III.

Dobbiamo tornare a occuparci di uno de' nostri personaggi: il marchese

Piero di Trapani; non abbiamo più parlato di lui, dacchè egli ebbe

finito il suo colloquio con Marco, fra le rovine del casolare presso

il parco di Mondrone, dopo il ratto della bambina.

Marco era entrato al servizio del marchese di Trapani: sempre tutto

abbigliato di nero, in cravatta bianca, calzoni corti, era

irriconoscibile per chi lo vedeva nel palazzo. Solenne, severo,

impartiva ordini a tutti gli altri servitori e anche al padrone, su

cui aveva un'assoluta autorità: poichè egli possedeva sempre la

lettera del dottor Krag.

Quest'uomo misterioso e sinistro era il vero marchese di Trapani.

Non parlava mai con gli altri servitori, se non per dar loro comandi:

mangiava solo: nelle ore di riposo lo vedevano seduto nel giardino,

nei vestiboli, o nelle anticamere, sempre dove era facile qualcuno

passasse, con un libro di preghiere in mano.

Andava con molta assiduità alla chiesa: usava larghezza nel far

elemosine: i giorni di vigilia l'ex-galeotto si facea servir un

pranzo, tutto magro, e ne rimandava in cucina più della metà; non

bevea vino, per non rompere, egli dicea, l'astinenza: tanto era

scrupoloso. I preti della parrocchia lo salutavano con un certo

riguardo: si tenevano quasi di parlare con un uomo sì grave e di tanta

virtù.

Il vecchio uomo riappariva soltanto ne' colloqui che Marco avea col

padrone.

Quando il marchese Piero meno se l'aspettava, lo vedeva comparir nella

sua camera, nel suo salotto, pian piano, come se, in apparenza,

temesse disturbarlo; e subito faceva domanda di grosse somme.

Costui operava verso il marchese Piero come Cristina verso la

principessa.

Le due ricchissime parenti della defunta marchesa non si mostravan

disposte a morire: passavano al marchese cospicui assegni, in riguardo

della figliuola: assegni, che non erano sufficienti a quell'uomo

vizioso: e che avea già sperperato tesori. Le eredità si faceano

troppo aspettare.

Come la principessa, il marchese s'impazientiva dei continui ricatti;

volea irritarsi contro sì forti estorsioni.

L'altro ripicchiava:

--Non rammentate ciò che mi diceste la sera in cui rapivo la

fanciulla, e la ponevo nel letto, accanto al cadavere di vostra

moglie?... Non mi avete voi... detto ch'io vi salvavo l'onore, la

vita?... E oggi, da che traete i lauti assegni, che vi danno modo di

menar sì buona vita? se non dall'atto che io ebbi l'intelligenza,

l'audacia, la premura di compiere in vostro favore?... Sono io, e non

altri che io, l'autore di tutta questa prosperità che vi circonda....

E oggi, se voi pensate a innalzarvi, a chi lo dovete? Alla fanciulla,

che io vi ho procurato.... Voi.... parliamoci franchi.... poichè le

reticenze sono tra noi inutili.... e ci leggiamo l'un l'altro

nell'animo, e siamo sì degni di comprenderci, voi vi preparate a

speculare sulla grande bellezza della figliuola.... Alla Corte, lo so,

si parla già molto di lei: si racconta sommesso ch'ella possa

succedere all'attuale favorita.... bellissima sempre, ma un po'

matura.... Il Re ha inviato alla vostra figliuola un vezzo di perle

per l'onomastico di lei. E il fatto è un po' insolito.... Tutta Napoli

conosce l'avarizia del Re.... Voi non m'avete detto nulla: avreste

voluto che un tal fatto rimanesse un mistero per me....

Tali cose aggiungeva un giorno a' soliti rabbuffi ond'era avvezzo a

torturare il marchese. E in quel giorno, appunto, proseguiva:

--Siete stato ispirato male.... Vi ricordate che io sono vostro

associato: rammentate la nostra ditta: Marchese Piero di Trapani e

Marco Alboni.... Voi non potete, non dovete stipulare nessun affare

senza di me.... Non solo io debbo partecipare agli utili, ma voglio

esser informato dei rischi.... E qui vi sono....

--Che rischi?--domandò il marchese, che poi, in fondo, riconoscea

Marco un'autorità nel saper condurre a bene una bricconata.

--Che rischi?... Vero o no che sia, si dice in tutta Napoli che la ben

accetta al Re è la principessa di Caprenne.... E quella donna deve

aver un'arte somma per incatenare a sè chi l'ama: deve aver segreti,

tutti suoi, per piacere.... Io non voglio dire che ella sia la

favorita: non bisogna basar un affare sull'incertezza.... Ma, senza

dubbio, ella ha nell'animo del Re predominanza.... Che si presenti una

rivale, più giovane, e bella, la principessa, che è focosissima, si

porrà subito contro di lei e contro di voi.... La principessa è capace

d'ogni vendetta: anche di percuoter la giovane in pubblico, se fosse

eccitata all'estremo.... il Re, disgustato, si ritirerebbe allora da

un'avventura, che potrebbe arrecargli troppe molestie....

La porta della stanza fu aperta, senza che alcuno avesse bussato, e

comparve una giovane di alta statura, di una incantevole grazia, una

figura veramente ideale.

--Diana!--disse il marchese, alzandosi e andandole incontro.

E le dette un freddo bacio sulla fronte.

L'altra corrispose con un bacio anche più freddo.

Diana era in abito da passeggio.

--Babbo,--gli disse, senza l'affetto che i buoni figliuoli sanno

metter di solito in tale parola,--vado a far visita alla principessa

di Caprenne.... È oggi il suo giorno.

Diana era accompagnata da una signora di oltre quarant'anni, parente

del marchese, sprovveduta d'ogni mezzo e d'ogni scrupolo: allegra.

S'imbellettava, si azzimava con la massima cura: avea sempre studio di

allettare: era pretenziosa.

Tal donna avea dato il marchese per compagna e maestra alla giovane,

che chiamava sua figliuola.

--Va', va' dalla principessa,--rispose il marchese alla ragazza,--va',

e, fra non molto, io stesso verrò a riprenderti.... Saluta intanto la

principessa....

Enrica in quel giorno riceveva: una sessantina di signore, e

altrettanti gentiluomini, e forse più, l'aveano per varie ore

costretta a quella tensione, a cui una padrona di casa deve sottoporsi

per saper interrogare tutti, rispondere a tutti, ascoltar tutti, per

andare dall'uno all'altro: per dir a tutti la cosa più grata, o più

pungente, secondo l'intenzione. Molte donne non resistono a questa

fatica, più grave che non si pensi. E, alla fine di certe giornate, si

sentono spossate come un capitano la sera dopo una grande battaglia.

All'obbligo di parlare, di muoversi, di indovinare, di confutare le

malizie delle amiche, di impedire che esse vi strappino dal labbro più

di quello che vi piace far sapere su certi vostri atti, è da

aggiungere il dovere di star stecchite, impettite, a disagio, in un

abbigliamento di cerimonia.

Ma la principessa avea una salute di ferro: e resisteva felicemente a

ben altre fatiche.

Diana arrivò al palazzo Gorreso, che era già tardi: verso le sei della

sera. Le visitatrici, i visitatori aveano lasciato in pace la

principessa.

Il cicaleccio era cessato in que' salotti, ove aveano echeggiato, poco

prima, le voci più armoniose, più melodiose, nel conversare, che

avesse Napoli.

Diana fu lasciata sola alla porta del palazzo dalla signora che

l'accompagnava e che le allegò di dover fare molte piccole

commissioni: sarebbe tornata a prenderla fra un'ora. Un giovinottino

di vent'anni, del quale ella faceva l'educazione, l'aspettava in un

luogo convenuto. Essa era tutta palpitante, impaziente d'arrivare.

Anche senza il belletto, l'impazienza avrebbe colorito di rosso le sue

guancie paffutelle.

Diana entrò nel salotto della principessa: la trovò sola con un

giovane elegantissimo: Adolfo Venosa, di famiglia molto agiata e che

avea impreso per amor della scienza lunghi, difficoltosi viaggi in

regioni inesplorate, facendo, in sì fresca età, noto il suo nome a

tutti gli scienziati.

Nella società napoletana il Venosa era ben veduto e apprezzato per il

suo ingegno, il suo amore della coltura, per la serietà, la modestia,

la vigoria del carattere.

D'impeti generosi, era quasi un fanciullo nelle cose del mondo, poichè

toccava i vent'anni e gli aveva trascorsi, dalla prima età, nello

studio e nelle imprese arrischiate.

Avea conosciuto Diana mentr'ella era nel convento di Santa Chiara, ove

era pure la sorella di lui.

Quando Diana uscì dal convento, e Adolfo la rivide, i due giovani

parlarono insieme d'amore: Adolfo, con tale gentilezza d'animo, Diana,

con un sentimento sì squisito e sì casto, che tutt'e due si trovarono

affini a segno, da non dubitar più, come si dice in tali congiunture,

che Dio li avesse destinati l'una all'altro.

Diana avea capito che il marchese di Trapani non vedea di buon occhio

questo amore; nella onestà, nel carattere franco, leale di Adolfo,

egli scorgea tante accuse a sè stesso: sentiva per lui una repulsione:

mentre Diana e Adolfo si sentiano attirati l'un verso l'altra, appunto

in forza della loro virtù, il marchese si sentiva ripugnante, alieno

da Adolfo, inclinato ad allontanarsene: tutt'e due erano, ciascuno,

all'opposto polo nel mondo morale.

Adolfo si era accorto della antipatia che ispirava al marchese, nè a

Diana era sfuggita la ripugnanza di colui, che ella chiamava padre,

verso il giovane che essa amava con tutte le forze dell'anima sua.

Però tenevano nascosto più che poteano il loro amore, ma già molti e

molte se ne occupavano.

Quando entrò nel salotto della principessa e vide Adolfo in intimo

colloquio con essa: le poltrone su cui eran seduti quasi si toccavano:

Diana impallidì.

La principessa era di quelle donne che ispirano sempre alle altre una

forte gelosia. Le donne, che sanno sì ben giudicare quali sieno i più

irresistibili mezzi di seduzione, li riconoscono subito in chi li

possiede.

Al rumore che fece Diana entrando, poichè il servitore L'avea

accompagnata fin nell'attiguo salotto, aprendo l'uscio, e ciò avrebbe

dovuto assicurarla sull'indole del colloquio fra Adolfo e la

principessa, Enrica si voltò; e veduta Diana, dette in una risata

argentina.

S'alzò di scatto per correrle incontro. Voleva dirle, come sempre,

alcune di quelle parole con cui solea vezzeggiarla: angiolo mio; mia

bellezza, figliuolina cara.... arrivava sino a chiamarla così,

inconsapevole; ma si ritrasse subito al veder Diana sì pallida e sì

vacillante.

Anche Adolfo si era subito alzato.

Diana, ritta in mezzo alla stanza, li guardava: un po' come si guardan

due esseri di cui si ha paura, mentre pur si amano e se ne vogliono

scrutare i veri intendimenti: un po' come un giudice, che esamina due,

reputati colpevoli.

La principessa non sapea spiegarsi il terrore che si andava dipingendo

sul volto di Diana: vedeva che ella era in preda a una grande

sofferenza.

--Ma che hai?... che hai?...--le domandò correndole incontro, e

cuoprendola di baci.

Diana avea scorto su un tavolino una lettera, il cui indirizzo alla

principessa era scritto da Adolfo.

Essi erano, dunque, in corrispondenza fra loro?

Nella sua passione, quasi infantile, poichè Diana varcava di poco i

sedici anni, essa, appoggiando la testa al seno della principessa,

dette in uno scoppio di pianto.

Cercava, a studio, sfuggire gli sguardi del giovane.

La principessa si sentì veramente commossa.

Ella nutriva per quella fanciulla un affetto insolito, che non avea

mai provato per alcuno: un affetto di una nuova specie.

Era tanto lieta, quando potea stringerla al suo seno: quando la

guardava, la udiva parlare, si sentiva come scender nell'animo un

influsso buono, che la consolava.

Da qualche tempo, conduceva spesso con sè Diana nella sua carrozza, al

teatro, l'invitava talora a passare da lei intere giornate: giornate

che alla principessa trascorrevano in una placidezza, in una

contentezza indicibile.

Anche Diana voleva bene alla principessa: la credeva perfetta: le

sembrava che tutti la dovessero amare, tanto era bella, affabile,

seducente: un uomo solo non avrebbe ella voluto che la amasse.

Il marchese di Trapani, assiduo fra i parassiti che circondavano la

principessa, avea voluto, o agevolato quella intimità.

Enrica avea presentato la figlia del marchese alla Corte, ove era

stata benissimo accolta. I sovrani la trattavano familiarmente.

E la principessa le dava spesso consigli sul modo di diportarsi: ma

tutto andava perduto: Diana era candidissima, non ostante che vivesse

fra gente sì trista, era di quelle nature a cui sembra che il male

morale, tanto son di buona tempra, non possa appiccarsi.

La principessa avea fatto seder la ragazza su un sofà, e chinandosi su

di lei, carezzandole la fronte, tutta premurosa, e tutta ansiosa,

ripeteva:

--Che hai, angioletto mio? Vuoi venire nella mia camera?... Ti

coricherò: ti assisterò io.

A quelle parole Diana parve rasserenarsi.

Un'altra volta essa, trovandosi un po' sofferente, era stata coricata

per qualche ora nella camera della principessa. Ed è inesplicabile la

felicità che ne avea risentito.

Ella nutriva per la principessa una simpatia vivissima: verso di lei

la spingeva un'attrazione invincibile; rinchiusa nella camera di essa,

si era data a toccare tutti gli oggetti, di cui la gentildonna si

serviva; i pettini di tartaruga, le scatole d'argento, le fialette, a

borchie d'oro, ov'erano le polveri, i profumi: avea fin baciato un

accappatoio, che la principessa indossava allora, sovente, la mattina.

Un affetto misterioso, che non avea nulla di volgare, eccitava Diana

ad amare la bella, elegante gentildonna.

--È così,--avea detto un giorno,--ch'io mi sono spesso figurata mia

madre, che non ho mai conosciuto....

Il Venosa, mentre la principessa soccorreva Diana, era rimasto

inoperoso. Che cosa egli poteva fare? Ritirarsi. E aspettava il

momento opportuno.

Gli dispiaceva molto del malessere di Diana e non sapea spiegarsene il

motivo. Al cospetto della principessa credea di cattivo gusto mostrare

la intimità che univa l'animo suo a quello della giovane.

Non potea staccar gli occhi dal gruppo che avea dinanzi: le due

bellissime donne, una sofferente, la testa appoggiata, gli stupendi

capelli biondi sparsi sul cuscino d'un sofà in raso nero; l'altra

curvata, tutta amorosa, su colei che soffriva.

Qual artista avrebbe potuto rendere un tal quadro, con tanta venustà

di linee, con tanta vivacità di seduzione?

Per la prima volta, il Venosa, guardando le due teste di Enrica e di

Diana, l'una sì presso all'altra, fu colpito dalla grande somiglianza

di tratti eh'era in esse.

--Si direbbero due sorelle!--pensava fra sè: poichè la principessa si

manteneva sì giovane, per la naturale freschezza, per l'arte che certe

donne belle hanno di conservar que' tesori che le rendon sì care.

A poco a poco, Diana si rinfrancò.

Era in lei nato un disegno: non volea che i due, lì presenti, e che

ella tanto amava, subodorassero il motivo del suo conturbamento: era

meglio si porgesse loro con volto sereno: così avrebbe il destro di

sorvegliarli tranquillamente.

--Non so,--rispose a una domanda della principessa,--mi ha colto a un

tratto questo malessere: nè riesco a spiegarmene neppur io la

cagione.... ma ora sto bene.

E si gettò al collo della principessa per darle i due baci, che le

dava, e ne riceveva, di solito, ogni volta che s'incontravano.

Era la prima simulazione, che essa commetteva, la prima volta che

fingeva, dacchè era nata. Ma nelle donne anche più candide è sempre

latente, sempre facile a prorompere il potere di simulare.

È la grandissima forza del sesso, che non accadrebbe di chiamar

debole, secondo alcuni, eziandio se pur non avesse altra arma a

nuocere, che questa terribile del mentire, ond'è formidabile.

Dopo ch'ebber fatto altri commenti sull'accaduto, intavolarono una

briosa conversazione.

La principessa si rallegrava tutte le volte che vedea la sua giovane

amica.

Diana non perdea d'occhio nè Enrica, nè il Venosa. Vide che questi

avea all'occhiello alcuni fiori: gli stessi fiori che erano in un

magnifico vaso, smaltato d'azzurro, su uno stipo nel salotto. Era

facile argomentare che la principessa gli avesse donati a Adolfo. Le

parve che un momento, alzatisi, per guardare un non so che da una

finestra, si stringessero le mani, in mezzo alle pesanti tende di

stoffa color granato.

Ella soffriva e si mostrava ilare.

Si faceva buio nel salotto: la conversazione fra i tre durava sempre:

Diana studiava Adolfo e la principessa: cercava dar un significato,

non solo alle parole da lor pronunziate, ma alla inflessione onde

erano pronunziate.

A un tratto, udirono un gran rumore nell'anticamera: servi che

parlavano insieme: alzavano la voce: qualche cosa di molto grave dovea

esser accaduto.

Fu aperto l'uscio del salotto attiguo: e un servitore, con un passo

accelerato, rosso in volto, ansante, venne ad annunziare alla

principessa che era arrivato l'intendente della tenuta di Mondrone e

domandava di parlarle.

Dall'aspetto del servitore, dal rumore che avea udito, la principessa

indovinò trattarsi di qualche sinistro: rimase impassibile, e disse

che avrebbe subito ricevuto l'intendente.

Entrò un uomo di alta statura, asciutto, la pelle abbronzata, gli

occhi neri, i capelli e la barba neri, foltissimi.

Fece una specie di genuflessione dinanzi alla principessa: e le baciò

una mano.

Poi, con rozza familiarità, esclamò:

--Eccellenza, abbiamo cattive nuove!

--E a quale proposito?--domandò la principessa con l'alterezza che

usava con i suoi e onde solea sfidare i colpi della fortuna.

--Si prepari Vostra Eccellenza a udire una brutta notizia.

--Parlate!--disse la principessa già in collera.

L'uomo cercava in una tasca del suo abito.

La mezza oscurità in cui eran rimasti sin allora e che era sì propizia

allo stato di animo, alla disposizione al fantasticare in cui tutti e

tre si trovavano, prima che giungesse il campagnuolo, conferiva ora

solennità alla scena.

--Stamani,--continuò l'intendente con accento fiero e

scolpito,--abbiamo trovato un uomo impiccato a una inferriata del

castello.... È provato che egli s'è impiccato, durante la notte,

mentre imperversava l'uragano tra le raffiche del vento e una pioggia

fortissima.... Aveva posto sotto una pietra su la soglia della gran

porta di mezzo questa lettera....

E porse alla principessa un gran plico, che teneva in mano già da

qualche istante.

La principessa esitava.

--La lettera è indirizzata a V. E.,--proseguì l'intendente.

--E chi è l'impiccato?--disse negligentemente la principessa,

prendendo il plico.

--Ciccillo Jannacone!

La principessa si alzò. Niuno potè veder in quell'istante la fisonomia

di lei.

Con un tono di voce, che si sforzava render sicuro, disse:

--Non voglio che tu ti spaventi, Diana, coi ragguagli di questa

storia.... Poco fa eri già tanto abbattuta!... Vado a finir di parlare

con l'intendente in un altro salotto.... Voi, Venosa, tenete a Diana

un po' di compagnia....

Mentre la principessa si alzava, era giunto nel salotto attiguo il

marchese di Trapani, che veniva a riprendere la figliuola.

S'incontrò con Enrica e la salutò appena, inchinandosi: già avea

saputo dal maggiordomo che la principessa in quel momento dovea aver

ricevuto una tristissima notizia: ed egli mostrava non volerla

disturbare.

La principessa rispose al saluto cerimonioso con un cenno che

significava quanto ella fosse angustiata.

--Povera principessa!--esclamò il marchese, entrato nel salotto ove

Diana e il Venosa eran rimasti soli appena un secondo.

--Sì, povera Enrica! ella deve aver ricevuto un bel colpo da questo

fatto.... L'ho capito al tono della sua voce,--rispose Diana.

La Principessa · 第 20 / 42 题