Dendermond, – e il mio Zio Tobia sedevasi a cena, e Trim sedeva dietro
di lui a una tavoletta, allorchè il padrone di un alberghetto del
villaggio entrò nella stanza a chiedere un bicchiere o due di vin di
Canarie. ― È per un povero gentiluomo, io credo dell'armata, – diceva
l'oste, – e son quattro giorni, che il male l'ha côlto in casa mia,
nè d'allora in poi ha più sollevato la testa, o avuto voglia di gustar
cosa alcuna, se non che ora appunto gli è venuta vaghezza d'un bicchier
di Canarie, e d'un crostino. – Io penso, – ha detto il malato levandosi
dalla fronte la mano, – io penso che se vorrà, conforterà. – Se nol
potessi chiedere, o prendere in prestito, o comprare, – soggiugnea
l'oste, – vorrei quasi rubarlo per amor del povero gentiluomo, che è
malato di tanto. E spero in Dio, – continuava, – che ogni dì più andrà
migliorando, – perchè ci sta troppo a cuore la sua salute. ― Poffare il
mondo! – sclamava il mio Zio Tobia, – tu sei di buona pasta, e berrai
tu pure un bicchier di Canarie alla salute del povero gentiluomo,
e gliene recherai due bottiglie co' miei saluti, e digli che gliele
mando di cuore – e una dozzina ancora, se gli potranno far bene. Io
son persuaso, – disse il mio Zio Tobia, nel punto che l'oste serrava
la porta, – che costui abbia veramente viscere di pietà; – ma pure, o
Trim, non posso tenermi di stimare altamente anche l'ospite suo; – e'
dee avere alcuna dote più che ordinaria, perchè in tempo sì breve si
sia conciliato tanto l'affetto del suo albergatore. ― E dell'intera
famiglia, – riprendeva il Caporale, perchè tutti lo tengono a cuore. ―
Vàgli dietro, – disse il mio Zio Tobia, – va, Trim, e dimandagli come
si chiami. ― Me ne sono dimenticato davvero, – disse l'oste rientrando
nella stanza col Caporale, – ma ne posso dimandar nuovamente al suo
figliuolo. ― Egli ha dunque seco un figliuolo? – disse il mio Zio
Tobia. ― Un giovanetto, – rispose l'oste, – di circa gli undici, o i
dodici anni; ma la povera creatura non ha gustato quasi nulla di cibo
come suo padre: non fa che addolorarsi, e piangere notte e giorno, e
son due giorni che non si muove dalla sponda del letto. ― Il mio Zio
Tobia posò il coltello, e la forchetta, e si tolse il piatto davanti,
mentre l'oste gli facea quel racconto, – e Trim senza aspettar comando,
nè dir parola, sparecchiava, e di lì a pochi minuti gli recò la pipa
e il tabacco. ― Trim! – disse il mio Zio Tobia dopo avere accesa la
pipa, e date dieci o dodici boccate di fumo. Trim venne alla presenza
del suo padrone, e lo inchinò. Il mio Zio Tobia seguitò a fumare, nè
più fece motivo. ― Caporale! – disse il mio Zio Tobia. E il Caporale
lo inchinò. Il mio Zio Tobia non andò più là col discorso, ma finì
la sua pipa. ― Trim! – disse il mio Zio Tobia, – mi è venuto in capo,
perchè è una cattiva nottata, di avvolgermi tutto nel mio mantello, e
visitare quel povero gentiluomo. ― Vostro Onore, – rispose il Caporale,
– non ha indossato una volta il mantello dopo la notte precedente al
giorno che Vostro Onore fu ferito facendo la guardia nelle trincee
davanti alla porta di S. Niccola; e di più la notte è tanto fredda e
piovosa, che tra il mantello e il temporale vi sarà da morirne, o vi
ritorneranno i dolori nell'inguinaia. ― Temo di si, – rispondeva il
mio Zio Tobia, – ma la mente non mi quieta, o Trim, dopo il racconto
dell'oste. Avrei desiderato non saperne tanto, – aggiungeva, – o
saperne di più. E che modo terremo noi? ― Lasciatene a me la cura,
se vi aggrada, – rispose il Caporale, – io piglierò il mio cappello,
e il mio bastone, e andrò all'albergo per riconoscere, e far quanto
occorre, e tra un'ora Vostro Onore avrà nuova di tutto. ― Va Trim, ―
disse il mio Zio Tobia, – ed eccoti uno scellino, perchè tu lo beva
insieme al suo servo. ― Gli trarrò tutto di bocca, – disse il Caporale
serrando la porta. – Il mio Zio Tobia empiè la seconda pipa, e se
non fosse che tratto tratto si divagava dal soggetto, considerando se
tornasse bene che la cortina della tanaglia avesse una linea retta, o
una curva, poteva dirsi che a null'altro pensasse fuorchè a Le Fever e
al suo figliuolo in tutto quel tempo. E non aveva per anche scosse le
ceneri della sua terza pipa, che il Caporale ritornò dall'albergo, e
gli diè le seguenti notizie. ― A prima giunta io disperava, – cominciò
il Caporale, – di recare a Vostro Onore nessuna novella intorno al
povero Luogotenente infermo. ― È dunque dell'armata? – disse il mio
Zio Tobia. ― Certo, – rispose il Caporale. ― E di qual reggimento? –
disse il mio Zio Tobia. ― Io vi narrerò tutte le cose, – rispose il
Caporale, – a mano a mano che le ho sapute. ― E empirò dunque di nuovo
la mia pipa, – disse il mio Zio Tobia, – nè cercherò d'interromperti,
finchè tu non abbi finito; e però siedi a tuo bell'agio, o Trim, sulla
seggiola presso alla finestra, e comincia da capo. ― Il Caporale fece
l'antico suo inchino, che generalmente esprimeva chiaro, per quanto
lo possa un inchino, – Vostro Onore è buono, – e di poi si mise a
sedere come gli fu imposto, e cominciò da capo la storia presso a poco
colle stesse parole. ― Io disperava a prima giunta di recare a vostro
Onore nessuna novella intorno al povero Luogotenente infermo, e al suo
figliuolo, perchè dimandando del suo servo, da cui io confidava sapere
ogni cosa lecita a chiedersi, ( ― giustissima distinzione, o Trim, ―
disse il mio Zio Tobia, – ) mi risposero che non aveva servo con sè,
– ma era giunto all'albergo con dei cavalli noleggiati, e trovandosi
inabile a proseguire, – io suppongo per unirsi al reggimento, – la
mattina vegnente gli aveva rimandati. – Se posso migliorare, – disse,
dando al suo figliuolo la borsa onde pagasse l'uomo, – noleggeremo
quì dei cavalli; – ma il povero gentiluomo non moverà più di quì, –
diceva l'ostessa, – perchè tutta la notte ho sentito l'uccello del mal
augurio: e se muore, morrà certamente con lui il giovanetto suo figlio,
e di già gli si spezza il cuore. – Io stava a sentire, e il giovanetto
venne in cucina ordinando il crostino rammentato dall'oste: – ma lo
voglio far io per mio padre, – aggiunse il giovanetto. – Di grazia,
o giovanetto gentile, – diss'io pigliando a tal fine una forchetta, e
offrendogli la mia sedia perchè sedesse vicino al fuoco, – di grazia
lasciate fare a me. – Io credo, o Signore, – mi rispondea verecondo,
– di poter meglio contentare mio padre. – Io tengo per fermo, –
ripigliai, – che Suo Onore non vorrà gradir meno il crostino perchè
l'abbia arrostito un vecchio soldato. – Il giovanetto mi prese la mano,
e subito ruppe nel pianto. ― Povero giovanetto! – disse il mio Zio
Tobia, – educato sin da fanciullo all'armata, il nome di soldato gli
suona, o Trim, come nome d'amico: – oh l'avessi io pure quì presente!
– Nella marcia più lunga, – continuò il Caporale, – io non ebbi mai
sì gran voglia di desinare, come allora di piangere con lui. E che
dir voleva per parte mia? – scusimi Vostro Onore. ― Niente affatto,
– rispose il mio Zio Tobia soffiandosi il naso, – se non che tu sei
di ottimo cuore. ― Nel tempo che io gli dava il crostino, stimai bene
dirgli come io fossi il servo del Capitano Shandy, e che Vostro Onore,
benchè straniero, voleva bene fuor di misura a suo padre, – e se v'era
cosa qualunque in casa vostra, o in cantina, ( ― e tu potevi aggiugnere
eziandio la mia borsa, ― disse il mio Zio Tobia; – ) ne disponesse a
piacer suo. Mi fece un inchino profondo che fu inteso a Vostro Onore,
ma non rispose, perchè il suo cuore era pieno, e così ascese le scale
col crostino. – E vi assicuro, o mio diletto, – gli dissi nell'aprir
l'uscio di cucina, – che vostro padre tornerà di nuovo in salute. –
Il curato di M. Yorick fumava la pipa vicino al focolare, – ma non
disse parola nè buona nè cattiva per consolare quel giovanetto; – e mi
parve mal fatto, – soggiunse il Caporale. ― E pare anche a me, – disse
il mio Zio Tobia. ― Come il Luogotenente ebbe preso il bicchier di
Canarie, e il crostino, sentissi un po' ravvivato, e mandò in cucina
a farmi sapere, che tra dieci minuti mi saprebbe buon grado se io
salissi le scale. – Credo, – diceva l'oste, – che voglia fare le sue
preghiere, perchè sopra una seggiola accanto la sponda del letto eravi
un libro, e nel chiuder la porta vidi che il suo figliuolo prendeva
un guanciale. – Io pensava, – disse il curato, – che voi altri uomini
d'arme non diceste mai fiato d'orazione. – La notte passata intesi il
povero gentiluomo che recitava le sue preghiere, – disse l'ostessa, –
e con tutta divozione, e lo intesi con queste mie orecchie, altrimenti
non ci avrei creduto. – Ne siete certa? – riprendeva il curato. – Un
soldato, scusimi Vostra Riverenza, – favellai allora, – prega sovente,
e spontaneo, al pari d'un parroco, e quando egli combatte pel suo
Re, per la vita, e per l'onore, ha più ragione di pregare a Dio, che
persona di questo mondo. ― Ben parlasti, o Trim, disse il mio Zio
Tobia. ― Ma quando un soldato, – scusimi Vostro Onore, – risposi, –
è stato dodici ore di séguito in piedi, fino ai ginocchi nell'acqua
ghiaccia, o impegnato per mesi intieri in lunghe e pericolose marcie,
oggi per avventura inseguito, dimane perseguitato – mandato in un
luogo, – quindi richiamato, – una notte riposando sull'armi, – l'altra
destato a battaglia in camicia, – assiderato nelle giunture, – e senza
un po' di paglia nella tenda per coricarvisi sopra, – un soldato allora
deve fare orazione come e quando può, – e credo, – continuai a dire,
essendo punto sul vivo per la riputazione dell'armata, – e credo, –
scusimi Vostra Riverenza, – che quando un soldato abbia tempo, preghi
di cuore da quanto un parroco, e certo con meno boria ed ipocrisia. ―
Ciò non dovevi dirgli, – disse il mio Zio Tobia, – che Dio solo conosce
chi sia l'ipocrita, o no. Al grande esame di noi tutti, o Caporale, al
giorno del giudizio, (e non mai fino a quel punto,) vedremo chi abbia
adempito al suo ufficio in questo mondo, – e chi no, – e ne avremo
premio secondo il merito. ― Spero di sì, – disse Trim. ― Si legge
nella Scrittura, – disse il mio Zio Tobia, – e dimani tel mostrerò.
Intanto possiamo credere, o Trim, a nostro conforto, – disse il mio Zio
Tobia, – che Dio onnipotente è sì buono e giusto governatore del mondo,
che, dove abbiamo fatto l'ufficio nostro, non vorrà mai ricercare se
l'abbiamo fatto vestiti di rosso, o di nero. ― Spero di no, – disse il
Caporale. ― Ma prosegui la storia, – disse il mio Zio Tobia. ― Allorchè
fui salito nella camera, – continuò il Caporale, – aspettando per
altro il termine dei dieci minuti, – il Luogotenente giacevasi in letto
colla testa levata sopra una mano, e il gomito sopra il guanciale, e
accanto un polito fazzoletto di tela bianca. Il giovanetto chinavasi
in quella a raccorre il guanciale, dove suppongo che il padre si fosse
inginocchiato: – il libro era sul letto, – e mentre il figlio si alzava
con una mano raccogliendo il guanciale, distese l'altra per levare
il libro nel medesimo tempo. – Lasciatelo lì, o mio diletto, – disse
il Luogotenente. Non si mostrò disposto a parlarmi, finchè io non mi
accostai alla sponda del letto. – Se voi siete il servo del Capitano
Shandy, fate al vostro padrone i miei ringraziamenti, e quelli del mio
figliuoletto, per la cortesia che mi ha usato. – Poscia mi dimandò
se Vostro Onore fosse del Lever; io gli risposi di sì. – Dunque,
– diss'egli, – noi abbiamo militato insieme per tre imprese nelle
Fiandre; ma perchè io non ebbi l'onore di conoscerlo assai da vicino,
è probabile che egli non sappia nulla di me. Voi nondimeno gli direte,
che la persona tanto dal suo buon cuore obbligata è un certo Le Fever
Luogotenente nell'Angus: – ma pure non mi conosce, – diss'egli pensoso
una seconda volta; – ma può sapere la mia storia, – continuò; – ditegli
di grazia, che io fui l'Alfiere di Breda, cui sfortunatamente venne
uccisa la moglie da un colpo di moschetto, mentre io me la teneva tra
le braccia. – Me ne ricordo benissimo, – scusimi Vostro Onore, – gli
dissi. – Ve ne ricordate voi? – diss'egli asciugandosi gli occhi col
suo fazzoletto. – Ed io: – pur troppo! – E in queste parole si cavò di
seno un anelletto, che pareva legato al collo da un nastro nero, e lo
baciò due volte. Poi disse: – vien qua, Guglielmino, – e il fanciullo
traversò di volo la stanza, e, cadendo ginocchioni, si recò in mano
l'anello, – e lo baciò, – poi baciò suo padre, – si assise sul letto,
e piangeva. ― Io vorrei, – disse il mio Zio Tobia traendo un profondo
sospiro, – io vorrei esser nel sonno. ― Vostro Onore, ― rispose il
Caporale, – è troppo commosso: vi mesco un bicchier di Canarie, e vi dò
un'altra pipa? ― Sì, o Trim, – disse il mio Zio Tobia. ― Io mi ricordo,
– disse il mio Zio Tobia nuovamente sospirando, – io mi ricordo la
storia dell'Alfiere, e più una circostanza, che la sua modestia ha
tralasciato, – ed è, che ambedue, per una o per altra ragione (non mi
rammento quale), erano generalmente compianti da tutto il reggimento.
Ma finisci la storia, che hai preso a narrare. ― È omai finita, –
disse il Caporale, – dacchè non potei trattenermi più a lungo, – e così
augurai la buona notte a Suo Onore, e il giovanetto Le Fever mi fece
lume sino in fondo alle scale, e nello scendere mi diceva che erano
venuti d'Irlanda, e si erano messi in viaggio per unirsi al reggimento
nelle Fiandre. – Ma sventura! – disse il Caporale, – l'ultima marcia
del Luogotenente tocca al suo termine. ― Cosa avverrà del povero suo
figliuolo! – esclamò il mio Zio Tobia. ―
Eterno onore al mio Zio Tobia! (quantunque io il dica solamente per
amor di coloro, che posti tra una legge naturale e positiva non sanno
di per sè stessi a che partito appigliarsi in questo mondo;) eterno
onore al mio Zio Tobia! – perchè sebbene in quel tempo avesse l'animo
caldamente inteso a portare innanzi l'assedio di Dendermond di pari
agli alleati, che incalzavano il proprio con tanto vigore, che a mala
pena gli davano tempo da desinare, – nondimeno abbandonò Dendermond,
benchè avesse di già fatto un alloggiamento sulla contrascarpa, – e
volse tutti i pensieri alle private sciagure dell'albergo; e fuorchè
impose che la porta del giardino fosse chiusa a catenaccio, onde poteva
dirsi che avesse rivolto l'assedio in blocco, lasciò Dendermond in sua
balìa, fosse o no sovvenuto dal Re di Francia, secondo che avrebbe
stimato bene, – e solo considerava come potesse sollevare il povero
Luogotenente, e il suo figliuolo.
― Quell'Ente benigno, che è l'amico del derelitto, te ne renderà merito.
― Tu mi hai lasciata imperfetta l'opera, – disse il mio Zio Tobia
al Caporale, mentre ei lo metteva a letto, – e ti dirò dove....
Primieramente offerendo i miei servigi a Le Fever, siccome la malattia
e il viaggiare ambedue portano dispendio, – e tu sai, ch'egli era un
povero Luogotenente costretto a vivere sulla paga col suo figliuolo, –
mancasti a non offrirgli ancora la mia borsa, – e tu sai, o Trim, come
in caso di bisogno egli ne avrebbe potuto disporre al pari di me. ― Sa
Vostro Onore, – disse il Caporale, – che io non avea nessun ordine.
― È vero, – disse il mio Zio Tobia, – tu operasti benissimo come
soldato, – ma veramente male come uomo. In secondo luogo, e tu hai per
questo la medesima scusa, – continuò il mio Zio Tobia, – allorchè gli
offeristi le cose mie, dovevi ancora offerirgli la casa. Un confratello
uffiziale infermo dovrebbe, o Trim, aver le stanze migliori, – e se
or noi l'avessimo quì potremmo assisterlo e badare. Tu sei, o Trim,
un eccellente infermiere, e tra la cura tua, e quella della vecchia,
del suo figliuolo, e la mia insieme, lo potremmo sanar da capo, e
rimetterlo in piedi. Tra quindici giorni, o al più tre settimane, –
aggiugnea sorridendo, – egli potrebbe marciare. ― Non marcerà più de'
suoi giorni in questo mondo, – scusimi Vostro Onore, – rispondeva il
Caporale. ― Marcerà, – disse il mio Zio Tobia, levandosi dalla sponda
del letto con un piè senza scarpa. ― Scusimi Vostro Onore, – non
marcerà, che per andare alla fossa, – diceva Trim. ― Marcerà, – disse
il mio Zio Tobia, facendo marciare il piè, che aveva nella scarpa,
ma non avanzando d'un dito, – marcerà per andare al suo reggimento.
― Non può tenersi in piedi, – disse il Caporale. ― Lo reggeremo, –
disse il mio Zio Tobia. ― Cadrà finalmente, – rispose il Caporale:
– e che avverrà del povero suo figliuolo? ― Non cadrà di certo, –
dicea fermamente il mio Zio Tobia. ― Poffare! – disse Trim sostenendo
l'assunto, – fate per lui l'impossibile, ma la povera creatura morirà.
― Non morirà, no per....! – gridò il mio Zio Tobia. ―
Lo Spirito dell'Accusa, che volò col giuramento alla cancelleria del
cielo, si cosperse di rossore nell'atto di darla, – e l'Angiolo della
Memoria mentre lo segnava vi fece su cadere una lacrima, e lo cancellò
per sempre.
Il mio Zio Tobia andò al suo forziere, e si mise la borsa nella
scarsella delle sue brache; – poi comandò al Caporale, che di buon'ora
andasse pel medico, e si pose a letto e si addormentò. La mattina
vegnente il Sole appariva splendido agli occhi di tutti, fuorchè a
quelli di Le Fever, e dell'afflitto suo figlio. La mano della morte
pesava a Le Fever sulle palpebre, – e gli avanzava tempo di vita quanto
appena ne mette una carrucola di cisterna a far tutto il suo giro,
allorchè il mio Zio Tobia, essendosi levato un'ora prima del solito,
entrò nella camera del Luogotenente, e senza preambuli o scuse si
pose a sedere accanto al letto, e senza cerimonie aprì le cortine a
quella guisa che avrebbe fatto un vecchio amico e fratello ufficiale,
– e gli domandò come stesse, – come avesse riposato la notte, – di
che si dolesse, – ove fosse il suo male, – e che potesse fare per
sovvenirlo; – nè gli dava tempo a rispondere a nessuna delle dimande,
– ma seguitava a dirgli del piccolo divisamento combinato per lui la
notte avanti col Caporale. ― Voi verrete, o Le Fever, direttamente a
casa mia, – disse il mio Zio Tobia, – e manderemo pel medico a veder
che mal sia, – e avremo lo speziale, – e Trim vi farà da infermiere,
– e io da servo, o Le Fever. ― Avea tal franchezza il mio Zio Tobia,
– non l'effetto della familiarità, ma la causa, – che di súbito ti
metteva nell'anima sua, e ti mostrava la bontà della sua natura; –
e negli sguardi, nella voce, e nei modi, traspariva certa cosa, che
accennava eternamente allo sventurato di ripararsi sotto di lui; talchè
il mio Zio Tobia non era giunto a mezzo delle cortesi offerte, che
faceva al padre, e il figlio insensibilmente gli si era accostato ai
ginocchi, – e preso un lembo della sua veste lo tirava a sè. Il sangue
e li spiriti di Le Fever, che più e più sempre si facevano torbidi e
freddi, e si ritiravano all'ultima cittadella, il cuore, – ricorsero
indietro; il velo della morte lasciò quegli occhi un momento, – egli
guardò desioso in faccia al mio Zio Tobia, poi al figliuol suo, – e
quel legame della vita, sottile come era, non si ruppe! Ma la natura
all'istante riprese il suo corso; – gli occhi si velavano di nuovo,
– il polso batteva, – si fermava, tornava a battere, – balzellava, –
si fermava da capo, – si moveva, – cessava: – devo dir tutto? – no. –
Quanto bisogna aggiugnere è che il mio Zio Tobia, e il giovanetto Le
Fever, come capi del funerale, accompagnarono il povero Luogotenente
alla fossa. Quando il mio Zio Tobia ebbe convertito ogni cosa in
danaro, – e aggiustato ogni conto fra l'agente del reggimento e Le
Fever, – tra le Fever e tutto il genere umano, – non gli rimase più
nelle mani che una vecchia veste militare, e una spada, di modo che
il mio Zio Tobia incontrò lieve o nessuno ostacolo dal mondo, per
amministrare quel patrimonio. Diè la veste al Caporale, dicendogli: ―
portala, o Trim, finchè sta insieme, per amore del povero Luogotenente.
– E questa, – diss'egli, recandosi in mano la spada, e la trasse dal
fodero nell'atto che favellava, – e questa serberò a te, o Le Fever.
È tutta la fortuna, o mio diletto, che ti ha lasciato Dio, – ma se
ti ha dato un cuore, onde aprirti con essa un varco nel mondo, – e da
uomo onorato, basta per noi. ― Appena il mio Zio Tobia gli ebbe dati
i primi rudimenti, e insegnato a iscrivere un poligono regolare in un
circolo, lo mandava alla pubblica scuola, – e quivi dimorò sino alla
primavera dell'anno suo diciottesimo, – tranne le feste del Natale, e
della Pentecoste, chè allora il Caporale puntualmente andava per lui;
– allorchè la nuova, che l'Imperatore spediva in Ungheria un'armata
contro i Turchi, gli accese in seno una scintilla di fuoco, e senza tor
licenza lasciò il Greco e il Latino, – e gittandosi alle ginocchia del
mio Zio Tobia, gli chiese la spada di suo padre, e la permissione di
andare a tentare la ventura sotto d'Eugenio. Due volte il mio Zio Tobia
si dimenticò la ferita, – e gridava: ― io verrò teco, o Le Fever! io
verrò teco, e tu combatterai al mio fianco; ― e due volte si pose la
mano sull'inguinaia, e piegò la testa nel dolore, e nello sconforto. Il
mio Zio Tobia spiccò la spada dal gancio ove era stata appesa, intatta
sempre dopo la morte del Luogotenente, e diella al Caporale perchè
la forbisse; e avendo intertenuto Le Fever quindici giorni soli onde
fornirlo del bisognevole, e contrattare il suo passaggio a Livorno,
gli pose in mano la spada, e: ― se tu sei valoroso, – disse il mio Zio
Tobia, – questa non ti fallirà. ― Ma il può la fortuna, – diss'egli
pensoso un tal poco. ― Il può la fortuna, e se ella ti fallisce, –
soggiunse il mio Zio Tobia, – nuovamente ripara a me, o Le Fever, e noi
ti diviseremo altro corso. ― La più grave ingiuria non avrebbe oppresso
di tanto il cuore a Le Fever, quanto la paterna amorevolezza del mio
Zio Tobia, – e si divise da lui, come l'ottimo dei figli dall'ottimo
dei padri: – ambedue piangevano, – e mentre il mio Zio Tobia gli dava
l'ultimo bacio, fece scorrergli in mano 60 ghinee, avvolte in una
vecchia borsa di suo padre, ove era ben anche l'anello di sua madre, e
l'accomiatò benedicendolo nel nome di Dio. Giunse Le Fever all'armata
imperiale nel punto di provare di che metallo fosse temperata la sua
spada nella sconfitta dei Turchi dinanzi Belgrado: ― ma da quel momento
lo perseguitava una serie di disastri non meritati per quattro anni
continui, – e resisteva a queste percosse della fortuna; ma la malattia
lo colse a Marsiglia, e scrisse lettera al mio Zio Tobia, – che aveva
perduto il suo tempo, i servizi, la salute, e tutto in somma, tranne
la sua spada, e aspettava l'opportunità del primo bastimento per
ritornarsene presso di lui.
― 1829[28] ―
NOTE:
[26] _Dall'_Indicatore Livornese_, N.º 12._
[27] _Questo Racconto nel libro di Sterne è accompagnato dalla
seguente nota, e dal Testo latino che qui le succede._
«Essendo HAFEN SLAWKENBERGIUS – _De Nasis_ – estremamente raro,
non sarà discaro all'intelligente lettore di conoscere un saggio
di alcune pagine del suo originale. La sola osservazione che io
farò sopra questo, si è che il suo stile storico è più conciso di
quello filosofico, – e sembrami che abbia più del Latino».
SLAWKENBERGII FABELLA.
Vespera quâdam frigidulâ, posteriori in parte mensis Augusti,
peregrinus, mulo fusco colore incidens, manticâ a tergo, paucis
indusiis, binis calceis, bracisque sericis coccineis repleta,
Argentoratum ingressus est.
Militi eum percontanti, quum portas intraret, dixit, se apud
Nasorum Promontorium fuisse, Francofurtum proficisci, et
Argentoratum, transitu ad fines Sarmatiæ, mensis intervallo
reversurum.
Miles peregrini in faciem suspexit: ― Dî boni, nova forma nasi!
― At multum mihi profuit, – inquit peregrinus, carpum amento
extrahens, e quo pependit acinaces: loculo manum inseruit; et
magnâ cum urbanitate, pilei parte anteriore tactâ manu sinistrâ,
ut extendit dextram, militi florinum dedit et processit.
― Dolet mihi, – ait miles, – tympanistam nanum et valgum
alloquens, – virum adeo urbanum vaginam perdidisse: itinerari
haud poterit nudâ acinaci: neque vaginam tote Argentorato
habilem inveniet. ― Nullam unquam habui, – respondit peregrinus
respiciens, seque comiter inclinans; – hoc more gesto, – nudam
acinacem elevans, mulo lente progrediente, – ut nasum tueri
possim.
― Non immerito, benigne peregrine, – respondit miles.
― Nihili æstimo, – ait ille tympanista, – e pergamenâ factitius
est.
― Prout christianus sum, – iniquit miles, – nasus ille, ni
sexties major sit, meo esset conformis.
― Crepitare audivi, – ait tympanista.
― Mehercule! sanguinem emisit, – respondit miles.
― Miseret me, – iniquit tympanista, – qui non ambo tetigimus! ―
Eodem temporis puncto, quo hæc res argumentata fuit inter militem
et tympanistam, disceptabatur ibidem tubicine et uxore suâ, qui
tunc accesserunt, et peregrino prætereunte, restiterunt.
― Quantus nasus! æque longus est, – ait tubicina, – ac tuba.
― Et ex eodem metallo, – ait tubicen, – velut sternutamento
audias.
― Tantum abest, – respondit illa, – quod fistulam dulcedine
vincit.
― Æneus est, – ait tubicen.
― Nequaquam, – respondit uxor.
― Rursum affirmo, – ait tubicen, – quod æneus est. ― Rem
penitus explorabo; prius enim digito tangam, – ait uxor, – quam
dormivero. ―
Mulus peregrini gradu lento progressus est, ut unumquodque verbum
controversiæ, non tantum inter militem et tympanistam, verum
etiam inter tubicinem et uxorem ejus, audiret.
― Nequaquam, – ait ille, in muli collum fræna demittens, et
manibus ambabus in pectus positis, (mulo lente progrediente,) –
nequaquam, – ait ille respiciens; – non necesse est ut res isthæc
dilucidata foret. Minime gentium! meus nasus nunquam tangetur,
dum spiritus hos reget artus – Ad quid agendum? ― ait uxor
burgomagistri.
Peregrinus illi non respondit. Votum faciebat tunc temporis
sancto Nicolao: quo facto, in sinum dextram inserens, e quâ
negligenter pependit acinaces, lento gradu processit per plateam
Argentorati latam quæ diversorium templo ex adversam ducit.
Peregrinus mulo descendens stabulo includi, et manticam inferri
jussit: quâ apertâ, et coccineis sericis femoralibus extractis
cum argenteo laciniato Περιζωμα, his sese induit, statimque,
acinaci in manu, ad forum deambulavit.
Quod ubi peregrinus esset ingressus, uxorem tubicinis obviam
euntem aspicit; illico cursum flectit, metuens ne nasus suus
exploraretur, atque ad diversorium regressus est; – exuit se
vestibus, bracas coccineas sericas manticæ imposuit, mulumque
educi jussit.
― Francofurtum proficiscor, – ait ille, – et Argentoratum quatuor
abhinc hebdomadis revertar.
― Bene curasti hoc jumentum? – ait, muli faciem manu demulcens;
– me, manticamque meam, plus sexcentis mille passibus portavit.
― Longa via est! – respondit hospes, – nisi plurirum esset
negotii.
― Enimvero, – ait peregrinus, – a Nasorum Promontorio redivi, et
nasum speciosissimum, egregiosissimumque, quem unquam quisquam
sortitus est, acquisivi. ―
Dum peregrinus hanc miram rationem de seipso reddit, hospes et
uxor ejus, oculis intentis, peregrini nasum contemplantur. ― Per
sanctos sanctasque omnes, – ait hospitis uxor, – nasis duodecim
maximis in toto Argentorato major est! estne, – ait illa mariti
in aurem insusurrans, – nonne est nasus prægrandis?
― Dolus inest, anime mi, – ait hospes; – nasus est falsus.
― Verus est, – respondit uxor.
― Ex abiete factus est, – ait ille; – terebinthinum olet.
― Carbunculus inest, – ait uxor.
― Mortuus est nasus, – respondit hospes.
― Vivus est, – ait illa, – et si ipsa vivam, tangam.
― Votum feci sancto Nicolao, – ait peregrinus, – nasum meum
intactum fore usque ad ― Quodnam tempus? – illico respondit illa.
― Minime tangetur, – inquit ille (manibus in pectus compositis),
– usque ad illam horam – Quam horam? ― ait illa. ― Nullam, –
respondit peregrinus, – donec pervenio ad ― Quem locum, obsecro?
– ait illa. ― Peregrinus nil respondens mulo conscenso discessit.
[28] _Dall'_Indicatore Livornese_, N.º 13. Seconda Edizione di
questo e del primo Articolo _(Storia di Yorick)_, – nella _Viola
del Pensiero_, Anno III._
POESIE VARIE
IL PRIGIONIERO DI CHILLON[29]
POEMA ROMANTICO
― _DI LORD BYRON_ ―
I.
I miei capelli sono grigi, ma non dagli anni; nè in una notte[30]
imbiancarono, come avvenne talvolta per súbita paura; curve ho le
membra, ma non dalle fatiche; elle si contrassero in un vile riposo,
dacchè furono preda della prigione, e a me toccò la sorte di coloro cui
fu negato godere la bellezza della terra, e dell'aria. Ma io soffersi
le catene, e stetti vicino alla morte per la fede del padre mio: e il
padre mio periva alla tortura per massime, che non volle abbandonare,
e per questo i suoi figli trovarono stanza nelle tenebre. Noi eravamo
sette, ed ora sol uno rimane; sei giovani e un vecchio finivano come
incominciarono, alteri della persecuzione. Uno sul fuoco, e due sul
campo confermavano la fede loro col sangue, morendo come il padre
moriva. Tre furono gittati in una carcere; e di questi io sono il
misero avanzo.
II.
Nelle antiche e profonde prigioni di Chillon sorgono sette colonne
di gotica struttura, sette colonne grigie, e massiccie, e tetre di un
raggio racchiuso, un raggio di Sole, che ha smarrita la via, e per una
fessura delle grosse muraglie è caduto strisciando sull'umido pavimento
a guisa della meteora sulla palude. È in ogni colonna un anello, e in
ogni anello una catena; e quel ferro rode, – perchè il segno dei suoi
denti rimane in queste membra, nè andrà via finchè io non abbia finito
questo nuovo giorno ora penoso agli occhi miei, – i quali non hanno
veduto così sorgere il Sole per anni, che io non posso numerare, perchè
ho perduta la memoria di numero sì lungo e gravoso, fin da quando
l'ultimo fratel mio di lenta morte moriva, ed io stetti vivo al suo
fianco.
III.
C'incatenarono alle colonne, – ed eravamo tre; – pure ognuno era solo:
noi non potevamo muovere un passo, nè vederci l'un l'altro, se non a
quella pallida e livida luce, che ci faceva nell'aspetto stranieri: e
così insieme, benchè separati, colle mani in catene, e coll'affanno nel
cuore, nella penuria dei puri elementi della terra, era un sollievo
udirci favellare a vicenda, e l'uno volgersi a conforto dell'altro
con una nuova speranza, o un'antica leggenda, o una canzone di eroico
ardimento; ma queste cose ancora finalmente affreddavansi, e le nostre
voci prendevano un suono terribile, – l'eco della prigione; – un suono
stridente, non pieno, e libero come prima: – e sarà fantasia, ma quelle
voci più non mi suonavano come nostre.
IV.
Io era il maggiore dei tre fratelli, e doveva sostenerne il coraggio,
e feci il mio meglio, e tutti fecero bene secondo la loro potenza.
L'anima mia era commossa di dolore pel fratello più giovane; il
padre lo amava sopra tutti, perocchè avesse la sembianza di sua
madre, e gli occhi azzurri come il cielo. In verità era sventura a
vedere quell'uccello in tal nido; – egli era bello come il giorno, –
allorquando il giorno mi pareva bello come all'aquile giovanette, e
liete di libertà; – era bello come un giorno polare figlio nevoso di
un Sole, che non giunge al tramonto, se non dopo lunghissima durata di
luce. Così egli era puro, e luminoso, e gaio nel suo spirito ingenuo;
nè per altro piangeva fuorchè per l'altrui sciagure, e le sue lacrime
scorrevano come ruscelli di montagna, quando ei non poteva alleggerire
il dolore, che aborriva di veder sulla terra.
V.
L'altro era similmente puro dell'anima, ma creato a combattere colla
sua specie; forte del corpo, e di tal cuore, che saria stato in guerra
contro il mondo tutto, e sarebbe morto gioioso tra i primi. Ma non era
fatto per consumarsi nelle catene; e il suo spirito sveniva nel cigolio
dei ferri, e io tacitamente lo vedeva mancare; e così per avventura
faceva il mio spirito, ma io lo strinsi a dar animo a quelle reliquie
di una cara famiglia. Egli era stato cacciatore dei monti, inseguendo
il lupo, ed il cervo: per lui la prigione era un abisso, e il piede
avvinto il supremo dei mali.
VI.
Presso alle mura di Chillon giace il lago Lemano; mille piedi giù
nel profondo le masse dell'acqua s'incontrano, e scorrono; tanto fu
misurato dal bianco baluardo[31] di Chillon, che intorno è recinto
dall'onda: e il muro, e l'onda, ne hanno fatto una doppia prigione,
– un sepolcro di vivi. La volta oscura dove eravamo, giace sotto la
superficie del lago: noi lo sentivamo fremere di giorno e di notte
sulle nostre teste; ed io nell'inverno ho inteso lo spruzzo delle acque
bagnare le ferriate, quando i venti erano alti, e imperversavano pel
cielo felice; ed allora la roccia tremava, ed io immoto accoglieva
quell'urto, perchè avrei sorriso alla morte, che mi avesse fatto
libero.
VII.
Io dissi, che il mio secondo fratello si consumava; io dissi, che
il suo cuore potente sveniva: il cibo gli venne a fastidio, e non ne
prendeva; non già che fosse mal dilicato, perchè noi eravamo avvezzi al
pasto del cacciatore, nè il cibo ci dava pensiere. Il latte dalla capra
montana fu scambiato con acqua dello stagno; e il pane era quel pane,
che le lacrime dello schiavo bagnano da mille e mille anni, dopochè
l'uomo per la prima volta chiuse i suoi simili come bruti in una
prigione di ferro. Ma a noi, o a lui, che importava del pasto? Ciò non
gli affliggeva il cuore, o le membra: l'anima del mio fratello aveva
tempre siffatte, che in un palazzo sarebbe affreddata, se gli avessero
negato di respirare liberamente sull'erta della montagna dirupata.
Ma perchè differire il vero? – egli moriva. Io il vidi, ma non potei
sorreggergli il capo, non potei stringergli la mano, nè quando moriva,
nè quando fu morto, benchè a tutta forza mi dibattessi per rompere
le mie catene. Egli morì; – e fu sciolto dai ferri, e gli scavarono
angusta la fossa entro la fredda terra della nostra caverna. Io chiesi
loro come una grazia, che ponessero il corpo da quella parte dove il
giorno poteva splendere: – era un pensiere di follia, ma quel pensiere
allora mi turbava il cervello, quasichè ancora nella morte il libero
petto del fratel mio non potesse quietare in quella prigione. Oh!
avessi risparmiata la mia vana preghiera! – Risero freddamente, e lo
deposero laddove a lor piacque; e l'arida terra stette sopra colui, che
amammo di tanto amore, e sopra la terra stettero le sue vuote catene,
degno monumento di quell'omicidio.
VIII.
Ma il fiore dei miei fratelli, il più diletto dopo la sua ora natale,
che nel bel volto ritraeva l'immagine di sua madre, il tenero amore di
tutta la sua schiatta, il pensiere più caro del martire suo padre, –
l'ultima cura mia, – colui, onde io cercai tenere la vita, perchè egli
vivesse allor meno misero, e libero un giorno, – colui, che per virtù
di natura, o ispirato, pur sostenne franco il suo spirito, – quel fiore
fu percosso, e di giorno in giorno appassiva sullo stelo. O Dio! come
è tremendo a veder l'anima umana sciogliere il volo, sotto qualunque
forma si parla! – Io ho veduto dipartirsi l'anima nel sangue; io l'ho
veduta sui marosi dell'oceano contendere con un moto di convulsione
disperata; io ho veduto l'infermo sul letto dell'agonia nel delirio del
peccato, e della paura: ma le angoscie del mio fratello non erano miste
a simili orrori; – il suo era un dolore lento, e sicuro. – Egli veniva
meno, ma tranquillo, e mansueto; si consumava soavemente, e senza
pianto, e pur con immensa tenerezza, – e si addolorava per coloro,
che lasciavasi addietro. Egli aveva prima una guancia florida sì, da
prendere a scherno la tomba; – una guancia da cui sparvero a mano a
mano i colori, come un raggio dell'iride, che si dilegua; – egli aveva
un occhio così vivo di luce da rischiararne quasi la carcere; pur non
disse parola di lamento, non diè gemito sopra la sua morte immatura,
non parlò un momento dei giorni più felici, non mostrò la più lieve
delle speranze per suscitare almeno le mie, – perchè io era caduto in
fondo al silenzio, io mi perdeva in questa perdita estrema, la maggiore
di tutte. Il fratel mio sopprimeva il sospiro di una natura vicina a
mancare; e via via più sommesso traendolo, venne al punto, che io tesi
l'orecchio, e non ascoltai più nulla: frenetico di spavento, chiamai a
gran voce, e conobbi, che più non vi era speranza; ma il mio timore non
voleva quell'avviso, e dando una scossa fortissima ruppi le mie catene
e precipitai verso il mio fratello.... – era morto. Io solo viveva,
io solo respirava l'alito maledetto di una prigione. In questo luogo
fatale erasi spezzato l'ultimo, – l'unico, – il più caro legame fra
me, e l'eterno abisso, – l'unico legame, che tuttavia mi stringesse
alla mia schiatta cadente. I due miei fratelli avevano omai cessato di
vivere: ed uno giaceva sulla terra, e l'altro sotto. Io presi quella
mano immobile tanto; – ahimè! la mia non era meno fredda. Io non aveva
vigore di muovermi, o di fare il minimo sforzo; ma io sentiva di aver
sempre una vita, – sentimento di frenesia, quando sappiamo, che anime
a noi care più non avranno una vita. Non so perchè non potessi morire:
– non aveva speranza terrena, tranne la fede; e questa mi vietò, che io
mi dessi colle mie mani la morte.
IX.