Dobbiamo tornare a occuparci di uno de' nostri personaggi: il marchese
Piero di Trapani; non abbiamo più parlato di lui, dacchè egli ebbe
finito il suo colloquio con Marco, fra le rovine del casolare presso
il parco di Mondrone, dopo il ratto della bambina.
Marco era entrato al servizio del marchese di Trapani: sempre tutto
abbigliato di nero, in cravatta bianca, calzoni corti, era
irriconoscibile per chi lo vedeva nel palazzo. Solenne, severo,
impartiva ordini a tutti gli altri servitori e anche al padrone, su
cui aveva un'assoluta autorità: poichè egli possedeva sempre la
lettera del dottor Krag.
Quest'uomo misterioso e sinistro era il vero marchese di Trapani.
Non parlava mai con gli altri servitori, se non per dar loro comandi:
mangiava solo: nelle ore di riposo lo vedevano seduto nel giardino,
nei vestiboli, o nelle anticamere, sempre dove era facile qualcuno
passasse, con un libro di preghiere in mano.
Andava con molta assiduità alla chiesa: usava larghezza nel far
elemosine: i giorni di vigilia l'ex-galeotto si facea servir un
pranzo, tutto magro, e ne rimandava in cucina più della metà; non
bevea vino, per non rompere, egli dicea, l'astinenza: tanto era
scrupoloso. I preti della parrocchia lo salutavano con un certo
riguardo: si tenevano quasi di parlare con un uomo sì grave e di tanta
virtù.
Il vecchio uomo riappariva soltanto ne' colloqui che Marco avea col
padrone.
Quando il marchese Piero meno se l'aspettava, lo vedeva comparir nella
sua camera, nel suo salotto, pian piano, come se, in apparenza,
temesse disturbarlo; e subito faceva domanda di grosse somme.
Costui operava verso il marchese Piero come Cristina verso la
principessa.
Le due ricchissime parenti della defunta marchesa non si mostravan
disposte a morire: passavano al marchese cospicui assegni, in riguardo
della figliuola: assegni, che non erano sufficienti a quell'uomo
vizioso: e che avea già sperperato tesori. Le eredità si faceano
troppo aspettare.
Come la principessa, il marchese s'impazientiva dei continui ricatti;
volea irritarsi contro sì forti estorsioni.
L'altro ripicchiava:
--Non rammentate ciò che mi diceste la sera in cui rapivo la
fanciulla, e la ponevo nel letto, accanto al cadavere di vostra
moglie?... Non mi avete voi... detto ch'io vi salvavo l'onore, la
vita?... E oggi, da che traete i lauti assegni, che vi danno modo di
menar sì buona vita? se non dall'atto che io ebbi l'intelligenza,
l'audacia, la premura di compiere in vostro favore?... Sono io, e non
altri che io, l'autore di tutta questa prosperità che vi circonda....
E oggi, se voi pensate a innalzarvi, a chi lo dovete? Alla fanciulla,
che io vi ho procurato.... Voi.... parliamoci franchi.... poichè le
reticenze sono tra noi inutili.... e ci leggiamo l'un l'altro
nell'animo, e siamo sì degni di comprenderci, voi vi preparate a
speculare sulla grande bellezza della figliuola.... Alla Corte, lo so,
si parla già molto di lei: si racconta sommesso ch'ella possa
succedere all'attuale favorita.... bellissima sempre, ma un po'
matura.... Il Re ha inviato alla vostra figliuola un vezzo di perle
per l'onomastico di lei. E il fatto è un po' insolito.... Tutta Napoli
conosce l'avarizia del Re.... Voi non m'avete detto nulla: avreste
voluto che un tal fatto rimanesse un mistero per me....
Tali cose aggiungeva un giorno a' soliti rabbuffi ond'era avvezzo a
torturare il marchese. E in quel giorno, appunto, proseguiva:
--Siete stato ispirato male.... Vi ricordate che io sono vostro
associato: rammentate la nostra ditta: Marchese Piero di Trapani e
Marco Alboni.... Voi non potete, non dovete stipulare nessun affare
senza di me.... Non solo io debbo partecipare agli utili, ma voglio
esser informato dei rischi.... E qui vi sono....
--Che rischi?--domandò il marchese, che poi, in fondo, riconoscea
Marco un'autorità nel saper condurre a bene una bricconata.
--Che rischi?... Vero o no che sia, si dice in tutta Napoli che la ben
accetta al Re è la principessa di Caprenne.... E quella donna deve
aver un'arte somma per incatenare a sè chi l'ama: deve aver segreti,
tutti suoi, per piacere.... Io non voglio dire che ella sia la
favorita: non bisogna basar un affare sull'incertezza.... Ma, senza
dubbio, ella ha nell'animo del Re predominanza.... Che si presenti una
rivale, più giovane, e bella, la principessa, che è focosissima, si
porrà subito contro di lei e contro di voi.... La principessa è capace
d'ogni vendetta: anche di percuoter la giovane in pubblico, se fosse
eccitata all'estremo.... il Re, disgustato, si ritirerebbe allora da
un'avventura, che potrebbe arrecargli troppe molestie....
La porta della stanza fu aperta, senza che alcuno avesse bussato, e
comparve una giovane di alta statura, di una incantevole grazia, una
figura veramente ideale.
--Diana!--disse il marchese, alzandosi e andandole incontro.
E le dette un freddo bacio sulla fronte.
L'altra corrispose con un bacio anche più freddo.
Diana era in abito da passeggio.
--Babbo,--gli disse, senza l'affetto che i buoni figliuoli sanno
metter di solito in tale parola,--vado a far visita alla principessa
di Caprenne.... È oggi il suo giorno.
Diana era accompagnata da una signora di oltre quarant'anni, parente
del marchese, sprovveduta d'ogni mezzo e d'ogni scrupolo: allegra.
S'imbellettava, si azzimava con la massima cura: avea sempre studio di
allettare: era pretenziosa.
Tal donna avea dato il marchese per compagna e maestra alla giovane,
che chiamava sua figliuola.
--Va', va' dalla principessa,--rispose il marchese alla ragazza,--va',
e, fra non molto, io stesso verrò a riprenderti.... Saluta intanto la
principessa....
Enrica in quel giorno riceveva: una sessantina di signore, e
altrettanti gentiluomini, e forse più, l'aveano per varie ore
costretta a quella tensione, a cui una padrona di casa deve sottoporsi
per saper interrogare tutti, rispondere a tutti, ascoltar tutti, per
andare dall'uno all'altro: per dir a tutti la cosa più grata, o più
pungente, secondo l'intenzione. Molte donne non resistono a questa
fatica, più grave che non si pensi. E, alla fine di certe giornate, si
sentono spossate come un capitano la sera dopo una grande battaglia.
All'obbligo di parlare, di muoversi, di indovinare, di confutare le
malizie delle amiche, di impedire che esse vi strappino dal labbro più
di quello che vi piace far sapere su certi vostri atti, è da
aggiungere il dovere di star stecchite, impettite, a disagio, in un
abbigliamento di cerimonia.
Ma la principessa avea una salute di ferro: e resisteva felicemente a
ben altre fatiche.
Diana arrivò al palazzo Gorreso, che era già tardi: verso le sei della
sera. Le visitatrici, i visitatori aveano lasciato in pace la
principessa.
Il cicaleccio era cessato in que' salotti, ove aveano echeggiato, poco
prima, le voci più armoniose, più melodiose, nel conversare, che
avesse Napoli.
Diana fu lasciata sola alla porta del palazzo dalla signora che
l'accompagnava e che le allegò di dover fare molte piccole
commissioni: sarebbe tornata a prenderla fra un'ora. Un giovinottino
di vent'anni, del quale ella faceva l'educazione, l'aspettava in un
luogo convenuto. Essa era tutta palpitante, impaziente d'arrivare.
Anche senza il belletto, l'impazienza avrebbe colorito di rosso le sue
guancie paffutelle.
Diana entrò nel salotto della principessa: la trovò sola con un
giovane elegantissimo: Adolfo Venosa, di famiglia molto agiata e che
avea impreso per amor della scienza lunghi, difficoltosi viaggi in
regioni inesplorate, facendo, in sì fresca età, noto il suo nome a
tutti gli scienziati.
Nella società napoletana il Venosa era ben veduto e apprezzato per il
suo ingegno, il suo amore della coltura, per la serietà, la modestia,
la vigoria del carattere.
D'impeti generosi, era quasi un fanciullo nelle cose del mondo, poichè
toccava i vent'anni e gli aveva trascorsi, dalla prima età, nello
studio e nelle imprese arrischiate.
Avea conosciuto Diana mentr'ella era nel convento di Santa Chiara, ove
era pure la sorella di lui.
Quando Diana uscì dal convento, e Adolfo la rivide, i due giovani
parlarono insieme d'amore: Adolfo, con tale gentilezza d'animo, Diana,
con un sentimento sì squisito e sì casto, che tutt'e due si trovarono
affini a segno, da non dubitar più, come si dice in tali congiunture,
che Dio li avesse destinati l'una all'altro.
Diana avea capito che il marchese di Trapani non vedea di buon occhio
questo amore; nella onestà, nel carattere franco, leale di Adolfo,
egli scorgea tante accuse a sè stesso: sentiva per lui una repulsione:
mentre Diana e Adolfo si sentiano attirati l'un verso l'altra, appunto
in forza della loro virtù, il marchese si sentiva ripugnante, alieno
da Adolfo, inclinato ad allontanarsene: tutt'e due erano, ciascuno,
all'opposto polo nel mondo morale.
Adolfo si era accorto della antipatia che ispirava al marchese, nè a
Diana era sfuggita la ripugnanza di colui, che ella chiamava padre,
verso il giovane che essa amava con tutte le forze dell'anima sua.
Però tenevano nascosto più che poteano il loro amore, ma già molti e
molte se ne occupavano.
Quando entrò nel salotto della principessa e vide Adolfo in intimo
colloquio con essa: le poltrone su cui eran seduti quasi si toccavano:
Diana impallidì.
La principessa era di quelle donne che ispirano sempre alle altre una
forte gelosia. Le donne, che sanno sì ben giudicare quali sieno i più
irresistibili mezzi di seduzione, li riconoscono subito in chi li
possiede.
Al rumore che fece Diana entrando, poichè il servitore L'avea
accompagnata fin nell'attiguo salotto, aprendo l'uscio, e ciò avrebbe
dovuto assicurarla sull'indole del colloquio fra Adolfo e la
principessa, Enrica si voltò; e veduta Diana, dette in una risata
argentina.
S'alzò di scatto per correrle incontro. Voleva dirle, come sempre,
alcune di quelle parole con cui solea vezzeggiarla: angiolo mio; mia
bellezza, figliuolina cara.... arrivava sino a chiamarla così,
inconsapevole; ma si ritrasse subito al veder Diana sì pallida e sì
vacillante.
Anche Adolfo si era subito alzato.
Diana, ritta in mezzo alla stanza, li guardava: un po' come si guardan
due esseri di cui si ha paura, mentre pur si amano e se ne vogliono
scrutare i veri intendimenti: un po' come un giudice, che esamina due,
reputati colpevoli.
La principessa non sapea spiegarsi il terrore che si andava dipingendo
sul volto di Diana: vedeva che ella era in preda a una grande
sofferenza.
--Ma che hai?... che hai?...--le domandò correndole incontro, e
cuoprendola di baci.
Diana avea scorto su un tavolino una lettera, il cui indirizzo alla
principessa era scritto da Adolfo.
Essi erano, dunque, in corrispondenza fra loro?
Nella sua passione, quasi infantile, poichè Diana varcava di poco i
sedici anni, essa, appoggiando la testa al seno della principessa,
dette in uno scoppio di pianto.
Cercava, a studio, sfuggire gli sguardi del giovane.
La principessa si sentì veramente commossa.
Ella nutriva per quella fanciulla un affetto insolito, che non avea
mai provato per alcuno: un affetto di una nuova specie.
Era tanto lieta, quando potea stringerla al suo seno: quando la
guardava, la udiva parlare, si sentiva come scender nell'animo un
influsso buono, che la consolava.
Da qualche tempo, conduceva spesso con sè Diana nella sua carrozza, al
teatro, l'invitava talora a passare da lei intere giornate: giornate
che alla principessa trascorrevano in una placidezza, in una
contentezza indicibile.
Anche Diana voleva bene alla principessa: la credeva perfetta: le
sembrava che tutti la dovessero amare, tanto era bella, affabile,
seducente: un uomo solo non avrebbe ella voluto che la amasse.
Il marchese di Trapani, assiduo fra i parassiti che circondavano la
principessa, avea voluto, o agevolato quella intimità.
Enrica avea presentato la figlia del marchese alla Corte, ove era
stata benissimo accolta. I sovrani la trattavano familiarmente.
E la principessa le dava spesso consigli sul modo di diportarsi: ma
tutto andava perduto: Diana era candidissima, non ostante che vivesse
fra gente sì trista, era di quelle nature a cui sembra che il male
morale, tanto son di buona tempra, non possa appiccarsi.
La principessa avea fatto seder la ragazza su un sofà, e chinandosi su
di lei, carezzandole la fronte, tutta premurosa, e tutta ansiosa,
ripeteva:
--Che hai, angioletto mio? Vuoi venire nella mia camera?... Ti
coricherò: ti assisterò io.
A quelle parole Diana parve rasserenarsi.
Un'altra volta essa, trovandosi un po' sofferente, era stata coricata
per qualche ora nella camera della principessa. Ed è inesplicabile la
felicità che ne avea risentito.
Ella nutriva per la principessa una simpatia vivissima: verso di lei
la spingeva un'attrazione invincibile; rinchiusa nella camera di essa,
si era data a toccare tutti gli oggetti, di cui la gentildonna si
serviva; i pettini di tartaruga, le scatole d'argento, le fialette, a
borchie d'oro, ov'erano le polveri, i profumi: avea fin baciato un
accappatoio, che la principessa indossava allora, sovente, la mattina.
Un affetto misterioso, che non avea nulla di volgare, eccitava Diana
ad amare la bella, elegante gentildonna.
--È così,--avea detto un giorno,--ch'io mi sono spesso figurata mia
madre, che non ho mai conosciuto....
Il Venosa, mentre la principessa soccorreva Diana, era rimasto
inoperoso. Che cosa egli poteva fare? Ritirarsi. E aspettava il
momento opportuno.
Gli dispiaceva molto del malessere di Diana e non sapea spiegarsene il
motivo. Al cospetto della principessa credea di cattivo gusto mostrare
la intimità che univa l'animo suo a quello della giovane.
Non potea staccar gli occhi dal gruppo che avea dinanzi: le due
bellissime donne, una sofferente, la testa appoggiata, gli stupendi
capelli biondi sparsi sul cuscino d'un sofà in raso nero; l'altra
curvata, tutta amorosa, su colei che soffriva.
Qual artista avrebbe potuto rendere un tal quadro, con tanta venustà
di linee, con tanta vivacità di seduzione?
Per la prima volta, il Venosa, guardando le due teste di Enrica e di
Diana, l'una sì presso all'altra, fu colpito dalla grande somiglianza
di tratti eh'era in esse.
--Si direbbero due sorelle!--pensava fra sè: poichè la principessa si
manteneva sì giovane, per la naturale freschezza, per l'arte che certe
donne belle hanno di conservar que' tesori che le rendon sì care.
A poco a poco, Diana si rinfrancò.
Era in lei nato un disegno: non volea che i due, lì presenti, e che
ella tanto amava, subodorassero il motivo del suo conturbamento: era
meglio si porgesse loro con volto sereno: così avrebbe il destro di
sorvegliarli tranquillamente.
--Non so,--rispose a una domanda della principessa,--mi ha colto a un
tratto questo malessere: nè riesco a spiegarmene neppur io la
cagione.... ma ora sto bene.
E si gettò al collo della principessa per darle i due baci, che le
dava, e ne riceveva, di solito, ogni volta che s'incontravano.
Era la prima simulazione, che essa commetteva, la prima volta che
fingeva, dacchè era nata. Ma nelle donne anche più candide è sempre
latente, sempre facile a prorompere il potere di simulare.
È la grandissima forza del sesso, che non accadrebbe di chiamar
debole, secondo alcuni, eziandio se pur non avesse altra arma a
nuocere, che questa terribile del mentire, ond'è formidabile.
Dopo ch'ebber fatto altri commenti sull'accaduto, intavolarono una
briosa conversazione.
La principessa si rallegrava tutte le volte che vedea la sua giovane
amica.
Diana non perdea d'occhio nè Enrica, nè il Venosa. Vide che questi
avea all'occhiello alcuni fiori: gli stessi fiori che erano in un
magnifico vaso, smaltato d'azzurro, su uno stipo nel salotto. Era
facile argomentare che la principessa gli avesse donati a Adolfo. Le
parve che un momento, alzatisi, per guardare un non so che da una
finestra, si stringessero le mani, in mezzo alle pesanti tende di
stoffa color granato.
Ella soffriva e si mostrava ilare.
Si faceva buio nel salotto: la conversazione fra i tre durava sempre:
Diana studiava Adolfo e la principessa: cercava dar un significato,
non solo alle parole da lor pronunziate, ma alla inflessione onde
erano pronunziate.
A un tratto, udirono un gran rumore nell'anticamera: servi che
parlavano insieme: alzavano la voce: qualche cosa di molto grave dovea
esser accaduto.
Fu aperto l'uscio del salotto attiguo: e un servitore, con un passo
accelerato, rosso in volto, ansante, venne ad annunziare alla
principessa che era arrivato l'intendente della tenuta di Mondrone e
domandava di parlarle.
Dall'aspetto del servitore, dal rumore che avea udito, la principessa
indovinò trattarsi di qualche sinistro: rimase impassibile, e disse
che avrebbe subito ricevuto l'intendente.
Entrò un uomo di alta statura, asciutto, la pelle abbronzata, gli
occhi neri, i capelli e la barba neri, foltissimi.
Fece una specie di genuflessione dinanzi alla principessa: e le baciò
una mano.
Poi, con rozza familiarità, esclamò:
--Eccellenza, abbiamo cattive nuove!
--E a quale proposito?--domandò la principessa con l'alterezza che
usava con i suoi e onde solea sfidare i colpi della fortuna.
--Si prepari Vostra Eccellenza a udire una brutta notizia.
--Parlate!--disse la principessa già in collera.
L'uomo cercava in una tasca del suo abito.
La mezza oscurità in cui eran rimasti sin allora e che era sì propizia
allo stato di animo, alla disposizione al fantasticare in cui tutti e
tre si trovavano, prima che giungesse il campagnuolo, conferiva ora
solennità alla scena.
--Stamani,--continuò l'intendente con accento fiero e
scolpito,--abbiamo trovato un uomo impiccato a una inferriata del
castello.... È provato che egli s'è impiccato, durante la notte,
mentre imperversava l'uragano tra le raffiche del vento e una pioggia
fortissima.... Aveva posto sotto una pietra su la soglia della gran
porta di mezzo questa lettera....
E porse alla principessa un gran plico, che teneva in mano già da
qualche istante.
La principessa esitava.
--La lettera è indirizzata a V. E.,--proseguì l'intendente.
--E chi è l'impiccato?--disse negligentemente la principessa,
prendendo il plico.
--Ciccillo Jannacone!
La principessa si alzò. Niuno potè veder in quell'istante la fisonomia
di lei.
Con un tono di voce, che si sforzava render sicuro, disse:
--Non voglio che tu ti spaventi, Diana, coi ragguagli di questa
storia.... Poco fa eri già tanto abbattuta!... Vado a finir di parlare
con l'intendente in un altro salotto.... Voi, Venosa, tenete a Diana
un po' di compagnia....
Mentre la principessa si alzava, era giunto nel salotto attiguo il
marchese di Trapani, che veniva a riprendere la figliuola.
S'incontrò con Enrica e la salutò appena, inchinandosi: già avea
saputo dal maggiordomo che la principessa in quel momento dovea aver
ricevuto una tristissima notizia: ed egli mostrava non volerla
disturbare.
La principessa rispose al saluto cerimonioso con un cenno che
significava quanto ella fosse angustiata.
--Povera principessa!--esclamò il marchese, entrato nel salotto ove
Diana e il Venosa eran rimasti soli appena un secondo.
--Sì, povera Enrica! ella deve aver ricevuto un bel colpo da questo
fatto.... L'ho capito al tono della sua voce,--rispose Diana.