Pensate alle rivoluzioni delle cose umane! Vivono Dei, che fanno

vendetta della superbia; e venerate, temete questi terribili Dei,

che mi atterrano ai piedi vostri! Per rispetto di questi stranieri

spettatori, in me onorate voi stessa! Non profanate, non vergognate

il sangue dei Tudor, che nelle mie scorre come nelle vostre vene.

Dio del cielo! non state là dura, inaccessibile, come lo scoglio

che il naufrago contende invano di afferrare. Tutto, la mia vita, la

mia sorte, pendono dalla forza delle mie parole, delle mie lacrime;

scioglietemi il cuore onde io commuova il vostro! Se voi mi guardate

con quel guardo ghiacciato, dal ribrezzo il cuore mi si serra,

la corrente del pianto ristagna, e un freddo orrore m'incatena le

preghiere nel petto.

ELISABETTA

_(fredda e severa)._

Che avete a dirmi, Lady Stuarda? Voi desideraste parlarmi. Ecco, io

mi scordo la regina, la tanto gravemente offesa regina, per adempiere

l'ufficio pietoso di sorella, e concedervi il conforto della mia

presenza. Io séguito l'istinto di un animo grande, e mi espongo ad

un biasimo ben meritato scendendo tanto in fondo,.... poichè voi ben

sapete, che un tempo voleste farmi ammazzare.

MARIA

Donde darò principio, e con quale artificio disporrò le mie parole,

perchè vi si appiglino al cuore, ma non vi offendano? O Dio,

invigorisci la mia eloquenza, levandole ogni spina, che potesse

pungere! Ma tuttavia io non posso parlare a mio pro, senza gravemente

accusarvi; e nol vorrei. Voi mi avete trattata come non è giusto,

dacchè io sono regina non altrimenti che voi, e voi mi avete tenuta

come prigione. Io venni a voi come supplice, e voi in me violando

le sante leggi della ospitalità, e il santo diritto delle genti, mi

chiudeste fra le mura di un carcere; – gli amici e i servi crudelmente

mi furono a forza tolti; – abbandonata in una ignobile miseria; –

tradotta dinnanzi a un vituperevole tribunale. – Ma non più di questo!

Un eterno oblio cuopra le durezze da me patite. Vedete! Io voglio

chiamar tutto questo un destino; voi non siete rea, nè io il sono;

– un cattivo spirito si levò dall'inferno per infiammare nei nostri

cuori l'odio, che già disunì la nostra tenera giovanezza. L'odio crebbe

con noi, e tristi uomini aggiunsero soffio alla malaugurata fiamma.

Stolidi fanatici la non chiesta mano armarono di spada e di stiletto. –

Destino maledetto dei re è che rissando squarcino il mondo coll'odio, e

scatenino tutte le furie della discordia. Ora di mezzo a noi non è più

bocca straniera.

_(Le si avvicina fiduciosa, e con aria carezzevole)._

Noi stiamo adesso a fronte l'una dell'altra. Or favellate, o sorella!

Nominate la mia colpa; – io voglio sodisfarvi pienamente di tutto. Ah!

se voi mi aveste dato ascolto in quel tempo, che io tanto bramosamente

cercava vedervi! Le cose non sarebbero trascorse tant'oltre, nè in

questo tristo luogo ora succederebbe un doloroso e sciagurato incontro.

ELISABETTA

La mia buona stella mi salvò dal mettermi in seno la vipera. Non

incolpate il destino, ma il vostro cuore tenebroso, e la feroce

ambizione della casa vostra. Nessuna cosa nemica era accaduta fra noi,

quando il vostro zio, l'orgoglioso prete feudale, che la mano audace

stende a tutte le corone, m'indisse la guerra, vi allucinò a pigliare

le mie armi, a farvi proprio il mio titolo regale, a scender meco in un

agone di morte e di vita. Che non mi sollevò contro costui? La lingua

dei sacerdoti, – la spada dei popoli, – tremende armi di una religiosa

frenesia; fino qui nella sede pacifica del mio regno soffiò le fiamme

della ribellione; ma Dio è con me, e il vanitoso prete non tiene il

campo. – Il colpo alla mia testa fu vibrato, e cade la vostra!

MARIA

Io sto nelle mani di Dio. Voi non eccederete così sanguinosa la vostra

potenza....

ELISABETTA

Chi me lo impedirà? Il zio vostro diè a tutti i re del mondo l'esempio

del come si faccia pace coi proprii nemici. La festa di S. Bartolomeo

sia la mia scuola! Cos'è a me il vincolo del sangue, il diritto delle

genti? La Chiesa scioglie ogni legame di dovere, – consacra la rotta

fede, e il regicidio; – adesso io pratico quello che insegnano i

preti vostri. Dite! qual pegno mi assicura di voi, quand'io magnanima

sciogliessi le vostre catene? In qual castello custodirò la fede

vostra, che le chiavi di S. Pietro non possano aprirlo? La forza

unicamente assecura; – colla razza delle vipere non v'è alleanza.

MARIA

Ahi! son questi i vostri neri funesti sospetti! Voi mi teneste sempre

in conto come di nemica, e di straniera. Se voi mi aveste dichiarata

erede vostra come a me si appartiene, gratitudine e amore vi avrebbero

mantenuta in me una leale amica e parente.

ELISABETTA

Al di fuori, Lady Stuarda, sono le amicizie vostre; casa vostra è il

Papismo, vostri fratelli i frati. – Voi dichiarare erede, voi! Viluppo

di tradimenti! – Affinchè in vita mia il mio popolo corrompeste, ed

insidiosa Armida traeste nelle reti sottili dei vostri vezzi la nobile

gioventù del mio regno; – affinchè tutto si voltasse dalla parte del

nuovo Sole nascente, e io....

MARIA

Regnate in pace! Io rinunzio ogni titolo su questo regno. Ah! le ali

del mio spirito son tronche; – la grandezza più non mi tira: – voi

l'avete ottenuta; – io non sono che l'ombra di Maria. La generosa

anima si è spenta nel lungo vilipendio del carcere. – Voi avete fatto

l'estremo contro di me, mi avete distrutta sul fiore. Or fate fine, o

sorella! Parlate la parola per cui siete venuta; nè io vorrò creder

mai, che voi veniste per irridere barbaramente la vostra vittima.

Parlate questa parola! Ditemi: – voi siete libera, o Maria! Avete

provata la mia potenza, adesso imparate ad onorare la mia magnanimità.

– Ditelo, ed io riceverò la vita, la libertà, come un dono delle

vostre mani. Una parola rende tutto non avvenuto. Io l'aspetto. Oh!

non mi fate più a lungo struggere di desiderio. Guai a voi, se non

finite con questa parola! Imperciocchè se voi or non partite da me

benefica, generosa, come una Divinità, – sorella! non per tutta questa

ricca Isola, non per tutte le terre che il mar circonda, vorrei stare

dinnanzi a voi come voi state dinnanzi a me!

ELISABETTA

Vi date alfine per vinta? Abbandonate le frodi vostre? Non vi son più

assassini pronti a ferire? non vorrà più nessuno avventuriere cimentare

per voi la trista cavalleria? Sì, tutto è finito. Lady Maria; – voi

non sedurrete più nessuno contro di me. Il mondo ha ben altre cure:

a nessuno talenta diventare il vostro – quarto marito; dacchè voi

uccideste i vostri amanti al pari dei vostri mariti.

MARIA

_(con impeto)._

Sorella! sorella! O Dio! Dio! dàmmi moderazione!

ELISABETTA

_(la guarda lungamente con occhio di superbo disprezzo)._

Questa è pertanto la leggiadria, Lord Leicester, che nessuno

impunemente rimira, cui nessuna altra donna ardisce paragonarsi! Certo!

è gloria da conseguirsi con poco! Per esser la bellezza comune altro

non costa che farsi a tutti comune!

MARIA

Questo è troppo!

ELISABETTA

_(con riso beffardo)_

Ora voi mostrate l'aspetto vostro sincero; fin qui non fu che una

maschera.

MARIA

_(accesa di collera, ma con nobile decoro)._

Io ho fallato umanamente, e da giovane; il potere mi traviò, nè l'ho

taciuto, o nascosto, ma con reale franchezza ho dispregiato le false

apparenze. Il mondo sa il peggio di me, ed io posso dire d'esser

migliore della mia reputazione. Guai a voi, se un tempo leverete dalle

vostre azioni quel manto di onore, onde voi splendidamente coprite le

fiere voglie di una segreta libidine! Da vostra madre non aveste in

retaggio l'onestà; e tutti sanno per via di quali virtù Anna Bolena

ascendeva sul palco.

SHREWSBURY

_(entrando di mezzo alle due regine)._

O Dio del cielo! a questo doveasi giugnere! Lady Maria, è questa forse

moderatezza, sottomissione?

MARIA

Moderatezza! io ho sofferto quanto l'uomo può soffrire. Esci, o

rassegnazione, dal cuore d'agnello! vola in cielo, tollerante pazienza!

rompi i tuoi legami, esci dalla tua spelonca, o rancore così a lungo

racchiuso! – e tu, che all'irritato basilisco desti lo sguardo omicida,

tu ponmi sulla lingua l'avvelenata freccia![42]

SHREWSBURY

Oh! ella è fuor di senno! Perdonate in lei il furore, la potente

irritazione!

_(Elisabetta, muta di collera, lancia occhiate furiose sopra Maria)._

LEICESTER

_(nella più veemente agitazione tenta di menar via Elisabetta)._

Non dare orecchio alla forsennata! Fuori, fuori di questo luogo

malaugurato!

MARIA

Il trono d'Inghilterra è da una bastarda profanato: – il nobile Popolo

Brittanno è da una scaltrita giocolatrice ingannato. Se il Dritto

regnasse, or voi sareste nella polvere dinnanzi a me, perchè io sono la

vostra regina.

_(Elisabetta parte rapidamente; i Lordi la seguitano nella più alta

confusione)._

― 18...? ―

NOTE:

[29] «Francesco di Bonnivard, figlio di Luigi Bonnivard nativo di

Seyssel, e signore di Lunes, nacque nel 1496, e fece li studi a

Torino. Nel 1510 Giovanni Amato di Bonnivard suo zio gli cesse il

Priorato di San Vittore, benefizio notabile confinante alle mura

di Ginevra.

Quest'uomo grande, – poichè gli dànno diritto a tal nome la

forza dell'anima, e il cuore ingenuo, e i nobili intendimenti,

e la sapienza dei consigli, e il contegno animoso, e la dottrina

moltiplice, e lo spirito arguto, – questo uomo grande susciterà

la maraviglia di chi può esser tuttora commosso da una virtù

eroica, e spirerà sempre la più viva riconoscenza nel cuore dei

Ginevrini, che amano Ginevra. Bonnivard fu in ogni evento uno

de' suoi più saldi sostegni, e per assicurare la libertà della

nostra Repubblica non temè di perdere spesso la sua; nè curò

il suo riposo, e dispregiò le sue ricchezze, nulla lasciando

per convalidare la felicità di un paese, che volle onorare

scegliendolo a patria; e da quell'ora l'amò come il più caldo de'

suoi cittadini, e stette alla sua difesa colla intrepidezza di

un eroe, e ne scrisse la storia colla ingenuità del filosofo, e

coll'ardore del patriotta.

Nel cominciamento della sua storia dice, _che dopo aver

principiato a leggere quella delle altre nazioni sentivasi

trasportato dal suo genio alle repubbliche, e sempre ne sostenne

la causa:_ – e questo genio di libertà certamente gli fece

adottare a patria Ginevra.

Bonnivard tuttavia giovane si dichiarò altamente difensore

di Ginevra contro al Duca di Savoia, ed al Vescovo. Nel 1519

Bonnivard fu martire della patria. Il Duca di Savoia essendo

entrato in Ginevra con 500 uomini, Bonnivard ne temeva il

risentimento; però volle ritirarsi a Friburgo, onde schivarne

gli effetti; ma tradito da due suoi seguaci fu condotto per

comando del Principe a Grolee, dove rimase prigioniero due anni.

Bonnivard era infelice nei suoi viaggi; e poichè le sue sventure

non avevano punto affreddato l'amor suo per Ginevra, però era un

nemico formidabile sempre a coloro che la minacciavano, e per

conseguenza Bonnivard doveva esser la mira dei loro colpi. Nel

1530 i ladri lo incontravano sul Jura, e dopo averlo svaligiato

lo posero nelle mani al Duca di Savoia. Quel principe lo fece

chiudere nel castello di Chillon, dove rimase senza esser

giudicato fino al 1536, e allora fu liberato da quei di Berna

fattisi padroni del paese di Vaud.

Uscito di schiavitù ebbe il conforto di trovare Ginevra libera.

La Repubblica fu pronta ad attestargli la sua riconoscenza

rimeritandolo dei mali sofferti. Nel mese di Giugno 1536 ella

lo accolse cittadino, e gli diè la casa un tempo abitata dal

vicario generale, e gli assegnò 200 scudi d'oro finchè dimorasse

in Ginevra, e l'anno 1537 fu ammesso nel Consiglio dei Dugento.

Bonnivard non cessò mai d'esser utile; e dopo aver faticato

a render Ginevra libera, gli riuscì a renderla tollerante,

conducendo il Consiglio a concedere agli ecclesiastici, e ai

contadini, tempo bastevole onde esaminare le proposte, che loro

facevansi; e il conseguì con la sua dolcezza.

Bonnivard fu letterato, e i suoi manoscritti provano come avesse

ben letto i classici latini, e come fosse profondo nella teologia

e nella storia. Quest'uomo grande amava le scienze, e credeva

potessero fare la gloria di Ginevra; quindi nulla trascurò perchè

le scienze avessero sede in questa città nascente. Nel 1551

_donava al pubblico la sua biblioteca_, e quei libri formano

parte delle belle e rare edizioni del Secolo XV, le quali

si veggono nella nostra raccolta. Finalmente l'anno medesimo

questo buon cittadino istituiva la Repubblica erede del suo, a

condizione di impiegare quei beni per mantenere il Collegio, che

si avvisavano fondare. Pare, che Bonnivard morisse nel 1570, ma

nol possimo accertare, dacchè nella Necrologia v'è una lacuna dal

mese di Luglio 1570 fino al 1571».

[30] «Così narrano di Lodovico Sforza, e di altri. Affermano lo

stesso di Maria Antonietta moglie di Luigi XVI, ma non in tempo

sì breve. Dicesi che il dolore produca il medesimo effetto, e

a questa causa più che alla paura vuolsi attribuire siffatto

cangiamento in quella regina».

[31] «Il castello di Chillon è situato fra Clarens, e Villanuova,

la quale giace ad una estremità del lago di Ginevra. A mano manca

del castello vi sono le imboccature del Rodano, e di fronte

le alture di Meillerie, e la catena delle Alpi sopra Boveret,

e S. Gingo. Dietro al castello vi è un monte vicino, e sopra

vi scorre un torrente: il lago, che bagna in fondo le mura, è

stato scandagliato sino alla profondità di 800 piedi francesi.

Dentro al castello vi è una fila di prigioni, dove chiudevansi

i primi riformatori, e poi i prigionieri di Stato. Traverso una

delle volte esiste sempre un trave nero dal tempo, sul quale ci

dissero che i rei anticamente erano giustiziati. Nelle carceri

vi sono sette colonne, o piuttosto otto, perchè una ve n'è

mezzo internata nel muro. In alcune colonne vi sono anelli, che

servivano per le catene dei prigionieri, e sul pavimento i passi

di Bonnivard vi hanno lasciata l'orma: – egli vi stette chiuso

parecchi anni. Presso a questo castello Rousseau fa succedere

la catastrofe della sua Eloisa, allorchè Giulia salva dall'acqua

uno de' suoi figli, e la malattia prodotta dallo spavento e dalla

immersione la conduce a morte».

[32] «Fra le imboccature del Rodano e Villanuova, non lontano

da Chillon, vi è un'isola piccolissima, la sola che io potessi

scorgere viaggiando il lago da ogni parte. Contiene pochi alberi,

io credo non più di tre; e dall'esser così sola, e così piccola,

produce un effetto singolare alla vista.

Quando io ebbi scritto questo poema non mi era nota così

minutamente la storia di Bonnivard; altrimenti avrei cercato di

nobilitare il soggetto, tentando a celebrare il suo coraggio, e

le sue virtù. Le poche notizie della sua vita mi furono date da

un cittadino cortese di quella Repubblica, altero sempre della

memoria di un uomo degno di vivere nei tempi migliori dell'antica

libertà».

[33] _Dall'_Indicatore Livornese_, N.º 44._

[34] _Dalla _Viola del Pensiero_, Anno I._

[35] _Dalla _Rosa di Maggio_, 1843._

[36] _Dalla _Rosa di Maggio_, 1843._

[37] _Dalla _Rosa di Maggio_, 1843_.

[38] _Dalla _Viola del Pensiero_, Anno I._

[39] _Dalla _Viola del Pensiero_, Anno I_.

_Questo canto, di cui s'ignorò per qualche tempo l'origine, fu

successivamente da alcuni attribuito a Lord Byron; ma poi si

accertò esserne autore Carlo Wolfe, spento anch'egli sul fiore

degli anni, e delle speranze. ― Sir Giovanni Moore soccombè nella

battaglia di Coruna sostenuta il 16 Gennaio 1808 dagl'Inglesi

contro le truppe francesi, che invadevano allora la Spagna._

[40] _Dalla _Viola del Pensiero_, Anno I_.

[41] _Dalla _Viola del Pensiero_, Anno I_.

[42] _Collazionata questa Traduzione con quella di Pompeo

Ferrario, meritamente tenuta in gran pregio, ci parve di

riscontrar nella prima maggior grazia e spontaneità di stile,

sebbene qua e là in esse s'incontri identità quasi assoluta di

frasi e di periodi. E fummo lieti di trovare nella Traduzione

del Bini espresso con fedeltà ed evidenza questo concetto, che

nell'altra non ci riusciva d'intendere._

_Il Ferrario traduce: «_E tu, cui l'incantato basilisco diede lo

sguardo di morte, poni sulla mia bocca l'avvelenata saetta_». ―

Vedi _Teatro scelto di SCHILLER, trad. da P. Ferrario_; vol. II,

pag. 125, – Mil. 1819._

SISMONDO DE SISMONDI

SISMONDO DE SISMONDI

― _DI ALFREDO REUMONT_ ―

L'Italia più d'ogni altro paese ha sempre attratto ed occupato di sè

i forestieri; nè intendo per questo ch'ella se n'abbia a rallegrare;

poichè cosa abbia fruttato questa forza d'attrazione, osservata sotto

l'aspetto politico, noi lo vediamo ogni giorno con gli occhi nostri

senza bisogno di svolgere le pagine dei suoi annali, e sotto l'aspetto

letterario ce lo dimostrano quelle infinite sozzure, le quali anno

per anno riboccano dai torchi di Francia, d'Inghilterra, e sopratutto

d'Alemagna, il perchè fu detto ingegnosamente l'Italia essere stata

mai sempre oltraggiata in antico dalle armi, e adesso dalle penne dei

Barbari che la visitano. – Ma per fortuna, e come ragion vuole, non

sono mancati mai a quando a quando uomini ragguardevoli, che facessero

questa terra soggetto dei loro studi, e massimamente nel genere storico

gl'Italiani vanno debitori d'assai ai forestieri. E per non dire dei

più antichi, e di quei tanti che trattarono la Storia delle Arti,

Roscoe, Hallam, Shepherd, Perceval, Ginguené, Daru, Fauriel, Artaud,

il Duca de Luynes, Lebret, Bouterweck, Voigt, Schlosser, Savigny,

Raumer, Hurter, Rancke, Witte, Leo, Gervinus, Barlhold, Höfler, C.

Meyer, Rudelbach, Gaye, Papencordt, Dönniges, ed altri molti, hanno

pagato un ricco tributo di devozione e di affetto _al bel paese ove

il sì suona_. Ma più di tutti è da nominarsi il Sismondi, e per quanto

egli si occupasse seriamente d'altri popoli ancora, e d'altri paesi, il

suo cuore appartenne all'Italia, e agli Italiani, e s'immedesimò nella

gloria e nella grandezza di lei, e partecipò caldamente ai suoi avversi

destini, considerando quella terra come sua patria, e come amici e

fratelli i suoi abitatori.

Gio. Carlo Leonardo Sismondo De Sismondi, nacque a Ginevra il 9 maggio

1773. Egli apparteneva a famiglia di origine Toscana, e nel Canto

XXXIII dell'Inferno di Dante, Ugolino della Gherardesca insieme ai

Gualandi e ai Lanfranchi rammenta i Sismondi tra le grandi casate

di Pisa. Al principio del Secolo XVI questa famiglia cambiò l'Italia

colla Francia, e dipoi colla Svizzera francese. Egli non aveva anche

bene 20 anni, che la Rivoluzione lo cacciò co' suoi in Inghilterra, e

ritornato lo multò di pecunia e di prigione, poi lo ricacciò di nuovo,

ma questa volta in Toscana, dove sulle prime, e durante la conquista

francese, ebbe a sostenere più e diverse vicende. Per la qual cosa nel

proemio agli _Studi sull'Economia politica_ si esprime per tal modo:

«Per lo spazio di 16 anni io sono stato iteratamente il giuoco delle

rivoluzioni, che la lotta cominciata nell'ottantanove suscitò in ogni

parte del corpo sociale. Ho sofferto nella persona e negli averi, e

ho riguardato da vicino le passioni del popolo mescolandomi a quelle,

e così ogni studio e meditazione di cui fossi capace ho congiunto a

quella esperienza che mi diedero gli avvenimenti, dei quali talvolta

mio malgrado fui testimone».

Sulla riva destra dell'Arno tra Firenze e Lucca giace una grande

vallata per dove scorre la Nievole, che le dà il nome, in alcuni

luoghi paludosa e malsana, ma più in antico, perchè nelle battaglie di

quei vicini stati fino ai tempi del gran Castruccio interi eserciti

su quel suolo perivano, ed oggi assai meno, perchè il male in gran

parte fu rimediato. La valle però nel complesso è oltremodo fertile,

e coltivata accuratamente a guisa d'immenso giardino, traversata da

una fila di colline ricche di viti, e a settentrione difesa dalle

selvose e pittoresche montagne di Pistoia. Chi poi da Pistoia movendo

scende giù per le forre di Serravalle alle salutifere e frequentate

sorgenti di Montecatini, e di là si reca alla deliziosa Pescia

capoluogo della valle, comprende appieno la bellezza di questo paese,

di cui il Sismondi ritrasse con sì liete immagini l'agricoltura, e gli

uomini. A Pescia pertanto dimorò lungo tempo il Sismondi, rattenendolo

ancora i legami di famiglia, perchè la sua sorella Sara si maritò con

un gentiluomo assai riputato del luogo, Antonio Cosimo Forti, il di

cui figlio Francesco, giovane di bellissimo ingegno, e giureconsulto

profondo, fu rapito troppo presto alle scienze; e quivi più tardi

egli si comperò un possesso, e in ultimo vi passò molte ore felici nel

1836, e 37. E fu nella sua lunga dimora in Toscana, che gli si destò

nell'animo l'idea di scrivere la Storia d'Italia del Medio-Evo; e con

quella diligenza e tenacità proprie di colui, che dalle indagini severe

del soggetto aveva inferito e misurato la grandezza e le difficoltà

dell'impresa si consacrò a quegli studii, che dovevano abilitarlo

all'esecuzione del suo disegno. E circa il 1800 principiarono le sue

ricerche, e otto anni dopo comparve la prima parte della _Storia delle

Repubbliche Italiane del Medio-Evo_. Tornato a Ginevra continuò i suoi

studii, tenne lezioni di Storia politica e letteraria in un cerchio

d'uomini e di donne, prese molta parte nel governo e negli affari,

fece lunghi viaggi nella sua patria, in Inghilterra, in Alemagna, e

visitò da capo l'Italia, di cui apprese a conoscere ogni luogo, di cui

prediligeva gli abitatori, e dove trovò tante e siffatte accoglienze,

e cortesie, e ricambi d'amore, che dovevano a forza far buono al suo

cuore. E i segni d'amicizia e di reverenza, che gli erano fatti colà,

soleva pregiare più altamente di quelli, che in egual misura gli erano

fatti altrove. Perfino nell'ultima dolorosa infermità, un cancro dello

stomaco, ove più o meno sofferse due anni di séguito, lo teneva preso

incessantemente il pensiero, compiuta la _Storia dei Francesi_, di

tornarsene a Pescia, e quivi colla sua moglie inglese, alla quale

già attempato si era stretto in felice matrimonio, chiudere la vita

in mezzo ai suoi nepoti superstiti. E di fatti alla fine del passato

Maggio scriveva ad un Fiorentino suo amico, che come prima potesse

intendeva venire in Toscana, e aver già mandato una parte dei suoi

libri. Ma egli morì il 25 Giugno a Chêne sua villa presso Ginevra.

Scritti editi e postumi · 第 21 / 23 段