comprenda contradizione. ― Può far che la materia pensi, – dissero
i Nasisti. ― Già, come tu dell'orecchio d'una scrofa puoi farne un
berretto di velluto, – risposero gli Antinasisti. ― Non può fare, che
due più due facciano cinque, – dissero i Cattolici. ― Non è vero, –
risposero gli oppositori. ― La potenza infinita è potenza infinita,
– dissero i dottori che affermavano la realtà del naso. ― Si estende
solamente a tutte le cose possibili, – rispondevano i Luterani. ―
Dio del cielo! – esclamavano i Cattolici, – se così crede, può fare
un naso grosso come il campanile di Strasburgo. ― Ora il campanile
di Strasburgo essendo il più grosso e il più alto campanile che si
veda nel mondo, gli Antinasisti negavano, che un naso di 575 piedi
geometrici in lunghezza potesse portarsi almeno da un uomo della
comune statura. I Cattolici giuravano di sì. ― No, non può essere, –
dicevano i Luterani. ― E questo suscitò nuova contesa, che portarono
innanzi gran tratto, intorno l'estensione e i limiti degli attributi
morali e naturali di Dio. Non s'intese più nominar parola del naso
del Forestiere, che servì appunto come di fregata a lanciarli nel
golfo della teologia scolastica, e quivi navigavano a vele spiegate.
Lo scaldarsi sta in proporzione alla mancanza del vero sapere.
La controversia degli attributi etc. invece di raffreddare aveva
all'incontro scaldate più che mai le immaginazioni strasburghesi, e
quasi fuor di misura. Meno intendevano, e più maravigliavano, ma furono
lasciati nell'angoscia del desiderio non appagato. Vedi carità dei
loro dottori! Da una parte quei della cartapecora, dell'ottone, e della
trementina, – dall'altra i Cattolici, s'imbarcano tutti, e son già fuor
delle viste, come Pantagruello, e i suoi compagni, che vanno a cercar
l'oracolo della _Bottiglia_. E i poveri Strasburghesi abbandonati sul
lido! che fare omai? – nullo indugio di mezzo; – cresceva il tumulto, e
le porte vennero aperte. Sfortunati Strasburghesi! nel magazzino della
natura, nell'armadio delle scienze, nell'arsenale del caso, fu lasciata
forse indietro una macchina per tormentare la vostra curiosità, per
suscitare i vostri desideri, che la mano del fato non accennasse onde
potesse operare sul vostro cuore? Io non tingo la penna a scusarvi
della resa che faceste, ma scrivo le vostre lodi. Mostratemi una città
così travagliata dalla espettazione, senza mangiare, bere, o dormire,
o pregare, o intender le voci del cielo e della natura, pel corso
di giorni ventisette, e ditemi poi se avrebbe sostenuto un giorno
più a lungo! Al ventottesimo il Forestiere cortese aveva promesso
di ritornare. Settemila carrozze, (e credo, che Slawkenbergius abbia
sbagliato nel conto), settemila carrozze, quindicimila calessi a un
cavallo solo, ventimila carri, si affollavano insieme serrati, e pieni
di senatori, di consiglieri, di sindaci, di beghine, di vedove, di
mogli, di vergini, di concubine etc. La Badessa di Quedlingberg con
le sue quattro prime dignità guidava la processione in una carrozza, e
il decano di Strasburgo con le quattro prime dignità del suo Capitolo
le veniva alla manca; i rimanenti seguitavano a rifascio come meglio
potevano, – a cavallo, a piedi, in vettura, pel Reno, per questa
via, per quell'altra; tutti insomma uscivano incontro al Forestiere
cortese. Noi precipitiamo alla catastrofe del nostro racconto. ― Io
dico catastrofe, (esclama qui Slawkenbergius), perchè un racconto
regolarmente disposto nelle parti, non solo va lieto della catastrofe,
e della peripeteia d'un dramma, ma gode ancora di tutte le altre parti,
che ne fanno l'essenza; ed ha la protasi, l'epitasi, la catastasi,
la catastrofe o peripeteia, succedentisi fra loro in quell'ordine,
che prescrisse Aristotele, senza le quali, – dice Slawkenbergius,
– un racconto non dovrebbe narrarsi ma invece tenerselo in cuore;
e in tutte le mie dieci decadi io Slawkenbergius ho tenuto ogni mio
racconto strettamente annodato alla regola da me seguita in questo del
Forestiere, e del suo naso. Dalle prime parole alla sentinella fino
al punto che lascia Strasburgo dopo aver cavate fuori le brache di
seta chermisi, è la protasi, ovvero l'introduzione, dove si toccano
i caratteri dei personaggi così di volo, e il soggetto è lievemente
incominciato. L'epitasi, dove l'azione progredisce fino all'ultimo
grado chiamato catastasi, e che d'ordinario comprende il secondo, e il
terz'atto, è rinchiusa in quell'operoso periodo del mio racconto, cioè
dal tumulto della prima notte fino a che la moglie del trombettiere
fa la sua lezione in mezzo di piazza d'arme. E dall'entrar che fanno
i dottori nella questione fino a che sciolgon le vele, lasciando
desolati li Strasburghesi sul lido, è la catastasi, ossia quella
parte in che gli avvenimenti e le passioni sviluppano, prorompendo nel
quint'atto. E questo comincia dall'uscir che fanno li Strasburghesi
sulla via di Francfort, e finisce strigando il labirinto, e conducendo
l'eroe dallo stato di agitazione, (così lo chiama Aristotele), allo
stato di riposo, e di quiete. E questo, – dice Hafen Slawkenbergius,
– costituisce la catastrofe o peripeteia del mio racconto, e questa
è la parte che imprendo a narrare. Lasciammo il Forestiere dietro il
sipario a dormire; or vien sulla scena. ― E perchè rizzi le orecchie?
è un uomo a cavallo,.... ― fu l'ultima parola, che il Forestiere
disse alla mula; e allora non tornava bene far sapere al lettore, che
la mula prese in parola il padrone, e senz'altro lasciò passare il
viandante e il suo cavallo. Il viandante studiavasi a tutta fretta
di giunger la notte a Strasburgo. ― Pazzo, che non son altro! – poi
disse fra sè, dopo aver cavalcato circa una lega: – pazzo, che non
son altro! se penso d'entrare in Strasburgo stanotte. Strasburgo!
Strasburgo la grande! Strasburgo la capitale di tutta l'Alsazia!
Strasburgo città imperiale! Strasburgo stato sovrano! Strasburgo munita
di cinquemila dei migliori soldati che sieno! Ahi! se ora fossi alle
porte di Strasburgo, non mi farebbero entrare per un ducato, nè per
uno e mezzo; – è troppo; – e il meglio è tornarsi all'ultimo albergo
da dove sono passato, che fermarsi io non so dove, o donare io non
so quanto. Il viandante così meditando girò la testa del cavallo, e
giunse all'albergo tre minuti dopo che il Forestiere era stato condotto
alla sua stanza. ― Abbiamo del lardo, e del pane, – diceva l'oste, –
e all'undici avanzavano tre uova, ma un Forestiere, che arrivò, non è
un'ora, se le fece acconciare in frittata, e non abbiamo più nulla. ―
Ahimè! – disse il viandante; – affaticato come sono, non mi bisogna
che un letto. ― E morbido quanto altro mai dell'Alsazia, – riprese
l'oste, – e ci avria dormito il Forestiere, perchè è il migliore che
io m'abbia, se non era per via del suo naso. ― Gli è forse venuto un
flusso di sangue? – favellò il viandante. ― No, ch'io sappia, – diceva
l'oste, – no davvero; ma Giacinta, (e in questa accennava dello sguardo
la fantesca), immaginò, che il letto non fosse capace tanto, che egli
vi potesse rivolgere il suo naso. ― Come mai? – sclamò il viandante,
facendosi indietro. ― È un naso tanto lungo, – ripigliò l'oste. Il
viandante fissava gli occhi sopra Giacinta, poi li fissava al suolo;
si piegò sul ginocchio diritto, e si pose una mano sul petto. ― Voi
già non beffate l'ansia del mio desiderio? – diss'egli, come risorse.
― No, in verità, – rispondeva Giacinta, – è un naso magnifico. ― Il
viandante s'inginocchiò nuovamente, – si pose la mano sul petto, –
e guardando al cielo diceva: ― tu m'hai condotto al termine del mio
pellegrinaggio; egli è Diego. ― Era il viandante fratello di Giulia
tanto invocata dal Forestiere, la notte che cavalcando la mula si
dipartì di Strasburgo; e veniva in cerca di lui, pregato dalla sorella,
la quale accompagnò da Valladolid in Francia traversando i Pirenei;
e gli fu mestieri superare infinite difficoltà cercandolo pei molti
andirivieni e voltate improvvise, onde è composta la spinosa via
d'un amante. Ma Giulia soccombeva, – nè potè muovere un passo fuor di
Lione, dove per gli affanni di un tenero cuore, (ne favellano tutti,
ma è raro chi sente), si giacque malata, – e appena ebbe forza di
scrivere a Diego una lettera; e avendo scongiurato il fratello a non
volerla giammai rivedere, se prima non lo avesse trovato, gli mise
nelle mani la lettera, e andossene a letto. Ferdinando, (così aveva
nome), non ostante il letto morbido quanto altro mai dell'Alsazia
non potè chiudere un occhio, e come fu giorno si levò, e sentendo che
Diego ancora era levato entrò nella camera disobbligandosi della sua
commissione. Così diceva la lettera:
_SIGNOR DIEGO!_
_Non è l'ora da vedere se i miei sospetti intorno al vostro naso
fossero, o no, giustamente eccitati; vi basti, che io non ebbi costanza
da farne la prova. Io conosceva poco me stessa, allorchè mandai la
mia governante a divietarvi, che non veniste più sotto la mia gelosia;
e meno ancora conosceva il mio Diego, avvisandomi, che resterebbe un
giorno a Valladolid per chiarire i miei dubbi; ma fu pietà, o Diego,
l'abbandonarmi perchè rimasi ingannata? o fu cortesia prendermi alla
parola, giusti o no che fossero i miei sospetti, e lasciarmi, come
faceste, a tanta incertezza, a tanto dolore? E come Giulia abbia
sentito quest'atto vel dirà il fratel mio al consegnarvi la lettera;
e vi dirà come di lì a un istante si pentiva del precipitoso messaggio
che vi mandò, e forsennata correva alla gelosia, – e stette più giorni
e notti di séguito appoggiata sul gomito guardando alla via donde era
solito Diego venire. E quando ella ebbe nuova della vostra partenza,
vi dirà come l'abbandonava lo spirito, e il core le si ammalava,
e piangeva pietosamente, e chinava la testa sotto il peso degli
affanni. O Diego! quanti passi non ho misurati, stanca, anelante di
rintracciarvi! e la pietà del fratel mio mi conduceva per mano; e il
desiderio mi portava al di là delle forze, e sovente io mi sveniva,
e gli cadea tra le braccia, senza proferire altra voce, che questa: –
o Diego mio! – Se il cuor vostro non è smentito dalla gentilezza dei
modi, volerete presso di me colla velocità onde fuggiste, affrettatevi
tanto, che possiate.... che possiate giungere a vedermi spirare. È un
sorso amaro; ma è più ancora amareggiato dal morir non....._
Ella non potè seguitare. Slawkenbergius suppone, che la parola
significasse _non convinta_, ma le forze non le consentirono di finire
la lettera. E mentre il Forestiere cortese la leggeva, il cuore gli
straboccava di affetti, e ordinò che fosse insellata la sua mula, e
il cavallo di Ferdinando; e perchè nel combattimento delle passioni
lo sfogo della prosa non agguaglia quello dalla poesia, il caso, che
del pari ci spinge ai rimedi e alle infermità, avendo gettato dalla
finestra in camera un pezzo di carbone, Diego se ne giovò, e intanto
che il ragazzo allestiva la mula, così disacerbava il suo spirito
scrivendo nel muro come segue:
ODE
1.
No, – se la mano della Donna mia
L'arpa non tocca, esce il concento e muore,
Nè l'accompagna un'aura d'armonia;
Ma se le muove, tremano d'amore
Le belle corde, e l'anima delira
Di misteriosa voluttà sospira.
2.
O Giulia!
I versi erano naturali, e convenienti al soggetto, dice Slawkenbergius,
– e peccato che rimanessero in tronco; ma o che il Signor Diego avesse
tardo l'ingegno a far versi, o che il ragazzo si affrettasse a sellare
le cavalcature, non è chiaro; fatto sta, che la mula di Diego, e il
cavallo di Ferdinando, erano lesti alla porta dell'albergo prima che
Diego fosse in atto per la sua strofa seconda; e però senza restare a
finir l'ode, ambedue montarono, dettero di sprone, passarono il Reno,
traversarono l'Alsazia, e piegarono alla volta di Lione; e prima che
li Strasburghesi e la Badessa di Quedlingberg uscissero della città,
aspettando l'arrivo del Forestiere, Ferdinando, Diego, e la sua Giulia,
avevano passati i Pirenei, ed erano giunti sani e salvi a Valladolid.
Non importa avvertire il lettore geografo, che, Diego essendo in
Ispagna, il Forestiere cortese non potevasi più incontrare sulla
via di Francfort; basti il dire, che, la curiosità essendo di tutti
gl'inquieti desideri il più ardente, li Strasburghesi la sentivano di
massima forza, e per tre giorni e per tre notti si trabalzavano su e
giù per la via di Francfort con tutta la tempesta di quella passione,
nè sapevano ancora adattarsi a tornarsene a casa. Ma sciaguratamente
per loro il fato preparava l'evento il più funesto che possa accadere
a popolo libero. Perchè molti hanno discorso, e pochi inteso, questa
rivoluzione degli affari Strasburghesi, io Slawkenbergius voglio
chiarirne il mondo in dieci parole, e al tempo stesso finirò il mio
racconto. Ognuno sa del gran sistema di Monarchia Universale composto
per comandamento di Monsieur Colbert, e dato manoscritto a Luigi XIV
l'anno 1664. Ognuno sa, che un ramo di quel sistema era l'impadronirsi
di Strasburgo onde favorire a tutti i tempi un'invasione in Suabia,
e disturbare la quiete della Germania, e che in conseguenza di questo
piano Strasburgo cadde finalmente in mano di Francia. A pochi è dato
di rimontare alle vere sorgenti di questa e simili rivoluzioni. I
volgari guardano tropp'alto; gli uomini di stato troppo basso. Il vero
sta di mezzo. È funesta, – esclama uno storico, – la superbia popolare
di una città libera. Li Strasburghesi stimavano, che scapitasse la
libertà a ricevere una guarnigione imperiale, e così vennero in preda
ai Francesi. Il destino delli Strasburghesi, – dice un altro, – può
servire di avvertimento ad ogni popolo libero, perchè faccia risparmio
di danaro. Li Strasburghesi spesero anticipate le rendite, s'imposero
tasse di per sè stessi, e si affiacchirono tanto, che finalmente non
ebbero forza da tener chiuse le porte, e i Francesi le apersero. –
Ahi! ahi! – grida Slawkenbergius, – non furono i Francesi, ma fu la
curiosità che le aperse. Veramente i Francesi, che stanno mai sempre
all'erta, veggendo li Strasburghesi, uomini, donne, e fanciulli, uscir
tutti della città dietro al naso del Forestiere, si posero in marcia ed
entrarono. D'allora in poi le manifatture e il commercio hanno piegato
a continua decadenza, ma non per le cause assegnate dai capi del
commercio; piuttosto vuolsi ascrivere a questa sola: che i nasi hanno
sempre fatto tanto frastuono in quelle teste, che li Strasburghesi
non poterono badare ai loro interessi. ― Ahi! ahi! – grida qui
Slawkenbergius, facendo un'esclamazione, – non è la prima, e temo che
non sarà l'ultima fortezza conquistata o perduta per via dei Nasi.
― 1829 ―
III.
STORIA DI LE FEVER