Nella prefazione alle Novelle del Cesari, stampate in Genova

_anno Domini_ 1829, sta scritto, che _il Byron, Gualtieri Scott, e

somiglianti ingegni così gagliardi a mo' di palloni, si levano sulle

nubi, sino a che ad un soffio di aura nemica vuoti e vizzi ricaggiano

al suolo_. E, seguitando di questa maniera, vien confortata l'Italia a

spregiare _i più rei d'oltramare, e d'oltramonte_, accettando invece

un pugno di baie _a guidare la gioventù per quella via, fuor della

quale non sono, che greppi e balzi romantici_. Dio perdoni l'impudente

che scrisse siffatte miserie, perchè io non posso. Nè già questo dico

a difesa del Grande, perchè più non abbisogna d'insulto o di lode. Il

grido consentito d'Europa oggimai l'ha salutato potentissimo fra gli

intelletti del secolo; e badate, che il Sole si spense a mezzogiorno,

perocchè Giorgio Byron sfortunatamente morisse sugli anni 36. Ma

ciò che mi muove è l'oltraggio gittato sopra un'intera nazione; e

la ragione è sul vivo oltraggiata, allorchè un falso profeta con sue

parabole la persuade a maledire il Genio, e a rinnegare il Pensiere,

offerendole, in cambio dei sublimi dettati, Novelle povere tanto

d'invenzione, e di subbietto, da farne torto a un cervello di donna.

– Evvi sfoggiato _lo bello stile_, – dirà taluno, se pure è merito

quello di assalire Messer Giovanni Boccaccio, e svaligiarlo in modo da

non lasciargli neppure il farsetto. Così va da gran tempo la bisogna

in questa mal capitata Italia, nè il fabbro della citata prefazione ha

operato secondo nuovo costume. La forza si è divisa dai nostri destini,

– il pensiere si è diviso dalla parola, e questa è diventata cimento

degl'ingegni. E quando un libro apparisce, gl'inquisitori di Lettere

non giudicano della sua bontà al concetto magnanimo, alla larghezza

delle opinioni, alle utilità dello scopo; anzi, se per avventura sia

corredato di queste doti, il libro sarà manomesso, perchè i giustizieri

delle Lettere portano per impresa: ― Parlate senza pensare; ― ed hanno

il cuore malato di soverchia strettezza, e li contrista la luce, e il

moto gli affanna. Basta che il libro sia disteso in _aurea favella_,

vale a dire limosinata a frusto a frusto dalle buone anime morte

cinque secoli addietro, e avrà tutti i suffragi; non avvertendo,

che _l'aurea favella_ mal soddisfa ai nostri bisogni, quando vien

trasferita dal passato al presente senza accorgimento d'arte, senza

richiamo di vita, senza piegarsi in fine alle tante modificazioni che

l'onnipotenza del tempo imprime sulle cose universe. Basta _l'aurea

favella_, – e se il libro è vuoto non importa; i pedanti respirano

meglio. E guai, se ti vien fatto di significare liberamente gl'impulsi

della tua fantasia; guai, se ti diparti un passo dalle opinioni di

patto comune! ti chiamano tosto _tartaro_, _ottentotto_, _luterano_,

e peggio. E fanno di notte una guerra sorda di tradimenti, e nelle

reti del sospetto avviluppano il potente, cosicchè egli si muova, ed

aggiunga un peso alle oppressioni delle avverse fortune. Quindi nelle

nostre provincie la fama crescente del giovane vilipesa, e intercetta;

quindi molti nobili ingegni sprofondano nella energia e muoiono senza

balenare scintilla; i pochi nati alla forza dell'animo resistono, è

vero, ma dietro si traggono sconfortata tanto la vita, che io non so

se di loro più si abbia ad ammirare la costanza, o a compiangere la

durissima sorte. O _maestri miei!_ veniamo agli accordi, e vi daremo

pace con tutti gli onori militari, purchè non vogliate più abbarbicarvi

al Genio; – voi potete starne lontani, perchè non avete con lui nessun

grado di parentela, se non fosse quello che hanno le spine colla

rosa. O _maestri miei!_ perchè mai foste aggregati alla gran famiglia

degli animali parlanti? O _maestri miei!_ sgombrate il sentiero della

scienza: parvi onesto di fare in questo mondo la parte dell'inciampo?

Ma la Provvidenza aveva predestinato, che in _hac lacrymarum valle_

non vi fosse strada, dove la polvere non salisse sulle vesti, e non

facesse la guerra agli occhi. Dunque pazienza, e adoriamo. Forse taluno

mi darà nota di vana acrimonia, dicendo; – le tue son ciance, perchè il

pedante è pedante per obbligo della propria costituzione: e' son leggi

di natura, nè vuolsi sperare che muteranno, finchè ella non ristampi

il suo codice; – ma di questo dubito forte, chè troppo parmi si

mostri contenta di ciò che opera, in bene, e in male. È ella questa la

stagione in che i detti dell'Italiano debbono suonare lusinghe? E se io

parlo agramente, nol faccio per gare parziali, almeno ch'io mi sappia;

e se un galantuomo mi convincesse, che i miei sensi hanno aspetto

d'invidia, o d'intrigo, o d'altre bassezze di umanità letteraria,

io non porrei tempo in mezzo a tacermi. Ma se parlo agramente, è pel

desiderio che le arti liberali abbiano sotto questo cielo felice una

patria, e riti intemerati; è pel desiderio che la nazione si rivendichi

in libertà d'intelletto, e si faccia viva, e forte, nè più giuri sul

nome de' _suoi maestri_, che sempre la tratteranno a novelle.

La nuda parola, come io dissi, è dunque misura di giudizio ai dottori,

cagione onde va così piena di fronde la nostra Letteratura; e chi non

crede, veda le _Raccolte dei Classici_. Usare la purezza del linguaggio

è savio consiglio, e nessuno lo nega: anzi chi ben guarda addentro le

cose, conosce come la proprietà dell'idioma sia elemento nazionale;

perchè in un popolo quando manca la proprietà dell'idioma, quel popolo

non ha più la passione della patria, e si avvicina alla sua caduta. Ma

la Lingua non è tutto: il massimo studio va convertito a pensare. Solo

il Pensiere è padre delle maraviglie, che di quando in quando fecero

immaginare nell'uomo un alito di natura divina: non è data all'uomo

altra tavola per sorreggersi nelle burrasche della vita: – l'uomo non

ha trovata altra ragione per sollevarsi sull'altre bestie. I _maestri_

levano rumore, perchè logorando una dovizia di anni fecero grave il

sopracciglio, e magra l'anima, sullo studio delle parole. Che la terra

presto vi sia lieve sull'ossa! qual bene mai venne alle Lettere, e alla

Italia, delle vostre discordie di tre secoli? Voi avete aggiunto un

anello alla catena delle nostre vergogne. Senza di voi forse non era

la Lingua? Prima che Lionardo Salviati, e compagni, angustiassero uno

spirito immortale, e lasciassero un legato di lacci a chi veniva dopo

di loro, – prima che la Crusca stampasse il vocabolario, – Dante, il

Petrarca, il Boccaccio, il Machiavelli, l'Ariosto, e il Tasso, davano

consistenza e splendore all'idioma nostro. Da questi Grandi soltanto,

che ebbero arguta la mente, e caldo il cuore di generose passioni,

potrà il popolo apprendere la favella, e il pensiere. L'anima loro vive

sempre nei monumenti di grandezza che ci hanno lasciati, monumenti,

che ci serviranno di conforto e di lume, finchè offriamo loro un culto

di amore perenne, come il culto che gli antichi offersero al fuoco di

Vesta. Ma i pedanti non sanno che ringhiare: e che giova se un popolo

impari a ringhiare? Abbastanza l'indole nostra è rissosa; e i fatti

passati, e i fatti anche del momento che passa ora, lo affermano.

Dunque ogni studio va convertito a pensare, ed è massima, che mai non

sarà predicata a sufficienza in Italia. Troppo evidente è il divario,

che corse fra la nuda parola e l'utilità immediata del pensiere,

anche quand'è scompagnato dalle forme eleganti. Il Filangieri, e il

Beccaria, scrittori di profonda ragione, non distesero per avventura

i loro trattati con quella convenienza di favella, che si vorrebbe,

e in questo non meritano lode; ma chi sarà tanto ingiusto, e di senno

così poco Italiano, che ponga nella medesima lance quei due divini, e

la bisbetica razza dei professori de' vocaboli? Il nome di quei due è

di fasto alla patria, perchè furono amici degli uomini, e illuminarono

di luce immortale la nazione, e nessuno di quanti dottori fabbricano

gabbie all'intelletto meritò mai d'esser nominato ― Benemerito della

Umanità, ― come avvenne al celebrato scrittore dei Delitti e delle

Pene.

Ma il desio di finire un più lieto argomento mi chiama. Venerata è

nel mondo la memoria di Byron, perchè la riverenza del Genio è la più

santa delle umane religioni: ma gl'Italiani presenti e futuri hanno un

debito d'amore a quel Grande, che non vorranno negare, finchè duri in

essi fiato di magnanimi sensi. Ei non discendeva sulla terra gentile

a spendere il suo diritto di superbia e d'insulto; diritto, che la

sapienza delle vicende a mano a mano toglie e concede alle diverse

nazioni del globo. L'anima sua era troppo piena di Grandezza, nè vi

trovò luogo l'ingiuria. Ei vagheggiò sempre l'Italia, come l'immagine

più cara del suo desiderio, e cercò il nostro Sole per averne

incremento allo spirito, e confuse il suo genio severo nei riposi del

nostro cielo; quindi i suoi canti si fecero più divini, perchè il cielo

d'Italia è sublime poesia; quindi l'amò come la patria del suo ingegno,

e vestì del suo pensiero le gesta dei padri nostri, le sorti e le

speranze di noi, e pianse sulle nostre sciagure la più bella lagrima,

che ad occhio mortale fosse dato versare.

OSSERVAZIONI SOPRA UNO SCRITTO DI MELCHIOR MISSIRINI

INSERITO NEL N.º 37 DELL'_INDICATORE LIVORNESE_

― 1829[15] ―

Nè in tante lodi chieggo altro che modo.

Quando la Natura formò la bizzarra famiglia del genere umano, decise

che la più parte di noi saremmo maligni, e in questo ci saranno le

sue profonde ragioni, perchè ella è savia, e si muove ad operare

pensatamente, non come facciamo noi, che il più delle volte ci moviamo,

perchè il muoversi è oramai destino delle gambe. E l'uomo usa della sua

natural dote di malignanza, come di vela buona per ogni vento, perchè

maledisce a torto, e a diritto; però quantunque volte in questo mondo

sotto la luna si produce opera, sia pur bella e innocente, non mancano

mai le migliaia a morderla da tutti i lati, nè alla giustizia è dato

il passo, finchè la provvidenza della noia o della morte alle migliaia

non imponga silenzio. Ora, essendo così ordinato dalla sacra Necessità,

non resta che darsi pace; e quando un amico gentile piega spontaneo, e

senza mire d'interesse, a favorire onoratamente le cose tue, conviene

ringraziare la Fortuna del miracolo, e l'animo gentile rimunerare con

quella liberalità maggiore, che il cuore ti detta. Già a chi pretende

il nome di galantuomo è necessario pagare i suoi debiti; a un debito

poi di cortesia vuolsi nel modo più acconcio soddisfare, poichè l'è

merce carissima, e mala pena trovi chi sappia fidartene dramma. Quindi

intendiamo noi, nè più nè meno, mostrarci riconoscenti a Melchior

Missirini, perocchè gli piacesse dare alla città nostra un pensiere

e una parola di lode. Non mica, che noi crediamo di essere in cima o

in fondo, perchè questi o quegli venga a recarcerne la novella; – no

davvero: – il parere dell'individuo non tramuta l'indole delle cose; i

fatti danno sentenza, nè a questi puoi contradire, per quanto tu meni

in giro la lingua. Noi attestiamo gratitudine soltanto all'espressione

della benevolenza, perchè un intimo sentimento ti sforza ad amare chi

ti ama, e ci rallegra assai a veder l'uomo rompere per un momento il

patto di guerra che ha coll'altr'uomo, e drizzargli voci di conforto,

e di amore.

Ma noi sopra ogni altra cosa amiamo la Verità; però al Missirini non

giunga discaro, che gli si notino alcuni punti del suo discorso; dove

egli trasmodò per soverchio di spirito ben disposto, o perchè agio

non ebbe a sapere precisamente le cose come stanno. I professori

di prudenza ci hanno sovente dissuasi da questo studio del vero,

sforzandosi a dimostrarci come di rado o mai ci si trovi guadagno, e

ci hanno per lungo e per largo chiosata la scienza del vivere in pace

con tutti. Ognuno fa i conti secondo i suoi numeri; e costoro, come

prudenti, forse dicono bene; ma io per ora voglio starmi alla mia fede,

e dire il vero, o quanto mi parrà che sia vero, finchè i Casuisti mi

concederanno libero arbitrio; se in séguito alcuna delle tante cause

dominatrici della mente avverrà che mi travolga, peggio per me; ed

io allora andrò in punta di piedi a pesare le opinioni sulla bilancia

della paura!

Alla legge solenne, che i popoli spinge ora in alto, ora in basso,

potenza mortale non può resistere; e il Genio stesso, suprema delle

forze create, può modificare, ma non impedire, o volgere altrove quel

moto. Oggimai un progresso d'incivilimento è manifesto nelle nazioni

d'Europa; quindi la città nostra anch'essa ai tempi consente, perchè

alle spinte in qualche modo bisogna rispondere. Gli uomini vecchi,

sospirando i giorni del buon tempo antico, dicono invece che la città

sia declinata di male in peggio; ma i ricordi del passato, confrontati

coll'evidenza del presente, senza rispetto danno la mentita agli uomini

vecchi. Non v'è che dire: le condizioni hanno cominciato a migliorare,

specialmente perchè adesso è la volta di salire; nondimeno gran

parte della via rimane da corrersi, nè io credo, che mai basteranno

l'alacrità dell'animo, l'intensità del desiderio; e taluno vorrebbe,

che quei tanti nodi d'unione fossero stretti meglio che ora non sono.

Per altro a lasciare senza onore di lode i pochi istituti, base alla

nostra rigenerazione futura, sarebbe invidia fuor di luogo, perchè

il vero a lungo andare rivendica il suo diritto, e a chi si spetta

l'infamia non manca. Lodare le azioni buone, e vituperare le triste,

io credo che sia sapienza; non dipingere tutto di nero, o di color

di rosa, come è il costume di molti; perchè la Natura eternamente

si gira sopra questi due perni, il bene ed il male, e l'intemperanza

dell'amore o dell'odio traversa la strada al giudizio. Adunque favellò

sanamente il Missirini della Scuola di Mutuo Insegnamento, istituzione,

che non sarà tenuta mai cara quanto si merita; non foss'altro per

tanta impostura di antichi metodi manomessa; e i forestieri sempre

hanno fatto plauso, affermando, che è scuola da reggere il paragone

con altre, le quali io non voglio rammentare. E a buon diritto

fu commendata eziandio la Scuola di Architettura; e il Cittadino

liberale[16], che le dà vita dell'uniche sue sostanze, accolga, se

vuole, anche il voto della nostra stima verace. La Società Medica,

non so per quali ragioni, e se non altro per l'incostanza decretata

alle cose umane, stette presso a disciogliersi; poi, mediante alcuni

provvedimenti usati per tempo, si strinse di nuovo, ed ora procede

con più vigore di prima, ond'è che le va il doppio di lode. La Scuola

poi di Disegno figurativo non è sovvenuta, come dice il Missirini;

bensì doveva essere; e la generosità municipale aveva già destinato

il soccorso, ma un altro consiglio dispose altrimenti, e bisognò non

farne nulla. Tuttavia quei Signori hanno dimostrata buona intenzione, e

ogni volta che si presenti da fare del bene è da sperarsi che andranno

avanti, a meno che taluno non venga a dir loro, che tornino indietro.

Che dirò io dell'_illustre Accademia Labronica, intesa allo studio

della lingua, allo esercizio del Genio, e all'acquisto del sapere_?

Imprese belle son queste, ma gli accademici presentemente, forse

per avere altro che fare, non ci hanno gran cosa badato; nonostante

promettono di farlo quanto prima; e già da mattina a sera pensano

a diventare il rovescio di quel che furono, e tu li potresti vedere

tutti in faccende a costituire un corpo di leggi, perchè l'Accademia

si trasformi in adunanza di gente che pensa, e non di gente che fa

rumore; e so di certo, che hanno fatto giuramento di lasciare a casa

i sonetti, e quante altre mai cianciafruscole in prosa e in rima

inventò l'ozio, e la povertà del cervello; ma invece si affibbieranno

la giornea a ragionare sul sodo; e quando non avranno da ragionare sul

sodo, piuttosto staranno cheti, perchè, se l'uomo parla a motivo che

le parole non costano nulla, il silenzio costa anche meno[17]. Questo

hanno promesso di fare gli Accademici, ed io quasi quasi malleverei,

che non vorranno mancare per cosa al mondo, sapendo essi meglio di noi,

che la promessa

_Agli animi gentili è sacramento;_

per dirla così di passaggio con Lodovico Ariosto. E al primo congresso

potrebbero quei valentuomini proporre un quesito: – Perchè la verità

ami la solitudine, e sia tanto ritrosa di convenire laddove è gran

frequenza di mondo; e se ella ebbe mai il breve di accademica, e quante

volte in capo a cent'anni lesse la sua diceria? ―

Ora è il tempo di venire alla emulazione liberalissima che hanno i

Livornesi di regalare le private librerie ad una Biblioteca pubblica.

Forse ho la vista corta, ma io della gara ardentissima non vedo nulla;

anzi si tace così profondamente di questo progetto, che io dubito forte

se ci abbiano mai pensato una volta. Dell'utile ed ornamento che alla

città ne verrebbero, io non ho pazienza di trattare, perchè mi par

mill'anni di finirla con questo discorso di rimbecco, ma i discreti sel

possono vedere senz'altro bisogno. Così radunando in un luogo il sapere

dei morti e dei vivi, chi volesse saggiarne tanto o quanto, andrebbe,

e con pochi passi sarebbe contento; – oggi ci vogliono invece ricerche

lunghe, e scudi, e tante volte non serve. E quì fate pausa, di grazia,

un momento, e considerate quanto mai gioverebbero i libri pubblici agli

uomini d'ingegno; – certo gioverebbero immensamente, perchè fino alle

ricerche gli uomini d'ingegno possono spendere, ma, quanto agli scudi,

qui giace nocco; e pare che la Natura gittasse una tal quale antipatia

fra l'ingegno e gli scudi, onde avviene, che mai non li trovi insieme,

o raramente davvero. Io non so se il dire faccia frutto, perchè allora

durerei anche un anno a dire: – statuite la Biblioteca del pubblico; –

pure, benchè non mi abbandoni il braccio della speranza, non mi pento

di aver mandato fuori queste poche voci senza proposito, attesochè la

nostra mente sia predestinata a dipendere ben anche dal minimo soffio.

Nondimeno conforto chi sa ragionare per filo e per segno a sviscerare

questo argomento secondo il merito, e presentarlo palpabile ai miei

concittadini, affinchè si muovano all'opera[18]; e dove si cominciasse

una volta, io stesso volentieri darei subito via i pochissimi libri

miei, soprattutto perchè, a dirla schietta, non ho gran fede nè

in me, nè in loro. Alle volte odo mormorare, che alcuni padroni di

molti libri li vorranno lasciare in punto di morte. Già i savi mi

hanno rivelato come questa non sia cosa da andarne tronfio, perchè in

punto di morte non ci sono altre strade da prendere, se non quella di

lasciar tutto, cominciando dall'anima. E questi tali a parer mio non

patiscono abbondanza di senno, e mai non meriteranno il bell'elogio,

fatto non so quando ad un ricco generoso. Sentite come dice: _Tu non

aspettasti a spogliare la tua veste in pro del bisognoso, quando la

Natura ti copriva di una veste che non deve lasciarti più mai._ Così

cantava Aboutthayp Ahemed Ben-Alhosain Alucotennabby, poeta Arabo, in

una elegia per la morte di un Fatik Egiziano. E, perchè io non voglio

farmi bello delle penne altrui, sappiate, che la citazione l'ho tolta

in prestito da un amico mio dolce.

_Che diremo di un Giornale diretto a far rivivere_, ec.

Quì la fantasia ha vinto la mano all'onesto Missirini; la dose è

troppa carica, e noi non l'accettiamo, per timore che i fumi non ci

salgano al capo. _L'Indicatore Livornese_ non è l'effetto di menti

combinate a dargli un disegno, una tendenza, un alimento continuo,

come si converrebbe; è un povero foglio bianco, annerito da pochi

giovani qua e là dispersi, i quali alla meglio si schermiscono, e

cercano mantenergli la vita; ma poco è il numero, poco l'ingegno,

poco la dottrina; – hanno la buona volontà, ma questa così sola non è

cibo, che lusinghi il palato di molti. E qui cadrebbe in acconcio, che

la crescente gioventù, _animata di poetica inspirazione_, adoprasse

l'estro un po' meglio, e desse spinta alla barca: altrimenti ho

gran paura non si rimanga in secco. Questo povero foglio non cerca

frasche d'alloro; chiede solo compatimento, e gli uomini di giudizio

son certo che gliel daranno. Ma gli uomini di giudizio tu li puoi

contare, e gran mercè se per ogni paese oltrepassi contando le dieci

dita. La turba ride del povero foglio, e a ridere ci vuol poco; e

cominciando dalle femmine, e terminando nei pazzi, tutto il mondo

sa ridere. Ma questo dileggio, sia pur meritato, non invoglia punto

a pensar bene dell'umana natura, segnatamente quando egli si parte

da persone obbligate a fare il contrario, non foss'altro, perchè il

cielo medesimo ci ha veduto nascere. Che se poi l'uomo vuole il freno

libero alle sue matte libidini, bene sta; ma allora non faccia mal

viso, se gli austeri intelletti si levano sul creato a maledire; e non

occorre che egli venga fuori a giurare, che l'anima sua è un raggio

delle stelle; nè come il saltimbanco s'empia la bocca delle magnifiche

parolone – _lumi_, _civiltà_, _filantropia_; – no, non è maschera, che

basti all'infamia; invece si rassegni, e confessi d'essere iniquo e

ignorante, come erano i padri suoi. Ma ritorniamo a noi. Questo povero

foglio non può competer con tanti altri giornali, che vanno per la

maggiore: in quelli scrive il popolone dei letterati a tre code, e

per lo meno vincono col numero delle pagine. È un povero foglio, che

merita la scomunica, perchè non ha detto agl'Italiani: – rimanetevi

fermi sul solco, che avete segnato finora. – No, non ha parlato così

agl'Italiani, avvisando, che a starsi per terra non bisognino nè

maestri, nè scienze. È un povero foglio, che merita la scomunica,

perchè finora non ha messo il dente nella lama di nessuno, nè sa di

cortigiano, o di troppo devoto ai patriarchi in materia di Lettere, e

qualche volta ha gridato agl'Italiani: ― Sorgete all'onore, amate una

patria, e siate finalmente fratelli, e forti dell'anima. ― È un povero

foglio, ve lo ripeto; compatitelo, se potete.

ESEMPIO DI CARITÀ

― 1829[19] ―

Hic pietatis honos.

VIRGILIUS.

Nè sempre curva sulla sua polvere la razza nostra, come tacito armento,

si travolge nella morte. E vi sono momenti, nei quali la ventura

assente benigna, che l'umana famiglia armonizzi tutta d'amore, e

l'anima allora veste forme d'insolita vaghezza, e il pensiere concede

a stimarla splendida parte del cielo. Ma in un popolo caduto, dove

l'educazione e l'esempio non ammaestrano a verecondo costume e a

sentimento generoso, quando la compassione e l'amore fanno che l'uomo

armonizzi coll'uomo, il caso tien del prodigio, e tu respiri largamente

l'aure della speranza, e una voce segreta ti annunzia, che pure un

giorno quegli uomini saranno uomini secondo il decreto della Natura,

non già come gli stringe ad essere la violenza di maligne vicende.

E segnare sulla memoria i momenti, nei quali l'anima scintillò del

suo raggio più bello, è argomento di decoro allo spirito umano; –

e laddove le Lettere sono sentiero di civiltà, ed immagine solenne

del moto sociale, non lasciano perdere avvenimento, che di un fiato

accresca lo scarso patrimonio della nostre virtù; – ed è caro a chi

medita sugli eventi mortali sottrarre una pagina alla severa necessità

del delitto e della sventura; – e così danno alla Morale ben altra

consistenza, che non è quella delle nude massime; e così anche la

capanna del povero suonò spesso di una lode divina, ricompensa alla

maggior dote di affanni, che dalla Provvidenza gli venne in retaggio.

Ma i Letterati Italiani, tranne ben pochi, finora scrivevano devoti

all'_Egoismo_, come se non avessero una patria, dove tutte spendere le

potenze dell'ingegno. E sì che una patria sospinta in fondo chiedeva

loro la parola della sapienza, e del vero, e sapevano come la fama

dell'individuo mal si regga senza i voti del popolo, e come i voti del

popolo mal si conseguano senza consacrargli la mente. – Mancavano i

fatti? – No, perchè viveva una gente, e la gente d'Italia ebbe sempre

fibra sensibile, e velocissimo corso di sangue, e ardore di passioni;

nè da altre sorgenti scende mai l'atto turpe o magnanimo.

Io dunque racconto un fatto che non vorrà levar grido, ma è buono. Se

questa poi fosse tal condizione da non raccomandarlo abbastanza, peggio

per chi mena gran vanto d'essere un uomo. Coloro che sono gentili non

disdegnino l'apparente umiltà del subbietto: – educheremo noi allora

soltanto alla forza, che fa piangere?

Scritti editi e postumi · 第 10 / 23 段