Quello che allora e dipoi avvenisse di me, io nol so bene, e nol seppi

giammai. Dapprima venne la perdita della luce, e dell'aria; quindi

delle tenebre ancora. Io non aveva pensiere, nè sentimento, – nulla: –

stetti una pietra fra le pietre; e mal sapendo quel ch'io immaginassi,

era come l'arida rupe fra le nebbie, – perchè tutto era vuoto, freddo,

ed oscuro: non era nè notte, nè giorno, neppure la luce della prigione

odiosa tanto agli occhi miei gravi: era un vuoto, che assorbiva lo

spazio; e qualche cosa di fisso, ma senza luogo. Non v'erano stelle, nè

terra, nè tempo, nè legge, nè vicenda, nè bene, nè male: ma silenzio;

e un respiro insensibile, nè di vita, nè di morte; un mare di ozio

stagnante, oscuro, illimitato, muto, ed immobile.

X.

Una luce mi balenò sulla mente: – era il canto di un uccello: – cessò,

– e poi venne di nuovo; – il canto più dolce, che orecchie umane

intendessero: ed io ringraziava, ascoltando, finchè i miei occhi in

ogni parte si volgessero per la lieta sorpresa; ma in quell'istante

non poterono scorgere come io fossi il figlio della sventura. Poi a

grado a grado i miei sensi tornarono sull'usate traccie; ed io come per

l'innanzi mi vidi attorno le mura della prigione, e il raggio di Sole,

che vi penetrava furtivo; ma sulla fessura, donde quel raggio veniva,

era posato l'uccello, tutto gaio, e dimestico, più che se fosse stato

sull'albero; – un amabile uccello dall'ale azzurre; e il suo canto

diceva mille cose, – e sembrava, che le dicesse tutte per me; io non

aveva veduto in passato il suo simile, nè più lo vedrò. Pareva, che

come a me gli mancasse un compagno; ma non era per metà così desolato:

era venuto ad amarmi, nel punto che non viveva più nessuno per amarmi,

– e consolandomi dalla fessura della mia prigione mi aveva ricondotto

al sentimento, e al pensiere. Io non so, s'ei fosse libero di poco

tempo, o se avesse rotta la sua gabbia per posare sulla mia: – ma

ben sapendo, o diletto uccello, cosa sia schiavitù, non te la posso

desiderare. – Era forse un angelo, che in forma d'alato mi visitava

dal Paradiso? – perchè, (perdonimi il cielo questo pensiere,) mentre

egli mi sforzava al pianto, e al sorriso, io pensai qualche volta,

che fosse l'anima del fratel mio discesa a vedermi: ma finalmente

l'uccello volossene via, ed era un mortale; – ben me ne accôrsi,

perchè altrimenti così non sarebbe volato via, nè due volte mi avrebbe

lasciato così solitario; – solitario, come un cadavere nel suo lenzuolo

funereo; – solitario, come una nube in un giorno di Sole, mentre il

resto del cielo è sereno; – un punto oscuro nell'atmosfera, che non ha

motivo di apparire, mentre azzurro è il firmamento, e gaia la terra.

XI.

Nel mio destino venne una vicenda: i miei custodi si fecero pietosi,

nè io so perchè, – talmente erano avvezzi allo spettacolo del dolore;

ma così fu, e la mia catena giacque spezzata, e mi venne concesso

passeggiare lungo la mia cella da una banda, e dall'altra, e su, e giù,

e per traverso, e in fine da ogni lato, e intorno ad una ad una delle

colonne, ritornando sempre là donde io cominciava, e nel passeggiare

schivando solo le tombe fraterne, dove non cresceva cespuglio; perchè

se io pensava, che sbadatamente il mio piede avesse profanato l'umile

letto del loro riposo, grave mi si affannava il respiro, e il cuore

mancandomi mi cadeva ammalato.

XII.

Io feci nel muro una scala, non già per fuggire, perchè io aveva

sepolto tutti coloro, che mi amavano in forma umana; e quindi la terra

intera non mi sarebbe apparsa, che una prigione più vasta. Io non

aveva figlio, nè padre, nè parente, nè compagno nella mia miseria. Io

pensai a questo, e ne fui lieto, dacchè il pensiere de' miei congiunti

mi aveva travolto in follia. Ma io era curioso di salire alle mie

ferriate, e di piegare un'altra volta sull'alte montagne la quiete

d'uno sguardo innamorato.

XIII.

Io le vidi; – erano le stesse, nè cangiate come il mio corpo: vidi

sulla cima i loro mille anni di neve, – e di sotto a loro il lago

largo, e lunghissimo, e il Rodano azzurro nella sua pienezza; intesi

i torrenti sgorgando saltare su per le roccie, e sui rotti arbusti;

vidi la lontana città dalle bianche mura, e vele più bianche, che

giù correvano veloci; e allora v'era un'isoletta[32], che mi rideva

in faccia, l'unica, che fosse alla vista; – un'isoletta verde, e non

sembrava più larga, che il pavimento del carcere mio. Ma sopra vi erano

tre alberi alti, e vi spirava la brezza della montagna, e vicine le

scorrevano le acque, e vi crescevano giovani fiori, gentili al fiato,

e al colore. Nuotavano i pesci presso le mura del castello, e tutti

mi parevano allegri: l'aquila correva sull'alto dei venti, nè mi parve

corresse mai sì veloce come allora, che faceva sembiante di volare alla

mia volta; e allora nuove lacrime mi tornarono negli occhi, ed io mi

sentiva commosso, nè avrei voluto aver lasciata la mia recente catena:

e quando io scesi al basso, la tenebra della mia dimora mi cadde sullo

spirito come un peso gravissimo: era come una fossa scavata di fresco,

che si chiuda sopra colui, che tentammo salvare; e pure il mio sguardo,

oppresso di troppo, quasi aveva bisogno di un siffatto riposo.

XIV.

I giorni, i mesi, e gli anni passano; – io non li numerai, nè vi posi

mente: non aveva speranza di sollevare i miei occhi, e sgombrarli

della tetra loro caligine. Finalmente uomini vennero a farmi libero;

ma non ne chiesi la ragione, nè mi curai dove andare: per me era

tutt'uno, starmi sciolto, o nei ferri; – io aveva imparato ad amare la

disperazione. E così quando vennero a sciogliere i miei legami, quelle

orride mura erano per me diventate un eremitaggio; – erano per me tutto

il mio, e nel cuore quasi sentiva come se quegli uomini fossero venuti

a strapparmi un'altra volta dalla mia casa paterna. Io mi era fatto

amico al ragno, osservandolo attento nelle triste sue reti, e aveva

veduto il sorcio trescare al lume della luna: e perchè avrei dovuto

sentire meno di loro? Eravamo tutti abitanti di un luogo medesimo, ed

io monarca d'ogni razza aveva potenza di uccidere; – pur, cosa strana a

narrarsi, noi avevamo imparato a vivere in pace. Perfino le mie stesse

catene, ed io, eravamo diventati amici, – talmente una lunga comunanza

tende a farci quel che noi siamo; – io dunque ricuperai la mia libertà

con un sospiro.

― 1830[33] ―

PROMETEO

― _DI LORD BYRON_ ―

Titano! tu con gli occhi immortali vedesti nella trista loro realtà

gli affanni umani, come cose che mal si trascuravano dagli Dei; ma

qual era il premio della tua pietà? Un soffrire tacito, intenso; la

rupe, l'avvoltoio, e la catena; – tutto il dolore che possono sentire

i superbi, tutta l'agonia che non rivelano mai, – quel senso soffocato

d'angoscia, che non parla fuorchè nella sua solitudine, e teme geloso,

che il cielo non abbia un orecchio per ascoltare, nè vuol sospirare

finchè la sua voce non sia rimasta senz'eco.

Titano! a te fu data la lotta tra il soffrire e il volere, cose che

tormentano in quella parte che non può morire. E il cielo inesorabile,

e la sorda tirannia del Fato, il principio dominatore dell'odio, che

per suo trastullo crea le cose che può annientare, ti rifiutarono la

sorte del morire: – un miserabile dono fu tuo l'eternità, e tu l'hai

ben sopportato. – Tutto ciò che il Tonante strappò da te, fu solo la

minaccia che gli lanciasti contro negli spasimi della tortura. Ben tu

leggesti nel Fato, ma per placarlo non volesti ridirglielo; e nel tuo

silenzio fu la sua sentenza, e nella sua anima un inutile pentimento,

e una paura così mal dissimulata, che i fulmini gli tremavano nella

destra.

Il tuo celeste delitto fu l'essere umano, e sminuire coi tuoi precetti

la somma delle umane miserie, e afforzare l'uomo della sua propria

mente; ma tradito come fosti dall'alto, pure dalla tua tranquilla

energia, dalla tua pazienza, e dalla repulsa del tuo spirito

impenetrabile, che Cielo e Terra non poterono scuotere, ereditammo una

potente lezione: Tu sei simbolo e segno al mortale del suo destino, e

della sua forza; l'uomo, come te, in parte è divino, torbido rivo d'una

pura sorgente, e l'uomo in parte può prevedere il suo funesto destino,

le sue sventure, la sua resistenza, e un'esistenza mesta, solitaria; al

che il suo spirito può opporre sè stesso, scudo a tutti i mali, – e un

saldo volere, e un senso profondo, che valga a scoprire, concentrata

anche nei tormenti, la sua ricompensa; che trionfi dovunque osa, ed

aspira, e converta la morte in vittoria.

― 1838[34] ―

VI FU UN TEMPO

― _DI LORD BYRON_ ―

Vi fu un tempo, che non importa rammentare, perchè non sarà dimenticato

mai, quando tutti i nostri sentimenti erano li stessi, come l'anima mia

è stata sempre per te.

E da quell'ora in che la tua lingua confessò la prima volta un amore

uguale al mio, sebbene molti dolori abbiano lacerato il mio cuore,

dolori sconosciuti, e non sentiti dal tuo;

Pure nessun dolore, nessuno, l'ha trafitto così profondamente come

questo, il pensare che tutto quell'amore è svanito rapido e fugace come

i tuoi baci infedeli, rapido e fugace nel tuo petto soltanto.

Eppure il mio cuore trovò un qualche sollievo, quando, non ha molto,

udì sonare dalle tue labbra in accenti, una volta immaginati veri, la

rimembranza dei giorni che furono.

Sì, mia diletta e crudele signora, tu non amerai più un'altra volta; ma

per me è dolcezza ineffabile il sapere, che ti rimanga una memoria di

quell'amore.

Questo è un glorioso pensiere per me, nè l'anima mia andrà più tanto

contristata; – qualunque tu sia, o sarai, tu fosti una volta caramente,

unicamente, mia.

― 1838[35] ―

E TU PIANGERAI QUAND'IO SARÒ MORTO

― _DI LORD BYRON_ ―

E tu piangerai quand'io sarò morto, o dolce mia Donna? Oh! ripeti

quelle parole, – ma non le dire, se ti dolgono; io non vorrei dare un

affanno al tuo seno.

È mesto il mio cuore, e le mie speranze sono svanite, e il sangue

mi scorre freddo nelle vene, – e quando io morrò, tu sola verrai a

sospirare sul luogo dove riposo.

Eppure parmi che un raggio di pace rompa traverso la nube delle mie

angoscie; – e per un tratto i miei dolori si fermano, conoscendo che il

tuo cuore ha sentito per me.

O Donna! benedetta la lacrima versata per uno, che non può piangere;

quelle goccie preziose sono doppiamente care a colui, che non può

bagnare d'una stilla i suoi occhi.

Una volta il mio cuore, o dolce mia Donna, era caldo di teneri sensi

come il tuo; ma ora perfino la bellezza ha cessato d'incantare un

infelice creato a gemere.

Piangerai tu dunque quand'io sarò morto, o dolce mia Donna? Oh! ripeti

quelle parole, – ma non le dire, se ti dolgono, perchè non vorrei dare

un affanno al tuo seno.

― 1838[36] ―

LE TENEBRE

― _DI LORD BYRON_ ―

Mi feci un sogno, che non era tutto sogno. Il Sole luminoso era

spento, e le stelle erravano buie nell'eterno spazio senza raggi e

senza sentiero, e la terra ghiacciata oscillava cieca e nereggiante

per l'aria senza Luna; venne il mattino, e passò; rivenne, e non

portò il giorno. E gli uomini dimenticavano le passioni nella paura

di tanta desolazione, e tutti i cuori erano agghiacciati nell'egoismo

d'una preghiera alla luce, e vivevano tutti raccolti ai focolari, e i

troni, i palazzi dei re coronati, le capanne, e le abitazioni di tutte

le cose che hanno un ricovero, erano abbruciate per farne fanali;

le città furono consunte, e gli uomini si strinsero intorno alle

case divampanti per guardarsi in faccia l'un l'altro l'ultima volta.

Felici coloro, che dimoravano sotto l'occhio e la face sublime dei

vulcani! Una tremenda speranza era tutto ciò che il mondo conteneva;

le foreste furono incendiate, e d'ora in ora cadevano, e sparivano, –

e i tronchi si estinguevano crepitando, – e tutto era nero. Le fronti

umane a quella luce disperante vestivano un aspetto non terreno,

quando la fiamma guizzando ci batteva sopra; alcuni si prostravano,

e si celavano gli occhi, e piangevano; altri restavano col mento

appoggiato sulle mani chiuse, e ridevano; ed altri correvano su e

giù, alimentando di legna le tetre cataste, e con matta inquietudine

guardavano uno stupido cielo, manto funerale d'un mondo defunto, e

quindi si giacevano nella polvere maledicendo, e digrignavano i denti,

ed urlavano. Gli uccelli di rapina stridevano, e volavano a terra

esterrefatti, battendo inutilmente le ali; le fiere le più salvatiche

vennero tremanti e mansuete; le vipere serpendo si avvinghiavano fra

le moltitudini, e sibilavano, ma non pungevano; – esse furono uccise

per cibo. E la guerra, che per un momento stette sospesa, si saziò

nuovamente; – un pasto fu compro col sangue, e ciascuno sedè cupamente

da parte, pascendosi nella oscurità. Non vi era più amore; – tutta la

terra non era che un pensiere, e quel pensiere era morte immediata,

ingloriosa; e gli spasimi della fame corrodevano le viscere a tutti,

– gli uomini morivano, e le loro ossa stavano insepolte come la loro

carne. Gli affamati mangiavano gli affamati, e i cani stessi assalsero

i loro padroni, tutti fuori che uno. Questo fu fedele ad un cadavere,

e tenne a bada gli uccelli, le fiere e gli uomini, finchè la fame non

gli ebbe distrutti, o il cadere d'un altro cadavere non solleticò le

loro vuote mascelle; ma il cane non cercò cibo, bensì con pietoso e

continuo ululato, e con un grido acuto, desolante, lambendo la mano,

che più non rispondeva con una carezza, morì. Le moltitudini a grado a

grado perirono tutte; solo sopravvissero due uomini d'una sterminata

città, ed erano nemici. S'incontrarono accanto alle ceneri morienti

d'un santuario, dove un mucchio di cose sacre era stato radunato ad uso

profano. Colle loro fredde mani di scheletro raccolsero insieme quelle

poche ceneri, e coll'esile fiato vi destarono un momento di vita, e

levarono una fiamma, che era uno scherno. Come si fece un poco più

chiaro, alzarono gli occhi, e si guardarono in faccia; videro, diedero

un urlo, e morirono; – morirono della loro scambievole bruttezza, mal

conoscendo chi fosse colui sulla fronte del quale la fame aveva scritto

– demonio. – Il mondo era vuoto; popolato dianzi e potente, adesso era

un cumulo senza stagioni, senza erbe, senza piante, senza uomo, senza

vita, – un cumulo di morte, un caos di dura creta. I fiumi, i laghi,

l'Oceano, tutto taceva, e nulla moveasi nelle silenziose loro caverne;

navi senza marinari giacevano putrefacendosi sul mare, e gli alberi

cascavano a pezzi, e cadendo dormivano sull'abisso senza flutto; –

le onde erano morte, le maree erano nella tomba, la Luna loro signora

era spirata prima, i venti erano mancati nell'aere stagnante, e perite

le nubi; le tenebre non avevano bisogno di loro, – le tenebre erano

l'universo.

― 1838[37] ―

IL FUNERALE DEL POVERO

― _DI ROBERTO SOUTHEY_ ―

Che! neppur uno, che mandi un pietoso sospiro! neppur uno, che fuggendo

un momento alle scene sociali, e alle delizie della vita, coll'occhio

pregno di dolore versi una lacrima, e si fermi sul morto! Povero

infelice reietto! io piangerò per te, io piangerò per la deserta

umanità! Sì, io piangerò, non già perchè tu sia venuto ai severi

riposi della tomba silenziosa; chè almeno lo squallido Bisogno, e la

cupa velenosa Cura, demoni che corrodono il cuore, mai non entreranno

laggiù. Io gemo sopra i mali che tu provasti nella vita, quando nel

lungo pellegrinaggio del mondo compiesti la tua giornata senza amore

e senza amici, solo accompagnato dalla povertà e dagli affanni. La tua

gioventù trascorse nell'ignoranza e nella fatica, e la tua vecchiaia fu

arida, assiderata. Fu duro il tuo Fato, perchè, mentre ti condannava al

dolore, ti negava la sapienza di sopportarne l'amarezza; e spogliando

prima la tua mente di tutta la sua forza, ti gettava abietto del

pensiero, e vittima della miseria, a ramingare fra i tuoi simili

nell'ampio deserto del mondo. Dormi in pace, povero reietto! La furia

invernale più non investe acerba il tuo corpo indifeso. I tuoi mali

sono passati, – tu riposi nel sepolcro; – io mi fermo, e medito sui

giorni avvenire.

1838[38]

ODE SULLA SEPOLTURA DI SIR GIOVANNI MOORE

― _DI CARLO WOLFE_ ―

Non fu sentito un tamburo, nè una nota funerea, mentre col suo corpo

ci affrettavamo ai terrapieni; nè un soldato fece lo sparo dell'addio

sulla fossa dove seppellivamo il nostro eroe.

Noi lo seppellimmo nell'alto della notte smuovendo le glebe colle

nostre baionette, alla luce nebbiosa d'un incerto raggio di Luna, e al

cupo chiarore d'una lanterna.

Nè lo racchiuse l'inutile cassa, nè lo ravvolse il lenzuolo, o il

manto funerario; ma giaceva simile ad un guerriero, che si riposi tutto

avviluppato nel suo marziale mantello.

Poche, e brevi furono le preci, che dicemmo senza proferire una parola

di dolore; ma guardammo fisamente la faccia del morto, pensando con

amarezza al dimani.

Mentre gli componevamo l'angusto suo letto, e gli appianavamo il

suo solitario guanciale, pensammo, che il nemico e lo straniero

passerebbero sulla sua testa, e noi saremmo lontani sull'onda!

Irreverenti parleranno dello spirito dipartito dicendogli villania

sulle fredde sue ceneri; ma egli non curerà di nulla, se lo lasciano

dormire nella fossa, che gli ha scavato un Britanno.

Ed eravamo al mezzo della solenne opera nostra, quando l'orologio ci

annunziò l'ora della ritirata, e dal cannone lontano, spesseggiante,

sentimmo che il nemico aveva cominciato l'assalto.

Lentamente, e mestamente noi lo calammo giù nella fossa dal campo della

sua fama fresca e sanguinosa; non incidemmo una linea, non alzammo una

pietra; ma lo lasciammo solo con la sua gloria.

― 1838[39] ―

LAMENTO DI MARIA REGINA DI SCOZIA _ALL'AVVICINARSI DELLA PRIMAVERA_

― _DI ROBERTO BURNS_ ―

Ora la natura appende ad ogni albero fiorito il suo verde manto, e

stende sull'erboso prato le sue lenzuola di bianche margherite; ora il

Sole rallegra le cristalline correnti, e fa lieto l'azzurro dei cieli;

ma nulla può rallegrare la povera creatura, che vive stretta in un

carcere.

Ora la lodoletta sorta sull'ali rugiadose desta il gaio mattino, e

il merlo a mezzogiorno sulla sua frasca fa risuonare gli echi del

bosco; il malverso cantando in molte note invita a dormire il giorno

sonnacchioso, e tutti esultano d'amore e di libertà, senza affanni e

senza catene.

Ora fiorisce il giglio sui margini, e la primarosa giù pei declivi,

e nelle valli germoglia la spinalba, e bianca latte è la prugnola, e

l'infimo tra i cervi della bella terra di Scozia può aggirarsi a sua

posta fra tutte queste dolcezze; – ma io sola, la Regina di Scozia,

debbo giacermi in una dura prigione.

Io fui regina del bel paese di Francia, dove sono stata felice;

leggiera leggiera io mi levava al mattino, e gioiosa mi coricava la

sera; – e sono Sovrana di Scozia, e molti sono colà i traditori; pure

io son qui cinta di catene straniere, e d'interminabili angoscie.

E tu, o falsa donna, mia sorella, e nemica, – una truce vendetta

affilerà una spada, che andrà traverso all'anima tua; – tu non

conoscesti mai la creatura piangente nel seno della madre, nè il

balsamo che cade sulle ferite del dolore dall'occhio compassionevole

della donna.

Figlio mio, figlio mio! più cortesi stelle splendano sulla tua fortuna,

e possano abbellire il tuo regno quei piaceri, che mai non vollero

balenare sul mio. Dio ti salvi dai nemici di tua madre, o converta a te

i loro cuori; e dove tu incontri un amico di tua madre, oh! per amore

di me ricordati di lui!

Ah! presto presto i Soli dell'estate più non accendano per me il

mattino, ed i venti dell'autunno più non agitino per me le fronde

ingiallite, e nell'angusto albergo della morte imperversi l'inverno

intorno di me, e gli estremi fiori onde s'orna la primavera fioriscano

sulla mia pacifica tomba!

― 1838 ―

LA VITA E LA MORTE

― _DI VITALIS_ ―

Alla mattina io stetti sull'alto della montagna bella dei fiori di

maggio, e vidi il sorgere del giorno lieto d'oro, e di porpora, e

gridai: – o Vita come sei bella!

Era già l'ora, che il Sole sorgeva, e gli uccelli cominciavano sui

rami a cantare: e l'ora, e l'armonia, mi destarono in petto vaghezza di

canto, e un ardore di passioni sublimi.

E in quel punto il mio spirito si mosse al desiderio di stendere il

volo lontano dalla sua dimora, si mosse al desiderio di errare come il

Sole di piaggia in piaggia creatore dei fiori, e della luce.

Alla sera io stetti sull'alto della montagna, e rapito nelle preci

devote vidi il sorgere della notte lieta d'argento, e di porpora, e

gridai: – o Morte come sei bella!

E quando il venticello della sera venne gentile col suo fiato di

balsamo, sembrommi allora, che la natura mi baciasse le guancie, e

teneramente sospirasse il mio nome.

Io vidi la larghezza del cielo diffusa intorno all'universo; e gli

astri venivano al cielo come fanciulli: allora le gesta degli uomini mi

parvero piccole; non conobbi di grande, che il nome dell'Infinito.

Oh! come sfuma il sorriso, che veste le gioie, e le speranze terrene,

allorchè nel petto al Poeta gli eterni pensieri sorgono come in cielo

le stelle!

― 1838[40] ―

LA CANZONE DELLA SERA DELLO STRANIERO

― _DI WERNER_ ―

Io scendo dalla montagna, e la valle riposa, e il mare romoreggia; io

vado ramingando tacito e malinconico, e un sospiro sempre dimanda: –

dove?

Il Sole qui mi par freddo, e i fiori appassiti, e vecchia la vita;

e l'idioma che gli uomini parlano, uno strepito discorde: – io sono

dappertutto straniero.

Dove sei, o mia terra diletta, cercata, presentita, e non mai

conosciuta? o mia terra così bella, e verde di speranza? o terra dove

le mie rose fioriscono?

Dove erano le mie visioni, dove i miei morti riposano? la terra che

parla il mio linguaggio, ed ha tutto ciò che mi manca?

Io vado ramingando tacito e malinconico, e sempre un sospiro dimanda:

– dove? – E l'aure riportano indietro il sospiro, che dice: – dove tu

non sei, là fiorisce la felicità.

― 1838[41] ―

SCENA QUARTA DEL TERZO ATTO NELLA MARIA STUARDA

― _DI SCHILLER_ ―

ELISABETTA

Come si chiama il luogo?

DUDLEY, CONTE DI LEICESTER

Il castello di Fotheringay.

ELISABETTA

Rimandate a Londra il séguito della nostra caccia; il popolo si accalca

troppo per le strade, – e noi cerchiamo un ricovero in questo parco

tranquillo.

_(Talbot allontana il séguito. Ella fissa gli occhi in Maria seguitando

a parlare con Pauleto)._

Il mio buon popolo mi ama soverchiamente. Smoderati, idolatrici, sono

i segni della sua gioia; – così si onora un Dio, non un mortale.

MARIA

_(la quale in questo frattempo si era appoggiata mezzo svenuta sulla

nutrice, ora si alza, e i suoi occhi incontrano lo sguardo teso di

Elisabetta. Essa ne raccapriccia, e si abbandona di nuovo sul seno

della nutrice)._

O Dio! da quei lineamenti il cuore non parla.

ELISABETTA

Chi è la Signora?

_(Silenzio universale)._

LEICESTER

Tu sei a Fotheringay, o Regina.

ELISABETTA

_(si mostra sorpresa e stupefatta, volgendo un'occhiata cupa a

Leicester)._

Chi mi fece un tal tratto? Lord Leicester!

LEICESTER

La cosa è fatta, o regina; ed or che il cielo avviò i tuoi passi a

questa volta, lascia che la magnanimità e la compassione trionfino.

TALBOT, CONTE DI SHREWSBURY

Consenti, donna reale, a piegare il tuo sguardo sull'infelice, che si

curva alla tua presenza.

_(Maria si raccoglie, e vuole andare incontro a Elisabetta, ma si ferma

a mezzo rabbrividendo tutta; i suoi gesti esprimono una violentissima

agitazione)._

ELISABETTA

Come, Milordi? Chi fu dunque colui, che mi annunziava un inchino

profondo? Io trovo invece una superba in nessuna guisa domata

dall'infortunio.

MARIA

E sia così. Anche a questo io vo' sottomettermi. Va, fuggi, invalido

orgoglio di un'anima generosa! Io dimenticherò chi sono, e quel che

soffersi, e mi getterò ai piedi di colei, che mi travolse in questa

ignominia.

_(Si volta verso la regina)._

Sorella, il cielo ha deciso per voi! – La fronte vostra fortunata è

cinta della vittoria; – io adoro il Dio, che tanto vi sublimava.

_(Le cade ai piedi)._

Ma siate ben anche voi magnanima, o sorella! Non mi lasciate giacere

piena di avvilimento! Stendete la vostra mano, porgetemi la destra

reale per sollevarmi dalla profonda caduta!

ELISABETTA

_(ritraendosi)._

Lady Maria, voi siete al vostro luogo, e ringraziando lodo la bontà del

mio Dio, che non abbia voluto prostrarmi ai piedi vostri come or voi

siete ai miei.

MARIA

_(con affetto crescente)._

Scritti editi e postumi · 第 20 / 23 段