La mente degl'Italiani dorme un gran sonno, ma, perchè l'hanno mobile

e suprema sugli altri, potranno far violenza, e redimere dagli eventi

lo spirito. Agl'Italiani però conviene purgarsi di molti peccati, che

scontano in avvilimento, fra i quali lieve non è l'avversione veramente

fraterna a quanti fra loro sorgono ingegni felici. E sì che le arti

del pensiere, modeste come sono, non desiano che lieta accoglienza;

– d'altro premio si offendono. A noi par costi troppo cara perfino

l'onestà di un plauso. E qualunque volta balenò il Genio su questa

terra, non movemmo voci di saluto, o sorriso di gioia, al richiamo

di quel raggio soave; ma tentammo velarlo delle tenebre nostre, e

gemendo sulla rosa, che spuntava bellissima, l'avremmo dispersa, se

non fioriva immortale, anzichè alimentarla nell'alito dell'amore, e

pregarlo eterne le rugiade del cielo. E il Genio maledetto da una plebe

cui soprastava, – nè il fallo era suo, – si consumò solitario, e non

diremo con quanto dolore, perchè ineffabile. Ricorre a tutti mestissimo

il pensiere dell'abbandono, e più che mai all'anima grande nata al

bisogno d'invadere l'universo, dove abbia sfogo il moto perenne che

l'affatica. E il Genio si consumò solitario: – sol quei pochi gentili,

che vivono all'armonia riposata del Bello, nell'affanno del segreto

desio lo seguivano fuggente per le tenebre umane, come stella caduta

dal firmamento; e disperando di ogni altro sollievo invocavano allo

stanco la pace della morte. E nella morte il Genio quietò l'ossa, e

le mal dome passioni; ma l'odio de' suoi fratelli di carne si giacque

con le sue ceneri, a contender loro una preghiera; – e tanto andò

premio al cortese, che si curvò per sollevare la polvere! Vennero i

posteri, e, ascoltando fremere d'infamia le ingiustizie paterne, per

ammenda sacravano altari, e parole di lode alla memoria della offesa

grandezza, – ma vanamente: il tempo aveva scritta la sua sentenza;

– l'anima eterna aveva finito il suo gemito; – e la terra ritornata

alla terra non si consola della lusinga, nè dell'insulto addolorasi. –

Gl'Italiani possono essere sventurati, se tanto piace al destino, ma,

volendo, non saranno nè vili, nè ciechi. Antica quanto la nostra caduta

suona una rampogna allo straniero, che dal mare e dai monti si affaccia

alla bella Penisola, perchè lo straniero, visitate le ruine, e riposati

gli sguardi nel molle sereno a conforto dell'anima cruda, ritorna alle

sue mute contrade narrando la gloria eterna del cielo, e dei sepolcri,

– ma dei viventi non fa parola, o parola di scherno. È meritata,

o codarda l'ingiuria? Se gli uomini non dovessero perdere in senno

quanto guadagnano in prosperità, godrebbero modesti il favore della

Fortuna, divinità, che il savio e lo stolto convennero a chiamar pazza.

Tuttavia, se ben guardi, l'ingiuria prende eziandio qualità dalla

maniera in che i miseri sopportano l'infortunio. Che se lo schiavo non

vuol far moto della persona, per paura che il cigolio della catena gli

giunga all'orecchio, e giace stupido tanto, che se la vita non fosse un

peso avrebbe appena la coscienza di portare una vita, allora l'insulto

lo sorprende meritato ed acerbo, perchè il cuore e la mente inviliti

non gli danno nè un pensiere, nè una voce alla risposta. Ma se tu palpi

le piaghe tue per sanarle, e non per piangere un vano lamento, ma se

la giornata del dolore ti passò sul capo senza piegarlo, allora cade

ogni protervia della soverchia felicità, e dalla sventura generosa il

superbo apprende lezioni dì sapienza, e di tremore, pensando che la

vendetta non fu mai spenta, perchè ha per sede l'anima, e, se il tempo

sapeva spuntare una spada, da leggi inevitabili è stretto a ritemprarla

più acuta. ― O Italiani, gran parte del vostro gemito stette, perchè

amaste con poca intenzione una terra, che a voi si stringe nel vincolo

della patria e delle sciagure. Un momento solenne sorgerà dallo spazio:

ma se l'ingegno accorto non veglia ad afferrarlo, trascorre confuso

coi giorni dell'umiltà. Italiani, amate attenti, e non millantate una

patria. La terra vostra è sempre la terra delle memorie; e il Genio

eterno agita sempre sovra essa una fiamma divina. La terra vostra

è sempre la terra, che un dì tolse nome dalla stella più lieta del

cielo[10], e sempre la sospira l'alito delle Grazie innamorate, e

sempre è fresca della prima bellezza, perchè a Dio piacque suscitarla

tra le forme create come l'iride del suo pensiere. Ma doni così

liberali non fanno argomento di gloria allo spirito inerte; da che nè

la fragranza dei fiori, nè l'amabile raggio del Sole, onorarono mai

d'un sorriso il cadavere.

LORENZO STERNE

― 1829[11] ―

Natura il fece, e poi ruppe la stampa.

ARIOSTO.

Dall'amore dell'arti liberali emerge la vaghezza d'intendere i casi

dell'ingegno felice, che a noi rese visibili queste figlie di un

pensiere divino: ma perchè Lorenzo Sterne stette nel creato più che

altro a sembianza di spirito, nè degli eventi suoi tu potresti narrare,

che il nascimento, la vita, e la morte, e perchè di questi a qualunque

vento ti volga vedi composta la massa degli uomini, nè l'umiltà delle

doti comuni vuol diritto di storia, – però noi convertiremo l'animo

a più degno subbietto, favellando con breve discorso della Mente di

Sterne.

Se la mollezza del cielo italiano, e la melodia dei suoni, e

l'esultanza del paese gentile, che in ogni sua forma svela il concetto

del sorriso, sono maravigliose e principali espressioni della bellezza;

se i figli d'Italia sortivano tempre armonizzate al solenne linguaggio,

qual di noi non vorrà di lieve consentire espressione della Bellezza

le opere tutte di Sterne? E l'Irlandese le creava così belle alla

nostra maniera, che tu immaginando diresti il suo pensiere educato

nell'aure dei nostri sereni, e che al sangue gli corresse mista una

fiamma dell'italico Sole. E l'anime che vivono all'anelito di quanto

è ispirazione d'una idea immortale, fra quelli scritti segnatamente

piegano il desio al _Viaggio sentimentale_, ai _Sermoni_, e alla

_Vita ed Opinioni di Tristano Shandy gentiluomo_. Ugo Foscolo,

indegno singolare dei nostri tempi, e fresca memoria di pianto ai

generosi, si piacque vestir di tal veste il _Viaggio sentimentale_,

che rari sapranno arrivare a quel segno: – e perchè i _Sermoni_ mirano

a istituti e articoli di fede in parte diversi dai nostri, forse,

traducendoli, non avrebbero convenienza universale. Rimane il _Tristano

Shandy_, bellissimo libro, e più che altri a principio non crederebbe,

– e fu meditato nella quiete d'un'anima intatta d'ambizione, di

raggiro, d'invidia, e degli altri peccati soliti a visitare la gente

di Lettere; per lo che riuscì specchio sincero delle nostre umanità,

e traverso il riso, e le lacrime, mostra più lume di tanti, che in

tutt'altro modo ritraggono la Natura. Gl'Italiani, per quanto io mi

sappia, non hanno del libro bellissimo versione nè buona, nè cattiva.

L'hanno i Francesi; – ma come? Chi non vuol credere, tocchi; – e lui

infelice, se dipoi non si accuora dello strazio impudente. Sgradiranno

gl'Italiani un lieve esperimento del libro bellissimo? E noi non

vogliamo dar loro questo saggio[12] a guisa di norma, o come pegno

che un dì venga compita l'impresa, – ma perchè si levi uno spirito

gentile, cui toccò in sorte profonda la sensazione dell'amore, della

pietà, e del sorriso, e renda per quanto è dato immagine schietta del

libro bellissimo. Nè io so dipartirmi da questo attributo, e le ragioni

le ho tanto solcate nell'anima, che malamente tenterei manifestarle

per via di favella; se non che l'arte impenetrabile, onde i valorosi

d'ingegno sollevano il velo delle passioni agitanti la vita, accoglie

vigore siffatto, che, per quanto tu abbia l'animo restio, ti doma

alla maraviglia; – e se tu hai viscere d'uomo, e leggi la storia di

Le Fever, o di Maria, o la morte di Yorick, senza lasciarti andare

al sospiro d'una mestissima voluttà, che giace misteriosa negli umani

precordi, – ma a pochi sommi è dato di suscitare, – allora piangi della

anima tua. La sacra scintilla aborrì la tua polvere, e si rimase nei

cieli; – tu ereditavi più larga parte di affanni. Chi dirà l'angoscia

ineffabile del cuore assiderato? L'alito delle belle passioni non vi

sovverte, che sterili sabbie, incapaci a nutrire neppure il desio d'un

affetto: – a che gli fu data la vita? come un freno da rodere. – Nè

lo coglie un istante di sublime, onde spezzi quel freno; – e gli anni

a lui numerati passano muti d'ogni vicenda, e solamente per piegarlo

alla terra, che lo richiama: – il cuore assiderato è il silenzio di

una solitudine, donde grida la verità della sentenza, che sopra tutti

decretava infelice chi mai non cesse al pianto, e alla gioia. – Si

levi adunque uno spirito gentile, che abbia il sentire a dovizia,

e sufficiente ingegno, e sappia bene le lingue ambedue, – ma senza

intervento di gramatica, – e tenti l'impresa, sperando, che le venture

gli correranno propizie, e tutta Italia, e tutti i cortesi gli daranno

plauso, e merito conveniente; ma dove questo effetto non séguiti,

perchè sulle prime la malignità e l'ignoranza danno tre quarti dei

voti nello squittino, allora tenti l'impresa per obbligo di coscienza,

e chiuda l'adito a quei molti, i quali, sforniti di verecondia e di

mente, ci fanno tal dono di traduzioni, che geme di grave offesa il

sacro ufficio delle Lettere, e l'onor nostro, e quello dei forestieri.

Sono le traduzioni, o per me credo che sieno, al corpo delle Lettere

umori maligni; ma sia necessità naturale, o legge di costume, oggimai

ne fanno elemento; e però sarà buon consiglio provvedere, che il male

inevitabile ci venga da mani generose. Chiunque finora ha tradotto, e

in qual modo tu voglia, ha presentato sempre un'immagine più o meno

velata. I pensieri d'uno scrittore trapassando nell'anima nostra

tengono assai del moto, e dei colori di quella, e diventano in certa

maniera nostra essenza, perchè non si possono ritrarre se non come

si concepiscono: – ora una legge arcana ha disposto, che ogni vivente

concepisca in un modo, e per la forma, e per la idea, in varie parti

diverso dagli altri. Ma gli scrittori originali in tutto il significato

non si lasciano svolgere nè per forza, nè per amore. Quei concetti

profondamente segnati dell'interna stampa dipendono troppo da chi li

creava, e tolti da quella maniera d'esistenza, in che appena usciti

della mente si giacquero eterni, non serbano più sembianza della

prima natura. Voi tradurrete con qualche grado di agevolezza uno

scrittore mediocre, perchè il mediocre è conseguenza piuttosto delle

forme, che dello spirito, e le forme essendo una convenzione hanno

moltissimi punti di contatto comune. Ma dov'è il magisterio, che vi

presti il vigore da muover l'ala dell'anima immensa? – Quel vigore

era la stessa anima immensa. – Dov'è il magisterio, che vi insegni a

tradurre la soavità del fiore, il raggio del sole, l'afflato divino che

distingue dalla morte la vita? Quella potenza d'intelletto indefinita,

solitaria, indipendente, che si nomina Genio, è parte immobile del

suo cielo natio, e a pochissimi prediletti è concesso fare a quel

santuario pellegrinaggio di spirito. Dovranno i più rimanersi nel

desiderio di tanta bellezza? Eterno dolore è il desiderio, – e se la

sventura chiede la lacrima del mortale, siatene liberali a quei miseri

su cui la sventura di soverchio si aggrava; – e pur troppo son tali

gl'innumerevoli cui fu negata la facoltà di sentire, e cogliere un'aura

di quanto spira di bello e di sublime nelle cose universe. Tuttavia

la compassione non muterà d'un capello la legge onnipotente, che nel

creato frammischiava la fiacchezza alla forza, la luce alle tenebre,

il disordine all'armonia; – e se a te mancano i mezzi da conseguire

la vista della Grandezza, non è mestieri che io ceda alla viltà del

dispregio; – adora la memoria del Grande, e per sicurezza di giudizio

affidati al testimonio dei secoli. Austero è il testimonio dei secoli,

ma incorruttibile, nè giura sul nome d'altro Dio, che del Vero. Ma

perchè, se tu sai, ne devi il merito alla tua buona o cattiva Fortuna,

e, se non sai, non puoi sapere, così meglio di qualunque avvertimento

conferisce al bene della traduzione la consonanza dell'indole, prima

causa onde il Foscolo ebbe tanta felicità d'impresa; – e ci giovi

convalidare lo asserto coll'esempio d'un altro illustre. Vittorio

Alfieri dava all'idioma d'Italia, spontanea, e calda di vita, la

storia severa di Sallustio romano, e al tempo stesso incrudiva la

mollezza della poesia virgiliana, e oscurava que' suoi vaghi colori,

che forse non sono il minimo pregio del poeta latino. E il fatto

avveniva, perchè l'Alfieri dappertutto spirava dall'anima quel suo

fare da Michelangiolo, – e i casi, che posero vicino al suo niente

la romana grandezza, e lo stile onde i casi vennero espressi, sono

veracemente grandi, e terribili: ma Virgilio fu cortigiano, e l'indole

avea temperata a subbietti, dirò quasi innocenti; – e la gente di

Lettere ha giurato, che fu nelle Georgiche dove si mostrò potentissimo

dell'ingegno.

Gli umani interessi ebbero sempre a lodarsi poco dell'esame troppo

minuto; – ed hanno osservato, che grande elemento dell'obbietto,

o buono, o bello, o felice, o di quanti altri mai ne somministri

il creato a conforto dell'anima, sia la lontananza donde scorgi

l'obbietto; – e più ti avvicini, e più si dirada il vapore, finchè in

ultimo ti apparisce quell'aspetto aridissimo che per solito chiamano

Verità, nudezza inamabile della cosa tanto, che il mortale di rado

non ebbe ragione da maledire allo scambio. Altrimenti è di Sterne; –

e più che a sviscerarlo ogni vigore dell'interno pensiere si adoperi,

e più sempre ti balzano innanzi forme vive di novella leggiadria; –

nè persona di cuor gentile vien mai che lasci di leggerlo, senza che

nel profondo non le rimanga un desiderio come d'amore. Lorenzo Sterne

scrisse singolarmente, e non a guisa di professione; e sebbene avesse

consumato anch'egli la giovanezza alle scuole, e sapesse quant'altri

mai delle opinioni stampate, perchè era sapiente non millantava

dottrina, nè si faceva largo nel mondo, nè pretendeva titolo e

riverenza di maestro, dando in cambio citazioni greche, e latine; –

nè volle mai brighe di vanità, nè sappiamo, che venisse aggregato mai

a nessun Convento della gente di Lettere. Ma perchè non temeva, nè

sperava degli uomini, amò d'intemerata passione la Gloria, e la Verità;

– e queste gli arrisero, – e, benchè persuaso di spender male la sua

moneta, amò ben anche la specie cui la ventura lo volle annodato. E

perchè il suo Genio lo piegava all'arti ingenue del pensiere, offerse

loro culto di religione inviolata, nè mai le profanava, vestendosi

il manto di tanta bellezza per onestare le varie viltà, che invadono

largo numero dei dottori di ogni popolo. Non fu mercatante della

volontà, e dell'ingegno; ma spirito assoluto esplorava acremente le

cose, nè sulla carta segnava altro moto, che quello dell'anima; e stimò

meno di cosa che non sia il patrocinio, e le libidini del potente;

– quindi nell'inviare che fece al Ministro Pitt il _Tristano Shandy_

non gli chiedea nè favore, nè protezione, nè niente. ― _Il libro deve

proteggersi da sè_, – gli dice in mezzo alla lettera, ― _e ve lo mando

come sollievo d'un momento agli affanni, e perchè vi faccia ridere,

stimando che il sorriso aggiunga un filo alla trama brevissima della

vita._ – Ora se tu ami sapere qual grado ti assegnavano i fati sulla

lunga scala degli animali, leggi Lorenzo Sterne, candido scrittore, e

d'indole aperta, nè forse altrove esiste così verace storia dell'uomo

come nell'opere sue. E se ti venisse fatto, o speri di temperar le

tue grosse passioni, leggi quelle pagine di frequente. La morale di

quei libri è drammatica, e sgorga diretta dalle situazioni dell'anima

umana, immaginate con mirabile accordo dell'ingegno, e del vero: – è la

morale del fatto, e d'ogni specie; e se gli atti di gloria, o d'altra

bellezza, furono mai frutto d'insegnamento, certo fu sempre maestro

l'esempio. Leggi Lorenzo Sterne, perchè con vario governo esercitando

le leggi eterne del cuore non consente all'umano le superbie del

sistema, ma sì lo stringe a piangere, e a ridere, destino solenne cui

lo chiamò la Natura; e col motteggio, che sa molto d'amaro, ma d'amaro

che medica, lo contiene nel cerchio delle sue umanità, perchè non

cresca una ragione al severo, che veglia allo sprezzo della schiatta di

Adamo. Ma la bellezza di Sterne sarà baleno agli occhi di tutti? Dio

faccia di sì, – da che la metà degli uomini nasceva per non vedere;

– molta parte dei rimanenti non vuole. Simbolo di profondo consiglio

era la nudità delle Grazie, e per me credo a quella immaginazione;

– ma benchè nude, nè sdegnose dell'umano consorzio, rari è fama che

le vedessero. E se nelle menti mortali da poco tempo il caso non

operava qualche rivoluzione, di che non ci sia giunta novella, io vado

convinto, che al grosso numero Lorenzo Sterne non piacerà; – e buon per

lui, che le venture non lo portassero a scriver drammi, – così almeno

andrà salvo dai fischi. E qui prego coloro che fanno professione di

filantropia a non volersi attristare di troppo, se la nostra Natura

pecchi di sconvenienza adoperando a manifestare un affetto la maniera

testè mentovata: – io torrei pure a buon patto, per onor mio, e del

prossimo, che quando l'uomo è commosso da una passione più turpe del

solito si ristringesse a gittar via la parola, che lo distingue dai

bruti, e fischiasse a sua possa, ma non andasse più oltre nell'usurpare

le bestiali proprietà. Se adunque Sterne camperà dalla prefata

disgrazia, a ogni modo verrà taglieggiato nei crocchi; – e perchè

ci hanno detto, che l'umor della bestia si può bensì torcere più che

mai, ma non dirizzare, per cortesia daremo luogo onde chi vuol correre

abbia sgombro l'arringo, e tocchi la meta. Ma più che il grosso della

plebe, la quale ha finalmente _pro domo sua_ l'Ignoranza, che se monta

in bigoncia sa recitare una lunga intemerata al pari di tutt'altro

professore, diranno male di Sterne le loro Gravità Letterarie, quei

sacerdoti d'idoli smessi, che si fanno ragione colla parrucca, e

col fascio degli anni sul dosso, e colla tradizione delle opinioni

passate. Io di buon grado lor farei riverenza, se la parrucca facesse

parte della testa, e se non mi fossi accorto, che gli anni spossavano

l'ingegno, dove era ingegno, e intristivano le belle passioni

fremevano, nè altro effetto costante producevano sulla testa tranne

i capelli bianchi. E quanto alle passate opinioni? Oh! se la faccia

del Vero degnasse mostrarsi alla terra, la sua forma sarebbe unica,

universale, perenne; – ma perchè inesorabile una sentenza lo vieta,

ne tengono le opinioni la vece, le opinioni, che sono la sembianza

scolpita d'un'epoca sociale. Spezzata l'arpa, cessano i suoni; –

caduto il complesso delle razze destinate a significare un'epoca

distinta di società, ogni efficacia delle sue opinioni si sperde; –

quindi immediata necessità che la mente prediletta concordi le opere e

gl'istituti al secolo, e alla razza che le fa corona. Quando cesserà

il malignar dei pedanti, e l'insanire della plebe? quando la parola

del Genio sarà scorta a chi peregrina la vita? quando spegneremo del

tutto quell'avanzo della primitiva indole di fiera, che stette indomito

contro la forza del tempo, e l'influsso delle più sante istituzioni?

quando scioglieremo il voto eterno dell'anima di stringersi tutti in

una famiglia di fratelli?

Fra coloro che si aggiudicavano esclusivamente la proprietà di filosofi

e le chiavi del cuore, pende tuttavia la contesa se la razza meriti

più il riso, o il compianto. Io, guardando al passato, le concedo la

compassione, e gemo su quante generazioni disparvero, e sulle presenti;

nè dissuado l'amore, supremo degli affetti, e bisogno dell'anime

singolari, ma gemo, perchè l'amore fu sempre argomento gravissimo di

cordoglio agli amanti. Qual saranno le future condizioni dell'uomo?

Soffochiamo il presagio, e riposiamoci sulle lusinghe del tempo.

Il tempo genera la vita e la morte, l'oltraggio e la vendetta, la

schiavitù e l'ora solenne del riscatto..... Possa generare il vincolo

dell'eterna concordia, possano le nostre ceneri risponder commosse al

gioir dei nipoti lontani! Ma come adempievano i destini dell'esistenza

le schiatte defunte? Tanto fervore di migliorarci di per sè stesso lo

dice. Interroga i secoli e quell'antica sapienza di dolore risponderà.

Noi mutammo da quando a quando l'impronta, ma la materia durò sempre

la stessa. Tratto tratto un magnanimo imprendeva a tramutare in buona

la nostra natura, e santificava l'impresa coll'amore colla sapienza,

e col sangue; ma se l'ira, o lo sconforto, non mi traviano, mi è

sembrato vedere gli sforzi generosi fin qui miseramente perdersi tutti

nel vano; solo di tanta ruina avanzava l'ardore del desiderio, ma il

desiderio non è che la profonda espressione della mancanza assoluta.

Il magnanimo inquietato da uno spirito creatore gridava un grido di

risorgimento ai giacenti; – spirava il vento, – non si moveva una

fronda; – ineccitabile è il silenzio dell'anime create a tacere; e, per

quanto lo scorra poderosa una voce, non odi ripetere un eco. E allora

per lo spirito atterrito si commosse un sentimento, e parlava. – Forse

l'onnipotenza dei fati segnò la razza d'un segno indelebile per la

mano dell'uomo. Chi la curvò sulla polvere, quando gli piaccia, potrà

sollevarla. – Cedeva il magnanimo uno spazio degli anni alla speranza,

– chè la speranza è pure un affetto, – è il più gaio colore onde va

lieto il fior della giovanezza, – ma il suo verde non è perenne, e il

tempo vi soffia di un alito, che in fine gli è forza appassire. Chi è

che giunto in fondo alla vita si levasse a dire: – io non piegai sotto

il dolore del disinganno? – E però per le allegate ragioni, e per altre

infinite, roderanno sempre i pedanti, perchè non sanno che rodere,

e sempre spacceranno ricette le quali t'insegnano a fare, se tu sai

fare da te, e ti profferiranno la misura di ciò che non ha misura, o

almeno determinata, come sarebbe la potenza volubilissima della mente;

e con mal piglio daranno lo sfratto ai concetti di Sterne, perchè

non trovano posto tra i numeri delle aritmetiche loro. E però per le

allegate ragioni, e per altre infinite, la plebe sempre maledirà: –

e qui, dicendo plebe, io non intendo un insulto a quei miseri, cui le

colpe degli avi non acquistavano censo, e fasto di nome, e che il senno

della Fortuna costringe tutto giorno a sudarsi un alimento al dolore;

– ma sì quel gregge immenso dell'anime, che non hanno in proprio fiato

di volontà, e di potenza, – e giacerebbero inerti come la terra donde

sporsero in fuori, se un impulso esterno non le movesse; – e, o così

voglia l'affinità delle tempre, o altra cagione più ascosa, di rado

avviene, che non accolgano unicamente il moto dei tristi; – quindi

troverai plebe sotto qualunque panno, e in qualunque scompartimento si

divida la radunanza sociale; – quindi le belle memorie, benchè liete

d'un raggio del cielo, a quelle masse splendono tacite, e meste di luce

funerea. Ma la Natura pensava un'ammenda agli oltraggi dell'ingegno

felice, suscitando nel cuore dei generosi altri palpiti oltre quello

della vita. E i generosi animati al piacere, e al dolore spirituale,

nell'esultanza d'ogni bel sentimento salutano il Genio di Sterne, e

desiano alla terra, che sovente si rallegri d'un'orma simiglievole alla

sua, e serbano in petto la sua dolce memoria come segno di riposo allo

spirito affannato dal viaggio mortale; perchè mente ebbe così benigna,

che in essa non si levò pensiere che non fosse gentile, – e tanto

ardore d'immaginazione, che nel deserto creò la fragranza della rosa,

e durerà cara passione dell'anime elette finchè rimanga alla gioia un

sorriso, un gemito alla pietà, un sospiro all'amore.

LORD BYRON

― 1830[13] ―

.... Quel Signor dell'altissimo canto

Che sovra gli altri, com'aquila, vola.

DANTE, _Inferno_.

Se il Byron, come tanti fecero, e faranno, avesse scritto soltanto

nienti vestiti di metro e di rime, io mai non avrei posto mente a

volgerlo nella lingua nostra, lasciando volentieri ai _maestri miei_

l'impresa di stringere un'ombra, e di tradurre il sussurro del vento;

perchè reputo ufficio del cittadino non offerir nulla alla sua nazione,

piuttosto che assuefarla ad oziose fatiche, per le quali mai non fa

passo nella via del sapere, nè altro consegue fuorchè una millanteria

strepitosa della sua nudità. Ma tolgano i cieli, che si abbia così

a favellare del Byron; e per altrettante ragioni affatto contrarie a

quelle già esposte ci piacque mostrarne tradotto un poema agl'Italiani

nostri. E gli Italiani nostri non facciano conto di ravvisare sincere

le sembianze del Byron nella mia traduzione; mainò davvero, e io non

torrei a farlo credere coll'aiuto di tutti i giuramenti antichi e

moderni. Il Genio è più fiero, che il cavallo del Magno Alessandro,

e a trattarlo stimo non bastare un eroe. Io vi presento le figure di

un quadro maraviglioso; e se non vi ho reso la magia del colorito,

date parte del difetto al mio poco valore, e parte alla natura delle

cose impossibili all'uomo. Nondimeno agli spiriti gentili amabile è

sempre la creazione del fiore, benchè andasse dispersa metà della

sua fragranza. Ad ogni modo il poeta, che visse nella sapienza

della sventura, che sentì, e fece sentire le universe passioni,

che nell'umana materia risvegliano un'anima; il pensiere, che tutti

trascorse gli eventi mortali, e poi si affisse nel profondo dei cieli,

tentando rapire il velame alla notte del mistero, è troppo grande,

perchè non abbia da compensare largamente anche chi lo legga tradotto.

La fiamma nodrita di eterni alimenti eterno manda e lontano il calore.

Della molta bellezza, ond'è lieto il presente Poema[14], io non mi farò

notomista: primamente, perchè l'alta poesia sfugge l'esame, e va del

tutto soggetta al sentimento; poi perchè parmi ben fatto lasciare a

ciascuno l'indipendenza delle opinioni. Finora le stelle non mi hanno

impresso nel sangue bastante influsso di _critico_, nè il mondo mi dà

per anche del _chiarissimo_, perchè io mi creda di avere in appalto

il giudizio, e gridi ai miei fratelli di umanità: ― non guardate, ho

veduto io. ― E questo è generalmente il raziocinio di quanti scrissero,

e scriveranno _riviste di lettere_; e dietro a siffatta norma potrei

scomporre ad una ad una le parti di un bel corpo, che io non ebbi

il magisterio di creare, e così potrei regalarvi l'_estratto_ o il

_parere_; ma il frutto? Chi ha vivo il cuore e l'ingegno, sa fare a

meno di certi soccorsi, perchè si aiuta più acconciamente da sè; e chi

venne diseredato di quelle due facoltà, sa farne a meno più che mai,

per la cagione solenne dell'impotenza. Cento matematici potrebbero

dimostrare ben anche le frazioni impercettibili del Bello; ma i calcoli

tornerebbero a zero; e però, benchè la pazzia faccia elemento di

equilibrio nella fabbrica dell'uomo, chi sarà mai tanto pazzo, che doni

gli occhiali al cieco, perchè veda una maraviglia? E se chi professa

filantropia sclamasse all'ingiustizia, perchè gran parte del genere

umano sia venuta, più che al fatto, alle pretensioni del sentimento e

della ragione, io non saprei dargli torto; ma non vedo altro rimedio,

che la pazienza; o altrimenti come potrò io debole, io servo di mille

ignoranze, di mille bisogni, e della morte, sommettere la forza, che

abita le tenebre, che mai non si mosse dai suoi decreti pei nostri

schiamazzi, e che nell'ordine degli enti medesimi volle, o dovè, porre

il savio e lo stolto, l'animoso e il codardo, il giusto e l'iniquo?

Dunque pazienza; e coloro, che hanno anima fresca di gioventù, e

agilità di spirito, leggano nel Byron, e vado sicuro, che proveranno

un moto onnipotente alla vita; e se talvolta vien meno l'effetto

della consueta sua prepotenza, non mormorate un'accento di biasimo a

quell'immenso; – il peccato è della mia traduzione; io son l'ombra, che

mi attraverso alla luce.

Scritti editi e postumi · 第 9 / 23 段