Non si creda che tutto fosse disinteresse, o vi fosse soltanto
stranezza, nella condotta di Enrica verso il banchiere.
Dacchè Enrica avea sposato il principe di Caprenne, egli, dopo la
morte del duca di Mondrone, padre di lei, le avea lasciato la libera
amministrazione di tutti i suoi beni.
Al principe il duca avea fatto un lascito tutto speciale, e come un
ricordo personale gli avea legato la stupenda tenuta di Battifolli,
computata a lire seicentomila.
L'avvocato del duca, Francesco Costella, che abbiamo già conosciuto,
affermava che il duca avea lasciato al genero circa la quarta parte
del suo patrimonio, ch'era quasi tutto in terre, avendo già scorto le
tendenze di Enrica al dissipare, e non volendola contristare col
toglierle una maggior parte de' beni.
Enrica, non cupida, pianto il padre, che amava sinceramente, fu lieta
del lascito ch'egli avea fatto al marito, stimandolo un nuovo legame
fra loro: un eccitamento al principe di essere benevolo verso di lei.
Ma il principe indulgente, un po' indolente, gaio, era pur capace di
grande severità, serbava intatti i suoi sentimenti d'uomo d'onore.
Da quattro anni, cioè dacchè il principe, diventato ambasciatore,
stava lontano da Napoli, Enrica avea più che raddoppiato le spese
della sua casa. Essa spendeva oltre le sue rendite: la gente, mal
sicura, o non pratica, di cui si serviva per amministrare, era già
costretta a mettere in opera ripieghi.
Il principe, sulle prime, avea chiesto qualche congedo: ma, da due
anni, non era più tornato a Napoli.
Enrica si faceva vedere spesso alla Corte: il Re le parlava molto
familiarmente: un ufficiale delle guardie reali, appartenente
all'aristocrazia napoletana, pranzando un giorno in campagna, nella
villa di sua sorella, maritata al conte di L...., eccitato un po' dal
vino, dal buon pranzo, avea confidato alla contessa d'aver veduto
uscire una mattina di buon ora la principessa di Caprenne dagli
appartamenti del Re, vestita come una semplice modista, e il Re stesso
le avea aperto la porta di una scaletta segreta.
L'ufficiale si pentì presto di ciò ch'avea detto, tanto più che la
donna da lui vista fosse la principessa non era ben sicuro: tornò alla
sorella, la supplicò non ne parlasse ad alcuno: essa gli giurò di
tenere il silenzio, ma disse il fatto soltanto a una sua cognata, che
lo riferì soltanto a sua suocera: la duchessa d'I., che non potè stare
senz'informarne alcune delle sue vecchie conoscenze.
La notizia corse dai salotti nelle anticamere, dalle anticamere nelle
botteghe: in breve, volò sul labbro di tutti.
Si dipingeva il principe per un marito compiacente: un uomo nullo, ma
ambizioso, assetato di onori: che abbandonava la propria moglie perchè
ella potesse dar prova di devozione al Sovrano: ed egli
avvantaggiarsene.
Così, per leggerezza della moglie, una taccia d'infamia si apponeva al
nome del principe.
Egli avea i suoi difensori, ma più, com'abbiamo già detto, i suoi
denigratori: gli emuli, gl'invidiosi: coloro, che son sempre avidi,
magari per ozio, di sfruttare, propalare una calunnia.
Enrica diveniva così sempre più oggetto di curiosità. Per tutto ove
andava, raddoppiava l'attenzione verso di lei: i suoi ricevimenti
erano sempre più frequentati.
Ella sfoggiava un lusso, da anni, si diceva, non veduto in Napoli:
gareggiava con la Sovrana. Avea attorno un nugolo di parassiti. La sua
casa pareva una seconda Corte.
Senza attitudine ad amministrare, senza discernimento a scegliere chi
dovea per lei curar i suoi affari, assottigliava il suo patrimonio in
modo vistoso. Tra le rapine e le spese favolose, si trovava già,
ripetiamo, molto imbarazzata.
A chi ricorrere?
Ella avea un giorno visitato la Banca del Weill-Myot: costui le avea
fatto una mostra studiata e abbagliante delle sue ricchezze, della sua
potenza commerciale.
Le avea fatto vedere in una cassaforte due milioni in oro, un milione
in titoli.
Ciò indicava davvero la sua forza, il suo credito.
--Domani,--le avea detto,--questi denari non saranno più qui; fra otto
giorni avranno fruttato una somma, da empir d'oro tutta questa
cassetta....
E tirava a sè febbrilmente una gran cassetta, di ferro, profonda. Essa
si richiuse con un cigolìo stridente.
Il Weill-Myot avea guidato la principessa ne' suoi uffici ove fervea
tanto lavoro: le avea spiegato minutamente qualcuna delle sue grandi
combinazioni.
La principessa era uscita da quella visita inebriata: infatuata di
quel desiderio dell'oro, che diventa, a poco a poco, irresistibile.
Enrica pensò, nella rovina da cui si sentiva incalzata, ricorrere al
Weill-Myot.
Ella non lo amava: non avrebbe ceduto a' suoi capricci: per questo
avrebbe osato domandargli qualche cosa.
Gli parlò un giorno molto destramente de' suoi imbarazzi.
L'allusione era velata, discreta, fatta con molto garbo e molta
finezza, in mezzo a' segni della più grande opulenza, poichè il
banchiere era in visita dalla principessa e, girando gli occhi attorno
a sè, vedea per tutto oggetti di molto prezzo e acquistati solo per
mera fantasia: cinquantamila lire un quadro del Grenze: diciottomila
una statuetta di bronzo, di cui era proibita la riproduzione.
Il banchiere capì subito l'allusione, benchè molto velata; e capì il
profitto che potea trarne, in ispecie dopo ch'ebbe incoraggiato la
principessa a parlargli aperto. Egli--le diceva--era suo servitore:
felice di poter obbedir a un cenno di lei; metteva tutta la sua
immensa fortuna a' suoi piedi: ella ne disponesse come voleva.
La principessa, che non nutriva per quell'uomo se non una sincera
amicizia, senz'alcuna mischianza di passione, si fece a parlargli
liberamente come a un uomo d'affari.
Egli ascoltava attentissimo; intendeva tutto; vedeva dov'era il bene
ed il male: cercava e trovava fra una parola e l'altra i
provvedimenti: in pochi minuti comprendeva, scopriva ciò che la
principessa non avea, e non avrebbe mai potuto capire.
E, intanto, egli tendeva le sue reti.
Avrebbe persuaso la principessa a entrare in speculazioni: le avrebbe
fornito egli stesso tutto il denaro che le occorreva; le avrebbe fatto
firmare obbligazioni: un bel giorno, per uscir dal viluppo in cui egli
l'avrebbe destramente intricata (pur dandosi aria d'esserle d'aiuto),
ella sarebbe stata costretta a gettarsi nelle sue braccia.
Così nulla sarebbe mancato al suo successo nel mondo,--si diceva
l'uomo, senz'altra nobiltà che quella del denaro,--se avesse potuto
avere per amante una principessa e giovane e bellissima.
La sera stessa uno de'segretari della Banca Weill-Myot si presentava
alla principessa, e le rimetteva, contro regolare ricevuta, una somma
enorme.
Nella sua spensieratezza, ella si vide liberata per lungo tempo da
ogni molestia e in condizione da proseguire la sua solita allegrezza.
Intanto, da quella sera, a insaputa del principe, cui avrebbe potuto
rivolgersi, ella diveniva debitrice della Banca Weill-Myot.