Molti giorni non sono passati che nel contado della città nostra

occorsero di vari incendi, e donde il fuoco partisse rimane peranche

ignoto, e le cause vengono annoverate diverse, secondo l'indole di chi

ne discorre. Altri ne addebita la vendetta, altri una malignità senza

scopo, e taluno mormora che il fuoco fosse appiccato per commissione

di tali, che assicurano dal fuoco, onde maggior importanza prendesse

quella nuova speculazione di guadagno. Un vecchio mi diceva una volta:

― a pensar bene ci è sempre tempo, e a pensar male ci s'indovina. ―

L'avviso forse era vero, ma poco umano. Certo ogni testa è capace

di portare un delitto, ma quando non puoi sapere sopra qual testa

il delitto si posi, tu non hai ragione da far l'indovino, e carità

comanda che del prossimo allora non si pensi nè bene, nè male. E

noi per trarci d'intrigo questa volta diamone al caso la taccia. Il

caso non teme offesa di riputazione, o rigore di giudice; e al pari

della vendetta, della stolta malignanza, e dell'interesse, comprende

la ragione sufficiente di un incendio. Ora, per dire appunto la cosa

come l'andò, vo' farvi sapere come da prima bruciassero in due o tre

fiate diverse cataste di legno all'uomo ricco, e il popolo sempre

correva prontissimo a spegnere; ma null'altro seguiva che spegnere;

voglio dire, che belle passioni non si mossero a far memorabili, come

sovente avviene, siffatte venture. E tante volte vivono uomini, che

non meritano nè anche la pochezza del compianto, e all'occasione si

vede; ma poi bisogna pur dire, che la disgrazia dell'uomo ricco è

indifferente al povero, o grata forse, perchè l'ineguaglianza genera

invidia; e io, ravvolgendomi in questi casi tra le umili turbe, spesso

ho inteso celebrare il senno della Fortuna, quasi che, affliggendo ella

d'improvviso il felice, in certa guisa renda loro giustizia. Se poi

da queste, e da altre simili esposizioni, torto venga o diritto alla

nostra natura, io nol saprei così su due piedi diffinire; nè vorrei

farmi così di fretta ministro di lode o di biasimo, finchè non avessi

per ogni parte saputo se le nostre umanità sieno l'effetto del volere

o della forza. Ma tutto questo sia per non detto, – e, seguitando,

sappiate che non andò gran tempo, e una sera incendiavano l'unico

pagliaio di un tal Canaccini. Questi era povero assai, e manteneva

colle fatiche la vita. E la gente corse affannata, e faceva di tutto

per impedire l'incendio, ma il fuoco aveva ormai preso in maniera,

che più non curava gli argomenti dì chi cercasse sopirlo, tanto che

finalmente del pagliaio non avanzavano che le ceneri. E il Canaccini

piangeva, perchè era povero assai, e nel pagliaio consumato svaniva il

frutto degli stenti di un anno. E gli mancava la speranza, e il suo

dolore era grande, perchè accoglieva anche il dolore di una famiglia

desolata. Era vicino del Canaccini un uomo nominato il Pannocchia, uno

di quei pochi che si rallegrano alla tua allegrezza, e si contristano

al tuo gemito, e il mondo tutto vorrebbero felice, perchè hanno la

bontà nel sangue, e benedicono il sereno e la tempesta, nè un pensier

nero passerebbe loro per l'anima, neppure a cacciarvelo a spinte.

Era il Pannocchia accorso coll'altra gente a spegnere il fuoco, ma,

come sapete, fu invano. Gli astanti consolavano di buone parole il

Canaccini, ma il conforto della voce non accheta il bisogno. E il

Pannocchia vide piangere un uomo, e le sue viscere più non potevano

chiudere la soverchia pietà, e disse al Canaccini: – datti pace:

io vo' riparare alla tua cattiva fortuna, e avrai da capo un altro

pagliaio. – E il Canaccini allora piangeva di un altro pianto: – erano

le lacrime della riconoscenza, e ringraziavano con più amore, che

i detti non avrebbero fatto. E gli astanti acclamavano benedicendo

all'onesto Pannocchia, e pregandogli riposati i giorni della vecchiaia,

ed eterno il premio dell'altra vita. E il Pannocchia tornossene

a casa ringiovanito nella gioia dell'opera buona. Le cose nostre

riandavano sul passo di prima, e la gente cominciava a dimenticare

il passato, perchè da parecchi giorni niente di nuovo turbava la sua

quiete ordinaria, allorchè nel mezzo di una notte i quattro pagliai

del Pannocchia andarono in fiamme. E bisognò lasciar fare alle fiamme,

perchè ogni studio del volerle spegnere tornò inutile. Ora all'uomo

dabbene non rimaneva che la provvidenza di Dio, e non chiedeva nulla

a nessuno. Ma gl'innocenti e giocondi suoi costumi avevano un luogo

nell'amore di chiunque il conosceva, e l'azione, che ebbe fatta di

fresco, aveva risuscitato più vivo quell'amore. Per lo che alla mattina

dipoi ebbe invito da molti, perchè andasse da loro a provvedersi di

paglia conforme gli bisognava, e molti gliene recavano a casa le carra

piene. E il Pannocchia vinto dal prorompere di tanto comune affetto,

guardava il cielo, e gli amici, e non diceva di più. E quei ben nati

contadini compievano con sì bella gara la carità, che al Pannocchia

venne rifatto ogni danno, ed essi trovarono un rimerito nell'interno

riposo del cuore, che altrove avrebbero indarno sperato. E coloro

che ebbero in sorte di non nascere al ribrezzo dell'invidia, nè si

addolorano a sapere, che l'anima talvolta balena nella beltà di un

sorriso divino, quando intesero del fatto, restarono compunti di

tenerezza.

Non mancherà di certo chi volga in riso l'avvenimento, e il mal garbo

onde io l'ho narrato. Quanto al mal garbo hanno ragione, e ridano pure

a mio conto, ma per altro non è così del rimanente. Niuna specie di

fatti merita tenersi a vile: ogni fatto è una linea dell'anima umana,

e ritrarli tutti candidamente è ottimo consiglio, ed unico mezzo a

conoscere la natura dell'uomo. Tacere le nequizie sarebbe stoltezza,

perchè ci sono, e fanno il fondo del quadro; tacere le poche bontà

sarebbe stoltezza e mal talento, perchè ci sono, e consolano di qualche

raggio la tenebra, e per loro avviene, che l'umana creazione non sorge

da ogni lato spregevole dinnanzi al pensiere. Chi si muove al bene

per istinto è rarissimo; quindi va tentato ogni modo di eccitamento.

Io non so se il mondo debbe andare come va; ad ogni patto nè la

speranza, nè la prova di migliorarci, vanno lasciate; e quantunque il

male sia congiunto come un bisogno al sistema dell'universo nondimeno

converrebbe dimostrare il bene come interesse, da che nel male godono

pochi astuti, e le masse gemono. Adunque ogni modo di eccitamento va

tentato; e però onorare di pubblica lode le domestiche virtù è opera

di sapienza civile, perchè l'onore è potente lusinga, e splende in

maniera, che pochi vivono senza mandare un desiderio alla sua luce.

NOTE:

[6] _Dall'_Indicatore Livornese_, N.º 4._

[7] _Dall'_Indicatore Livornese_, N.º 30._

[8] «Nome di varie accademie passate e presenti in Italia.»

(_Dall'INDIC. LIVOR._)

[9] _Non si è rinvenuto intero l'autografo dell'articolo, e fu

d'uopo attenersi alla lezione scorrettissima del Giornale in

cui fu già pubblicato. Togliendo qua e là gli errori che non

ammettevano dubbio, abbiamo lasciato qual è questo periodo,

interponendovi però il segno di una lacuna, dove ci sembra

evidentissima._

[10] «La Italia in antico fu chiamata Esperia da Espero, stella

di Venere.» (_Dall'INDIC. LIVOR._)

[11] _Dall'_Indicatore Livornese_, N.º 11._

[12] _V. le Traduzioni nella Seconda Parte._

[13] _Dall'_Indicatore Livornese_, N.º 44._

[14] Il Prigioniero di Chillon. – _V. la Seconda Parte di questo

volume._

[15] _Dall'_Indicatore Livornese_, N.º 41._

[16] _Il Cav. Carlo Michon. ― Egli fu veramente buono e liberal

cittadino, ed uno dei rarissimi che fanno il bene per amore

sincero del bene._

[17] _Sappiamo che quest'Accademia riformò poi i suoi statuti nel

1837._

[18] _Ciò che più merita di essere qui ricordato si è, che

l'Accademia Labronica nel Giugno del 1840 propose di render

pubblica la sua Libreria, invocando il concorso dei cittadini

per provvedere all'incremento della medesima, e sostenere le

spese indispensabili all'uopo. I cittadini risposero all'invito

con offerte di Libri, e obbligandosi a pagare una modica somma

per cinque anni. Giova sperare che non verrà meno negli anni

successivi il buono spirito, che già li mosse a secondare la

bell'opera. La Libreria conta adesso oltre 10,000 volumi, ed è

aperta al pubblico quattro giorni della settimana. È debito di

giustizia il rammentare come promotore operoso della onorevole

impresa l'Avv. Giuliano Ricci, allora Socio e Presidente

dell'Accademia._

[19] _Dall'_Indicatore Livornese_, N.º 35._

_Quest'articolo, ommessi pochi periodi in principio ed in fine,

fu ristampato, per distribuirne le copie al Popolo di Salviano

il 22 di Gennaio di quest'anno, giorno dei Funerali nella Chiesa

di quella Pieve, e della tumulazione nel contiguo Cimitero delle

spoglie di CARLO BINI esumate a Carrara. Poche e semplici parole,

che qui riportiamo, precedevano il Racconto, che in quella

circostanza, e in quel luogo, ne parve più opportuno d'ogni

funebre elogio. – Il libricciuolo fu poi riprodotto pei tipi di

Ersilio Vignozzi in Livorno, e a Firenze nella Rosa di Maggio,

Anno III._

†

AL POPOLO

DELLA PIEVE DI S. MARTINO

IN SALVIANO.

Il Racconto che segue, e che ora si ristampa per Voi, fu scritto

nel 1829, da un Giovane Livornese, dotato di un cuore e di un

ingegno, che raramente s'incontrano ai nostri tempi. Fu scritto

colla buona intenzione di onorare la Virtù e la Carità veramente

Cristiana, della quale si videro in quell'anno bellissimi esempi

fra Voi. E fra Voi forse nessuno ha letto mai questo Racconto.

Il quale fu stampato in quel tempo in un Giornale intitolato

=L'INDICATORE LIVORNESE=, che era fatto principalmente pei

Letterati, e che non ebbe lunga vita, quantunque ci avessero mano

uomini, che fanno onore al nostro paese.

Uno di quelli ora è morto. Ed è appunto quel Giovane di cui vi

parlava; quel Giovane, che si tratteneva col cuore in festa a

discorrere sui bellissimi fatti esposti nel suo Racconto, perchè

Egli stesso era virtuoso e buono davvero. Egli non predicava

per vanità la Virtù, ma la praticava con retti principii, e con

sentimenti di benevolenza sincera e di Carità verso tutti. E in

tutti l'amava e la riveriva, e più volentieri nella povera gente,

che certuni disprezzano, e la quale Egli era solito di chiamare

― _ricca di bontà e di pazienza più che altri non crede_.

CARLO BINI, (questo era il suo nome), ora è morto. ― Nella città

di Carrara, dove era andato per affari di suo Padre, passò da

questa a miglior vita il 12 dello scorso Novembre. E le sue

ossa, trasportate per un pietoso sentimento d'amore a Livorno,

riposeranno ora nella quiete delle vostre campagne, presso quelle

dei vostri Parenti, presso la Chiesa ove inalzate al Signore le

vostre preghiere.

Rammentare le nobili azioni e gli uomini onorati e dabbene,

per imitarli, è dovere di tutti. La lapida che sarà posta

alla memoria di CARLO BINI sia dunque riguardata da Voi come

un ricordo d'amore e di Virtù, e onorata con sentimento di

gratitudine affettuosa. Leggete questo libretto ai vostri figli,

conservatelo religiosamente nelle vostre famiglie, e nelle

preghiere pe' vostri Morti rammentatevi ancora di quell'anima

buona.

Livorno, 22 Gennaio 1843.

NECROLOGIE

TACITO MARTINI

― 1839[20] ―

A TACITO MARTINI

CHE MORÌ

LACRIMATO E BENEDETTO DA TUTTI

PERCHÈ VISSE

GIUSTO E BENEFICO CITTADINO

I SUOI AMICI.

Le coeur est tout.

ROUSSEAU.

Dopo avere confortata l'agonia dell'amico che muore, dopo averlo

pianto, e accompagnato alla fossa, è conveniente dire alcune parole

di lui, onde la ricordanza delle sue bontà giovi in qualche modo ai

superstiti, o almeno sia soddisfatto un debito di giustizia verso

l'estinto.

Nascere in alto, o in mezzo agli agi della fortuna, è un getto di dadi,

e non dipende da noi. Ma rilevarsi dal fondo, e collocarsi in un certo

grado senza battere le scorciatoie, senza farsi scalino del prossimo

per salire, acquistandosi invece la stima, e la benevolenza d'ognuno,

è merito intrinseco e raro dell'uomo. Toccare però questo segno è arduo

più, che altri non crede; bisogna prima lungamente combattere; bisogna

esercitare, fortificare la volontà, metterla in armonia coi calcoli di

una giusta ragione, coi moti generosi del cuore; bisogna spesso violare

l'istinto, e ridurre l'uomo morale a sistema rigido e completo.

Tutto questo conviene per ogni verso a Tacito Martini. La sua vita

è stata corta, e composta di poche linee, ma tutte linee rette,

e convergenti ad un centro, tutte connesse ad un principio d'alta

moralità, che diede forma e sostanza ad ogni sua azione.

Non appena fu entrato nell'adolescenza, quando il raziocinio e il

sentimento svolgendosi più rapidi cominciano a ricevere più immediato

l'attrito delle cose del mondo, che, giovanetto com'era, sentì

d'intorno a sè l'aere meno che tepido; e convertendo subito l'animo

suo alle sorti poco felici della famiglia, si destò in lui una

certa alterezza, un certo sdegno dello stato abietto, e immeritato,

un desiderio, un bisogno potentissimo di mutare il destino suo, e

quello de' suoi, e fermò nella mente il disegno di farlo, e lo fece,

logorandovi tutte le sue potenze, e anticipandosi forse la morte.

Avvertito però da un intimo senso, che l'uomo, segnatamente sui

principii, non ha in chi fidare, e deve aiutarsi da sè, si volse a

scoprire le forze, che in lui aveva riposte la natura, per eccitarle

ed accrescerle, per dar loro forma, ed applicazione sociale, e farsene

istrumento a ciò che meditava di conseguire.

In questo concetto agitandosi, e crescendo in lui più sempre l'impulso

che lo inchinava alle scienze mediche, e soprattutto alla chirurgia,

dispose secondarlo fermamente e con ogni mezzo, e non compiuti peranche

i 13 anni prese a frequentare ogni giorno lo Spedale, dove cominciò le

pratiche chirurgiche con tanta diligenza e amore dell'arte, che prima

ancora di recarsi a Pisa si trovò in atto di fare operazioni più che

mediocri.

A 18 anni si condusse in Pisa agli Studi, e là le dure esperienze

della vita lo provarono in guisa, che valsero in breve a compiere e

determinare immutabile la sua morale fisonomia. Visse i primi due anni

con forse una Lira il giorno; e al terzo anno ottenuto un posto del

Sardi, sgravò subito i suoi della tenue moneta che gli assegnavano,

pensò a mantenersi in tutto e per tutto, a comprarsi libri, a supplire

le spese degli esami, e d'ogni altro occorrevole; fece risparmi, e

questi rimesse via via alla famiglia. – Ora chi si faccia a considerare

come la gioventù penda naturalmente all'ozio, alle mollezze, e ai

diporti; come in quell'età il sangue e le passioni fremano procellose,

e come l'errore abbia prestigi, e seduzioni potenti più del dovere,

bisognerà che ammiri per forza il giovane Tacito, se rimase sobrio,

intemerato e studioso, in mezzo a tante e siffatte tentazioni. E quando

si consideri che l'alito impuro del bisogno non l'attinse nelle parti

più nobili dell'anima, e che il cuore serbò fresco e generoso fino

all'estremo palpito, comprenderemo di che salda tempra fosse composta

l'indole sua. Perchè il bisogno è nemico capitale dei buoni pensieri,

e delle buone opere, e patito nei primordi della vita generalmente

squaglia il carattere umano, o lo petrifica.

Se noi volessimo spiegare intera la breve, ma ricca trama

dell'esistenza di Tacito, ci sarebbe agevole percorrere per esteso

le dimensioni d'un elogio, o d'una biografia; ma favellando di lui fu

nostro proposito, e ci sembrò che bastasse, accennare soltanto, come

egli fosse buono ed utile cittadino per virtù propria, e come il mezzo

e il fine corrispondessero perfettamente al principio da lui stabilito

nelle più difficili condizioni; per la qual cosa aggiungeremo più

pochi tratti, parendoci, che il dilungarci troppo di soverchio avrebbe

aria di fasto, e offenderebbe di certo quello spirito gentile, che

gelosamente studiò di coprire col silenzio quanto di lodevole usciva da

lui.

Conseguite il Martini nell'epoche consuete la laurea, e la matricola

in Medicina e in Chirurgia, tornò in patria, e subito diede opera

a farsi conoscere. E tanto gli valsero lo studio indefesso, i modi

schietti e soavi, e l'onesto desiderio, che l'agitava ardentissimo,

che di lì a poco acquistò credito, fiducia, e favore universale. Venne

in séguito creato Chirurgo dei Lazzeretti, e primo Chirurgo di turno

negli Spedali; ebbe clientela vastissima d'ogni maniera di persone, e

i guadagni gli crebbero fra mano, maggiori forse che non aveva sperato.

Quindi potè ristorare la fortuna abbattuta della famiglia, quindi potè

scorrere a suo talento quella larga vena di carità, che i cieli gli

avevano infusa nel cuore.

Praticò l'arte con plauso, e con decoro, e segnatamente in Chirurgia

ebbe lode frequente di operatore felice. Ma il medico in lui non aveva

cancellato l'uomo; l'abitudine di veder soffrire e morire non aveva

spenta in lui la mobilissima sensibilità di una natura squisitamente

pietosa. Al letto dell'infermo era medico, ed uomo; finchè occorreva,

apprestava alacremente i soccorsi dell'arte; ma quando la Scienza si

fermava impotente davanti alla furia del male, che precipitava al

suo fine, Tacito adoprava i soccorsi della parola e dello spirito,

circondava di cure delicate e di sante consolazioni il malato,

l'animava, l'aiutava al terribile varco. Ufficio sacro e gravissimo del

medico è questo, porgere all'estrema miseria l'unico rimedio che resta,

il conforto.

Non fu nè avido, nè avaro; eccedeva invece nelle qualità contrarie.

Chiamato appena, visitava prontissimo il povero, con amore lo curava,

lo sovveniva di consiglio, e, meglio ancora, gli lasciava la moneta

perchè supplisse al bisogno. Dagli amici non voleva mercede delle sue

fatiche, ed ostinatamente rifiutò il legato d'un piano di casa, che un

suo cliente presso al morire voleva ad ogni patto lasciargli.

Ma le opere di beneficenza furono la sua voluttà suprema, il respiro

dell'anima sua. Beneficò nobilmente e senza ambizione, con quel

pudore, che impedisce o medica l'offesa, che suole spesso recare il

benefizio. Aperse al profugo la casa, all'indigente la borsa, e dava

volontieri, senza farsi ripetere la richiesta. Giovava con ogni sorta

d'uffici l'amico, e chiunque potendo. Assisteva molti dei suoi parenti

largamente, continuamente; e mortagli una sorella, accoglieva nella

propria famiglia il marito, e cinque figliuoli. Per uno di questi

spendeva 80 Lire il mese solo a farlo educare. Senza essersi creato una

famiglia sua propria, aveva viscere e istinto di padre.

Nè gli mancarono i disinganni, come avviene a chi vive praticamente

tra gli uomini; ma intento sempre ad un segno non torse mai un momento

dalla traccia segnata ab antico; la fede non gli venne mai meno, perchè

sapeva distinguere tra l'umanità, e l'individuo, tra il principio

eterno universale, e il fatto transitorio e parziale.

Amò gli uomini, e la Patria Italiana, e fu caldissimo di quanto

riferivasi all'onore e alla gloria di lei. Amò singolarmente la città

dove nacque, e non sorse in essa uomo che promettesse bene di sè, cui

non cercasse diventare amico, cui non cercasse all'uopo giovare coi

mezzi suoi, e con quelli d'altrui, adoperando quella felice influenza

che sapeva esercitare sugli animi. Partecipò agli istituti, a tutte

le cose utili ed onorevoli, che nacquero tra noi, e non fu per lui se

maggiormente non prosperarono.

Fu in quanto a sè modestissimo, e quando faceva il bene non voleva

lode, o ringraziamento. Gli piaceva esser buono, le apparenze

fastidiva. Ebbe coraggio, e indipendenza d'opinione, qualità, che

non gli fecero nemici, perchè sapevasi valere in lui l'amore sincero

della verità, non i secondi fini. Rigidissimo nei principi cardinali

sui quali posa veramente la morale, fu tollerante, e facile nel resto.

Modi ebbe aperti e soavi, onesta ilarità di volto e di spirito, e dal

complesso della sua persona partivano getti di vivissima simpatia. Non

patì d'invidia, o d'ipocrisia, nè gli furono notati vizi, o difetti

capitali. Difetti avrà avuto senz'altro, perchè il carattere umano

consiste d'ombre e di lumi, ma leggerissimi, ma tali, che nel consorzio

sociale non apparivano infesti, e male di certo non ne venne a nessuno.

Fatto è che morì lodato dai buoni, e lodato dai cattivi, e i morti

come sapete non si adulano, specialmente quando non si lasciano dietro

lo splendore della gloria, o la famiglia potente. Ma questo è pregio

veramente mirabile della bontà, svellere il plauso anche dalla bocca

dei tristi.

E la bontà di Tacito faceva forza nella mente di chiunque la

contemplava. Non era quella bontà facile, passiva, o volgare,

che invade i confini della stupidezza, – più che altro necessità

di organismo. Era la bontà intelligente e operosa, la bontà del

libero arbitrio, perchè Tacito aveva anima, passioni, ed energia di

temperamento, aveva strumenti da volgere al bene, o al male volendo.

La malattia, che da ultimo lo spense, gli si ordiva da gran tempo

lentissima nelle viscere. E quando i sintomi di quella si rivelarono

insistenti, e innegabili, non si trattenne in vane lusinghe, misurò

la grandezza del pericolo, comprese che i suoi giorni erano numerati,

e lo disse imperterrito a tutti, e a sè stesso. Accettò il calice

amaro della passione, e lo bevve pacatamente fino all'ultima stilla,

raccogliendo l'animo invece, e facendolo più grande alla minacciante

sciagura. E consecrandosi più che mai a quell'idea che l'aveva sempre

predominato, non ricusò fatica nè occasione, andava fuori visibilmente

malato, non curava riposo, non cercava aggiungere un filo alla trama

della sua povera esistenza; una furia, un impeto lo portava; faceva

sforzi che mal si potrebbero spiegare, dove non sapessimo che la

volontà umana eccitata da un alto proponimento può far miracoli. Ma

se lo spirito era pronto, la carne era inferma; e le forze più e più

sempre prostrandosi gli convenne in fine mettersi a letto, e morire.

Gli ultimi giorni di Tacito furono solenni, e quieti della pace

del giusto. Disposte con senno ed equità le cose sue, aspettava

placidamente la morte e l'invocava talvolta più che altro per togliere

alla famiglia desolata uno spettacolo d'immenso dolore. Era, come da

sano, affabile e cortese con gli amici, che lo circondavano numerosi;

era provido, discreto, e amoroso co' suoi, che gli trepidarono attorno;

dissimulava gli spasimi atrocissimi, e ratteneva lo sfogo della

soffrente natura, perchè non si attristassero maggiormente. Cosa mesta

e dignitosa era a vederlo così morire senza orgoglio, e senza viltà.

Non si smentì un istante, parlò sempre parole gravi e affettuose,

riconciliò antichi dissapori, pensò a tutto, e a tutti; – in quegli

estremi la sua anima fiammeggiava più lucida che mai. E poichè

l'ostinata agonia pervenne al suo termine fatale, morì virilmente

rassegnato, sicuro della sua buona coscienza, affidato d'una speranza

immortale.

Così fu conchiusa troppo per tempo una vita utile ed onorata. Povero

Tacito! quando noi rammentiamo la tua presenza, e il tuo spirito

cortese, e vediamo il rammarico, che lasciasti di te universale, e

pensiamo all'angoscia ineffabile della madre tua destinata di 72 anni a

sotterrare il figlio a lei più diletto, una profonda pietà ci stringe

del caso miserevole; ma se pensiamo poi alle ambagi tormentose del

secolo, e alle illusioni che di giorno in giorno spariscono, e alle

cure che più e più sempre si addensano, e alla vecchiezza, che si

avanza fredda, squallida, e inutile, noi non osiamo più mormorare, se

a Dio piacque recidere il fiore prima che appassisse. Riposa in pace.

A quest'ora nessuno saprebbe dove venire a piangere sulle tue ceneri,

perchè tu non volesti distinzione di sepoltura, e le tue ossa giacciono

nel Camposanto comune, confuse con quelle del popolo dal quale

nascesti. La fama non farà suonare il tuo nome, perchè il mondo non ha

storia per le virtù tranquille e innocenti del cittadino da bene. Ma

se la tua vita di continuo sacrifizio fu semplice, e inavvertita quasi

agli occhi del mondo, speriamo sarà comparsa splendida e meritoria agli

occhi dell'Eterno. E quanti schiettamente ti amarono, e ti ebbero in

pregio, daranno a te sovente un pensiero e una lacrima, e ridiranno

ai figli come vivesti, e come moristi, e la tua memoria resterà, giova

crederlo, santa ed onorata tradizione domestica.

GUGLIELMO AVENAS

― 1842[21] ―

La vita al fine, e il dì loda la sera.

PETRARCA.

Scritti editi e postumi · 第 11 / 23 段