GALANTUOMO e PERSONA DI GARBO sono vocaboli di origine aristocratica,

ma in principio non ebbero valore morale, e furono tra i tanti

segni, che distinguevano la razza fine dalla ignobile. A quei tempi

il vassallo e il popolano non potevano chiamarsi _galantuomini_, nè

_persone di garbo_; e non è molto riscontrai questo fatto. Un Duca

Napoletano narrandomi come in certo luogo fosse stato trattato con

leggerissima differenza, e forse al livello degli altri, che non erano

Duchi, chiudeva il discorso così: _in quel luogo il galantuomo non

è rispettato_. Io feci atto al Duca come per dirgli: pur troppo! e

pensai tra me, che, come uomo di secolo XIX, il Duca era almeno 200

anni addietro, e parlava una lingua morta; ma come Duca _de la vieille

souche_ era nel suo elemento, e aveva ragione.

_Galantuomo_ in séguito trasmigrando dall'uso privilegiato di una

casta all'uso comune vestì senso diverso, ma sempre assai limitato, e

significò, e significa ancora l'_Uomo puntuale a pagare_.

Oggi però il vocabolo ha fatto la più grande ascensione possibile, e

_galantuomo_ s'intende propriamente colui, che senza fasto nè seconde

intenzioni adempie tutti i doveri dell'Uomo, e del Cittadino.

Il ritratto d'un galantuomo è più difficile forse d'ogni altro. Voi

non avete quasi mai la statura grandiosa, il portamento solenne, le

parti angolose, il colorito avventato, ed i contrasti da scuotere i

sensi, e la fibra di chi guarda. Invece avete una estrema regolarità di

contorni, castigatezza di forme, colori tranquilli, conseguíti per via

di gradazioni infinite, e tutte soavi; avete un perfetto equilibrio di

quantità, e di qualità; avete ogni cosa al suo posto, avete l'ordine

morale nella sua più semplice e più giusta espressione.

In somma voi non potete farne una figura di spolvero. – Già un

galantuomo non trova mai il vento fresco della fortuna, che lo porti

per aria, e fornisce a piedi il suo terrestre pellegrinaggio; e così

non avendo un cocchiere, che gridi in pubblico – _bada alla vita_, –

nessuno si volta a vederlo, nessuno conosce il suo nome, nè dove stia

di casa. È provato, che una _pariglia_ di buoni cavalli si fa largo, e

attira gli sguardi meglio di una _pariglia_ di buone azioni.

Un galantuomo non può mai ferir dritto allo _scopo_, perchè ha sempre

delle distrazioni col pudore, e colla coscienza. – Un galantuomo

generalmente ha disgrazia al giuoco, e in amore.

Un galantuomo facendo e dicendo cose, che i più non fanno, e non

dicono, offende la moda, e la moda lo consegna al braccio del ridicolo.

Quindi a fare il galantuomo ci vuol coraggio, e pazienza. Ma la

maggiore difficoltà per farne il ritratto è che se ne vede di rado

l'Originale, e così, mancando l'occasione frequente di copiare

dal vero, non è dato acquistare quella franchezza e valentia, che

l'eccellenza dell'Arte richiede.

Noi pertanto atterriti da tanti ostacoli disegneremo alla meglio un

profilo.

Dovendo fare l'inventario delle parti, che compongono un galantuomo,

la prima di tutte a presentarsi è la fisonomia, parte essenziale, che

merita studio e considerazione. La fisonomia, è il prodotto dell'uomo

interiore, – lo spirito modella la materia. Scrutate chiunque con

occhio diligente e inflessibile, e dopo più o meno prove avrete

resultati quasi infallibili, penetrerete la maschera la più ingegnosa,

la meglio incarnata e immedesimata col volto umano. Questa scienza,

che val quanto un'altra, perchè consiste tutta di osservazioni e di

confronti, è stata chiamata vana e temeraria come l'astrologia. Ma gli

uomini talvolta sanno pur troppo quel che si dicono; – gli uomini la

più parte hanno interesse a non essere indagati.

Quì nel caso nostro la facciata era di buono stile.

Dopo avere attentamente esaminata quella testa di parti larghe e

virili, l'effetto dell'_insieme_ era un senso di conforto, come quello

che tu provi incontrando una giornata tepida e luminosa nel verno. A

veder quella testa uno si sentiva invitato a metter giù le armi, che

l'uomo è solito portare viaggio facendo in questo mondo; uno sentiva le

dolcezze inconsuete della sicurezza, dell'abbandono e del riposo.

La facciata era di buono stile, e l'interno corrispondeva in ogni

sua proporzione; e per amore di brevità dirò, che i molti e svariati

lineamenti dell'animo suo si riassumevano finalmente in due tratti, o

_potenze_, che sporgevano eminenti, e gli davano espressione distinta.

_Egli_ ebbe queste due _potenze_ dalla Natura, e le corresse e ritemprò

alla scuola dell'esperienza, la quale i buoni rende migliori, e i

cattivi maggiormente intristisce.

Una era _la potenza di sopportare_, e l'altra _quella di compatire_;

due virtù uniche forse ad aver titolo legittimo a tanto nome, e

certamente indispensabili nel consorzio sociale; poichè sopportare in

sè stesso con dignità le traversie e le amarezze, onde si riempie la

vita, è segno di forza; e compatire, non in senso sterile e inerte,

ma in senso attivo e benefico, compatire gli errori, le colpe, e le

sventure nel prossimo, è segno di amore, e ambedue sono i cardini sui

quali gira l'umana bontà.

In somma a veder quella testa non si poteva sbagliare, e quella fronte

pensierosa, ma di pensieri sereni, non gridava – _addietro_, – come

quasi tutte gridano, ma portava scritto a caratteri scintillanti –

_entrate_. –

Chi ha sofferto veramente di cuore, e ha provato come il mondo abbia

le mani troppo ruvide, anche quando intende di medicare, colui solo

sa quanto faccia buono trovare un asilo siffatto, quando l'anima è

smarrita dal dubbio, o lacerata dal dolore, o assiderata dal bisogno.

E il dubbio, e il dolore, e il bisogno, trovarono in _Lui_ onesta

accoglienza, e sollievo pronto, e cordiale.

Il povero segnatamente andava a colpo sicuro, nè riportava indietro il

– _non ne ho spiccioli_, o l' – _andate a lavorare_, – monete di conio

moderno, ma di lega inferiore assai all'antico – _Dio vi consoli_, –

perchè questo almeno conteneva un'ombra d'affetto, e se non dava nulla

alla bocca, dava qualche cosa al cuore, e il cuore anch'esso ha bisogno

di qualche cosa.

Ma prendiamo il punto di luce più giusto, – vediamo l'uomo in azione.

_Egli_ fu Negoziante. La parola Negoziante tiene un piccolo spazio,

ma in quello spazio entra una folla di cose infinite a ridirsi.

Negoziante è colui che traffica la roba sua, e l'altrui, ma più spesso

quest'ultima sola. Passare per la roba degli altri è uno stretto

pericoloso, e non farvi naufragio o avaria è un bel fare. Se tutti

nascessimo fasciati d'un bel patrimonio, la parte di galantuomo sarebbe

facile, ma non avrebbe merito. Il merito sta nel combattere e vincere,

specialmente quando i mezzi della difesa non sono proporzionati a

quelli dell'offesa. Già il sistema di proprietà non è passato finora

nella mente degli uomini a stato di convinzione, e il _tuo_ e il

_mio_ sono così complicati, e confusi tra loro, che spesso ti avviene,

anche non volendo, di prendere in iscambio l'uno per l'altro. Oltre

di che voi avete dalla vostra la coscienza sola, la quale non istà

sempre bene di voce, ma come può bada a suggerirvi – _non rubate_, –

mentre dalla parte avversa avete il bisogno, l'istinto, l'occasione,

e le mani. Il bisogno è bestia, che non intende ragione; l'istinto

disgraziatamente porta per in giù; quello che faccia l'occasione, ve lo

dica il proverbio, che corre per la bocca d'ognuno; e le mani, guardate

la struttura delle mani, e le vedrete flessibilissime configurarsi a

gancio ogni momento, e le vedrete create destinate apposta a prendere

tutte le cose, inclusive il fuoco.

Facciamo alto un minuto, o Signori. Un Negoziante che per 76 anni è

rimasto fermo sul _suo_ è una parentesi nella storia del Commercio, –

è il re dei galantuomini, – e merita una corona di punti ammirativi.

E torniamo a vedere l'uomo in azione. Un padre e una madre morivano,

e lasciavano a _Lui_, all'_Amico_, quattro figli di tenerissima età,

destinandolo tutore. Oggimai il progresso e le leggi hanno provveduto

in guisa, che se un pupillo ha qualche cosa nell'uscire di minorità

la ritrova, e un tutore di garbo oggi, basta volerlo, si trova

dappertutto, e subito; – è un vestito bell'e fatto.

Ma quarant'anni addietro il tutore nasceva sotto il pianeta di Saturno;

e un tutore che non divorasse i suoi pupilli era una cosa inaudita, un

mostro, una cosa da farsi vedere.

_Egli_ amministrava pertanto severamente, e restituiva ai pupilli un

patrimonio accresciuto.

Ma la bontà profonda dell'indole sua operò in _Lui_ quello, che la

Natura non può consentire se non per miracolo; quello, che un padre e

una madre morendo non osavano, nè potevano sperare, cioè, che l'amico

e il tutore si convertissero sostanzialmente in Padre affettuoso,

e continuo. E fatto Padre non pensò solamente alla roba, e alla

educazione ordinaria degli orfani, ma accolse questi figli dell'anima

sua, e li difese, e li diresse a princìpi sani, e a vita onorata,

ammaestrandoli coll'insegnamento efficacissimo dell'esempio, e diffuse

sulla loro giovane esistenza le cure, e il tepore, che i padri e le

madri diffondono sulla prole. E così quegli Orfani non sentirono l'aria

fredda dell'indifferenza, ed _Egli_ provò le gioie e gli affanni della

paternità.

Io l'ho veduto non è gran tempo questo vecchio venerabile nella

morte d'uno dei suoi pupilli, – ho veduto il suo dolore, dolore senza

lacrime, e senza parole, – che di quando in quando alzava gli occhi al

cielo, – unico appello e refugio delle anime afflitte profondamente.

E cosa merita un uomo siffatto? l'uomo, che per i figli non suoi ha

saputo sublimare il cuore, e crearvi dentro l'intelligenza, l'amore,

e il dolore di padre? – Il premio vero della virtù è in un mondo

migliore, e intanto un uomo siffatto tra noi merita una corona dei più

bei fiori, che germoglino sulla terra, – una corona di benedizioni.

_Egli_ ebbe nome GUGLIELMO AVENAS. Nacque in Nizza, e visse lungamente

in Livorno, dove morì il 21 Gennaio 1842. Morì come muoiono i giusti,

senza terrori, e senza rammarichi, colla coscienza sicura del fatto

suo, e coll'anima verso Dio.

I Fratelli Pachò mossero queste poche parole per onorare la memoria

del tutore dilettissimo, e soddisfare in parte all'amore, alla

riconoscenza, e al desiderio, che di sè ha lasciato vivissimo

quest'uomo dabbene.

Voi tutti poi pregate per lui, onde egli preghi per noi in quel luogo

dov'è un Giudice solo, una legge sola, e una verità sola, dove non è

anticamera, che trattenga, o disperda le suppliche dei poveri mortali.

NOTE:

[20] _Livorno, Tipografia Sardi, 1839. Seconda edizione, – nella

_Viola del Pensiero_, Anno II._

[21] _Livorno, Tipografia Sardi, 1842. Seconda edizione. – nella

_Rosa di Maggio_, 1843._

ISCRIZIONI E POESIA

I.

LA SERA DEL IV GENNAIO MDCCCXXXVIII

=ELENA BISCARDI=

ADDORMENTANDOSI NEL SIGNORE

COMPIEVA IL DESTINO ASSEGNATO

A CHI NASCE CON TROPPO CUORE

DI AMARE SOFFRIRE E MORIRE IMMATURAMENTE.

BENEDITE LA SUA MEMORIA

E QUELL'ANIMA SOAVISSIMA

INTERCEDA DA DIO

ALMENO LA PAZIENZA

AL DOLORE DISPERATO DEI SUOI.

II.

MORTA LA NOTTE DEL IX DECEMBRE MDCCCXXXVIII

QUI FINALMENTE RIPOSA

=ADELE PERFETTI= NATA =DEWIT=.

EBBE

INDOLE SCHIETTA AFFETTUOSA

CUORE GENTILE MELANCONICO

VITA BREVE INFELICE

E SPIRÒ GEMENDO DI ABBANDONARE

APPENA NATA LA SUA FIGLIUOLETTA.

IL MARITO I FRATELLI E LA MADRE QUASI MORIENTE

CON MOLTE LACRIME

QUESTA MEMORIA DI AMORE E DI DOLORE

PONEVANO.

III.

INGEGNO ARGUTO MOLTIPLICE

BONTÀ SINCERA DI CUORE

POTENZA GENEROSA DI AFFETTI

MODI GRATI SOAVI

E IL SORRISO DELLA FORTUNA

TUTTO FU POLVERE

LA NOTTE DEL XX GENNAIO MDCCCXXXIX

MENTRE PIÙ BELLI GLI GERMOGLIAVANO I FIORI

DELLA VITA E DELLA SPERANZA.

=GIOVANNI PALLI= ERA IL NOME

E NON COMPIÈ VENTOTTO ANNI.

UN PENSIERE E UNA LAGRIMA

DATE AL SEPOLCRO DELL'UOMO

CHE MORENDO LASCIAVA

AI PARENTI AGLI AMICI

UNA SANTA EREDITÀ

DI AMORE E DI DOLORE.

IV.

QUI GIACE UNA POVERA MADRE

=DOROTEA PALLI=

CHE PIANGENDO SEMPRE IL SUO PERDUTO EUGENIO

E PER VENTURA IGNORANDO LA MORTE

DELL'ALTRO SUO DILETTO GIOVANNI

SPIRATO UN MESE PRIMA DI LEI

MORIVA IL XX FEBBRAIO MDCCCXXXIX

CONSUMATA LENTAMENTE DA UN DOLOR SOLO

CHE DURÒ TRE ANNI.

COMMISERANDO IL CASO FATALE

CHE IN SÌ BREVE TEMPO

RICONGIUNSE IN QUESTO LUOGO

LE OSSA DELLA MADRE E DEI FIGLI

BENEDITE ALLA LORO MEMORIA

E PREGATE PACE.

L'ANNIVERSARIO DELLA NASCITA

― 1833 ―

Un altr'anno di vita è già spento,

E tremando lo conta il pensiero;

Del passato non resta un momento,

Il futuro è velato di nero;

Il passato è un romore trascorso,

Un ricordo dolente, un rimorso.

Come nudo sepolcro s'innalza

Nella mente deserta il passato,

Dove il meglio dell'anima incalza

Ogni giorno la spinta del Fato,

Dove tacita giace e sepolta

La Virtù, che fioriva una volta.

O miei giovani giorni, che invano

Mi passaste sul capo, tornate

Al desio, che vi tende la mano;

La speranza con voi riportate;

La Speranza per l'anima è il Sole,

Quando l'alma caduta si duole.

O miei giovani giorni, leggieri

Ritornate sull'orme già fatte;

Rinfrescate coi primi pensieri

Queste rughe, che il cuore ha contratte;

Ritornate, o miei giorni ridenti,

E al partirvi movete più lenti.

Io non vissi, – in un soffio la curva

Divorai della vita dell'alma;

Un destino, un demonio m'incurva

Anzi tempo alla stupida calma

Della tomba; – potente è la voce,

Che una morte m'impone precoce.

O miei giovani giorni, io dispersi

Un tesoro che Dio non ridona,

Che non può ridonare; – io sommersi

Della vita la gaia corona

Nell'oblio; – questo serto, ch'or piango,

Sparpagliai neghittoso nel fango.

Io non vissi, e son vecchio: – e qual orma

Nel sentier d'una grande passione

Ho stampato? E di gloria qual forma

Mi sorrise? – e la santa missione

Adempia, che Natura ci grida,

Che il dolore di un secolo affida?

E il dolore, che cuopre con l'ale

Tutto un secol, me pure percosse;

E il dolore fa grande il mortale;

E se un'alma dal fango si scosse,

Le convenne di farsi più pura

Nel battesimo della sventura.

E il dolor mi fe' grande? – Mi geme

Da gran tempo un lamento nel petto,

Ma è una tacita stilla; e non freme,

Non prorompe in faville d'affetto,

Non risuona in terribili accenti

Come tromba che scuota i giacenti.

Ma qual ira fatale riarse

La freschezza dell'alma sì presto?

Perchè il riso sì ratto scomparse?

E perchè sulla fronte un sì mesto

Velo stese la cura sì amara,

Come il manto che cuopre la bara?

Fanciulletto alla scuola del mondo

Venni; – e il mondo una coppa funesta

Mi accostava alle labbra; – un profondo

Sorso bevvi, – e una morte fu questa: –

Ahi! letale del mondo è la scienza!

È la morte del cuor l'esperienza!

L'avvoltoio del dubbio mi rose

Ogni fibra vitale, ogni forza;

Mi recise le candide rose

Della speme, e il suo fiato, che ammorza

Ogni tinta più vaga e serena,

Come sangue mi corse ogni vena.

Io ricinsi d'un funebre velo,

Vel tramato a tristissima scuola,

La magnifica faccia del cielo

Che allo spirito è sì calda parola,

Quando vive lo spirito immerso

Nel calor di un amore universo.

Io non vidi nel mondo, che un moto

Alternato di vita e di morte;

Un destino di ferro, che ignoto

Tutto stringe in ignote ritorte;

Esclamai: – muore l'alma! – e al desire

Chiusi l'ale, e negai l'avvenire.

E guatando la Storia, – un volume

Dove scrive col sangue il Delitto,

Dove scorre qual onda in un fiume

Delle schiatte il veloce tragitto, –

Uno spazio guatai di dolore,

Dove geme chi nasce e chi muore.

E la gloria un'immagine muta

A me parve, – una stella cadente, –

Una voce fra breve perduta

Nell'immenso silenzio del niente:

– A che muoversi? – io dissi; e mi tacqui,

E in un ozio codardo mi giacqui.

E rimasi nel vuoto; – e la vita

Mi pesò come un grave martiro;

E se amai, fu passione smarrita

Nel deserto, – un solingo sospiro

Fu l'amor; – nelle tenebre incerto

Brancolai bestemmiando il deserto.

Ho voluto il deserto, – e di pietra

Mi son fatto un guanciale, – e la fossa

Ho scavato al mio cuor; – nè s'arretra

L'alma omai dal cammin dove ha mossa

L'orma; – indarno la innalzo alle sfere,

Nelle tenebre è morto il pensiere.

E la Patria? – Una Patria mi resta,

Ma prostrata così, che non spira

Altra vita nel cor della mesta

Che un dolor muto, cupo; – e rimira,

Nuova Niobe impietrita dal duolo,

Ogn'istante cadere un figliuolo.

Perchè vivi tu dunque? Un acciaro,

Un veleno non hai? Perchè tremi

A spezzare quel calice amaro?

Che ti fai del letargo in che gemi?

Perchè vivi? Un incanto t'ha vinto?

– Io nol so; – forse vivo d'istinto. –

La mia pallida pallida stella

È al tramonto d'un triste viaggio;

Chi le infonde una vita novella?

Chi le rende l'allegro suo raggio?

A quest'anima morta chi dice:

– Su, rinasci, novella Fenice? –

O miei giovani giorni, potete

Rimontar la corrente? – Venite,

Anche nudi di gioia, – adducete

Solo il pianto; – è una gioia più mite;

E se il cielo un'ammenda ha pensato

Al dolore, la lacrima ha dato.

Ma un altr'anno di vita è già spento,

E tremando lo conta il pensiero;

Del passato non torna un momento,

Il futuro è velato di nero;

Il passato è un rumore trascorso.

Un ricordo dolente, un rimorso.

Qual fragranza dal fiore degli anni

Ho spremuto? – Il mio cielo natio

L'agitava con tepidi vanni,

Gli vestiva dell'iride il brio,

Lo drizzava gentile all'amore,

Educava alla Patria quel fiore.

Ma quel fiore mal crebbe; e le foglie,

E l'umor gli corrose un veleno;

Dissipate le pallide spoglie

Son fuggite dei venti nel seno;

La rugiada d'un placido cielo

Più non bagna che un arido stelo.

L'IMMORTALITA'

― 1842 ―

È il pensier della morte uno sgomento,

Dove lo spirto s'inabissa, e il cuore;

Il cielo empie d'un funebre lamento,

Oscura il Sole, e inaridisce il fiore.

Lo sguardo informa, e suona nell'accento,

Uccide ogni speranza, ed ogni amore;

Misura unico il tempo, e in un momento

Un secolo concentra di dolore.

E l'agonia dell'anima immortale,

Finchè strascica inerte la catena

Del mortal fango tra le torte vie.

Ma s'illumina, e sorge, e batte l'ale,

Angiol di Dio, se in lui penetra appena

Uno spiraglio dell'eterno die.

NAPOLEONE

FRAMMENTI[22]

― 18...? ―

E tu cadesti, o re; ma sul tuo fato

Il silenzio non giace, onde l'umana

Plebe è coperta;

E la storia del tuo nome solenne

Coi secoli si muove.

Eri di donna

Nato, e spirto caduco in te si chiuse

Come nel volgo dei mortali, o l'alta

Armonia delle sfere alla tua creta

Trasfuse alito eterno?

Sento, che il mondo ancor geme dell'orma

Delle tue piante; – ahi! dunque in sulla terra

Non ti guidò l'amore . . . . . .

Chi misurarti

Col pensiere vorrà, se il tuo fantasma

Ratto venne, e disparve, alle atterrite

Genti mostrando

Mille faccie di tenebre e di luce?

Quand'io mi sporgo sulla tua grandezza,

Mi coglie la vertigine. Chi sei,

O crëatura del mistero? Il mondo

Forse nol saprà mai. Nume, o demonio,

Ti chiameranno incerti; – e il tuo concetto

Forse l'inferno racchiudeva, e il cielo.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Il fiore

Della vita per te crebbe solingo

E nero, ed aura nol nodria feconda,

E amor non lo guardò.

Nell'ora

Dei mesti sensi, – quando cade il Sole,

E sopra la natura si diffonde

Addolorato come il guardo estremo

D'un amico, che muor, – piangesti mai?

Il vïator, che tenta le tempeste

Dell'antico Oceáno, andrà tremante

All'Isola romita, ove il tuo Genio

Impotente si giacque, o sventurato.

E la mente commossa andrà cercando

Per l'ombre della morte il tuo fantasma,

Che scongiurato apparirà. Funesta

Luce balenerà sulle tremende

Sorti dell'uomo, e gemerà . . . .

E se mai le ridenti illusïoni

Ti rinfrescavan di fiori la fronte,

Il dolor li appassiva;

E la tua fronte, pallida, atterrita,

Trono severo d'un pensier di morte,

Cadeva a terra.

L'Aquila gloriosa,

Del cenno tuo terribile ministra,

Che tra gli artigli un dì portava il mondo,

Or s'è conversa in avvoltoio, e nido

Fa nel tuo cuore.

Lungo le deserte

Rive dell'Oceáno il mio pensiere

Scorge l'anima tua, che insegue l'ombra

D'una potenza, che passò. Delirio

Supremo d'una mente imperatrice

È il tuo delirio. A che nel dì fatale

Non ti ascondesti nel sepolcro?

Nei silenzi della notte, quando

La vision dello spirito è più chiara,

Gemi profondo, e chiudi gli occhi, e d'ambe

Le man serri gli orecchi. Oh! che intendesti?

O minacciosi vedesti agitarsi

I milioni delle anime sprecate

Nelle tue cento inutili vittorie?

Fulminato è il Titano; una ruina

Vasta cuopre un impero, e l'atterrito

Sguardo delle nazioni al ciel dimanda

E alla terra dov'è la man, che tanta

Forza prostrò. – Non fu mano creata:

Dio ti percosse . . . . .

Quanta passione ti salì nel cuore

Il dì che la Fortuna ti gridava:

– Non sei più re, Napoleon? – quel grido

Ti corse tutta l'anima eccitando

Le note più solenni del dolore.

E fu dolor, che un'anima infinita

Appena conteneva, – e a tanto peso

Non so come reggesti; – e la Follia

Forse dell'ala ti strisciò la mente,

Ma tu nascesti forte, e la superba

Testa portò il dolor come portava

Un giorno la corona.

. . . . . . . . . . . . . .

Il Guerriero morì, nè il capo stanco

Morendo abbandonò sopra gli allori,

Nè il sospiro mischiò dell'agonia

Col sospiro dei forti. Entro al silenzio

Della natura si disperse il Grande.

E solingo spirava ai giorni antichi

Catone,

allor che un fato iniquo

E una virtù, che il mondo oggi sconosce,

Di terra in terra travolgean ramingo

L'ultimo dei Romani.

Sulle arene di Libia inospitali

Venne traendo l'anima indomata;

E poichè fremer si sentì da tergo

Di Cesare il delitto e la fortuna,

Chiamò la morte, e intemerato un ferro

Si ascose nelle viscere.

Libertà d'un santo

Amplesso a lui cinse lo spirto, e insieme

Nei cieli si confusero.

E la Sventura

Parte scontò del tuo delitto, o forte,

E velò d'una lacrima il soverchio

Raggio della tua gloria: – e forse un giorno

Pellegrini verremo alla tua tomba,

Dove or siede custode la vendetta

Dei regi che tremarono, e un sospiro

Alle deserte ceneri contende.

E la Sventura eterna ha sulla terra

Una religïone, – e nel sepolcro

L'uomo non va, se prima non l'adora.

E la Dea più tremendo sacrificio

A te chiese, che agli altri; – il pianto chiese

E il servaggio dei popoli, – e tu desti

La servitù col pianto; – ed eri allora

Sacerdote e non vittima, e calcasti

La crëatura come pavimento;

E confitta per sempre la fortuna

Credesti aver sotto le piante, – e forte

Eri fra tutti i forti, e la tua spada

Simile al raggio del Pianeta eterno

Girò sull'universo. Ancor la terra

Lo scalpito rammenta del cavallo

Che ti portava alle vittorie, – e vinti

Fur tutti, – anche la patria.

Più non avesti freno

Dacchè vedesti i popoli agitati

Giuoco della tua destra; – e un riso amaro

Dei mortali ti prese, – e il firmamento

Forse afferravi col pensier profondo,

Pensier, dove fremea l'onnipotenza.

A mezzo il corso

Cadesti; e quando il tuo pensiero anelo

Si affacciava al futuro, era un'immensa

Di tenebre pianura l'avvenire.

Un'eterna

Religïone adunque ha la Sventura

Dai mortali adorata, – e un sacrificio

Più che agli altri tremendo a te chiedea,

E ti rapì la folgore di mano

Onde al suo truce simulacro un mondo

Immolavi, e la forza ti fugava

Dal braccio onde squassasti un dì la vita

Delle nazioni. Uomo tornasti, e tutta

Sentisti l'umiltà di nostre sorti.

IL DÌ DE' MORTI[23]

― 18...? ―

Era il dì dei morti, e i sacerdoti e pochi vecchi piamente pregavano a

Dio la pace dei Defunti, – e la brigata delle donzelle e dei garzoni

lasciviando si dava alla gioia; ma non era la gioia, – sapea più di

baccano, e moveva da crassezza di sentire; ed io maravigliava come le

anime nostre fossero sorde alla voce sempre solenne della morte. – Ma

di chi suona la solinga preghiera della carità? – Era una giovanetta

nel tempo dell'amore, che pregava in disparte, e dalle vereconde sue

forme spirava un sorriso di dolore, a quella guisa che si dee sorridere

in Paradiso, ed essa guatava sentitamente le fosse dei nostri padri con

una mestizia dolce, e sicura, affidata di certo della sua innocenza.

Io la fissai, – e il raggio della bellezza e del pudore mi acquetò per

un istante la tempesta dell'anima; e pel momento che la vidi spuntò

un fiorello tra le spine della mia vita. La bellezza mi parlò al core

poeticamente, ed io sentiva in quel punto di esser poeta. Ah sì! la

poesia debb'esser la favella dei beati, poichè per parlarla bisogna

disciogliersi dal viluppo dell'umanità. – Chi toglie il velo delle

lusinghe alla vita scuopre la morte. Ed io rivestii di care lusinghe la

vita, e più non vidi la morte.

IN UN ALBUM

― 1839 ―

Scritti editi e postumi · 第 12 / 23 段