Sento vivamente il dispiacere della malattia irremediabile del signor

N., perchè era un uomo di cuore, ed uno dei migliori sostegni del

commercio di Livorno; ma che dobbiamo farci? nella morte non vi è

ingiustizia; – _chacun à son tour_.

Io vi dico, che séguito a star bene di corpo, e sarebbe lo stesso

in quanto allo spirito, se il pensiere di mia Madre non mi turbasse.

Salutate caramente la famiglia, e gli amici, e credetemi

_Dalla ***, 19 ottobre 1833._

Il vostro CARLO.

V.

Carissimo Padre

Ricevo la vostra del 23 corrente, e mi gode l'animo a sentire le

notizie della migliorata salute di mia Madre, e a quest'ora spero che

sarà libera di quello strascico di mal essere, che lasciano dietro di

sè le lunghe infermità.

In quanto a me veramente non saprei cosa dirvi; la mia vita non ha

variazioni, e potrei ripetervi oggi quello che vi scrissi a principio.

Io sto bene al solito, e mi sento disposto a durare un bel pezzo così.

Voi mi dite, che secondo la voce pubblica si spera, che presto saremo

a casa. Anch'io lo spero, e tutti speriamo bene in questo mondo,

perchè così vuole l'istinto; per altro io vi esorto a non dare ascolto

alla voce pubblica, perchè si muove a caso, e non dietro un dato

positivo. Che volete che sappia il pubblico di una misura stabilita

a uscio chiuso fra tre o quattro Signori, che non hanno niente che

fare col pubblico? Il termine della nostra detenzione dipende dalle

deliberazioni dei nostri padroni, e non dalle congetture del pubblico,

che parla sempre, e parla di tutto, perchè le parole non gli costano

nulla; altrimenti sarebbe più riservato. Il meglio è per la vostra

quiete, che voi non vi regoliate con un termometro così fallace;

voi potreste trovarvi a sperare invano da un giorno all'altro,

e la speranza così indugiata è un dolore non leggiero. Attendete

pacificamente, che il nodo si sciolga da sè, e tenete fisso in cuore,

che non vi è nulla a temere, ma che noi siamo altrettanti pegni

politici!

Fate i miei più cordiali saluti a T.*** B.***, e ditegli, che, se

io non l'ho mai rammentato nelle lettere trascorse, è seguíto non so

perchè, ma che io l'ho continuamente nella memoria. Egli mi conosce

troppo bene per non credere alla sincerità di queste mie parole.

Salutate pure la famiglia, e gli altri miei pochi amici. Addio.

_Dalla ***, 29 Ottobre 1833._

CARLO.

VI.

Carissimo Padre

Dalla vostra del 10 corrente intendo, che la famiglia in generale

sta tutta bene, e questo mi fa piacere. Io pure godo d'una prodigiosa

salute. In quanto alla mamma, speriamo, che gradatamente riacquisterà

tutte le sue forze. Bisogna calcolare, che la stagione è poco propizia

ad un rapido risorgimento; bisogna calcolare, che la donna è piuttosto

vecchia che giovane, ed una malattia, complicata di dolori fisici e

morali, lascia necessariamente una lunga vibrazione in una macchina già

declinata.

Sento la morte di N.; ho letto ancora la storia delle sue disposizioni

testamentarie. Per me, non ci trovo nulla a ridere, come potete

immaginare; non so, se sarà lo stesso delle parti, che vi si credono

interessate. Se non m'inganno però credo, che in qualche parte

l'affetto abbia prevalso alla giustizia; ma i moti del cuore vanno

perdonati, specialmente in un uomo, che dispone del suo. Trovo

giustissimo il lascito fatto a X.; e poteva ancora raddoppiare la

somma; e riguardo alle gioie lasciate alle ..., con una leggiera

trasposizione io le avrei vedute meglio collocate nelle ...; indosso a

quelle ragazze avrebbero fatto una certa figura, mentre indosso alle

.... ci stanno come una satira, prima perchè sono ricche del proprio

oltre il dovere, e poi perchè son vecchie. Le vecchie, cessando di

appartenere agli uomini, appartengono per diritto impreteribile a Dio;

in conseguenza io avrei lasciato loro un elegante rosario. Del resto,

io faccio queste riflessioni non perchè io mi creda in diritto di

entrare nei fatti altrui; ma le faccio così per ozio, per non mandare

a Livorno un foglio affatto bianco; e son certo, che se quelle Signore

venissero a sapere come io la penso su questo proposito, mi darebbero

il titolo d'impertinente, ed avrebbero ragione.

Comprendo il dolore da voi provato per la morte di quest'uomo, e vi

compatisco. La perdita di un utile amico è pur troppo deplorabile! Ed

io pure ne sono dolente; ma quando considero, che anch'io un giorno

dovrò passare le soglie di questo mondo, vi confesso candidamente,

che il dispiacere, che ho verso gli altri, ritorna indietro, e sta

per conto mio. – Però non si può negare, – è morto un galantuomo; ed

io sono persuaso, che quell'anima buona è volata di punto in bianco

in Paradiso, dove troverà di certo meno negozianti, che nella nostra

Camera di Commercio. Anch'io son del mestiere, e son giudice competente

in questa materia.

Voi mi dite che i .... sono intorno a comporre una nuova ragione. Viva

la nuova ragione! Io non posso che lodarli; io conosco quei giovani,

– son pieni di merito, e in una faccenda come questa son capaci di

andare sino in fondo. Viva la nuova ragione! io invito tutto il mondo

a fare una nuova ragione, poichè l'antica è ormai troppo stanca, e

non serve più a nulla. Salutate quei giovani da parte mia; date loro

i miei mi-rallegro; sappiano, che auguro loro il vento fresco della

fortuna, che auguro loro il profitto d'ogni bilancio annuale con una

lunga coda di zeri. Relativamente poi all'avervi mandato a chiamare

per proporvi quella continuazione di affari, che combinavate con

N., non è uno sforzo, è una cosa tutta naturale; sanno che siete

un forte consumatore, vi stimano un uomo solido, e per questo vi

cercano. Fate, che manchi una delle due condizioni, e vedrete la scena

mutata. I negozianti sono come i giuocatori; – quando gli uni o gli

altri invitano a una partita di carte, o a una partita di affari,

le parole sono belle, ed umane; ma il pensiero intimo è di vincere;

l'industria poi e la sorte assegnano la vincita. Oltredichè fra N.

e.... non ci vedo equivalenza di condizioni; quegli era un uomo di

mezzi potentissimi, ed arbitro assoluto delle cose sue, dimodochè

quando s'immaginava di avere inciampato in un galantuomo vi dormiva

sopra, e combinava un affare tra uno sbadiglio e l'altro; al contrario

questi hanno meno mezzi, e per conseguenza maggior cura di assicurarli;

saranno probabilmente più diffidenti, perchè, non so come, i giovani

d'oggi sono più calcolatori dei loro padri; e poi cotesta società non

si compone di un valore unico, ma invece è uno stato federativo, e

prima di convenire in un sentimento uniforme, ci vorranno delle lunghe

assemblee.

Finisco la lettera, perchè mi pare abbastanza prolissa. Addio.

_Dalla ***, 15 Novembre 1833._

Il vostro CARLO.

_P. S._ Fate i miei saluti al B.***, e ditegli, che a comodo suo gli

piaccia di salire in camera mia, e prendere la Storia del _Mignet_ in

Francese, e tre tomi in Inglese intitolati: – _Lord Byron and some

of his contemporaries, by Leigh Hunt_, e li faccia recapitare al

Gabinetto, poichè gli appartengono. Ve l'avrei detto prima, ma mi è

passato di mente.

VII.

Carissimo Padre

Rispondo alla vostra del 20 corrente. Non vi dissimulo, che mi

travaglia non poco il pensiero intorno allo stato di salute di mia

Madre. Cotesta oscillazione continua tra il bene e il male mi dà da

temere. Non vorrei che fosse una malattia organica. Che ne dice il

Medico? Comprendo, che l'arte è assai limitata, specialmente quando

si tratta di veder dentro dove ci si vede poco o punto. Vorrei sapere

almeno, se il Medico è riuscito a definire il carattere vero e reale

della infermità; ditemi le cose come stanno, senza velarle menomamente,

perchè il mio spirito si adatta meglio ad una trista verità, che agli

ondeggiamenti di una incerta speranza.

In quanto alla mia liberazione lasciamo fare a chi spetta. Una qualche

volta dovrà seguire. Non posso ragionevolmente argomentare, se questo

termine sia lontano o vicino, perchè sono al buio di tutto; ma penso

che ora si corre per i tre mesi, che noi siamo messi al sicuro;

penso che, per quanto il termine sia lontano, ogni giorno ne passa

uno, e, volere o non volere, sempre più ci avviciniamo al fine. Io

bramerei uscirne più per gli altri della mia famiglia, che per me.

Io per me sono quasi indifferente; mi son gettato a gatta morta sugli

avvenimenti, e vado dove il flutto mi porta; volete, ch'io lotti contro

il destino? – non ho nè voglia, nè forza per farlo: il destino è Dio,

e l'uomo è un pugno di polvere.

Mi dite ch'io vi scriva più spesso. Io vi scriverei volentieri anche

ogni giorno; ma che devo dirvi? devo raccontarvi delle novelle? Quando

io vi ho scritto che sto bene, non ho più altro da dire. La vita

del prigioniere è troppo semplice, è troppo monotona; la vita del

primo giorno è la stessa di tutti gli altri che seguono, dovessero

moltiplicarsi ancora fino a cento mil'anni. Immaginatevi un uomo solo

solo, chiuso in due stanze, e padrone di ventiquattr'ore; che deve

fare? mangiare, leggere, e dormire, – dormire, leggere, e mangiare; è

un ritornello sempre su queste rime. Ed io di fatti non faccio altro.

Mi riesce di stare a letto almeno diciotto ore del giorno, specialmente

adesso che il freddo comincia a stringere; e vi confesso, che quando

mi levo, invece d'essere un uomo di carne e d'ossa, mi sembra d'essere

una balla di stoppa. Ma d'altronde, stare a letto non è lo stesso che

stare a sedere? Ho provato a passeggiare per le due mie stanzette, ma

quel trovarmi ogni momento colla faccia al muro mi dà la vertigine, e

mi conviene a smettere. Io dunque sto quasi sempre a letto. Mi ricordo,

che Carlo XII, quando cadde in mano dei Turchi, ci stette un anno di

séguito senza mai levarsi; io sento di poterlo emulare; voi vedete, che

gli uomini grandi in qualche cosa possono essere imitati dagli uomini

piccoli.

Noi pure abbiamo avuto i cattivi tempi; un'acqua interminabile, e un

vento così feroce, che non faceva stare in piedi le persone. Questa

circostanza c'impediva di uscire a prendere quell'ora d'aria, che

ci concedono; e di fatti un'ora d'acqua e di vento sarebbe stata una

contradizione agli ordini prescritti. Vero è, che questi Signori, avuto

un benigno risguardo a tale incidente, ora che il tempo si è rifatto

bello ci permettono di respirare un poco più dell'ora destinata. _Et

voilà tout._

In questi ultimi giorni mi son fatto venire dei danari dal M.***, ed

ho passato venti monete al G.*** Io per ora ne sono sufficientemente

fornito.

Salutate caramente la famiglia, il B.***, e tutti coloro, che hanno

memoria di me, e credetemi

_Dalla ***, 22 Novembre 1833._

Il vostro CARLO.

VIII.

Carissimo Padre

Ho ricevuto la vostra del 2 corrente. L'unica cosa, che in essa mi

abbia dato veramente conforto, è il sentire, che la salute di mia Madre

vada ogni dì migliorando con un progresso positivo.

Per le buone speranze che mi date, vi ringrazio sinceramente; e se si

verificheranno di fatti, io ci avrò molto piacere: altrimenti non sarà

una rovina; – _fiat voluntas Dei_; – io ho coraggio più che taluno non

crede.

Fondandomi sopra certe probabilità giudico anch'io, che la risoluzione

dei nostri processi debba esser vicina; per altro avvertite bene, che

risoluzione di processo non equivale a liberazione. Io stimo, che la

risoluzione debba esser vicina, perchè adesso corrono quasi due mesi,

che i processi sono stati compilati, e non vedrei ragione sufficiente a

protrarre più là questo termine, sebbene il mio _non vedrei_ potrebbe

essere tutta colpa della mia cattiva vista. Nondimeno mi fido più a

questo, che alle belle parole che scrivono la Signora V.***, e il Prete

G.*** Cotesto linguaggio di lusinghe e di dolcezze, ricavato dalle

Segreterie, ed altri simili luoghi, fu linguaggio tenuto fino da bel

principio, ed è naturale; le Autorità interpellate in siffatti casi,

sia per gentilezza, sia per calcolo, rispondono sempre umanamente;

somigliano i medici, che ai parenti non dicono mai la vera verità.

Però mi gode l'animo, che vi giungano spesso di queste buone voci; sono

sempre qualche cosa meglio delle cattive voci, o del silenzio assoluto;

io son sicuro del buon effetto, che producono sul vostro spirito. Così

è; la felicità le più volte consiste nel sapersi ingannare. – Ma, se

devo dire il vero, quello che finora non mi ha fatto congetturare

un esito vicino delle cose, è il non aver sentito mai intepidirsi

d'un alito la crudezza dell'atmosfera, che ci circonda; noi siamo

trattati oggi collo stesso rigore, come il primo giorno della nostra

deportazione. Questi nostri padroni ci custodiscono come mariti gelosi;

e se talvolta abbiamo fatto la minima rimostranza sulle cose le più

innocenti, ci hanno sempre risposto: – sono ordini. – Ora voi sapete,

che gli ordini muovono dal centro, e che le Autorità intermediarie non

oserebbero di alterarli menomamente, o inventarli di motu-proprio.

Tutto questo non vuol dir nulla; – una volta finirà la storia, o

finiremo noi, che torna lo stesso. Quello però che devo soggiungervi è

ch'io sono sbalordito affatto, e mi pare di aver nella testa un molino

a vento. Dovete sapere, che casa mia ha delle strane vicinanze; – prima

una pila, – poco più là un pozzo, – accanto al pozzo una campana, che,

come Dio vuole, fin qui non aveva mai parlato. Di più dovete sapere,

che nel Forte dove siam noi non passano altri che l'acqua e il vento,

e pochi soldati destinati a guarnirlo; dimodochè, come vi ho già

detto, la vita mia è invariabilmente uniforme. Ma in questi giorni ha

subíto un cangiamento straordinario. Jeri 5 Decembre a mezzogiorno io

me ne stava col capo appoggiato alle ferriate a godermi il benefizio

del Sole, allorchè in un tratto vedo comparire un nuvolo di preti in

erba, neri, sottili, affilati, non so se dalla fame, o dallo studio;

– parevan lanterne; – e dietro a loro una furia di ragazzacci di tutte

le razze, di tutti i colori. Alla insolita vista io rimasi di pietra,

e mi stropicciai gli occhi credendo di travedere; ma i preti e i

ragazzacci eran cose vere e reali, e bisognava crederci, e molto più

bisognò credere a quello, che fecero pochi minuti dopo. Arrivati sotto

la campana, i preti misero giù la lucerna, i ragazzacci il cappello, o

la buffa, e poi tutti in un gomitolo attaccati alla fune della campana

cominciarono a suonare a distesa. Lascio considerare ad ogni orecchio

bennato l'effetto che ne provai. Sulle prime risi di cuore, perchè

lo spettacolo era veramente nuovo, ed originale; ma poi andando per

le lunghe quel suono lento, ingrato, uniforme come quando suonano a

morto, davvero mi fuggì via quella tanta pazienza, ch'io mi ritrovo; e

cominciai a sudare, e a correre su e giù per la casa come un ossesso,

perchè veramente non ho mai avuto troppa simpatia coi campanili. Vi

fu un momento, ch'io pensai, che fosse stato sentenziato di farmi

ammattire. Però seppi dopo qualche tempo esser questa un'usanza del

paese e che i così detti scolari per S. Niccolò hanno il diritto di

suonare, la vigilia, e la festa del Santo, finchè hanno braccia; e di

più, quando sono stanchi, i soldati caritatevolmente vengono in loro

soccorso. Fatto sta, che, meno qualche poco d'intervallo, ora è un

giorno e mezzo che suonano. Potete credere, che io non vi avrei fatto

parola di questa freddura, se avessi migliori cose da dirvi. Frattanto

salutate cordialmente la famiglia, e gli amici. Sono

_Dalla ***, 6 Decembre 1833._

Il vostro CARLO.

IX.

Pregiatissimo Signor A.***

È una storia lunga la storia dei miei occhi. Questi occhi stanno

irremovibilmente ostinati nel male come se ci stessero bene, e non

ho trovato mezzi, nè scongiuri da convertirli a vita migliore. È

una storia lunga e bizzarra la storia dei miei occhi. Il male non

percorre i suoi stadi regolarmente, come gli altri mali; non procede

di grado in grado verso un esito qualunque, buono o cattivo; non si

contenta neppure di restar sempre sur un piede; ma si muove a zig-zag

in un giro capriccioso, contradittorio, in avanti, in addietro, di

su, di giù, da manca, da destra. Oggi, per esempio, mi stanno male, –

dimani tra il bene e il male, – dimani l'altro malissimo, – il giorno

dipoi si piegano al meglio, – quell'altro giorno rincattiviscono,

– il giorno seguente non manca che un soffio a guarire, e chi me li

vedesse in quel punto giurerebbe, che fra un'ora sarò libero affatto;

ma l'ora non è anche trascorsa, che il male fa un voltafaccia, e si

rimette in corso passando per tutte le fasi descritte. Che ne pensa il

Signor A.*** di questo labirinto inestricabile? Io davvero non so che

pensarne; e se questo giuoco all'altalena me lo facesse il cervello,

poco m'importerebbe, perchè avere un cervello fermo, o balzano, non

guasta il galantuomo, e in fondo in fondo il cervello è una cosa di

lusso, poichè si può fare il giro del mondo senza averne una dramma, e

vi sono uomini che arrivano alla vecchiaia senza che abbia reso loro

altro frutto, che il dolor di capo. Ma gli occhi! gli occhi sono una

cosa seria, e quando io penso all'estreme conseguenze, alle quali si

può giungere, mi viene un momento di freddo; e quando io mi rammento,

che poco fa tra anima e corpo la parte migliore, ch'io mi avessi,

era l'occhio, allora mormoro fra i denti, e guardo tutto a traverso,

terra, e cielo. Ma qui, Signor A.***, ci deve essere un circolo magico,

che impedisce al male di passare, e andarsene pei fatti suoi; qui ci

dev'essere una fata, un folletto, un demonio, un non so che di maligno,

e d'invisibile, che mi ha scelto per suo passatempo. Io pagherei uno

dei miei occhi, oggi che vaglion sì poco, per sapere a qual misteriosa

influenza essi obbediscono. E se la cosa è tale, che ci faremo, Signor

A.***? Io in quanto a me non ho nulla a rimproverarmi. Osservo i

precetti del Medico come tanti articoli di fede. Per tenere il sangue

quieto, ho interdetto tutto, – il vino, la venere, le passeggiate,

le passioni, i salumi. Ogni mattina bevo la mia tisana, e non serve;

mangio lo zolfo, e non basta; ne ho raddoppiato e triplicato la dose, e

non giova; mi son raccomandato a tre o quattro Santi di mia conoscenza,

e non si è fatto nulla; ho comprato un paio di occhiali, e questi non

portano ad altro, che a farmi vedere il mondo color delle viole, e a

rendermi il viso più arabico di quello che me lo fece mia Madre.

Dunque, Signor A.***? Oh! davvero era tempo di venire al dunque. Dunque

il Signor A.*** passerà quando vuole, e quando se ne ricorda, dal

mio banco, a vedere questi poveri occhi così malamente perseguitati.

L'intenzione era di scrivere due semplici righe d'invito, ma il caso ha

messo insieme più di due pagine, colpa ancora in parte dell'invecchiare

che io faccio, in parte della calma beatissima in cui si trova il

commercio.

1834?

Suo Servo CARLO BINI.

X.

Ora voi siete veramente infelice, e Dio sa se io adoprerei ogni mia

potenza per mutare il vostro destino; ma son uomo anch'io, e debole,

e soggetto come tutti gli altri a bere il calice dell'amarezza, e a

morire; nè altro posso darvi, che una sterile compassione, e pregare,

che l'Oblio diffonda veloce i suoi conforti sopra di voi.

La povera vostra sorella, come mi dite, è morta; e questa nuova mi

ha fatto piangere il cuore. Nè tanto mi sono afflitto per la povera

giovane morta nell'età del riso e delle speranze; perchè anch'io

son giovane d'anni, ma così stanco del mondo, che spesso mi trovo

a desiderare la morte; e in verità non credo di riposare fuorchè

sotterra. Il mio cuore ha pianto perchè ho pensato, che quando Dio

manda una sciagura fra gli uomini, questa non percote mai un'anima

sola: – ho pensato al dolore dei parenti e degli amici; – ho pensato,

che la vostra sorella era madre, – e l'agonia di una madre travagliata

dall'idea di lasciare per sempre i figliuoli delle sue viscere è

tormento siffatto, che.... E i figliuoli, che crescono senza lo sguardo

della madre, non sono educati dall'amore, e quando vengono al tempo del

disinganno non si consolano colle memorie felici dell'infanzia, e mai

non hanno provato il più tenero sentimento, che agiti l'anima umana; e

quando piangono nessuno li acqueta, e quando ridono nessuno risponde al

loro sorriso.

Io senz'altro vi riesco importuno, perchè il vostro sconforto ora è di

tal tempera, che non vuol parole, – ma io non ho potuto fare a meno

di scrivervi. E non ho scritto per voi, ma piuttosto per sodisfare a

me stesso; – e non vi ho scritto per esortarvi alla forza dell'animo,

– perchè io so per esperienza, che la Natura è onnipotente, e vuole

i suoi diritti, nè si governa colle ciancie dell'uomo. Ora voi siete

infelice, e dovete gemere. Ho sentito dire, che Dio mitiga il vento per

l'agnello tosato, e Dio voglia che così sia. Non pertanto l'acutezza

del presente dolore col tempo verrà scemando, e voi tornerete allo

stato di prima; e il pensiere della morta sorella più che di affanno

profondo vi darà soggetto di dolce malinconia; ma da poche vostre

espressioni comprendo, che siete destinato a poca gioia nel mondo. E

vivete scontento della famiglia, e certo è cosa dura trovare la guerra

laddove per ogni ragione dovrebbe trovarsi la pace; oltre di che

saprete a prova, che l'uomo tanto ha più trista la vita quanto ha più

vaste le facoltà del sentimento e dell'intelletto. Voi non dispererete

per questo, perchè senza dubbio siete dotato di vigore corrispondente

alle avverse fortune; – e insegnare all'uomo, che bisogna soffrire,

parmi quasi inutile: questa è qualità naturale, nè costa fatica a

conseguirsi, perchè l'uomo fu animale consacrato alla pazienza.

Io posso poco o nulla; e parte per indole, e parte per casi reali,

vivo nella inerzia e nello sgomento; ma se credete mai, che io possa

valere a nessuno effetto, movete una parola e voi mi troverete sempre

il vostro cugino e fratello.

1834?

XI.

Caro P.***

Ti rimando uno dei tuoi libri, e fra breve spero rimandarti anche

l'altro, perchè ne prendo una pozione ogni mattina. Lessi non è molto

quel _Mantello verde_ di Clavern, e dacchè leggo non mi sono imbattuto

mai in cosa tanto scipita.....

Bisogna che tu mi liberi da questo Clavern; se no, l'averlo mi dà la

stessa sensazione di un reuma fitto nell'ossa. Vendilo, barattalo,

regalalo, brucialo se vuoi, ma io non lo voglio più.

V'è un'altra spina, che mi punge. S.*** esulava da ***, e _pour cause_.

Si ritirava in ***, dove, per supplire in parte ai bisogni suoi e

della famiglia col modo il più onesto che sapeva, disegnava stampare un

volume di sue poesie, e le stampava. Poi si raccomandava agli amici per

lo spaccio dell'opera. Fra noi ebbero incombenza di questo N., X., ed

io.

Io ho fatto poco, ma ho fatto quel che ho potuto; X. si esaltò, parlò

in stile orientale, promise mari e monti, ma poi non ha venduto nè

anche una copia; non ha pensato neppure a comprarne una per sè. – N. è

partito precipitosamente, e di certo non ha saputo, o potuto, o voluto

consacrare un momento o un pensiere all'amico disgraziato. Intanto il

povero S.***, che pensava stampando di galleggiare un tal poco sulla

miseria, vi è sprofondato un palmo più addentro. Che si farà egli

di tante copie stampate, se la carità degli amici non gliele leva di

mezzo? Il suo nome non è un gran nome; le sue cose non sono sublimi; la

fama o la moda non può farne oggetto di speculazione libraria; non sono

però nè anche cose turpi, o infime affatto, specialmente le Liriche; e

a fin di conto sono un onesto espediente adoprato da un uomo di cuore

per non ricevere l'umiliazione di un'elemosina nuda nuda. Non facciamo

morir di fame chi lavora nella vigna, perchè gli operai si faranno

sempre più rari, e poi non è cosa nè giusta, nè prudente.

Raccogliamo pertanto le vele: tutto il discorso è per pregarti di

vedere, se puoi darmi via una copia, due, tre, quante più puoi, del

libro in questione. Il prezzo è quattro franchi, ossia sette paoli;

il tomo è in ottavo, l'edizione piuttosto bella. Se ti riesce, l'avrò

caro; se non ti riesce, non temere da me l'anatema, perchè so che la

buona intenzione non ti manca. _Vale._

1835.

CARLO.

XII.

P.***

Buongiorno. Perlustrando i banchi di T.*** ho visto una turba di libri

tedeschi, e me la sono menata meco. Non so se sieno buoni o cattivi

figliuoli; però te ne mando due, che leggerai a tuo bell'agio, e in

séguito mi dirai di che si tratta.

Che fa A.***? Mi pare un secolo, che io non lo vedo. Come vive, e in

che mondo vive? Se vive bene, lascialo stare, che non avesse a perdere

il filo; se poi vive male, lascialo stare egualmente, che non avesse a

far peggio. Deve operar la Natura. Egli ha sempre un quaderno di mio

nelle mani; vedi se ti è possibile di riscattarlo, e me lo renderai

quando ti piace. Addio

_4 Aprile 1835._

CARLO.

XIII.

P.***

Scritti editi e postumi · 第 14 / 23 段