U. – ***N. mi disse non volerne sapere, perchè opera di un Francese,
ragione che può valer qualche cosa, e al tempo stesso non valer
nulla; o forse fu ispirazione dell'Aritmetica, che gli sussurrò di
non sottrarre quattordici franchi alla massa del patrimonio. – X. sta
dietro a farsi marito, nè può badare alle Vergini Muse, che poverette
oggi son orfane, e non hanno un padre buono a dar loro una dote di
dieci mila filippi. Io non prendo moglie, nè mi tormenta l'ansia
d'imporre scudo sopra scudo. No, per l'anima di mia madre! io lo
posso giurare; non sono, nè sarò un avaro giammai! I giganti quando
accavalcavano monte sopra monte tentavano scrollare il trono di Dio,
e l'idea animatrice di quel concetto, temeraria se vuoi, era per altro
sublime di una grandezza sì terribile da far palpitare anche il cuore
di un Dio; ma l'avaro salito sulla piramide dei suoi mille sacchetti,
che pretende dalla terra, o dal cielo? Che vuole? che disegna di
fare? Povero avaro! egli è condannato a non poter voler nulla, –
ultima miseria dell'anima umana. Ma tregua alle digressioni. Noi siamo
d'accordo, – non piglio moglie, e non sono un avaro; – però sono un
povero, nè deve parerti strano, chè tu pure in siffatte discipline mi
sembri sufficiente dottore. Amo le Muse, è vero, e di candido amore,
ma sono inretito in tante e tali traversie, che non posso spendere
un soldo per comprar loro un mazzo di fiori ora che è il mese dei
fiori, e la Natura li crea ad ogni respiro che muove, e le graziose
venditrici te li vengono offerendo col più bel garbo del mondo, e a
così poco prezzo. Amo le Muse, è vero, ma non posso dar loro, che un
ingenuo saluto, e i profumi di un cuore innamorato. E tanto basti del
Manifesto, e così abbia fine l'Idillio.
Nei giorni scorsi mi posi a leggere il Wallenstein di Schiller, e mi
sono accorto, che per me non è impresa da pigliarsi a gabbo, almeno
la prima parte intitolata ― Il campo di Wallenstein. ― Mi riesce a
mala pena d'intenderne un verso qua e là, e le altre cose mi rimangono
impenetrabili. Credo che lo Scrittore in questa parte abbia usato
lingua intima, casalinga, troppo tedesca. Spesso mi sembra proverbiale,
e temo, che quasi sempre si valga di un dialetto o di un altro, perchè
moltissimi dei vocaboli non li trovo notati sul Dizionario. Se tu
potessi procacciarmi una traduzione qualunque, l'avrei caro, perchè
veramente il doverlo lasciare così per disperazione è pensiero che mi
mortifica assai. Addio.
_11 Maggio 1835._
_P. S._ Mi scordavo del meglio. – N.*** M.***, scrive da *** che muore
di fame, e si raccomanda alla carità dei fedeli. Vi deve stare cinque
anni, come saprai. In società faceva il maestro di scuola, e gli
bastava per vivere; – laggiù la professione non corre, ed egli non sa
farne altra, e..... Come ti dico, si tratta di fame vera e reale, non
di fame figurata. Questo giovane non ha nè roba, nè nessuno, che lo
possa aiutare. Ha padre e madre, due miseri vecchi, che adesso andranno
a chiedere l'elemosina, perchè, se prima non la chiedevano, era per
via del figliuolo. Bisogna fare qualche cosa pur sempre: esser grandi,
e buoni, è l'apice degli umani destini; – ma quando non si può altro,
siamo buoni almeno, – e quando si vuole è cosa più facile che altri non
crede. Vedi se puoi mettere insieme pochi paoli; – tutto fa a chi non
ha nulla. Tu conosci qualche signore, e qualche signora; – narra loro
il fatto schiettamente com'è. Abbiamo sovvenuto tanti altri, e spesso
Dio sa che gente; – e poi erano uccelli di frasca, e non di gabbia,
come questo povero diavolo. Non ti dico altro, perchè parmi aver detto
abbastanza. Di nuovo, addio.
Rammenta ancora ad A.*** questa elemosina. Gliene parlai Sabato; mi
fido della sua memoria, ma non troppo della sua attività.
XIV.
1. ― M.*** scrive da *** che il 15 di Settembre non avrà più da
mangiare. In tale urgenza si rivolge a noi tutti, chiedendo in prestito
quattro mila franchi, ed obbligandosi solennemente a render la somma
fra due anni. – La persona, a cui più particolarmente fu indirizzata la
lettera, vede impossibile effettuare il desiderio di M.***, e propone
invece mandargli un migliaio di franchi accattato di porta in porta.
– Meditando il fatto più quietamente, possiamo asserire ineseguibile
affatto l'idea di M.***? possiamo credere che il mezzo termine proposto
supplisca al bisogno, e produca l'effetto voluto? – Quando io rammento
l'integrità e l'alterezza d'animo di M.***, penso quanta amarezza di
passione gli debbono esser costate quelle poche parole d'inchiesta;
sento intimamente che M.*** non può esser disceso a questo, fuorchè
per forza d'una inesorabile necessità. Egli non è l'uomo che chieda
quattro mila fianchi per metter di mezzo nessuno; – non è l'uomo che
chieda quattro mila franchi per andare avanti intanto due anni, e non
morire di fame. M.***, è vero, ha bisogno di vivere per ora, ma non
è un bisogno di vita brutale come la nostra; è un bisogno di vivere
per una sublime intenzione, per una speranza che gli apre l'avvenire,
e gli fa veder cose, che i più non vedono, nè possono vedere. Se il
disinganno a un tratto gli dimostrasse fallace l'intenzione, che gli
alimenta la vita, e gli abbuiasse la speranza, M.*** è tale da farsi
saltare il cervello, o tirarsi in un canto, e morir placidamente di
fame. – M.*** dunque ha bisogno assoluto, inevitabile, di quattro
mila franchi. Mandargli, o, per dir meglio, prestargli di meno, oltre
l'essere un assurdo, sarebbe un trattare da ragazzo, da giovanastro
scapestrato, un uomo che ha dritto all'amore e alla venerazione di
quanti sentono e pensano generosamente. Se egli avesse avuto bisogno
di mille franchi, mille ne avrebbe chiesti. La sua natura è troppo
semplice e troppo retta, per appigliarsi al miserabile sotterfugio di
dire una cosa invece d'un'altra per un pugno di monete più o meno. –
Mille franchi dunque non fanno al caso; – un mascalzone senz'altro li
prenderebbe, dicendo: è meglio poco che nulla; ma se noi li manderemo
al M.***, forse non saprà che farsene; – faremo l'elemosina a chi non
l'ha chiesta; umilieremo un nobile spirito; gli rapiremo una delle sue
poche illusioni; aggiungeremo un nuovo dolore ai suoi mille dolori.
Pensiamoci di nuovo, e sul serio. Si può, si deve dare un rifiuto a
M.***, che promette sull'onor suo di render l'imprestito? Io, che lo
conosco da lunghi anni, credo alla sua parola più che al mio core,
più che un mercante non crede alla firma di Rothschild. Se M.*** non
fosse sicuro della sua promessa, avrebbe detto: – datemi, e non –
prestatemi. – Di più, fate a tant'uomo l'elemosina, e rifiutategli
invece un imprestito, di mezzo a tutto questo traluce così insultante
un pensiero di diffidenza, che non può mancare di giungergli amarissimo
al cuore: perchè non ci è angolo del mondo, dove non si possano trovare
quattro mila franchi in prestito, – perchè tutto giorno ciarlatani,
progettisti, e cavalieri d'industria, trovano con poca resistenza
migliaia e migliaia di scudi. Il caso è pertanto come io lo presento;
noi mostreremo apertamente a questo giovane incontaminato di tenerlo
in concetto d'uno scroccone. – Eppure M.*** è un'anima pura, che non
può, che non sa concepire un'idea di bassezza; – è una di quelle rare
esistenze che Dio suscita di quando in quando per far credere alla
virtù sulla terra. – M.*** sarà un nome glorioso; il suo genio, la
sua fede, la sua divina pazienza, i suoi patimenti, il sacrifizio di
tutto...., lo faranno grande nella Storia non già d'un Popolo, ma della
Umanità. Però quando i posteri sapranno, che, dopo aver dato tutto ai
suoi compagni d'infortunio, un giorno ebbe fame per sè; che si rivolse
ai giovani del suo partito, chiedendo un pugno d'argento per renderlo
un tempo; che fra questi giovani v'erano i ricchi, che senza scomodo
potevano darlo; che non ostante con mentiti pretesti gli fu negato; –
i posteri impallidiranno di vergogna e di paura, e non sapranno come
definire questo secolo ipocrita, freddo, e millantatore.
A che mena questa lunga cicalata? – tu mi dirai. – A risparmiare un
fregio alla dignità umana, se pure si può. – Io disapprovo altamente
l'idea della questua, – idea codarda e scompleta. – Nondimeno un
partito bisogna prenderlo. Trattandosi di quattrini, lo spirito è
ricorso naturalmente a quelli che ne hanno. Eccitando la potenza della
visione, me gli sono fatti passare tutti dinnanzi, e ad ogni figura che
passava mi veniva una trafitta di freddo. A un tratto non so come il
mio Angel Custode mi ha sussurrato all'orecchio il tuo nome. Ho accolto
volentieri l'ispirazione, e da parte sua ti domando: – Saresti in grado
di far questo imprestito? Ove tu non possa, non ci sarà nulla di male,
nè io per questo ti porterò rancore; e allora ci metteremo all'accatto,
arrogandoci non so quanto giustamente il diritto di strascinare nel
nostro fango uno splendido nome. Ma tu dovrai meco convenire, che
certi fatti sono una misura fatale dei tempi, e degli uomini; dovrai
convenire, che la nostra è una generazione perduta ad ogni speranza di
bene, perchè, non che intendere, ed essersi mandata in sangue l'idea
santa, essenziale, del sacrifizio, non sa per anche compitarne il
vocabolo.
Un rigo di risposta. ― Addio.
CARLO BINI.
XV.
Caro A.***
2. ― La lettera per M.*** mi è venuta più lunga di quel che volevo.
L'ho scritta nella furia del cuore, e ho tutta la massa del sangue
alla testa. Leggila, e mandala se credi; o se no, riducila a più
giuste proporzioni. Io non spero nulla di buono, e vado convinto, che
la faccenda finirà coll'esser trattata _costituzionalmente_. Piango
lacrime di sangue per il povero M.***, e non credevo che la Fortuna
volesse serbarlo a strazi così disonesti. Siccome il fatto mi sembra
grave, e tale da passare fra i documenti della Storia contemporanea,
così _gradirei, che della Lettera ne fosse fatta una copia_, per
mostrare al mondo occorrendo, che non tutti furono codardi, e brutali,
e che se afflitti dalla povertà non poterono aiutare l'amico infelice,
dissero almeno una parola franca e generosa. Dura questo poco di fatica
per amor mio; chè io non ne posso più. Amami. Addio.
CARLO.
XVI.
3. ― A.*** mi ha fatto risapere la tua risposta. Parlandoti
candidamente, le difficoltà da te opposte non mi sembrano tali da
reggere al paragone; mi sarebbe meglio piaciuto, se tu avessi detto:
quest'anno io non ho voglia di far certe cose. Anima viva non avrebbe
saputo mai nulla del fatto. Io e A.*** siamo temperati a tenere ben
altri segreti che questi. Tu mi avresti dato il danaro, io avrei
presa una cambiale per ***, e tutto sarebbe stato operato a mio nome.
Un silenzio impenetrabile avrebbe coperto la cosa; noi siamo per
natura discreti, e il caso presente sarebbe stato per noi un caso di
coscienza, d'onore, di religione. Io sono ancora più che convinto, che
fra due anni la somma sarebbe stata restituita. Non ho osato offrirti
la mia garanzia, perchè, vivo mio Padre, non rappresento nulla nel
mondo; ma un giorno spero e credo di aver quattro mila franchi al
mio comando; se così ti bastasse, eccomi qua in corpo e in anima ad
ogni tuo cenno. Con tutto ciò non pretendo costringerti a fare contro
il tuo avviso. Non potrei volendo, e potendo non vorrei, perchè sono
un gran partigiano del libero arbitrio. ― E M.*** intanto che farà?
Muoia di fame, o si provveda altrove. Soffra come ha sofferto, e duri
a soffrire. Egli non ha diritto di sottrarsi a quella legge fatale
e perpetua, che condanna al dolore certa specie di spiriti. E così
apprenda una volta a conoscer più addentro quella razza, per la quale
ha speso il fiore della sua gioventù, la nobiltà del suo ingegno, e il
sangue più puro del suo cuore.
Della colletta non voglio occuparmi; ci pensi altri più acconcio
all'ufficio: io non mi sento in diritto di allearmi nella congiura di
avvilire un Amico, che vale infinitamente più di me, e di mille de'
miei buoni padroni.
Abbi pazienza di questo disturbo, che senz'altro sarà l'ultimo che
avrai per parte mia. Sta sano, e addio.
1836?
CARLO BINI.
XVII.
P.*** mio
M.*** mi ha fatto quasi ogni giorno i tuoi saluti. Io non ti ho scritto
mai finora, perchè i grandi dolori amano specialmente sul principio
di esser lasciati soli. Avendo però spesso raccolte notizie di te, e
sentendo che il soggiorno di Pisa poco o nulla ti ha profittato, io ti
conforto a tornare fra noi, convinto che starai meno peggio. Troverai
l'aria più tepida, troverai chi meglio t'intenda, chi simpatizzi
meglio colle tue amarezze; e se puoi sperare un sollievo, ti rimane
quest'unico, il consorzio dei tuoi antichi amici, la presenza di
coloro, che hanno veduto, assistito, e sentito, la sciagura che ti ha
percosso.
Addio; – noi ti aspettiamo.
_16 Febbraio 1838._
CARLO.
XVIII.
Caro P.***
Finalmente è arrivata la Signora C.***, la quale è voluta partire
subito alla vostra volta. Io non ho potuto farle troppe attenzioni,
principalmente perchè a stento so spiccicare una parola in Francese.
Essa deve avermi trovato naturalmente goffo più ancora di quel che
sono. Non vuol dir nulla. Scusatemi presso di lei, e ditele che il buon
volere in me non manca mai per nessuno, e segnatamente per una donna
raccomandatami con tanta caldezza. E se altra volta c'incontreremo,
e ci sarà dato intenderci nella nostra benedetta lingua d'Italia, se
non troverà in me la galanteria profumata di Parigi, troverà cuore e
cortesia da non lasciarla affatto scontenta. Ma lasciando andar queste
inezie, io son qua per voi, per lei, e per tutto il mondo, fin dove le
mie forze arrivano. Disponete di me, e credetemi il vostro
_Livorno, 3 Agosto 1839._
CARLO.
XIX.
P.***
. . . . . . .
Per me sono già incominciati i giorni neri, ed eccomi già all'_ergo_ di
farmi accompagnare per le vie se voglio andare. Ma la mia pazienza è
più grande dei miei malanni. La Medicina se ne sta in un canto a viso
basso, mortificata, e colle mani in mano. E sì che io non le ho detto
mai una parola di rimprovero! Ma tant'è: resteremo soli, io e il Fato,
a giuocare tra noi due questa partita di vita, o di morte. I saluti a
tutti. Addio.
_21 Ottobre 1840._
CARLO.
XX.
P.***
Eccoti un manifesto del M.*** per la ristampa d'un Dante; e se avrà
luogo, sarà ottima spesa. Se puoi firmarti, bene; se no, no. Ma firmato
o non firmato rimetti subito il Manifesto nelle mani di S.***, che deve
rinviarlo a Londra.
Addio. Imprendo nuovamente l'infausto viaggio dell'altra volta per
ragioni anche più imperiose. Vado in luoghi strani ed inospiti, tra
cattiva gente, tra pessimi affari, e in uno stato di salute, che fa
paura. Dio me la mandi buona. L'ombra di N. mi perseguita, e non so
come placarla. Io mi abbandono alla corrente senza sapere dove andrò a
battere. Di nuovo addio.
_16 Marzo 1841._
CARLO.
XXI.
Signora A.***
Ho ricevuto con grato animo la sua del 28 Luglio, perchè un segno di
ricordo da qualche anima buona mi fa sempre bene. Sento, che Recoaro
non ha corrisposto alle sue aspettative, e già sapevo, che tutte le
acque del mondo servono a poco; ma pensavo, che un giovamento qualunque
le sarebbe venuto dal mutare aria, e dal veder cose nuove, e questo in
ultimo si farà forse sentire.
Io sto anche peggio di quando ci vedemmo. Ciò non vuol dir nulla. Ho
misurato tutto, e sono al mio posto.
È facile, che dimani, o posdimani, io parta per Roma, se non sorgono
impedimenti. È viaggio affatto mercantile, trattandosi di assistere
allo sviluppo di certi affari N. – Vedrò a ogni modo la _città eterna_,
ma son fiacco, e scuorato, e punto disposto a ricevere in me lo spirito
delle grandi memorie.
Un bacio a L.***, e mi creda suo affezionatissimo
_Livorno, 4 Agosto 1841._
CARLO BINI.
XXII.
A.***
. . . . . . .
Scriverò al Sig. G.*** quanto mi accenni dell'imbroglio B.*** E dalle
meschine turpitudini degli umani interessi ascendendo alla solennità
del dolore, ti dirò, che del tuo povero Nonno non ho saputo mai nulla.
Io son qua dimenticato, come persona già andata al suo destino. Gli
uomini badano ai fatti loro, e non li posso biasimare. Nondimeno,
se mi fosse stato semplicemente annunziato, che il tuo Nonno era
morto, io non mi sarei riscosso per questo, anzi avrei detto fra me:
– era tempo che riposasse; – perchè era stanco, e aspettava, e spesso
desiderava di riposare. Dico così, perchè egli spesso mi diceva così, e
a quell'età non ci è interesse a mentire. Ora però, che tutto è finito,
che la carne è morta e impassibile, e che lo spirito è in salvo, dico
la verità, duolmi più di voi, che di lui; perchè la morte è come la
bevanda amara; – passata la gola non è più altro. Spero però, che il
tempo mitigherà il dolore, che la sua morte ha lasciato negli animi
vostri, e che da ultimo resterà in voi sola e perenne la fragranza
della sua dolce memoria. E credo fermamente, che non ci sia bisogno di
pregare per lui, perchè il suo petto racchiudeva tutto quel fiore di
bontà, che può germogliare su questa misera terra. E così io pregherò
l'anima di quel giusto, perchè preghi Dio prima per voi e poi per me.
Altro non posso fare. Addio.
_Carrara, 21 Ottobre 1841._
CARLO.
XXIII.
A.***
. . . . . . .
Ho finito di leggere da qualche giorno il discorso del Centofanti[25],
e mi dirai per qual modo devo rimandartelo. Questo discorso, che pure
è di poca mole, mi ha lasciato un'impressione curiosa, – un'impressione
di durata, come se avessi letto almeno due mesi, o un'opera di cinque,
o sei grossi volumi. Non saprei distinguere, se ciò dipenda da mente
che si disorgana, o se sia segno che il libro fa pensare. Sottosopra
mi è piaciuto assai, e quantunque io non abbia coscienza tale di
studi da giudicarlo _intus et in cute_, nondimeno mi è parso dettato
con intendimenti di critica e di filosofia piuttosto nuovi in Italia.
E vi sono tratto tratto pagine generose ed eloquenti, che non tanto
onorano l'intelletto dello scrittore, quanto rivelano un bel cuore
d'uomo. Mirabile è poi la forza di congettura e d'intuito, onde penetra
nel buio di tempi quasi senza memoria, rifabbrica il passato, e dà
senso, valore, e sembianza, a cose, che finora parevano vaneggiamenti
e capricci. Basta, a me pare un bel lavoro, fatto di buona fede,
all'antica. Credo però, che non sarà di lettura volgare, e il libro,
sì per lo spirito, che per la fattura, è veramente aristocratico,
come sono tutti i libri dove ci è altezza, e novità di teorie, dove
c'è condensazione d'idee, e di stile. Aggiungi inoltre, che l'Italia
è sempre innamorata del suo dolce _far niente_, sempre supina a bere
l'oblio di tutte le cose, sempre ripugnante a ruminare il forte cibo
della sapienza.........
_Livorno, 30 Aprile 1842._
CARLO.
XXIV.
Signora A.***
Un Poeta in tutta l'estensione del termine, perchè muore anche di fame,
chiede l'elemosina ai suoi amici. E quì sta l'imbroglio, – di trovare
cioè gli amici d'un uomo, che muore di fame. – Ma _butta in mare, e
spera in Dio_, dice il proverbio dei marinari. Il povero Poeta è N.,
che forse Ella avrà sentito nominare; uomo,..... cui la Natura fece
molti doni di cuore e d'ingegno, senza dargli però un fiato, un atomo,
di quel _terribile giudizio_ che sa fare i fatti suoi. E però oggi si
trova a stender la mano, e per giunta è malato di malattia della quale
forse non guarirà mai. E però io lo raccomando alle di Lei carità;
e se Ella e i suoi amici potranno far qualche cosa, io gliene saprò
grado per conto del povero Poeta, e per conto mio, quantunque egli si
sia indirizzato per chiedere aiuto a T.*** G.***, e questi poi si sia
rivolto a me.
Intanto abbia pazienza del disturbo, e mi creda
_2 Settembre 1842._
Suo Devotissimo
CARLO BINI.
XXV.
Signora A.***
Ho sentito da M.***, che riguardo a N. Ella penserebbe di fare un
foglio. Io veramente me la dico poco coi fogli, e credo, che in ogni
caso, e specialmente in questo, la parola viva e sentita possa più
assai che tutti i mezzi dell'arte. Ma poichè s'ha da scrivere, io stimo
più espediente copiare tale e quale la lettera di N., che le rimetto
qui acclusa. Sono poche righe, ma vere, e stringenti; e se queste non
valgono, le mie e quelle di qualunque altro varranno anche meno. Ella
pertanto, che è così buona, veda di persuadere quanti più può a firmare
sotto la lettera del povero N., ma quello che importa è di far presto,
anzi prestissimo, a riscuotere il danaro, e farglielo avere, perchè il
bisogno ha furia, e conta le ore e i minuti. Spero che tra tutti faremo
qualche cosa per questo disgraziato; ma quando poi non riuscissimo a
buon porto ci vorrà pazienza, ed io scriverò direttamente a N., che
_i suoi buoni amici di Livorno_ hanno rigettato il suo appello, e
confermano la sua sentenza di morte di fame.
Io tra qualche giorno dovrò partire per miei affari; e se questo
negozio non fosse anche perfetto, allora lascerò le mie istruzioni a
M.***, perchè tutto vada il meglio possibile.
Mi creda
_Livorno, 5 Settembre 1843._
Suo Devotissimo
CARLO BINI.
XXVI.
T.***
Ebbi per tempo la grata tua con quella del povero N., ed egli non
poteva scegliere il miglior momento per morire di fame. A.*** mi ha
detto, che non deve dar nulla, e per conseguenza non ha dato nulla.
Ho fatto un appello ai poveri, e come ragion vuole mi hanno dimandato
se avevo da dar loro qualche cosa; – ho chiesto ai ricchi, e mi hanno
risposto peggio dei poveri. In somma è un affaraccio, e in tanti giorni
ho raccolto forse sei o sette scudi. Non per questo mi fermerò, e
spingerò le cose fin dove possono andare.
La mia salute non vale un quattrino, e la mia testa è un mucchio
di rovine. Pure per veder di dare una mano al povero N., ho preso a
tradurre dal Tedesco certi articoli intorno al Sismondi per convertirne
il ricavato a pro del suddetto; e credi, che se avessi avuto un cento
di scudi glieli avrei dati volentieri, piuttosto che soffrire una
fatica così sanguinosa, una fatica che finisce di mandarmi in polvere
il cervello.
Addio. Credimi
_Livorno, 14 Settembre 1842._
Il tuo Affezionatissimo
CARLO.
XXVII.
Gentilissima Signora A.***
Vengo a prender commiato da Lei, perchè certi affari mi cacciano fuori
di casa. Vado via in cattivo arnese, e chi sa come ritornerò, o se
resterò per la strada. _Fiat voluntas Dei._
Saluterà pertanto G.***, e il Sig. P.***, al quale auguro una sollecita
guarigione, e godrò al mio ritorno di trovarlo perfettamente rimesso in
buona salute.
A Lei non dico nulla, se non che, quando avrà terminato tutte le
faccende, si rammenti qualche volta di me. Andando a Lucca, come farò
tra qualche giorno, farò i di lei saluti all'ottimo nostro B.***, e a
quella buona creatura della Signora V.***
La questua per il povero N. finalmente è finita, e facendo un po' di
tutto abbiamo raccapezzato sopra Lire 400, e ho incaricato P.***,
perchè le mandi. Il merito principale di questo negozio per altro
è da attribuirsi a X., che ideando la traduzione del _Sismondi_, e
stampandola, e distribuendola con molte fatiche e disgusti ha messo
insieme il nerbo vero di questo soccorso, perchè senza il _Sismondi_
eravamo a poco più di cento Lire..........
Se vuol conoscere il mio itinerario, eccolo: dimani a Pisa, dove starò
tre o quattro giorni; poi a Lucca, quindi nella Provincia Lucchese,
e di là a Massa e Carrara, che è la Mecca dei miei malaugurati
pellegrinaggi.
Metto fine alle ciarle; mi creda suo affezionatissimo
_Livorno, 12 Ottobre 1842._
CARLO BINI.
FRAMMENTI
Io sento, parlo, e scrivo, senza studio, come l'anima detta, ma io son
sicuro oramai di quest'anima mia: – conosco fin dove può salire, fin
dove può scendere: esiste in me una forza d'impulso, che mi spinge
avanti gran tratto, ma poi si sviluppa prontissima una forza di
resistenza, che mi rimette nei giusti limiti; e questo contrasto di
forze diverse fra loro, sovente per me doloroso, è quello però che mi
ha salvato finora da qualunque bassezza.
Non pensate; io soffro, ma son forte. Educato per 30 anni nello
sconforto, la mia anima ormai sa comprimere il suo gemito immenso, – la
mia testa porta fieramente il dolore, come un re la corona.