XIII.

La festa data dal marchese di Trapani riuscì splendidissima.

Inutile dire che la principessa fu tra le prime ad accorrervi. Si era

mascherata stupendamente: la foggia, da lei vestita, rifioriva la sua

bellezza.

Sul cominciar della festa nessuno la riconobbe. Poi tutti cominciarono

a domandarsi qual gran dama poteva aver in Napoli sì belle braccia e

sì altri belli accessorii, e compiacersi tanto di mostrarli: quale fra

le grandi dame di Napoli avesse quel modo provocante di sedersi e di

far veder sempre una gamba: poco, ma quanto bastasse ad attizzar

desiderii.

Subito il nome della principessa venne sulle labbra di tutti. Ella

credea rimanere incognita e pigliarsi spasso degli altri. Aggirandosi

qua e là, si avvicinò alle stanze di Diana. In un salottino vide due

persone, che sedevano l'una accanto all'altra: riconobbe alle voci,

che erano Diana ed il Re: essi le voltavano le spalle e la principessa

si nascose dietro un paravento, volendo ascoltarli.

Uscì di là tutta infuriata; avea inteso, o avea interpretato certe

parole di Diana come assentimento alle stringenti dichiarazioni del

Re. Era egli dunque vero ch'essa aveva alla Corte una rivale?

In tal punto tutte le sue idee eran più che mai riconcentrate nelle

frivolezze, nel piacere.

Finiti i denari ottenuti dal De Carlo, aveva già rimandato a chiamar

il vecchio gioielliere: si consultava ormai spesso con lui: s'era

posta in cuore di far ridurre in denaro da quell'astuto tutti i suoi

diamanti, tutte le sue gemme.

Il De Carlo si prestava a secondar i capricci di lei, a sperimentarne

i rabbuffi con la sottigliezza di un diplomatico, con la pazienza di

un uomo che sa di poter cavare buon frutto dal sopportare.

E, senza che ella il subodorasse, conferiva sempre col Weill-Myot; ma

il banchiere americano gli avea ripetuto che non desiderava sborsar

altro denaro; disponesse egli come credeva di quei gioielli; a lui

bastavano gli antichi, che già aveva acquistato.

--E vorrei sapere,--gli diceva anzi a volte il De Carlo,---l'uso che

ne fate.... Non li avete regalati certo.... E tener lì morto un sì

grosso capitale.... Comprendo che voi siete un ricco....

--Sono ricco, e sono solo!--ripigliava il Weill-Myot.--Centomila

franchi!... Ne avrei gettati cinque volte il doppio.... un tempo....

per ottenere il contrario di ciò che ora voglio ottenere.... Con

questi gioielli voglio riconciliare una moglie col suo marito.... Ma

quante spiegazioni vi do!--avea detto un giorno interrompendosi e

impazientandosi.

Ormai Enrica, da questo lato, stava tranquilla; non sentiva più le

strette della penuria; vedeva un lungo avvenire in cui avrebbe avuto

ogni mezzo d'ingolfarsi nelle sue dissolutezze.

Si sarebbe impoverita di tutto: ella, gentildonna, era ormai arrivata

a truffare al principe suo marito i gioielli di famiglia, a lasciar

nelle mani d'un mercante le gemme appartenute alla madre di lui, per

cambiarle con gemme false. Ma ormai la sua coscienza non parlava più.

La notte stessa, in cui sorprese il colloquio tra Diana e il Re,

divampò nel suo animo un vero odio per la giovinetta che, sin allora,

avea tanto amato, e a solo vederla le parea sentirsi consolata.

Volle subito sfogare il suo odio.

S'imbattè nel Venosa che era anch'egli alla festa del marchese Piero.

Gli parlò con volto ilare, preparando una delle sue scene di

seduzione.

Ella dava il braccio al vecchio _balì_ di Cantadera; non volea

lasciarlo bruscamente per un giovinetto: ma fece capire al Venosa che

la seguisse.

Ogni tanto si voltava verso di lui; sorrideva, gli parlava.

Il vecchio _balì_ stanco, e non volendo poi servir di balocco, trovò

un pretesto per allontanarsi.

--Voi sarete il mio cavaliere alla cena!--disse la principessa al

Venosa.

Il giovane non domandava di meglio.

Entrarono nella sala delle cene: vi erano molte tavole apparecchiate.

Diana li raggiunse mentre favellavano sotto voce: la principessa aveva

sulle labbra il suo sorriso diabolico e il Venosa tremava, socchiudeva

gli occhi come se facesse un sogno di voluttà.

Anche Diana fu colpita da gelosia della principessa e questa volta nel

modo più vivo: si persuadeva esser proprio vero che costei le

disputasse il suo fidanzato.

Chiamò subito il Venosa con un certo piglio d'irritazione. Egli si

scosse: le andò incontro un istante per dirle molto turbato che non

potea lasciare la principessa: e la risposta fredda, insidiosa, a

Diana dette nel cuore. Non volle perder più di veduta que' due in

tutta la durata della festa. Presso il mattino si accorse che essi

erano nel salotto ov'ella era stata poco prima col Re.

La principessa, con un piacere maligno, avea voluto sedersi nello

stesso punto, con accanto il fidanzato di Diana.

A Enrica era venuta un'idea: costringere il Venosa a chieder la mano

di Diana. Se la giovinetta consentiva a sposarlo, voleva significare

che fra lei e il Re non correva alcuna relazione, se non amichevole.

S'ella si opponeva alla domanda, ella, che un tempo amava il Venosa,

potea tenerla per sua rivale, per sua nemica; e pensare a

sbarazzarsene come avea fatto di altri suoi nemici.

Così le sue focose passioni la spingeano: e senza ch'ella il sapesse,

fin contro la propria figlia. Si dette a raddoppiare di tenerezza con

il Venosa: egli le stringeva furtivamente il polso del braccio destro:

in sembiante, per aggiustarle un grosso braccialetto. Essa lasciava

fare, e lo guardava ammaliandolo.

Diana s'era nascosta dietro il paravento ove era stata poco innanzi la

principessa.

Sembra che Enrica avesse mossa al Venosa una domanda, poichè egli le

rispondeva:

--Ma non ci è cosa al mondo, che non vorrei tentare per voi.... Mi

chiedete, se amo Diana.... se voglio bene a quella creaturina

inesperta, ma sento quanto l'amore per una giovanetta come Diana debba

esser diverso dalla passione seria, profonda, esaltata che può ispirar

una donna come voi....

--Voi dovete ubbidirmi: me l'avete promesso....

--E vi ubbidirò, principessa!

--Dovete chiedere, senza indugio, la mano di Diana.

--Ma....--il Venosa esitava.

--Lo voglio io!--aggiunse, imperiosa, la principessa e in tuono che

lasciava a quell'uomo, ignaro della vita, molte speranze.

--Vi ripeto: io voglio bene a Diana, secondo si può voler bene ad una

giovinetta come lei.... Però andavo sempre indugiando il mio

matrimonio....

--Giovinetta.... Ma Diana potrebbe esser madre.... Vedete che essa ha

già l'aspetto, la figura di una donna.... Promettetemi che domanderete

subito la sua mano.... già voi l'amate....

--L'amo.... non quanto amo voi!--disse con foga il Venosa: e baciava

le estremità delle dita alla principessa, di cui s'era portato alle

labbra la mano destra morbida, bianca, profumata, sfavillante di

anelli.--Per voi Diana sarà presto mia sposa: essa vi dovrà la sua

felicità, poichè per voi avrò sormontato quelli scrupoli che mi

spingevano a serbar tuttora la mia libertà.... Ma qual sarà la mia

ricompensa?...

Diana sentì il rumore di un bacio, che il Venosa avea dato col massimo

ardore su la spalla nuda di Enrica.

Enrica si alzò, passarono quasi accanto a Diana che si teneva tutta

raccolta dietro il paravento. Essa vide benissimo il Venosa, che si

accostava molto alla principessa, mentre le dava il braccio, come

fanno certi innamorati smaniosi. La principessa voleva infiammarlo.

Con la sua bella voce musicale, quando furono presso la porta,

avvicinandosi a lui in modo ch'egli potesse riconoscere tutto il

valore delle forme risentite della sua persona, gli mormorò, tra

languida e carezzevole:

--Sapete qual sarà il vostro premio!... Ma occorre affrettare il

matrimonio....

Essere l'amante di quell'uomo inesperto, per un istante, poco le

caleva: ciò che le importava era riacquistare la sicurezza ch'ella non

potea perdere della sua influenza sull'animo del Re, influenza da cui

traeva una sì gran vanagloria.

Ma Diana avea colto anche quelle ultime parole: avea capito a qual

prezzo il perfido Venosa la vendeva.

Si preparò a stornare i suoi disegni.

Allorchè quasi tutti gl'invitati ebbero lasciato il palazzo del

marchese di Trapani, e soli rimanevano due o tre suoi parenti e la

principessa, accadde una scena delle più strane.

La principessa avea notato che un uomo le si avvicinava spesso, come

per udir ciò ch'ella diceva, e la guardava con una bizzarra

espressione.

In quest'uomo ella avea riconosciuto Marco Alboni, l'intendente del

marchese di Trapani, sì ben noto anche al nostro lettore.

Si trovavano tutti riuniti: il marchese, Diana, la principessa, il

Venosa.

--Avremmo da dirvi qualche cosa di molto confidenziale!--incominciò la

principessa. E si voltava verso Marco come per far capire che colui

era di troppo.

Ma il marchese le rispose con un altro gesto, e un ristringersi nelle

spalle, che volea significare: è un vecchio servitore, fidato, che

vuol magari ingerirsi troppo nelle mie faccende, ma non posso ora

dispiacergli, irritarlo.

La principessa capì.

È proprio di noi italiani, de' meridionali in ispecie, compendiar in

un gesto, in un'espressione della fisonomia un lungo discorso.

Subito Enrica si mosse e andarono tutti dal lato opposto della sala.

Marco Alboni si contentò di seguirli con lo sguardo.

--Caro marchese,--disse la principessa al marchese di Trapani,---io

debbo parlare in nome del nostro amico Venosa.... e la vostra risposta

mi sta molto a cuore.... Il Venosa,--riprese dopo breve esitanza,--ama

vostra figlia.... e vi chiede la sua mano!

Era impossibile parlare con più vellutata soavità di accento, con più

grazia.

Il marchese s'aspettava così poco una tale domanda che non trovava

parole per rispondere.

L'Alboni, il quale col suo orecchio sottile avea tutto udito, non

potea più star nella pelle.

Temeva che il marchese cadesse in qualche errore.

Ma Diana venne a tor tutti d'imbarazzo.

--Mio padre,--disse al marchese, ch'ella non solea mai chiamare in tal

modo,--io non ho mai sin ad oggi avuto alcuna idea di maritarmi, e non

mi sono mai accorta di amare il signor Venosa!

Il giovane fu ferito, e nella schietta, ingenua affezione che nutriva

per Diana, non ostante il momentaneo suo depravamento, e nell'orgoglio

che ogni uomo reca con sè.

Diana si era presa giuoco di lui sin allora?

La principessa fu eccitata dalla collera.

Ella sapea che Diana amava il Venosa. La fanciulla erasi mutata

soltanto per l'ambizione ch'ormai gonfiava il suo cuore: sapea di

poter conquistare il Re e disprezzava l'umile giovane sin allora

adorato: la giudicava alla sua stregua.

Non poteva ormai contenere il suo odio per lei.

Lasciò la casa del marchese, ultima fra le invitate, affettando la

massima disinvoltura.

Salutò appena Diana nell'accomiatarsi: rivolse poche, sdegnose parole

al Venosa, il cui amore per lei si era infiammato a cento doppii, dopo

la improvvisa ripulsa della ragazza.

La principessa tornò a casa e ricevette una notizia, che avrebbe

dovuto aspettarsi, ma alla quale ormai più non pensava.

--È tornato il principe!--le disse la sua cameriera.

--E dov'è?--domandò Enrica.

--Era stanco e si è coricato.

Ella era ben stanca, ma non potea coricarsi.

Si vedeva negli specchi, nella sua camera, nel suo abbigliatoio, con

lo strano abito che indossava, tornando da una mascherata.

Licenziò la sua cameriera e si gettò su una poltrona.

Il Re la tradiva.... e per una giovinetta. Era ella, dunque, tanto

invecchiata? Non poteva ormai più trattenere un amante?

S'imbizziva; e la sua collera avrebbe voluto sfogar tutta contro

quella fanciulla.

--Una ragazza,--pensava,--cui ho voluto tanto bene sino a ieri!

Sentì bussare alla porta e una voce fievole che diceva:

--Enrica!

Riconobbe la voce del marito.

Fece subito un gesto di disgusto.

Poi, volendo fingere, o forse sembrandole che ciò potesse distrarla

da' suoi neri pensieri, da' pensieri, che le erano in tal momento

assai importuni, si alzò, andò ad aprire: e si gettò nelle braccia del

principe. Incontanente, scostandosi da lui, volle guardarlo.

Il principe sembrava più giovane che mai: aveva acquistato molto di

floridezza nella sua assenza.

Le parve più bello di prima.

E subito Enrica provò una nuova fiamma d'amore per lui.

Anche il principe, eziandio, volle rimirarla: non gli parve che ella

avesse nulla perduto: anzi gli parve ch'ella avesse acquistato di

venustà.

Si accorse subito che essa era vestita in maschera; e vestita in qual

modo!

--Vi siete divertita molto, cara, durante la mia assenza?...--domandò

con quel piglio leggero, che gli era proprio ne' suoi periodi, lunghi

periodi, di affabilità.

Per irritarlo, per farlo divenire cattivo, come sa il nostro lettore,

ci volevano le cose che al carattere suo eran più ripugnanti: una

bassezza, un tradimento, una viltà. In tutto il resto si mostrava

indulgentissimo: nessuno aveva meno pregiudizi di lui: solo non sapea

transigere sulla pura questione dell'onore.

--Mi mancano precise notizie... di voi... da molto tempo,--continuò,

celiando.--Cercherò informazioni.... Potrei domandarne a voi stessa...

ma la fonte è un po' sospetta!...

--Oh!--rispose la principessa con un bel sorriso, che metteva in

mostra i suoi denti bellissimi: e battè la mano sul tappeto del

tavolino, che avea alla sua destra.--Ma ditemi,--riprese,--sareste

forse geloso?

--Eh... chi sa?--soggiunse il principe, che carezzava con una mano i

suoi lunghi baffi.

--Facciamoci le nostre confessioni,--continuò la principessa,--uno

dopo l'altro....

--Sì... sì....

--Ma cominciate voi dal dire i vostri peccati.

--Avete paura che, cominciando voi, vi mancherebbe il tempo per

finire?...

E anche il principe rideva....

--Siete tornato molto allegro....

--E anche voi vi trovo allegrissima... in maschera!

--Sono gli ultimi momenti della mia vita per divertirmi.... Mi sento,

caro, già vecchia!

--No, no.... questo no.... voi siete sempre più bella...

--Si vede in voi il diplomatico, che non è mai abituato a dire la

verità!

--Vi dico sinceramente che voi siete bellissima.

--Grazie, amico mio, grazie!

E la principessa si alzò, si accostò al principe, gli tese la mano e

gli fece un inchino, con quel garbo di cui ella aveva il segreto.

--Dunque, sì,--proseguì egli, rimirandola e quasi compiacendosi della

eleganza, della bellezza di lei,--chiederò informazioni.... Ma,

ditemi, a chi devo evitare di domandar notizie.... perchè non vorrei

andar a istruirmi da gente che potesse aver troppo interesse a

mentire!...

--Siete molto cattivo.

--Mi piace di tormentarvi.... Ho viaggiato tanto, dacchè non ci siamo

veduti, ho conosciuto alle Corti, nelle aristocrazie forestiere, donne

bellissime... e pure... Enrica, vi dirò una cosa, che non dispiacerà

al vostro orgoglio: non ho mai trovato una donna che avesse la vostra

perfezione di forme, e che sapesse sorridere, parlare, sapesse

muoversi, atteggiarsi come voi....

La principessa rideva e scrollava il capo.

--Siete una meravigliosa figura,--insisteva il principe,--Dio vi ha

largito tutto. Un artista dee sentirsi beato nel riguardarvi. A voi è

mancata una sola forza: l'educazione del cuore, che vostro padre

avrebbe voluto darvi, ma non potè, per la sua spensieratezza, che

vostra madre vi avrebbe dato, se non fosse morta sì precocemente.

--Sicchè mi credete una donna viziosa....

--Cara Enrica, vi dirò di più.... Io vi credo, pel vostro utile,

capace di tutto....

--Anche di un delitto?--chiese Enrica per far l'indifferente,

studiando un sorriso.

--Di uno, di due, di più....

--Avete una buona moglie, voi!

--Non ho mai riconosciuto d'averla buona: ho detto bella.... Sapete

che voi mi avete ispirato forti passioni, ma che il sentimento più

durevole da voi ispiratomi fu quello della diffidenza.

--E che temete da me?

--Lo sapete, Enrica,--disse il principe con tuono un po' più

aspro.--Ma, tra voi e me, spero, non ci saranno più motivi di

dissidio!

--Spero anch'io,--replicò arditamente la principessa. E, per sviare la

conversazione, che non finisse io minaccie, domandò:

--O la duchessa sa che siete tornato?

--Sicuro.

--E l'avete forse riveduta prima di me?

--Sì, perchè è venuta a trovarmi dove io era: desiderio che voi non

avete mai provato....

--Sapete che mi piace Napoli e che si potrebbe adattar a me, benissimo

il proverbio: vedi Napoli, e poi mori,--il mio voto è vivere, morire

in questa città. Se me ne assento, mi par di farle una infedeltà....

--E voi di infedeltà non siete capace!--interruppe il principe con

fino dileggio.

--Crediate: ci sono molti che la pensano come me; Napoli è il paradiso

della terra.... Non posso sentir cantar una volta quella canzone: o

bella Napoli, senza che mi batta il cuore. O bella Napoli! Soltanto in

queste parole è per me una melodia.... Ove si può trovar un soggiorno

più incantevole che in questa regione beata? Dove meglio che tra il

nostro mare, il nostro cielo, i nostri orizzonti si posson gustare i

rapidissimi istanti di poesia che ha la vita?

--Dite benissimo: amo anch'io Napoli e appena, dopo lunghe assenze, ho

riveduto il Vesuvio, Posilipo, le linee di Chiaia, di tutti que'

luoghi dal nome armonioso, mi son sempre sentito occupar l'animo da

tenerezze ineffabili.... Chi non ha fatto un bel sogno a questi dolci

tramonti.... chi non ha sentito soave il fremito delle più trepide

passioni fra tanta luce, tanto profumo di fiori, tanta allegrezza di

natura? Sì, par che qui debbano vivere Numi e non vi si debba

conoscere se non il sorriso della vita....

Tutti e due si erano affacciati, a poco a poco, al balcone: e non

sentivano l'aria pungente del mattino, e si tenevano per mano.

Il principe si lasciava andar alle sue fantasticherie.

Egli era davvero poeta, come sa il lettore.

--Domani, dunque,--disse a un tratto la principessa, divenuta molto

pensosa,--voi andrete a cercar notizie sul conto mio....

--È probabile!--rispose il principe asciutto, e tornando alla realtà.

--E a che fonte le attingerete, si può sapere?

--Cerco anch'io....

--Dalla duchessa?...--domandò all'improvviso Enrica, dopo breve pausa.

--Ella è troppo generosa: non potrebbe mai accusare nessuno... se pur

vi fosse motivo ad accuse.... Ella, statene certa, non si occupa di

voi.

--È una prudenza, che dovrebbe usare la... mia cara amica, in

contraccambio di quella ch'io so usare verso di lei.... Non ho nulla a

rimproverarmi: ve lo assicuro!

--Guardate: e io ve lo credo!... Sapete quanto io sono indulgente, ma

vi hanno cose che non riuscirei mai a perdonarvi.... Possiate evitarle

sempre, cara.... Poi, ho scherzato fin ora.... Se voi aveste commesso

qualche atto grave, non avrei bisogno di andarne a cercar le

notizie.... La malignità de' miei amici penserebbe ad informarmene....

C'è di più: le donne come voi, suscitano nel mondo invidie,

ostilità.... Più volte mi son pervenute accuse contro di voi: e le ho

disprezzate!

Si tacquero l'uno e l'altra.

Noi abbiamo appena riferito qualche parte della conversazione che

aveano avuto tra loro in quelle ore.

--Abbiamo fatto di strani discorsi stasera,--disse il principe, come

risvegliandosi.--E sopra tutto, dopo non esserci visti da tanto

tempo.... Ma già con voi tutto è strano... Vi bacio la mano:--e il

principe la baciò,--e vi lascio alle vostre preghiere. Non avete

ancora pregato?

--La domanda che fa Otello a Desdemona....

E, sghignazzando, la principessa entrò nella sua camera.

Il principe richiuse pian piano la porta del salotto.

La Principessa · 第 33 / 42 题