d'intimità, senza poterci conoscere ed intendere a vicenda. Pure voi
non mi uscirete più mai dalla mente, perchè il suono della vostra
voce sollevò dentro di me un tumulto di memorie potenti. Voi mi
riportaste a Genova, dove la Virtù Italiana non è spenta affatto, dove
ho vissuto cogli affetti i più begli anni della mia esistenza, dove
sono stato fratello d'anima a molti generosi,...... Io vi ringrazio, o
Signora, perchè senza saperlo voi mi avete fatto un gran bene; perchè
voi, sottraendomi per un tratto ai dolori abietti del presente, mi
avete fatto rivivere nel passato, mi avete rinverdita la speranza,
rinvigorita la fede nell'avvenire. Voi m'avete fatto sentire più
intenso il desiderio d'un vostro concittadino, del quale ho letto pochi
versi in questo Album. Serbate con reverenza quei versi, perchè sono
un brano palpitante d'una grand'anima, che il mondo non ha per anche
compreso. Teneteli cari come una santa reminiscenza, – o non foss'altro
come un'ammenda onorevole alle scortesie, o alle freddure, che altri
per avventura abbia potuto scrivere in questo libro. ― Accogliete
queste mie parole non come un'arida formula di convenienza, ma come
un'effusione di vivissima simpatia.
UN SOGNO
― 1839 ―
Il 5 Marzo 1830 ad alta notte mi addormentai, e feci questo sogno.
La serva entrò in camera mia, e disse: – signor padrone, sono accecata.
Due persone hanno picchiato all'uscio, ed hanno dimandato di Lei; io
appena le ho guardate in faccia son diventata subito cieca: – A queste
parole feci un atto, ed una esclamazione di maraviglia, e intanto
le due persone entrarono. Erano Giovanni P.*** e sua Madre, ambidue
morti di fresco. Conservavano la figura e le sembianze naturali, come
quando erano vivi, se non che negli occhi e nel sorriso traluceva loro
un non so che d'immortale. Al vederli io restai reverente e commosso.
Giovanni mi abbracciò e mi baciò; sua Madre mi strinse cordialmente
la mano, e disse; – veniamo a ringraziarvi di quello che avete fatto
per noi, e specialmente per il mio Giovanni. Partecipate i nostri
ringraziamenti anche agli altri vostri amici. – Allora io dissi: –
Signora, tra questi miei amici ve ne sono tanti dei poveri; sapreste
darmi tre numeri al lotto? – La donna con atto amoroso mi diede un
leggiero schiaffo, e disse: – così rispondono gl'immortali a certe
dimande. – Io restai un certo tempo umiliato e compunto, e poi ripresi:
– vedete, voi siete venuti da me, ma io sono un povero diavolo, ho la
stanza vuota e disadorna; non ho tampoco da offrirvi da sedere; e quei
due spiriti risposero sorridendo: – noi non siamo mai stanchi. ― Non
ho neppure, – soggiunsi, – da farvi un poco di rinfresco, – e rimasi
come mortificato. Allora Giovanni si levò di seno un vasetto di forma
insolita, ma elegantissima, di una materia preziosa, bellissima, che
rifletteva tutti i colori dell'iride, e facendomelo odorare esclamò: –
senti, questa è l'ambrosia, il nudrimento degl'immortali: – Odorai, e
caddi assorto in un'estasi dolcissima, ineffabile, nella quale mi parve
di giacere lo spazio almeno di quattro secoli. Alla fine mi riscossi, e
rividi quei due, e dissi: – ma io ho dormito almeno 400 anni? ― Neppure
un minuto secondo, – rispose Giovanni, – questo è un lampo della vita
immortale. – Io stetti un poco sopra di me, e poi dissi: – ma dunque, o
Giovanni, c'è veramente un altro mondo? – Ed egli rispose: – c'è Dio,
e c'è un altro mondo. – Queste parole mi scossero tutto, e mi fecero
pensar profondamente per un tratto di tempo; poi dimandai: – e chi
ci viene nell'altro mondo? ― Ci vengono quelli che soffrono, – mi fu
risposto. Io curvai la testa sul petto, come per raccogliere le idee;
stetti qualche tempo in quell'atto. A un tratto rialzando la fronte,
preso da un impeto subitaneo, interrogai: – ma Elena? – Giovanni allora
disse: – Elena è santa fra tutte le Sante, è un inno di fuoco; è la più
bella e solenne nota d'amore, che canti dinanzi all'eterno. Ella vede
e sente il dolore di sua Madre; e si strugge per lei, e vorrebbe venire
da lei; ma quando fa l'atto di partirsi, Dio l'afferra, e se la chiude
nel cuore.
Quì Giovanni sì tacque, e sua Madre facendosi più d'appresso mi disse:
– andate da quella Madre; ditele che creda, che speri, perchè tutte le
Madri pregano per lei. – Quindi ponendomi con garbo affettuoso la mano
sul capo soggiunse: – tu hai, figliuolo, dei grandi peccati, ma c'è chi
prega per te.
E quì il sogno si sciolse.
NOTE:
[22] _Questi frammenti, quali noi li presentiamo ai Lettori,
furono dall'Autore offerti in dono a un Amico suo dilettissimo.
Forse egli intendeva da prima ordinare nel contesto di un
componimento i concetti e le immagini, che venne in essi notando;
ma nol fece poi mai._
[23] _Ignoriamo se questo poetico componimento sia originale o
tradotto._
LETTERE
Noi vogliamo stampare nella memoria de' nostri giovani concittadini
l'immagine d'un'_anima_, non d'una _mente_; vogliamo dir loro: «in nome
di Dio, non lasciate che anime siffatte periscano senza dar frutto».
Abbiamo noi tutti oggimai più bisogno d'uomini, che non di _scrittori_.
Abbiamo bisogno d'imparare a _credere_, non ad ammirare. Se avremo dato
alla gioventù nostra un'_anima_ da venerare ed amare, avremo fatto più
assai che non rivelandole dieci scrittori.
M.***
I.
Bravo F.***[24]
. . . . . . .
E sia pur come vuolsi, e lasciamo i nostri nemici a chi se li voglia
prendere, e veniamo a noi. Come vivi, F.***? se io faccio la somma,
risponderò per te: malamente, fratello, malamente assai. Ed io ti
dirò: pazienza, F.***; e tu riprenderai: pazienza pur troppo, perchè
la pazienza è l'unica veste, che il padre Adamo lasciasse ai suoi nudi
figliuoli; ma però la bevanda è amara, e non ispegne la sete. Ed io
ti dimanderò da capo: Come vivi, F.***? ti rode sempre quell'ansia
profonda, misteriosa, di cui non seppi, e non osai mai penetrare la
causa? e ti cavalca sempre lo spirito un diavolo nero, onde così per
tempo s'inaridisce la giovanezza dell'anima tua? O fratel mio F.***!
ogni qualvolta io penso alle tue angustie, e alle mie, ed al fatalismo
di tante turpitudini umane, in verità mi prende lo sdegno d'essere un
uomo vivo, e bestemmio forte, e andrei più oltre se potessi, e se il
male fosse tutto in un nodo. Ma il male è veramente una Forza, e il
Mondo gli dà gran luogo; – ed io invece son debole, e destinato come
tutti gli animali al dolore, e alla pazienza, e vivrò finchè mi riesce,
e morirò.... e morirò solo solo, nè tu, dolce amico, potrai forse più
darmi un bacio nell'agonia come hai già fatto un'altra volta. ―
Io ho cuore di forte, o F.***, o credo almeno di averlo; – ma quando
per le varie ore del giorno via via mi si fa sentire una mancanza di
care abitudini, un desio delle gioie provate esercitando la vita d'una
amicizia caldissima, e mi rammento come spesso le tue mille passioni
mi ardevano, e come spesso ti compiacevi alle fantasie del tuo povero
amico, e come i miei pensieri erano intesi, e trovavano nel tuo animo
gentile una risposta, oh! allora io davvero mi piego sotto l'affanno,
e il mio spirito si diffonde in mille moti di dolore, e di amore.
E veniamo ad altro. Mi dici, e sento dirmi da tutti, che sei fermo pur
sempre nell'idea d'emigrare in Inghilterra. Io non istarò a dirti se
tu faccia bene, o male; che ne so io? che ne sai tu? che ne sa tutto
il mondo? Per me ho veduto troppo sovente, che le cose buone e cattive
sono fatte dal Caso, e l'uomo non si travaglia, che per essere il
suo stromento. Io dunque non ti dirò se tu faccia bene, o male; non
mica, che se volessi io non potrei schierarti su questa tua andata
migliaia di ragioni _pro_, e _contra_; oh! pur ch'io volessi, tu mi
udresti ragionare a gran distesa, perchè l'uomo in fatto di ciancie
può andare avanti e indietro senza spese di viaggio, e farsi padrone
del torto, e del diritto; ma l'uomo, che nei casi difficili non sa
dare all'amico altro che consigli, meglio è che si taccia. Ti dirò
soltanto, che tu faccia a modo tuo, perchè così, anche facendo male,
la percossa che viene dalle mani proprie è meno acerba di quella, che
viene dalle altrui. E Socrate disse: – Un Genio parla nel petto a voi
tutti, o mortali; e chi nacque a correre una corsa che tutti non fanno,
perchè, non la sanno fare, non può e non deve ascoltare, che le leggi
del suo Genio, altrimenti si rassegni ad essere sopra tutti infelice.
– E se il tuo Genio ti comanda l'esilio, giovi l'esilio, e abbandona
la patria, e quante cose d'amore ha la patria, e sii felice se puoi,
o almeno ti domino le alte sventure, e sempre ti si mantenga amabile
l'ambizione della Gloria. Ma quando sarai lontano fra gli stranieri, e
non avrai più nulla di tuo, che le passioni, e le memorie di un tempo
passato, allora il tuo pensiere sia italianamente generoso, e colla
forza della immaginazione scaldati sempre al nostro Sole animatore
perenne del Genio, e del valore italico, – e ti risovvenga di una gente
dolorosa, d'Italia nostra, di questa cara armonia di tutta la Natura,
– e cingi sovente le sue immagini dell'ala dei tuoi affetti, – e
considera l'anima tua come sacra a te solo, – .... e allora i concetti
ti sorgeranno nella mente come le stelle in Cielo, liberi, e splendidi
di bellezza divina, e brillanti di eterno movimento. ―
F.*** mio! la lettera è lunga, e mi avvedo di avertela scritta in un
certo tono, che sa piuttosto di paternale; ma tu conosci l'amico, e ben
sai se io m'abbia avuto mai l'orgoglio di far lume a nessuno, io che
fermamente credo di non saper nulla, tranne che sono un povero diavolo
mandato su questa terra ad occupare un po' di luogo, e null'altro, e
tengo aperto sempre l'uscio di casa per vedere se il vento un giorno o
l'altro mi ci porti la Verità, o la Ragione, quel segreto in somma, che
ci vuole per diventare un gran Maestro, e dire alla gente, fate, o non
fate. Ma io voglio finirla, F.*** mio, e ti dirò, che son tutto tuo, di
dentro e di fuori; – vero è che costo troppo poco, e un regalo siffatto
sarebbe meglio a non farlo, ma ormai la parola è corsa. Ama dunque per
sempre il tuo
1.º _Agosto_ 1830.
CARLO.
_P. S._ Non passa giorno, che io non oda intuonarmi all'orecchie
la canzone della prudenza, e son certo più per te, che per me. La
prudenza, a dir vero, è un certo Santo cui finora non ho saputo trovare
uno sgabello fra le mie religioni. Pure gli uomini gravi mi dicono con
aria di compunzione, che ella fa sempre buono, e negli ardui eventi
per la salute dell'uomo non vi è bussola altra, che questa. E qui
forse diranno bene, e forse no; ma indossare ogni giorno quella livrea,
com'essi vorrebbero, parmi appunto come portare sempre l'ombrello anche
quando non piove. E tutto questo sia per non detto. ―
. . . . . . .
II.
Carissimo Padre
La nostra partenza di Livorno fu piuttosto un ratto, che una
partenza.... Sul principio del viaggio fu calma profonda; – il legno
andava piuttosto con remi, che con la vela. Poi, due ore dopo incirca,
si levò un vento fresco, forse troppo fresco; – allora piuttosto
che andare volavamo. In mezzo a questa furia di vento un uomo ebbe
a perire: faceva sue manovre in cima a un albero da poppa, quando
l'albero per vecchiaia si troncò nel fondo; e se non era la sua
destrezza, l'uomo periva di certo. Nessuna industria umana avrebbe
potuto ritirarlo a bordo, tanto quel diavolo di vento ci rapiva via.
Ma, come Dio volle, tornò sano e salvo in coverta; avea lo stesso
viso di prima, e col solito suono di voce disse rimettendosi a nuove
faccende: _un altro po' ci perdeva la vita_. Queste parole sono
semplici, e poche, ma rivelano un cuore sicuro. Io ammirai tacitamente
la gagliardia di quell'anima popolana. Dimandai a un tale, che mi
stava a lato, come si chiamasse costui. Mi rispose, che si chiamava
la Scimmia; e questo nome in merito della sua singolare sveltezza.
Seguitammo a correre col vento fresco, nè ci abbattemmo in altri casi;
poi quando fummo in vicinanza dell'Isola, il vento rallentò, e rivenne
la calma. Allora nuovamente mano ai remi, e così entrammo nel porto,
ove un Ministro di Sanità ci ricevè colle solite forme. In somma il
viaggio fu compito in poco più di 7 ore. Io non potei goderne, perchè
durante il tragitto il mal di mare mi travagliò fieramente. Ponemmo
il piede a terra nell'Ufficio di Sanità, dove ci trattenemmo sopra
due ore; e in quel frattempo, non sapendo che altro fare, ordinammo un
lieve ristoro di cibi, e questo poi, più o meno, era un bisogno comune.
Quando fu venuta la notte, movemmo colla nostra scorta per entrare in
città. Entrammo, e traversando una piazza, e parecchie strade fatte a
scala, giugnemmo al Forte ***.
. . . . . . .
E quì finisce la cronaca del mio viaggio. Ora la vita attiva si è
mutata in vita contemplativa; nè io saprei cos'altro raccontarvi, se
pur non fosse la storia dei mille grilli, che da mattina a sera mi
svolazzano nel cervello. Ma questo nol comporteremmo nè voi, nè io,
nè quei signori deputati a leggere tutto ciò che scriviamo. Ora io
sono, e non so per quanto, domiciliato alla ***, sano di corpo, di
mente sanissimo. Ho una casetta bastantemente capace per una persona.
È composta di due stanze nè troppo grandi, nè troppo piccole. Un
letto, una panca, una tavola, sono gli arredi. L'uscio si chiude per
di fuori, e le finestre sono come le vostre, se non che hanno di più
l'inferriata. La casa è situata a mezzogiorno, e da una parte confina
in un angolo angusto, che i Francesi chiamerebbero _cul de sac_.
Dall'altra parte la casa è contigua a una caserma, e a prima giunta
la vista s'incontra in una pila, in una cisterna, e in una campana,
che non suona mai. Ma sospingendo l'occhio un poco avanti la scena si
tramuta maravigliosamente, e dalla umiltà prosaica salisce alla sfera
poetica. Un clima dolce, armonioso, un cielo purissimo, una parte
pittoresca di golfo, una catena di monti bruni bruni, contrastanti
vivacemente coll'azzurro del cielo, e col verde limpido del mare;
tutta una Natura magnifica, una creazione bella di bellezza veramente
italiana. Ma per chi guarda dalle sbarre d'una prigione, il cielo è
mesto, e la Natura è malinconica.
Del resto, come vi ho già detto, la vita, che io meno, non ha bisogno
di troppi colori a dipingersi. La notte dormo quando posso; e quando
no, veglio fantasticando. Il giorno mi levo; passeggio un poco sopra
uno spazio di 12 passi; poi leggo; poi di nuovo passeggio; alle 2 un
Trattore ci manda il desinare a modo suo; il dopo pranzo la medesima
canzone, finchè non torni l'ora di rimettersi a letto. Come vedete,
è una nota unica sopra una corda unica. Per un'ora del giorno uno
dopo l'altro siamo condotti a respirare all'aperto; l'aria in questi
luoghi è balsamica, e fa buono al sangue. Di quando in quando viene
a visitarci il Comandante della Piazza, una gentil persona, di cui
non conosco per anche il nome, e ci tratta paternamente. Talvolta mi
affaccio ad osservare i soldati occupati nell'opere loro: in due o tre
giorni ho compreso tutti i misteri della vita militare; – è una vita,
che non eccita tentazioni. In somma, a dirvela schietta, io mi annoio
piuttosto che no, e l'Ozio, che una volta io vagheggiava come cosa
morbida e cara, oggi è mio nemico giurato, e mi sta indosso come un
cilizio, ed io concorro coi Padri della Chiesa a dichiararlo peccato
mortale. In somma questa monotonia è tale, che a lungo andare può
convertire l'anima umana in un orologio a polvere.
E se voi, e altri, voleste sapere la ragione intima del bizzarro
avvenimento, che mi ha percosso, io vi so dire, che è tal problema da
sgomentare tutte le Geometrie di questo mondo. Voi conoscete meglio
di me i miei umori, e la mia condotta, perchè vi sono vissuto accanto
finora. Commerciante di professione; chiuso di pensieri per indole,
e per sistema, e però taciturno quasi sempre; senza nome, senza
influenza, senza ambizione; partigiano della quiete, anzi dell'inerzia,
– non avrei fatto un passo più lungo del solito per iscansare una
fossa; – di spirito scettico, – talchè spesso io mi trovava a contrasto
colla corrente, e non me ne importava; – la storia della mia vita
era la storia della pianta, che vegeta, e nulla più. Avvertito, che
i tempi correvano difficili, rinnegai per tempo l'esercizio di quelle
poche facoltà d'ingegno, che la Natura, non so se madre, o madrigna,
volle assegnarmi in dote. Così fatto com'era, avrei giurato, che la
mia esistenza quasi sotterranea sarebbe trascorsa nel silenzio senza
dar ombra a nessuno, senza destare nè odio, nè amore; avrei giurato,
che il dì dei miei funerali, pochi, ma pochi, avrebbero detto: è
morto un morto. Ma che per questo? I concetti del mortale son tele di
ragno, – un nulla le rompe. La prudenza può talvolta menare dove mena
l'imprudenza; il non far nulla talvolta equivale al far qualche cosa;
questo è un conto, che in aritmetica non torna, ma che pure entra nella
serie degli umani accidenti. L'uomo spesso non dipende da sè stesso; la
Fortuna agita i dadi della sua vita, e la Fortuna è femmina, e di più
non ha occhi.
Non ostante da tutto questo non dovete indurne argomento di disperare.
Io credo fermamente, che l'Innocenza non sia un giuoco di parole;
io credo, che la Giustizia non siasi rimasta fra le divinità della
Favola. Il tempo schiarirà tutto; almeno così diceva a Livorno il
Medico N., disputando sulla malattia di un tale già sepolto da una
settimana. Datevi coraggio proporzionato agli eventi; coraggio per
resistere a queste prove troppo dure per le viscere di un padre.
Consolate mia Madre. Povere madri! pur troppo negli annali del tempo
la Fatalità produce epoche in cui le madri hanno a tremare di essere
state feconde! Io però son tranquillo. Il caso mi ha temperato
un'anima vigorosa a sopportare pacatamente il bene ed il male. Se io
fossi solo nel mondo, credete pure che sorriderei dall'alto in giù
a queste piccole traversie; ma chi nasce di donna non è mai solo nel
mondo; e gli affetti di sangue, d'amicizia, d'interesse, sono tanti,
e così complicati, e così inerenti al cuore dell'uomo, che il cuore è
costretto a gemere profondamente, quando la forza delle cose lo recide
da vincoli tanto vitali. Pure, ve lo ripeto, fate animo; e confido,
che non avrete mai a piangere per cagion mia; ma se ancora un giorno
doveste piangere, le vostre non saranno lacrime di vergogna. Io oso
dirlo senza superbia, e i miei nemici non oserebbero negarlo: ho
percorso 27 anni di età, ma tutti quegli anni dal primo fino all'ultimo
hanno segnato una linea retta nella via dell'onore.
Addio.
_Dalla ***, 17 Settembre 1833._
Il vostro CARLO.
III.
Carissimo Padre
Ieri mi fu consegnato il baule che mi spediste, e tornano a dovere
tutti gli oggetti contenuti nel medesimo.
Ho sentito dolorosamente la grave malattia, che ha dovuto subire la
mia povera Madre in séguito della mia deportazione; ma poi mi sono
riconfortato alle nuove del suo miglioramento, e spero fermamente, che
al giunger di questa mia sarà ristabilita nella sua primitiva salute.
In quanto a voi, vi esorto a sopportare virilmente il dolore della mia
lontananza; è vostro dovere, – non avete me solo di figli.
Io ho piena fiducia, che la mia detenzione non andrà in lungo; e se a
quest'ora mi avessero interrogato, credo che tutto sarebbe finito per
il meglio.
Non vi date pensiero di me; non ho bisogno di esser consigliato alla
rassegnazione. Per questo sono abbastanza ragionevole; e poi io son
forte di animo, e forte della mia coscienza. Se non fosse il dispiacere
di non trovarmi fra i miei parenti, la prigione sarebbe per me una
privazione poco significante. Oltre di ciò non dovete far dei romanzi
colla vostra immaginazione; non dovete figurarvi uno stato orribile.
Noi siamo in una custodia militare, e sapete che i soldati sottosopra
son gente di cuore, e non sono avvezzi a mettere in uso tutta quella
teologia di rigori inutili, come farebbe un soprastante delle carceri
civili. Noi siamo trattati con tutto il riguardo; possiamo leggere, –
possiamo scrivere; e relativamente ai comodi della vita, ogni cosa che
dimandiamo ci viene accordata nell'istante. Quello solamente che ci
affligge è che non possiamo vivere insieme; ma in questo le Autorità
locali non possono nulla, poichè dipendono in tutto e per tutto dagli
ordini superiori.
Del resto, io godo perfetta salute, e perfetta calma di spirito. Non
ho mai mancato di niente, mediante la cordiale assistenza di tutta la
famiglia M.***, e se voi le scrivete, ringraziatela anche voi di tante
prove di verace amicizia, che mi hanno dimostrato nelle circostanze
attuali.
Io aveva fatto venir del danaro per passarlo al G.*** secondo il
d'accordo, ma contemporaneamente gli furono pagate non so da chi Lire
200, e per questa volta non ne ha avuto bisogno. In séguito io non
mancherò di fornirgli il necessario ad ogni sua richiesta, dandovene
avviso per vostra regola.
Io non ho debiti, perchè non era mio sistema di farne, e più ancora
perchè non ne aveva motivi. Soltanto presi certa roba per vestirmi da
estate da G.***, che avrei già pagata senza il caso del mio arresto. Se
volete pagarla voi, sarà lo stesso.
Quello di cui poi mi raccomando caldamente, è che consoliate la mia
povera Madre. Voi sapete, che le donne son cose deboli per natura,
molto più poi se aggiungete in loro il sentimento dell'amore materno.
Di tutto si allarmano, ingigantiscono tutto, d'un atomo ne fanno una
montagna. Ci vuole un'arte squisitissima per maneggiare il cuore di
enti così delicati. Ditele, che io sto bene, – che son trattato bene,
– che ogni giorno mi menano un'ora al passeggio per il Forte, – che le
Domeniche ci conducono alla Messa in città, – che non tema di nulla, –
che viviamo sotto un Governo moderato; – che appena il Governo si sarà
sincerato de' suoi dubbi, tutto sarà finito; – che non siamo briganti,
ma buona e pacifica gente; – che la prigione non prova nulla, perchè
in prigione ci può andare anche un Santo; – che non sono molti anni
ci stette anche un Papa. – In somma a voi tocca il dirle tutte le cose
opportune per ridonare la tranquillità al suo spirito.
Date un bacio per me all'Enrichetta, e credetemi
Dalla ***, 3 _Ottobre_ 1833.
Il vostro CARLO.
IV.
Carissimo Padre
Le notizie intorno la cattiva salute della mia povera Madre mi hanno
profondamente angustiato, e potete immaginare, che io non sarò mai
affatto tranquillo, finchè non la senta ristabilita nel suo stato
primitivo. Però vi prego con tutta sollecitudine a darmi altre nuove di
lei, sperando che sieno migliori delle già ricevute.
A quel vostro amico, che vi disse in confidenza, che noi subiremmo
un Processo alla Francese, dite che vi ha raccontato una novella.
La natura della nostra Legislazione non ammette siffatta procedura;
oltredichè noi abbiamo avuto già l'esame sui princìpi di questa
settimana, e la nostra causa si agita per mezzo di un Processo
economico. Ora per vostra regola, e quiete al tempo stesso, dovete
sapere, che quando gli affari sono di poca importanza si trattano
economicamente; quando sono di molto rilievo, allora vanno sottoposti
alle forme di un processo ordinario. Il Cancelliere che ci ha esaminati
è il signor F.*** B.***, la più cortese persona, che io m'abbia
conosciuto in questo mondo; e mi ha fatto maraviglia come in un
impiego, dove da mattina a sera si rimescolano tutti i peccati degli
uomini, egli abbia potuto conservare tanta squisitezza d'anima. In
passato, quando io pensava ad un Cancelliere criminale, mi si destava
subito in mente l'idea dell'orco; ma vedo, che sempre non è così, e ai
fatti bisogna credere.
Il Signor Cancelliere mi ha fatto sperare, che le cose non andranno
in lungo; queste parole però possono avere un significato, e possono
non averne nessuno. Quello nondimeno, che mi ha fatto intendere di
positivo, è che si crede bene di tenerci in sicuro fino a che non si
siano dissipati certi torbidi, che si dice sieno per aria. Io, che sono
nel Limbo, non posso saper nulla di queste cose; ma voi, che siete nel
mondo, potete vederle, e in ogni caso informarvene, e, dai ragguagli
che vi daranno, potrete calcolare approssimativamente il tempo della
nostra detenzione. E se il torbo esiste, pregate Dio, che mandi una
tramontana tagliente e spietata, che spazzi il benchè minimo nuvolo dal
nostro cielo.
Devo anche dirvi, che si sono offerti spontaneamente a pensare alla
nostra sussistenza in quel modo, che meglio si addice alla nostra
condizione, di più i comodi delle nostre stanze sono stati aumentati in
guisa, che non manca più nulla, tranne l'andarcene, cosa che farebbe
comodo a noi, ed anche a quei Signori, che hanno il disturbo di
custodirci. Dunque voi vedete, che, se siamo in una gabbia, la gabbia
almeno è indorata.