamo, aspettò per molte ore la visita del

Weill-Myot. Già si faceva tardi, e ormai ella disperava che si recasse

da lei. Si sentiva intorpidita, quasi sbalordita, non pensava più a

nulla, aspettando il meglio da una congiuntura impreveduta, secondo è

proprio delle persone di un certo carattere.

Il Weill-Myot contava su questa attesa, sulle trepidazioni che le

avrebbe date, però si era appigliato al partito di lasciarle una

speranza.

Ad un tratto, fu annunziata alla principessa la visita del famoso

gioielliere.

--Quale ironia,--ella diceva fra sè,--costui verrà certo a propormi di

spendere una grossa somma!

Lo fece passare: la conversazione con quell'uomo, che tenea commerci

con lontani paesi, che le parlava sempre di oro, di diamanti, di

zaffiri, della gran quantità di gemme, da lui vedute, l'ammaliava.

Il De Carlo mostrò alla principessa una statuettina d'argento: un

lavoro mirabile: e le disse esser un'opera del secolo XV. La

principessa non si saziava di guardarla.

--È un oggetto per V. E.,--insinuava il De Carlo.

--Inutili le vostre offerte,--rispose la principessa,--ho deliberato

non comprar più gioielli: ne ho già troppi, e non so che farne....

--Tanto più,--disse il De Carlo,--che V. E. è di una bellezza sì

grande che non ha bisogno d'adornamenti....

--E, in fatti, avrete veduto.... non porto mai gioielli....--disse la

principessa, tutta sorridente.

Quell'elogio, così inatteso, dopo una giornata di torpore, di

tristezza, l'avea scossa: avea stuzzicato il sentimento in lei più

forte: la vanità, la supremazia dell'orgoglio. E, d'un tratto, come le

accadeva, era tornata alla sua spensieratezza.

--Altre signore non portano più gioielli.... da qualche tempo, come V.

E...., sebbene non possano resistere al paragone di lei.

Abbiamo già visto, in altro punto del nostro racconto, che l'elogio

alla sua bellezza, fosse pur grossolano, le venisse pur da persone

umili, le riusciva gradito. S'inuzzoliva, quindi, sempre più.

--Vi sono, anzi, grandi dame.... anche a Napoli, le quali hanno

venduto i loro gioielli, di nascosto alle famiglie, e li hanno

sostituiti con pietre false, legate nel più puro oro....

La principessa ascoltava ansiosa.

--Ne conosco due che, a un tratto, si sono sbarazzate, di trecento,

quattrocentomila franchi.... di diamanti....

--E chi sono?...

--Debbo custodire il segreto, Eccellenza: anche i gioiellieri hanno il

segreto di professione, come gli avvocati, non si può costringerli a

palesare tutto quello che sanno.... Posso però dire a V. E. che le

persone da me citate, sono fra le più belle, le più eleganti, le più

allegre di Napoli.

--Nessuno si accorse di queste sostituzioni di diamanti?--domandò la

principessa mezzo febbricitante.

--Ripeto a V. E., che sembra trovar una distrazione, un divago ne'

miei discorsi.... nessuno se ne accorse! Lo stesso intelligente, se

non abbia molta pratica, può restarvi preso... Le imitazioni sono di

una tale finezza!

La principessa si alzò: la sua larga vestaglia di velluto facea con lo

strascico un gran rumore sul tappeto. Si sentiva il rumore delle sue

gambe robuste, che battevano su le tele onde era cinta: il rumore che

facea il peso della sua florida, prestante persona.

Entrò nella sua camera e tornò alcuni istanti appresso, tenendo fra le

sue braccia varii astucci coperti di raso bianco, turchino, rosso, di

pelle scura.

Li gettò sulla tavola alla rinfusa. Poi li aprì in fretta un dopo

l'altro; e alzata la sua testa seducentissima da que' diamanti, che

sfavillavano innanzi a lei, guardò il vecchio gioielliere con un

sorriso ineffabile, uno di quei sorrisi che hanno i fanciulli, quando

arrivano inopinatamente a possedere una cosa da essi agognata.

--Che valore dareste voi a tutti questi diamanti?...

Il vecchietto si tolse i suoi occhiali, cavò da un taschino un

astuccetto di cuoio rosso, da cui levò fuori una grossa lente. Con una

mano teneva la lente all'occhio destro, con l'altra alzava a uno a uno

i gioielli verso l'occhio: esaminava attentamente i diamanti.

La principessa, un ginocchio appoggiato ad una poltrona, i gomiti su

la tavola, gli occhi affissati nel gioielliere, aspettava, nella

massima trepidanza, ch'egli parlasse.

--Sono tutti diamanti,--disse dopo aver frugato astuccio per

astuccio,--d'un immenso valore, e per la loro grossezza e per la loro

acqua.... Questa sola collana può valere duecentomila franchi....

oltre cinquantamila ducati....--E bene, De Carlo, voglio venderla....

e serberete il segreto a me, come alle altre,--interruppe la

principessa con una familiarità, che non le era consueta.

--Venderla.... ma a chi, Eccellenza?--riprese asciutto asciutto il

gioielliere.

Enrica ricevette un colpo; subito però si riebbe; immaginò che il

mercante non volesse darle tutta quella somma e avesse già la mira a

cavare dalla collana il più vistoso guadagno.

--Non vi chiedo mica la somma a cui l'avete stimata....--rispose.

--Oh, io non acconsentirei di comprarla ad una somma minore.... Tengo

alla mia delicatezza, Eccellenza: e ci tengo con tutti, ma sopra tutto

con la principessa Enrica, a cui debbo tanto.... Vostra Eccellenza ha

contribuito alla mia prosperità.... Ho detto: a chi venderla? perchè è

difficile trovar subito una persona, che possa disporre d'una tal

somma.... Io sono ora abbastanza, anche troppo fornito.... Però,

diamanti di questa qualità potrebbero servire a una gran dama

forestiera ch'io conosco per completare una sua acconciatura.... Ma

essa non vorrà spender tanto....

--Pigliateli per meno, vi ho detto,--ribattè la principessa, che si

era di nuovo seduta nella poltrona, e facea atto di avvilupparsi la

magnifica veste attorno il suo bel corpo.

--Ma, Eccellenza, io non voglio esser lo strumento di un'usura, o di

un affare che ne abbia le apparenze.... Prendiamo questo piccolo

diadema: questo braccialetto.

--Aspettate, vi dirò io quanto valgono: di cotesti ho trovato una

quietanza!

Sì alzò di nuovo e corse nella sua camera.

Il De Carlo la sentiva frugar febbrilmente in certi cassetti: poi ella

tornò, tenendo in mano un'antica fattura scritta su carta ingiallita

dal tempo.

--Eccovi.... venti.... trentacinque.... quarantaseimila....

--Va bene; e oggi valgono qualche cosa di più.... V. E. vuole

disfarsene?

--Vi ho detto di sì; però vorrei serbare la montatura e mettervi altri

diamanti.... falsi.

--Sta bene.... E io posso dar subito a V. E. lire centomila....

--Ah?--domandò Enrica, che si sentiva tolto un gran peso.--Ma voi mi

date troppo.... Io voglio che abbiate un guadagno, per parte mia, di

cinque, sei mila lire....

Il gioielliere aveva già pronta la moneta francese, datagli dal

Weill-Myot, e metteva su la tavola, a uno a uno, i fogli da mille lire

che aveva in mano.

Enrica respinse la somma, che aveva accennato, verso il gioielliere;

ma egli la raccolse, con molta dignità, e la pose di nuovo innanzi

alla principessa.

--Io sono qui,--disse,--come un servitore devoto di V. E., ben lieto

di mostrarle la mia servitù, e tanto soddisfatto di questo che e non

potrei cercare un'altra rimunerazione.... Poi, il mio affare, da

onest'uomo, è già compiuto, con il prezzo offerto....

--Ma, allora, vendetemi questa statuetta, che avevate portato a farmi

vedere,--disse la principessa, che non potea rattenere la sua folle

prodigalità, che volea pagare tutti coloro che la servivano,

secondando i suoi piaceri, nè le sembrava averli pagati mai troppo,

pur che rispondessero al fine.

Il gioielliere prese in mano la statuetta e la pose di nuovo

sott'occhio alla principessa.

--E quanto costa?---domandò Enrica.

--Seimila lire!--rispose impavido il gioielliere.

Essa gli spinse di nuovo innanzi tal somma.

Il gioielliere la pose accuratamente nel portafogli, e la principessa

quindi lo accommiatò con la solita alterigia.

--Se V. E.--disse il furbo vecchietto con un sorriso maligno,--avesse

qualche altra volta bisogno di me.... può contare su la mia

discrezione, sul mio segreto.

E s'inchinava, salutava profondamente.

La principessa non gli rispose: innanzi ch'egli le avesse volto le

spalle, essa era di già nella sua camera.

Con quel denaro in mano giubilava: le strettezze in cui si trovava da

qualche tempo le riuscivano spinosissime, poichè non v'era abituata,

nè avrebbe mai pensato di abituarvisi.

Toccando quel denaro, e guardandosi innanzi a uno specchio, come

soleva, le venne pensato che essa ormai era ridotta una mendicante,

una cortigiana, che ricorreva ad espedienti per soddisfarsi.

Su le prime fu urtata da tale idea: poi, siccome la corruzione la

dominava, se non vi si compiacque, vi si adattò con un sorriso.

Pensava:--domani verrà Cristina: e voglio mi si umilii come un tempo:

qui ci ho denaro da comprarla: questo può appagare la sua avarizia!

La sera dopo, mentre la principessa aspettava il pranzo, giungeva

Cristina.

All'annunzio della sua visita, la principessa si ritirò nella sua

camera.

--Vieni, vieni!--disse a Cristina.

Le contò, dopo alcuni istanti, la somma che essa aspettava.

--Ecco assicurato il viaggio col mio guardacaccia: e voi lo

pagate!--disse Cristina con un sorriso tra fiero e sensuale e in atto

di sfida.

La principessa accostò le sue labbra alla larga bocca di Cristina.

--Se fossimo amiche come un tempo!...--le mormorò

perfidamente.--Oh,--esclamò la principessa, a un tratto, come se

inciampasse: e abbassò gli occhi. Cristina vide sul tappeto una bella

giarrettiera dorata.

--Mi è caduta ora,--disse la principessa, e si pose a sedere in un

divano, alzando un po' la ricca veste rosea, come per intimare a

Cristina che la servisse, secondo era un tempo suo dovere.

Cristina, quasi non sapesse ciò che faceva, o vinta da un'abitudine

più forte di lei, raccolse la giarrettiera e si pose in ginocchio

dinanzi alla principessa per ricingergliela.

O che la principessa facesse un moto, o che Cristina alzasse la veste

più del dovere, scoprì una gamba bianca come il marmo, massiccia nella

sua perfezione, caldissima.

Un quarto d'ora dopo, le due donne entravano nel salotto.

La principessa, con aria trionfante: le ridevano gli occhi, e diceva a

Cristina con piglio di beffa, e con una certa passione:

--Tu sarai sempre la mia serva.... Ti vorrei rivedere in ginocchio,

come or ora, dinanzi a me!...

--E voi sarete sempre la più bella, la più cara delle donne: e io

continuerò sempre a sfruttarvi, a perseguitarvi, a amareggiarvi....

Sarete sempre la mia vittima.... Può darsi che mi abbiate veduto più

volte innanzi a voi, come un'umile ancella de' vostri sfrenati

capricci, ma quanto vi costa?... Un patrimonio è passato dalle vostre

nelle mie mani.... Per me son pagata e mi pagherò co' nuovi oltraggi,

le nuove umiliazioni, che aspetto d'infliggervi.... Ma, per un altro

istante, siate la mia padrona....

E le fece nuova scena, come a' tempi in cui gettava in lei i germi di

quella infame corruttela, che, svegliando precocemente i sensi della

principessa, dovea cagionarne la massima sventura.

Nell'accomiatarsi da Enrica, Cristina, mezza fuori di sè per un

selvaggio fanatismo, le diceva:

--Ti odio! e pure, a volte desidererei star sempre con te.... È certo

che una di noi due sarà causa della rovina dell'altra.... Addio,

Enrica!

Così le parlava quando era giovinetta.

Enrica si rammentò subito di quella mostruosa familiarità. Aveva

sentito presso la sua guancia il caldo alito di Cristina.

--Maledetta creatura!--mormorò.--E pure, se non l'avessi mai

conosciuta, mi dorrebbe!

Pranzò sola; voleva andar presto al San Carlo, ove un grandissimo

artista cantava il _Don Giovanni_.

Nel suo palco, durante la rappresentazione, fu visitata da molti.

Sembrava a tutti più bella del solito, d'una bellezza diabolica. Aveva

intorno a sè, a un certo punto, il Venosa, il marchese di Trapani,

l'avvocato Costella, Hummanam pascià, arrivato, pochi giorni innanzi,

da Tunisi: in abito nero, e col suo _fez_.

Sul palcoscenico si cantava il pezzo sublime, in cui rifulge tutta

l'ispirazione del Mozart:

_Giovinetti, che fate all'amore...._

--Perchè,--finito il pezzo, disse la principessa,--non ci fu mai un

poeta, un musicista, che pensasse a scrivere un lavoro, in cui

fosse protagonista una donna, simile di carattere a _Don

Giovanni_?... Ah, sarebbe stato delizioso!--e continuava col suo

sorriso affascinante.--Che ne dite, Venosa? Non credete ci sia fra

le donne un tipo come _Don Giovanni_, cioè una donna, assetata di

piaceri, ardente, per cui la vita è nella varietà, nella

leggerezza, nella mutabilità delle passioni; una donna che non

conosca, o non voglia conoscere, se non il piacere, e per la quale

esso divenga, con l'eleganza, col capriccio, l'unico scopo della

vita?

Il Venosa tenea sempre gli occhi affissati su la scollatura

amplissima, che facea l'abito della principessa. Guardava le spalle di

lei, simili a quelle di un'antica Minerva, quel seno procace, che ella

voleva tanto ammirato e discopriva sì facilmente, come se il credesse

opera d'arte perfetta da non doversi tener celata. Ed era tale. Quando

la principessa alzava gli occhi sul Venosa, egli, timido come un

fanciullo, abbassava i suoi.

Essa sentiva sempre più l'ammirazione che gl'ispirava; sentiva che

sarebbe bastato un suo cenno per attirarlo a sè, distrarlo da Diana,

da Diana di lei più giovane, e di quanto!

Ecco i trionfi che la inorgoglivano, che ella cercava, e si appagava

d'accertarsi di poterli sempre ottenere.

Voleva persuadersi ognora che la sua bellezza era una potenza, e che i

più freddi, i più torpidi doveano subirne la seduzione, rimanerne

soggiogati!

--Siamo dunque vicini alla vostra festa.... finalmente,--disse la

principessa al marchese di Trapani.

Enrica era gaia quella sera; eccitatissima, parlava con una strana

volubilità; si vedeva in lei la gioia che palesano tutti gli animali

robusti, quando i loro appetiti sono soddisfatti.

--Una piccola festa,--rispose ipocritamente il marchese di

Trapani,--ma non oso più contare sulla soddisfazione di vedervi in

casa mia quella sera.

--E perchè?--domandò vivacemente la principessa.--Io ci voglio

venire,--continuò con la sua solita impetuosità.

Infatti essa non si lasciava mai sfuggir la occasione, come quella di

un ballo, per far vedere il più che poteva del suo corpo sfolgorante.

--No, no, non conto più di vedere in casa mia V. E.,--rispose il

marchese di Trapani.--Ho avuto questa sera una notizia, che me ne fa

disperare.... Or ora ero nel palco del ministro inglese, egli mi ha

detto avere da' suoi dispacci ch'è imminente il ritorno del principe

vostro marito....

--Lo so.... lo so.... io pure l'aspetto.... e dunque?...

--Due sposi, che non si vedono più da molto tempo.... Il principe

vorrà la solitudine.... e avrà ben ragione!

--Sciocchezze!--disse sorridendo, tra ironica e sdegnosa, la

principessa.--Ma chi sa.... forse avete ragione!--aggiunse

maliziosa.--Mi dorrà molto di rinunciare al vostro ballo!

In quel momento il marchese di Trapani si volse verso un punto della

platea donde due grandi occhi neri dardeggiavano sempre su lui. Era

Marco Alboni, che vigilava su la sua vittima e indovinava dai moti del

suo labbro, dalla espressione della sua fisonomia ciò che diceva. Vero

è ch'egli stesso lo avea ammaestrato di quello che dovea dire: e

aspettava ansioso un cenno che gli confermasse quello ch'egli

desiderava.

S'era accorto che il marchese avea già cominciato a parlare con la

principessa di ciò che a lui stava a cuore. Ad un tratto, il marchese

fece un lievissimo cenno tra loro combinato. Marco Alboni gli rispose

con uno sguaiato sorriso di compiacenza.

Con quel sorriso pareva dicesse al suo compare:

--Vedi, io sono più astuto di te!

Il marchese non potè dir altro, nè il desiderava, alla principessa,

poichè entrava nel palco un nuovo visitatore ed egli colse il destro

per ritirarsi.

Questo nuovo visitatore era il Weill-Myot.

--Buona sera, caro Weill-Myot,--gli disse la principessa in tuono di

scherno,--ho aspettato oggi.... molto una vostra visita: ma voi vi

fate desiderare.... Figuratevi mi fossi troppo annoiata a star sola,

contando sulla vostra.... promessa, che colpa non avreste?

Fortunatamente.... benchè siate tanto orgoglioso.... non siete

indispensabile: mi sono accorta di poter far senza di voi e che è

meglio non contare.... su la vostra parola!

Parlava con un garbo, con una finezza di accento, frametteva risa sì

argentine a' suoi motteggi, solo intelligibili pel Weill-Myot, che il

suo discorso, tutto epigrammi, alle altre due persone, che lo udivano,

e che non sapeano nulla dell'incontro mattutino fra Enrica e il

banchiere, sembrò che ella facesse all'americano complimenti più dolci

dell'usato.

Ma chi rideva davvero in cuor suo di quella garrula arroganza era il

Weill-Myot.

Poche ore prima egli si abbigliava nella sua camera per andar a pranzo

dal principe di San Toldo, che voleva consultarlo sull'acquisto di

certi titoli.

Gli fu annunziata la visita del De Carlo.

Egli l'aspettava da un momento all'altro, e s'infuriava di non vederlo

arrivare.

Lo fece entrar subito nella camera, con la massima familiarità

mentr'era in maniche di camicia, dinanzi a uno specchio, e s'infilava

nella cravatta nera uno spillo di brillanti.

--E così?--domandò, senza voltarsi, appena sentì il passo del De Carlo

nella camera.

Il De Carlo, uomo rigido negli affari, silenzioso quando occorreva,

amante de' colpi di scena, e che avea spesso qualche cosa di teatrale,

si accostò al banchiere e gli pose sott'occhio gli astucci, aperti,

ov'erano i gioielli.

Un sorriso diabolico illuminò la fisonomia del Weill-Myot.

--Centomila franchi!--riprese il gioielliere,--e state sicuro che non

ci rimetterete nulla....

--E tu non parlare, e che non si sappia mai....

Il gioielliere fece un gesto come per esprimere che era superflua ogni

raccomandazione.

Il Weill-Myot accomiatò il De Carlo, dopo averlo ringraziato del suo

buon ufficio: e, rimasto solo, prendeva i gioielli, li guardava di

nuovo e li gettava in un cassetto nel quale, per ben richiuderlo,

girava due volte la chiave.

--Sono soddisfatto!--mormorò fra sè.

E, sul tardi, era andato al teatro per gioire della principessa, che

immaginava trovar esaltata dal fatto accaduto; e che pur prevedeva lo

avrebbe insultato, or che si dava ad intendere non aver più bisogno di

lui.

--La principessa sa,--così rispose a' suoi sarcasmi, trafiggendola un

poco, ma non volendo andar tropp'oltre, affinchè ella, sospettando di

lui, non sfuggisse, almeno in parte, alle sue vendette,--sa che io

tengo a esser il primo de' suoi servitori.... Se ho mancato ad una

visita, la principessa deve essere convinta che ciò può attribuirsi

soltanto a motivi superiori di molto alle mie forze.... Ma, pur

troppo, io so che alla principessa è indifferente di veder o no un sì

umile servitore come sono io: un pover uomo d'affari, che non può

distrarla, perchè manca di brio, e non può esserle utile in nulla.

La principessa credeva alla storia della povertà del Weill-Myot, e gli

rispose col sembiante di una sovrana verso uno schiavo:

--Povero Weill-Myot, so quanti sono i vostri affari; so che non tutti

sempre vi possono andar bene: e m'immagino che dobbiate avere spesso

molesti pensieri, e gravi occupazioni, che empiano il vostro tempo...

Nessuno vi compatisce più di me!--terminava con affabile degnazione.

Egli se la godeva.

Si accorgeva che nel teatro tutti guardavano la bella donna.

E pensava, quando essa fu di nuovo tutta intenta allo spettacolo:

--E dire che io la tengo in mio potere, che la spingo ogni giorno più

verso una rovina.... irreparabile. Non è certo molto lontano il giorno

in cui la mia vendetta sarà compiuta!

La principessa avea dato in un gran tranello, per la stessa sua

avventatezza.

Nel lasciar scegliere i gioielli al De Carlo, ella non avea badato

ch'esso sceglieva appunto antichissimi gioielli, che avevano

appartenuto alla madre del principe, ed egli li teneva in casa come un

talismano.

Se il principe glieli avesse richiesti?

Enrica continuava a sorridere, di tanto in tanto, a rivolgere alle

persone che le stavano attorno argute domande.

In quella sera si sentiva più del solito felice, sgombra da ogni

pensiero.

Chi avrebbe detto in tal momento che la donna, sì gaia, sì contenta,

in sembiante così tranquilla, era la stessa ch'avea cagionato la morte

del conte di Squirace, avea spinto con un'atroce calunnia, sì ben

combinata, un innocente in prigione, e per tutta la vita, s'egli non

fosse riuscito a salvarsi?

Era un pezzo che da un palco di terz'ordine, un uomo, rimasto sempre

avvolto in un largo mantello e che si teneva nell'ombra del palco, la

guardava, fissando in lei con insistenza il cannocchiale.

La principessa, alzando gli occhi, avea notato quell'individuo e la

sua insistenza. Ma oramai ella era abituata a ogni specie di

adorazioni: e non le spiacevano neppure, appunto per l'ammirazione che

avea di sè stessa, le più importune e volgari.

Però, ad un tratto, dette in un piccolo grido.

L'uomo, che l'avea affissata per tanto tempo, si alzava nel palco di

terz'ordine e, alzandosi, inavvertitamente, avea lasciato cader un po'

giù il mantello.

--Che ha V. E.?--domandò il Venosa.

--Oh.... niente,--rispose la principessa.--Ma figuratevi che, da varii

giorni, accostandomi qualche volta a' vetri delle finestre, mi vien

fatto di veder nella strada un uomo che si direbbe passi lì le sue

giornate.... Lo vedo sempre.... Qualche volta, tornando a casa in

carrozza da una passeggiata, l'ho incontrato vicino al palazzo....

Sembra non si stacchi mai da que' luoghi.... e mi guarda con

un'espressione sì strana, allorchè io passo accanto a lui.... Lo trovo

per tutto.... Dev'essere un caso, poichè non ha i modi, nè l'aspetto

di un corteggiatore, o di un semplice curioso.... Il bello è che mi

par averlo conosciuto.... non so dove.... nè quando.... Ma mi pare....

Tutti aveano levati gli occhi verso il palco, ov'era l'uomo di cui

parlava la principessa.

Egli voltava loro le spalle in quel momento; si tirava su il bavero

del mantello e si mettea in testa un cappello a larga tesa.

Nessuno di loro lo conosceva.

--Mi piacerebbe di sapere chi è!--disse la principessa.

--Procurerò di seguirlo e d'informarvene!--esclamò il Venosa uscendo

dal palco precipitosamente.

Già il palco del terz'ordine era rimasto vuoto.

Una mezz'ora dopo, il Venosa giungeva trafelato.

--L'ho seguito il vostro originale,--disse, non appena fu tornato nel

palco.--Egli è entrato nel Caffè d'Europa.... vi si è trattenuto un

dieci minuti, bevendo birra.... Non si è mai tirato giù il

mantello.... S'è alzato, ed è uscito.... Io avevo fatto l'osservazione

che parlava con un cameriere assai familiarmente.... Insomma, nessuno

sa chi sia.... Solamente hanno detto che è un ingegnere.

--Ma, a proposito,--disse l'avvocato Costella, mentre la principessa,

in piedi nel palco, si lasciava infilare la sua cappa di

velluto,--sapete chi è morto, Eccellenza?

La principessa si voltò bruscamente.

--Quel ragazzaccio.... ora uomo d'età.... che vi fece una volta tanto

spavento nel parco di Mondrone, e che era stato sì giustamente

condannato per le vostre deposizioni, Roberto Jannacone!

Vi lascio pensare il colpo che ricevette Enrica.

Il Venosa guardò il vecchio avvocato come per dirgli che la notizia da

lui data era molto inopportuna.

--Com'è morto?--domandò Enrica, impassibile per chiunque l'avesse

osservata.

--Di quattro fucilate,--riprese l'avvocato, senza riguardi,--mentre

tentava una fuga, di notte, scavalcando la finestra del suo carcere.

--Pover uomo!--mormorò Enrica e si calò la veletta sul volto.

--Intanto--pensava--sono sbarazzata del mio primo marito!

Per tutti, ormai, in fatti, Roberto Jannacone era morto. Viveva un

uomo, cui era stata fatta la grazia di parte della sua condanna, e si

chiamava l'ingegnere Amoretti.

Anche Cristina, pochi giorni dopo, avea saputo la morte di Roberto.

Ma, una sera, mentre se ne stava tutta raccolta, occupata in un lavoro

di ago, le venne annunciata la visita di un signore, che non voleva

nominarsi e domandava di parlarle.

E la principessa, tornata a casa la notte, dopo lo spettacolo del San

Carlo, si dava a molte riflessioni.

--Alla fine sono libera di questo Roberto Jannacone.... Egli avea di

sicuro cercato fuggire dal suo carcere per nuocermi.... Ed ora

Cristina parli pure, se vuole.... Avrò sempre ragione!

La Principessa · 第 32 / 42 题