intendere, o li deriderebbe. Ecco l'anima mia: – un anelito eterno
all'amore puro, santo, ideale; – un cuore nato a sentire quanto
di bello e di armonia Dio sparse nell'universo; – un intelletto
severamente educato a comprendere il vero; – una coscienza dignitosa, e
superba di sentirsi incontaminata; – e tutto questo messo a contrasto
con una società misera, corrotta, incredula, e da me conosciuta nelle
sue più riposte viscere. Questo è il segreto del mio dolore.
Non vi dia noia il mio _gran talento_. Egli è una povera cosa questo
mio _gran talento_, ed io ne ho fatto sempre così poco conto, che non
l'ho mai adoperato. La scienza le più volte è una fastosa impostura. Io
ho vegliato lunghe notti sui volumi della sapienza antica e moderna,
e li ho richiusi sospirando; – il velo del mistero era più fitto di
prima. Oh! questo mio _gran talento_ mi fa pietà. Forse volendo avrei
potuto scrivere dei libri; ma questo a che buono? Il mio ingegno
irritandosi nelle condizioni presenti si sarebbe scaldato a quel grado
di valore, che genera il fulmine, – avrebbe maladetto, fulminato la
razza umana. Ma il mondo non è contristato abbastanza?
Il mio carattere è forte, severo, passionato, – disprezza le forme
esterne delle cose, – attende solo allo spirito; – non si contenta,
che del vero, e aborre mortalmente la civetteria d'ogni specie. –
Il mio carattere è al tempo stesso cavalleresco, – la Donna non ha
nulla a temere da me, – il culto della Donna è per me santo, solenne;
– e quando io non potessi più amarla, nè stimarla, saprei pur sempre
compatirla sinceramente.
La mia fantasia percorse come ape a succhiare i fiorì più eletti
della Bellezza, che la mano di Dio profuse sull'universo, e formò una
creatura coll'ale d'angiolo, vestita dei ricchi colori del firmamento,
coronata di stelle, armoniosa delle armonie, che suonano in cielo.
Bella e cara creazione, che alla perfetta natura dei celesti univa
quanto ha di simpatico, di buono, di grande, la natura mortale! Bella,
perfetta, e cara creatura, anello intermedio fra il Cielo e la Terra,
tipo d'un angiolo nuovo, che Dio deve aver rimirato con compiacenza, e
accolto nell'eterna sua mente, per riprodurlo in un mondo migliore.
* * * * *
Le lagrime d'un _angiolo_ lavano le colpe dei mortali, e fanno fiorire
le rose del Paradiso nel fango di questo mondo.
Considerato tutto, gli uomini valgono assai meno delle Donne. Vantano
senno, forza, e mille altre qualità, che poi all'occasione non hanno.
Dove abbiamo noi la dolcezza, il coraggio, la celeste pazienza, che in
certe epoche della vita fanno sublime la Donna?
La Donna sola intende pienamente la santa virtù del sacrifizio; –
l'uomo non saprà mai amare come la Donna.
Quando la Donna ama veramente, sa e può amare come l'uomo non saprà
mai. In questo la Donna è d'un tessuto assai più fine dell'uomo; –
tutta l'anima sua è una melodia d'amore, dolce, profonda, perenne. La
donna è un raggio creato da Dio per fare il chiaro fra l'ombre cupe,
feroci, di questo mondo. Quando parlo così, però non intendo di tutte,
– intendo della Donna pura, cara, gentile. _Donna anima._ Il volgo
afferma, che la Donna dura meno in amare. Io non ci credo. La Donna
non è stata anche compresa, che da pochi cuori intemerati, sublimi; e
come creatura debole, inerme, è stata sempre oppressa, calunniata. E se
la Donna talvolta dura meno in amare, è perchè l'uomo spesso riprende
troppo presto gl'impeti della sua natura brutale, cessa troppo presto
di meritare il suo amore.
Una Donna fragile, leggiera, spensierata, può mettere il delirio in
un cuore potente, la confusione in un forte intelletto, fiaccare,
ridurre in polvere una volontà di ferro; e tutto questo conseguirlo
senza disagio, senza perdere un minuto di sonno, con quella stessa
_nonchalance_ con che si appunta una spilla.
Prima causa della pessima educazione delle Donne sono gli uomini, i
quali non sanno o non vogliono mai dir loro la verità; – le adulano
a torto e a diritto, tanto per sedurle; – poi quando son sazi, e
si saziano presto, le lasciano infelici e corrotte senza rimedio.
Succhiato l'arancio, gettano la scorza.
Le accuse continue che gli uomini fanno alle Donne, e le Donne agli
uomini, sono piuttosto ridicole, che vere. Uomo e Donna non possono
esistere isolati, – ambedue compongono un essere completo: ora la
Natura non può aver creato un essere mezzo buono, mezzo cattivo.
Quest'essere diviso in due parti non può comporsi, che d'elementi
consimili, omogenei; – noi abbiamo pregi, difetti, e qualità comuni, –
quindi l'obbligo di tollerare, di compatire, di giudicare con senso di
carità.
* * * * *
Io non cerco nell'Amore piaceri caldi, inebbrianti, ma gioie modeste,
asperse di una dolce malinconia. La malinconia è una cosa santa; è
l'eco di un'armonia, che suona nei cieli; è un sentimento, che profuma
l'Amore, e lo fa incorruttibile.
L'Amore profondo si fa sentire più da lontano che da vicino. Questa
legge morale è connessa forse a quell'altra legge fisica, per la
quale i grandi colossi acquistano proporzioni armoniche, e piacciono
all'occhio a grande distanza, ed una forte musica riesce soave e
deliziosa sentita ad una certa distanza.
* * * * *
Nelle cose d'affetto, meno che si pensa, meno che sì calcola, meno
che si disegna, meglio è. – Sentire, e sempre sentire, ma senza
prevenzione, alla buona, all'italiana d'una volta, – quest'è l'anima,
l'essenza dell'Amore. L'Amore non ragiona, non fa di conto, non vede,
– e per questo gli antichi lo dipinsero cieco.
A me piace più l'espressione calda, fanatica, baccante, dell'anima
commossa, che il tono freddo, compassato, cattedratico, della ragione,
– cosa tanto vantata, e così poco definita; cosa, che vale assai
meno della sua riputazione, che tutti più o meno posseggono nei tempi
ordinari, che tutti più o meno perdono nei tempi straordinari, come
ognuno ha il polso regolare quando è sano, e l'ha troppo celere quando
lo investe la febbre.
* * * * *
Io non mi fido dì quelli, che stringono la mano a tutti, che si
chiamano amici di tutti; – il cuore umano non si può così spicciolare;
non può, e non deve bastare a tutti; – ma può aversi, ma è necessario
avere un amico, e all'uopo conviene fare per lui dei nobili sacrifizi.
* * * * *
Chi non presume troppo di sè deve lasciarsi portare dal fiotto degli
avvenimenti, senza mormorare, senza bestemmiare, adorando un ordine di
cose, che vede, che sente, ma non comprende.
Che diritto ha il verme di giudicare i fini e gli andamenti della Mente
Eterna, che nell'immenso creato governa con egual bilancia il moto
d'una stella, e il nascere, il crescere, il cadere, e il trasformarsi,
d'un fiore fugace, d'un povero filo d'erba?
* * * * *
Non dee far maraviglia, se talvolta l'uomo generoso di cuore e
d'intelletto assume una maschera, e cela le sue schiette sembianze; –
la colpa è del mondo stupido e miscredente, nel quale è condannato a
vivere.
* * * * *
I Tedeschi non fanno mai di quei libri facili, trasparenti, spumosi,
oppio vero dell'anima: i Tedeschi fanno pensare, e tengono l'anima del
Lettore in piedi da mattina a sera.
* * * * *
La felicità sarebbe facile a conseguirsi, se il mondo osservasse la
legge di amore, d'armonia, d'attrazione, che Dio impresse nel creato;
se permettesse che ogni anima gravitasse liberamente al suo centro.
* * * * *
Non è il cuore l'organo il più prezioso, quello che decide sempre i
destini della vita? E le grandi opere, i grandi pensieri, non vengono
tutti dal cuore? E le questioni le più solenni, che travagliano
il genere umano, non sono tutte questioni di cuore? Nè potranno
sciogliersi, che dal cuore, perchè la mente da secoli vi si affatica
indarno.
* * * * *
Adoriamo il dolore. Le anime, che non sono tutte di terra, hanno per
distintivo il dolore, – sentimento che le raffina continuamente, che le
innalza sempre più verso il cielo, che svela loro l'esistenza di mondi
non pensati, e non creduti dal volgo; sentimento, che in mezzo alle sue
amarezze contiene certe voluttà sacre, indistinte, velate, baleno delle
gioie che Dio riserba alle anime provate su questa terra. Adoriamo il
dolore.
NOTE:
[24] _L'epigrafe che precede queste Lettere spiega l'intendimento
nostro nel pubblicarle: se non ci proponemmo principalmente di
offrirle come dimostrazione d'ingegno, molto meno abbiamo mirato
a metterle in luce come documenti, che per avventura potessero
riuscire o lusinghieri o spiacevoli altrui. Quindi abbiam
lasciato solo la iniziale dei nomi, e sostituito talvolta alla
vera la generica N, od un X. Ogni discreta e gentil persona non
vorrà, lo crediamo, disapprovare tale ommissione._
[25] Sull'indole e le vicende della Letteratura Greca, Discorso
di SILVESTRO CENTOFANTI. – _Firenze 1841._
SECONDA PARTE.
TRADUZIONI.
LA VITA E LE OPINIONI DI TRISTANO SHANDY
― _DI LORENZO STERNE_ ―
I.
STORIA DI YORICK.
Aguzza quì, Lettor, ben gli occhi al vero;
Che 'l velo è ora ben tanto sottile,
Certo, che 'l trapassar dentro è leggiero.
DANTE, _Purgatorio_.
Yorick nominavasi il parroco, – ma devi notare, (come apparisce
da notizie antichissime di famiglia scritte in pergamena, e ben
conservate,) che tal nome era stato pronunziato appunto in quel modo
per quasi.... io stetti per dire 900 anni: ma perchè riferendo una
verità improbabile, sebbene di natura sua fuor di quistione, non
vorrei perderci di fede, mi appagherò soltanto del dire, che quel nome
era stato pronunziato appunto in quel modo per non so che spazio di
tempo; nè tanto oserei dire per la metà dei cognomi del regno, che
nell'andar degli anni hanno sostenuto tante vicende quante coloro
cui appartenevano. Daremo questo all'orgoglio, o alla vergogna delle
persone che li portavano? A dirla schietta, io tenni conto dell'una
e dell'altra causa, secondo che la tentazione operava. Ma egli è mal
fatto: – un giorno verrà a mescolarci tutti così confusamente, che uomo
non potrà levarsi a giurare, che l'avolo suo fece questo o quell'atto.
La famiglia di Yorick aveva riparato a questo male, prudentemente
conservando a guisa di religione le memorie da me citate, le quali di
più c'informano, che l'origine della famiglia fosse Danese, trapiantata
in Inghilterra fino dai tempi di Horwendillus Re di Danimarca, e pare,
che a quella corte un antenato donde M. Yorick discendeva dirittamente
tenesse carica riguardevole; – solo aggiungono, che già da due secoli
era stata abolita, come inutile affatto in quella e in ogni altra corte
del mondo cristiano.
Spesso mi è passato per la mente, che la carica fosse quella di primo
buffone del Re, – e lo Yorick nell'Hamlet del vostro Shakespeare, – che
ha moltissimi drammi fondati nel vero, – era di certo lo stesso.
Io non ho tempo di svolgere la Storia Danese di Sasso Gramatico per
saperne la verità, – ma se i miei hanno agio e facilità di procacciarsi
quel libro, lo facciano di per se stessi. Ebbi però tempo ne' miei
viaggi di Danimarca, e tanto bastommi, di provare la verità di una
osservazione fatta da tale, che dimorò lungamente in quella contrada,
cioè, – che la natura non era nè troppo larga, nè troppo avara,
nei presenti d'ingegno e di capacità agli abitanti di quel paese; –
ma, simile a madre discreta, era modestamente liberale verso tutti,
osservando tanta eguaglianza di misura nel dispensare i suoi favori,
che a fin di conto gli uni non la cedevano agli altri. Tu rinverrai
pochi esempi in quel regno di mente elevata, – ma in tutte le classi
del popolo una dovizia di buono, semplice, e domestico intendimento, –
e ciascuno n'ha la sua parte, – e questa parmi cosa ben dritta.
Ma con noi le cose procedono ben di altro passo, e in questa faccenda
tocchiamo il fondo, e la cima: – o voi siete un genio, o scommetto
cinquanta contro uno, che voi siete, o Signore, uno stupido al di là
dei confini, e una zucca da sale; – non già che manchino al tutto i
gradini di mezzo, – noi non siamo irregolari di tanto; – ma gli estremi
sono frequentissimi, e condotti ad altissimo punto in quest'isola
instabile, dove la natura nelle sue doti e disposizioni di simil sorta
è bizzarra, e fantastica in modo, che la fortuna stessa non è più di
lei stravagante nel lascito dei suoi beni.
Tutto questo mi fece dubitar sempre della discendenza di Yorick,
e da quanto mi ricordo di lui, e da tutte le notizie che ho potute
raccogliere, pare che non avesse nelle vene neppure una goccia di
sangue danese; – forse in 900 anni era tutto svaporato; – ma non voglio
filosoficarci un momento: – sia che può, il fatto era questo; in vece
di quella flemma ed esatta regolarità di sensi ed umori, che ti saresti
aspettato in uno della sua origine, era all'incontro una composizione
tanto mobile e sublimata, – una creatura tanto eteroclita nelle sue
declinazioni, – e aveva in sè tanta vita e capriccio, e _gaïté de
coeur_, come se fosse il figlio d'un cielo ardentissimo. Con tanta vela
il povero Yorick non portava un'oncia di zavorra; – non era pratico in
nulla del mondo, e a ventisei anni sapeva guidare in esso il suo corso
come un'ingenua fanciulla di tredici; talchè al primo mettersi in mare,
immagina pure, che il vento fresco de' suoi spiriti dieci volte al
giorno lo facesse impigliare nelle sarte di alcun navilio: – e perchè
navigando gli occorrevano più di sovente quei gravi e lenti all'andare,
immagina pure, che con questi voleva la sventura che restassesi sempre
intricato; e, se non m'inganno, in fondo dovevano avere un non so che
di maligno, poichè Yorick per natura ripugnava invincibilmente alla
gravità; – non dirò in certo modo alla gravità, – perchè, se bisognava,
era Yorick, il più grave e il più serio di tutti i mortali, a giorni,
e settimane intere, – ma era nemico alla di lei affettazione, e la
guerreggiò apertamente, perchè copriva di mantello l'ignoranza, e la
stoltezza, – e quante volte la incontrava per via, benchè difesa e
protetta, di rado le usava mercede.
Forse ragionava strano, ma spesso dichiarava la gravità un pretto
furfante, e pericoloso d'assai, – soggiugnea, – perchè scaltrito; e
veracemente credeva, che ella avesse giuntate dei beni e del danaro più
oneste persone in un anno, che i tagliaborse e i mariuoli non fecero
in sette. Dicea, che l'indole aperta rivelata da un cuore allegro
non facea male a nessuno, fuorchè a sè stessa, – mentre nella gravità
vivea per anima il disegno, – e quindi l'inganno; – era una frode ben
disposta a guadagnarsi nel mondo stima di senno, e di sapere oltre
il merito, – e con buona pace di tutte le sue pretensioni non era
migliore, ma sovente più trista, di ciò che l'ebbe definita non è gran
tempo un bell'ingegno francese: «un misterioso portamento del corpo per
velare i difetti della mente.» E dicea Yorick, con molta imprudenza,
che quella definizione meritava di scriversi in lettere d'oro.
Ma era indipendente, e inesperto del mondo, e lasciavasi andare agli
scherzi in qualunque argomento di discorso la prudenza avrebbe usato
ritegno. Yorick non sentiva che una impressione, – e quella emergeva
dalla natura del fatto, – e la traduceva in chiaro Inglese, senza
perifrasi, e spesso senza risguardo alla persona, al tempo, o al luogo;
– onde se rammentavano un atto meschino o codardo, non pensava un
momento all'eroe, o al suo stato, o se potesse nuocergli appresso; – ma
se l'atto era vile, senz'altro l'uomo era vile, – e così di séguito.
E la sciagura voleva, che d'ordinario i suoi commenti finissero in un
_bon mot_, o fossero via via ravvivati da qualche facezia, o festività
di espressione, e questo cresceva l'indiscretezza di Yorick. Certo non
le cercava, ma però non fuggiva le occasioni di dir quanto cadeva in
acconcio, e senza rispetti; – così non n'ebbe in vita sua che troppi
incitamenti a spandere il bell'umore, e le arguzie, e i motteggi, e le
beffe, e non andò nulla perduto per mancanza di chi raccogliesse. Ora
ne intenderete le conseguenze, e come Yorick avesse fine.
Coloro che danno e tolgono ad usura differiscono fra loro nella durata
degl'interessi, quanto nella durata della memoria il beffatore e il
beffato. E quì, secondo gli Scoliasti, il paragone cammina su tutte e
quattro le gambe, che vuol dire una gamba o due di più, che non hanno
alcuni dei migliori paragoni d'Omero; ed è, che l'uno piglia a prestito
una somma, e l'altro suscita una risata a vostre spese, e più non ci
pensano. Ma gl'interessi corrono tuttavia nell'uno, e nell'altro caso,
– e i pagamenti, che se ne fanno periodici, o casuali, bastano a tener
viva la memoria dell'affare, finchè l'ora trista non giunga, che il
creditore sopravvenga improvviso a ciascuno, e, dimandando all'istante
il capitale coll'usura sino a quel giorno, faccia sentir la gravezza
del debito.
Il lettore conosce nell'intimo la umana natura, (a me non piace
dubitarne,) e però gli basti che il mio eroe non potè seguitar quella
corsa senza un lieve saggio di questi ricordi. E' s'era avviluppato
sbadatamente in una gran rete di siffatti debituzzi, che dispregiava
soverchio, – nè valeva nulla il consiglio d'un amico suo dolce chiamato
Eugenio, – e stimava, che non avendoli contratti per malignanza,
ma invece per onestà d'intenzione, e per mera allegria di spiriti,
naturalmente verrebbero tutti cancellati.
Eugenio pensava di no, – e dicevagli spesso, che un giorno o
l'altro sarebbe certamente chiamato ai conti; e sovente aggiugnea,
col mestissimo accento di chi teme una sventura, – sino all'ultimo
picciolo. – E Yorick al solito non curando sempre rispondeva: – oibò!
– E se la questione si ventilava ne' campi alla fine rispondea con
un salto, o uno scambietto: – ma se in un canto del socievole camino
al reo facevano barricata una tavola, e due seggioloni a bracciuoli,
tanto che non potesse fuggirsi d'un tratto, Eugenio continuava la sua
lezione intorno alla discretezza in parole siffatte, ma un po' meglio
acconciate.
― Credimi, Yorick mio, che la tua malaccorta piacevolezza o presto
o tardi ti legherà in tanti nodi, che poi non varrà il senno a
strigartene. In questi casi ho veduto sovente, che la persona derisa si
considera sotto l'aspetto della persona ingiuriata con tutti i diritti
che da quella situazione le spettano; – e se tu pure la vedi in quello
aspetto, – e noveri gli amici, la famiglia, i congiunti, gli alleati,
– e passi in rivista le molte reclute, che vanno alle sue bandiere pel
sentimento del comune pericolo, non è calcolo esagerato a dire, che
per ogni dieci motti ti sei guadagnato cento nemici, – e finchè non sei
giunto a tale da sollevarti d'intorno alle orecchie uno sciame di vespe
le quali mezzo ti pungano a morte, non andrai mai persuaso.
Dio mi guardi dal sospettare, che l'uomo da me stimato si muova
alli scherzi per dispetto, o malignità d'intenzione; – so, e credo
sinceramente, che sieno onesti, e detti a modo di sollazzo. Ma poni
mente, amor mio, che gli stolti non possono distinguere, e i furfanti
non vogliono: e tu non sai quanto importi provocar gli uni, o prendersi
giuoco degli altri; e qualunque volta si uniscano a difesa scambievole,
abbi per fede, amico mio, che ti guerreggieranno in maniera da fartene
il cuore malato, e con pericolo ancora di vita.
La vendetta da qualche angolo segreto spargerà di te novelle d'infamia,
– nè ripareranno l'innocenza del cuore, la integrità del costume; – le
tue sostanze verranno a mancare, – e malignando sui mezzi che un dì
ti procuravano, la tua riputazione darà sangue da tutte le parti; –
la tua fede sarà posta in dubbio, – smentite le opere, – dimenticato
l'ingegno, – e la dottrina tenuta a vile. A chiudere l'ultima scena
della tragedia, la crudeltà, e la codardia, scellerati gemelli
condotti a prezzo dalla malizia, e incitati nelle tenebre, prenderanno
insieme la mira a tutte le tue debolezze, ed errori, – e gli ottimi
di noi, amor mio, vi stanno soggetti; – e credimi, credimi, o Yorick,
allorquando per lusingare un privato appetito si deliberi il sacrificio
d'una creatura innocente, ed inerme, è facile di raccogliere stecchi
per ogni macchia dove ella ha traviato, onde accendere un fuoco, – e
bruciarvela sopra. ―
Yorick intese il vaticinio dei suoi destini, e nell'atto con una
lacrima furtiva, accompagnata da uno sguardo di promessa, dispose per
l'avvenire di correre più misuratamente l'arringo. Ahi troppo tardi!
Innanzi del presagio erasi collegata una forte alleanza dei suoi
nemici, e l'assalto, giusta la predizione d'Eugenio, fu dato in un
tratto, e con sì poca mercè dalla parte degli alleati, – e con sì poco
sospetto in Yorick di quanto gli tramassero, – che quando quell'ingenuo
avvisava ricevere il premio ai suoi meriti, omai l'avevano scosso alla
radice; – cadde, e in quella guisa, che molti valentemente erano caduti
prima di lui.
Ma Yorick combattè per un tempo con tutto il valore possibile, – finchè
sopraffatto dal numero, e in ultimo affranto dalle calamità della
guerra, ma più ancora dalla maniera codarda onde facevasi, gittò la
spada, e in vista fece animo sino agli estremi, ma credono tutti che
l'uccidesse il cordoglio. E quanto segue piegava Eugenio alla medesima
opinione.
Poche ore avanti che Yorick esalasse l'anima, Eugenio entrò nella
stanza per vederlo l'ultima volta, e dargli l'ultimo addio. Nel
tirar le cortine gli domandò come stesse; – e Yorick guardandolo in
faccia gli strinse la mano, – e ringraziandolo dei molti segni di
amore a lui dimostrati aggiunse, che, se il fato li faceva incontrare
nell'avvenire, lo avrebbe più e più sempre ringraziato; e disse,
che di lì a brevi ore sarebbesi involato in eterno ai suoi nemici.
― Spero di no, – rispondeva Eugenio col più tenero accento di voce,
che uomo parlasse giammai, e le lacrime gli scendevano giù per le
guance, – spero di no, Yorick mio. ― Yorick rispondeva elevando lo
sguardo, e premendogli gentilmente la mano, – e nulla più: – ma questo
dirompeva il cuore di Eugenio. ― Su via, Yorick, – riprese quest'ultimo
asciugandosi gli occhi, e facendosi cuore, – confortati, amor mio, nè
li spiriti e la fortezza ti abbandonino al maggior uopo; – chi sa mai
quanto possano operare per te i rimedi, e la potenza di Dio? ― Yorick
si pose una mano sul cuore, e crollò un tal poco la testa. ― Per la
parte mia, – continuava Eugenio, e piangeva amaramente in mezzo alla
parola, – per la parte mia non so come da te dividermi, e di buon
grado lusingherei le mie speranze, – seguitava rallegrando la voce,
– che di te avanzerà tanto da farne un vescovo, e io vivrò tanto da
vederlo. ― Io ti prego, – favellò Yorick, levandosi alla meglio di capo
il berretto da notte colla manca, perchè la destra avea sempre stretta
da quella d'Eugenio, – io ti prego a guardarmi un poco la testa. ― Non
vi scerno cosa che l'offenda, – rispondeva l'amico suo. ― Ahimè! io
vo' che tu sappi adunque, – riprese Yorick, – ch'ella è sì mal concia
e sformata dai colpi che i miei nemici le dettero così villanamente
all'oscuro, che potrei dire con Sancio Panza: – «se mi riavessi, e dal
cielo mi cadessero sul capo le mitre spesse come la gragnuola, neppure
una gli potria convenire.» ―
L'ultimo fiato di Yorick a queste parole pendeva pronto a fuggirsi
dalle sue labbra tremanti, – ma tuttavia le profferse in un suono,
che sapea di maniera _cervantica_; – e mentre parlava, Eugenio vide
accendersi per un momento in quegli occhi una striscia di fuoco
lambente, scarsa immagine di quelle vampe di spirito, che solevano,
a quanto disse Shakespeare dell'antenato suo, eccitar la gioia del
convito.
Eugenio si convinse, che il cuor dell'amico fosse spezzato; – gli
strinse la mano, – e poi adagio adagio uscì della camera, e piangeva
all'andarsene. Yorick seguitò cogli occhi Eugenio sino alla porta, –
quindi li chiuse, e mai più non li riaperse.
Ei riposa sepolto in un angolo del suo camposanto sotto una semplice
pietra di marmo, che l'amico Eugenio con licenza dei curatori gli
poneva sulla fossa con queste tre parole d'iscrizione, che servono a un
tempo d'epitaffio, e d'elegia:
----------------------
| AHI POVERO YORICK! |
----------------------
Dieci volte al giorno lo spirito di Yorick si consola a sentir leggere
la sua funeraria iscrizione con tanta varietà di lamentevoli accenti,
che per lui dinotano stima, e pietà universale; – e perchè un sentiero
attraversa il camposanto, da quel lato appunto dove è la sua fossa, non
passa di lì viandante che non si fermi, e non vi getti uno sguardo, e
non sospiri partendosi;
AHI POVERO YORICK
― 1829[26] ―
II.
IL NASO GROSSO.
RACCONTO DI SLAWKENBERGIUS.[27]