ed inerente alla dignità dello spirito, è base in un popolo di verace
Letteratura. Di questo incivilimento la opinione arde divisa fra due
partiti, e dall'uno sta la speranza, e il moto larghissimo onde son
concitate le moderne società; dall'altro gli argomenti del passato.
Che ad ogni cimento di generoso disegno abbia a rispondersi colla
parola _impossibile_, non mi riesce a crederlo. Ai fatti pur troppo
va dato conto, perchè in essi giace la storia dell'uomo, e vorrei
disperare delle sorti future, se ogni fatto fosse un destino; ma i
più spettano alla stoltezza, o alla volontà maligna; e queste, se non
si possono struggere, almeno si temprano. Nè da ogni fatto del mondo
d'oggi parmi conséguiti lo sgomento, se pure è vero, che l'universo
non è tutta una somma di mali; e chi si stringe singolarmente a
piangere, o a ridere, ha la metà della ragione. I filosofi mal non
farebbero a speculare più addentro la questione, – se la serie degli
eventi passati possa del tutto dedursi in certezza di teoria, e farne
immagine all'avvenire. Affermeremo noi, che quanto sappiamo del passato
sarà l'andamento costante del genere umano? La terra ha sostenute
molte e gravi rivoluzioni; numerose orme sociali andarono a celarsi
per sempre nella mina dei secoli; e chi potrà giurare sulla natura
delle cose immemorabili, dacchè nè larghezza di genio, nè infaticato
desiderio di scienza, hanno saputo riconquistarle all'oblio? Nello
spazio l'umanità certamente ha disegnato un gran quadro, – ma forse
la memoria ne serba appena una linea, – e chi dei mortali griderà:
– io ho misurato il possibile? – La natura dell'uomo è poi tanto
indomita da concederla tutta all'impeto disperato del male? I dottori
d'ogni setta consentono a dire, che l'abitudine è principale elemento
dell'indole umana: or l'abitudine fece sempre dell'uomo il supremo,
o il vilissimo degli animali, secondo il principio da cui si mosse.
Cedere d'altronde a troppo larghe speranze non è buono, perchè poi
la delusione fa gemere di soverchia amarezza; rigenerare i primitivi
destini dell'uomo non è da noi, perchè sono un pensiere della eternità;
stringere i mortali in una famiglia di fratelli, forse è un sogno
dell'amore, perchè, se non esiste uguaglianza di condizioni, manca la
pietra angolare dell'edifizio: e dov'è la mano potente a bilanciare
le eminenti differenze, che hanno aspetto e titolo d'ingiustizie, e
forse saranno? La Natura vuol reggersi a governo aristocratico, e la
Natura vuol ciò che vuole: ond'ella tramò le sue fila in maniera, che
a pochi dava la dote invidiata dell'intelletto, a pochi la bellezza,
a pochi la fibra dello squisito sentire, e nelle ricchezze concentrate
dell'uno segnava la povertà delle migliaia, e la potenza di un popolo
espresse il niente d'un altro, nè tu spesso puoi ridere se un tuo
fratello non piange. Tutto questo ha nome d'ordine; – una forza è di
certo. Se la Natura abbia torto o diritto, altri ne giudichi, – io
nol farò davvero; perchè l'hanno predicata gelosa dei suoi segreti,
e quando si ostina a celarsi, nè preghi, nè torture, nè impronti,
la scuoprono. I più tuttavia la dicono savia, e provvidente; ed io
concorro alla fede, nè mi giova penetrare più addentro. È stile antico
adorare ciò che non comprende la mente; e il dominio della curiosità
affannò più anime immortali, che tu non pensi. Però la sventura non è
in tutto decreto del caso; ella in qualche parte è pianta educata dalle
mani dell'uomo, e spetta alla Morale distinguere i mali immutabili, e
quelli provenienti dalle nostre pervertite potenze. Il desiderio aspira
pressochè all'Infinito; pur molti de' suoi voti si possono sciogliere.
Le leggi, donde tanta parte dipende del bene comune, sono capaci di
generose riforme; molti diritti si possono conciliare col fatto; per
altro bisogna farli profondamente sentire; e così sentiti si ottengono.
La virtù del sentire è di Natura; quindi si smarrisce, ma non si perde;
e le buone Lettere la desteranno dove fu dalla forza e dall'errore
sopita. Quando Dio spirò anima, gl'Italiani ne bevvero il primo fiato;
però le buone Lettere faranno in essi mirabil prova, da che la fecero
in altre nazioni secondo l'indole, e i casi. Ma perchè la civiltà
metta salde radici, e doni alla terra gentile – ardimento, e vigore
d'anima nuova, è mestieri che la Letteratura abbia spirito animoso,
e pubblico intento, e spregio delle vane apparenze, e amore veemente
di gloria. Dopo le spade giovano a maraviglia le generose Lettere
esercitate. Il costume corrotto è geloso, e grida offeso di nulla; ma
chi sente la virtù del pudore, e dell'ira, tenga lo strepito a vile, e
percuota la corruttela di biasimo acerbo. Il biasimo non è una gioia,
a meno che tu non sia corredato di quell'aurea imbecillità, onde per
molti l'esistenza non ha nè spine, nè fiori; e per amor proprio, e del
prossimo, contristati i cortesi discendono al biasimo; ma la lusinga
o il silenzio danno baldanza alla colpa, e più largo le schiudono il
campo; però chi non teme aprir l'animo suo, usi la dote rarissima, e
scuota i pensieri trepidi della vita. La vita è infelicemente breve,
e chiusa spesso dal vituperio; la posterità non è cortigiana; nè dalle
adulate libidini vien premio, che basti alla infamia; e il suo rimorso
è la febbre della vecchiezza. Le Lettere saranno utili e generose,
finchè non abbiano barriera, e tengano all'indefinito universo. Però
chi professa il pensiere guardi l'universo. Un potente l'ha fasciato
di tenebre; ma l'arguta vista del Genio spiando in seno alla oscurità
faccia tesoro di quante scintille la solcano, e sprezzi il cerchio
misero dei sistemi. L'anima non è anima fuorchè nella libertà dello
spazio, e i sistemi hanno l'angustia, e l'errore, perchè ognuno di essi
leva stendardo pel sì, e pel no; e il sì, e il no, albergano con tanto
equilibrio di forze la testa, che l'uno non vale a cacciar l'altro,
e darle riposo. Le arti della mente son creature del cielo, donde
scesero vergini consolatrici al mortale; quindi non piegano sdegnose a
prepotenza, o a mercede, e quanti si accostavano contaminati a quelle
ingenue gemendo si ravvidero di avere invece abbracciata una larva
sozzissima. E chiedono sacrificio illibato, e, se a voi non incresce
l'inclito esempio, ascoltate con quanta venerazione Niccolò Machiavelli
si preparasse a nutrire l'intelligenza. – «Venuta la sera, mi ritorno
a casa, ed entro nel mio scrittoio, ed in sull'uscio mi spoglio .
. . . . . . . . . . . e mi metto panni reali e curiali, e rivestito
condecentemente entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove,
da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, chè _solum_
è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con
loro, e domandare della ragione delle loro azioni, e quelli per loro
umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna
noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce
la morte: tutto mi trasferisco in loro.» – E Niccolò Machiavelli
scrisse argutamente di prudenza civile, e di storia, con dignità pari
al subbietto. I suoi pensamenti talvolta sanno d'acre sapore; ma se
potè più che altri conoscere da vicino la razza che ha nome d'umana,
per compiacerle non dovea travedere; e se scôrse, che l'uomo vuole,
o dev'essere eterno giuoco dell'astuto e del forte, la colpa non era
sua. Scrisse come vide e sentì, senza badare al grido delle offese
passioni, e riuscì modello di virile eloquenza, e di spregiudicata
filosofia. Molti l'hanno maledetto senza leggere, molti l'hanno letto
senza intendere, e gli uomini di peso l'hanno sentenziato maestro della
tirannide. Sì, – ma intanto più volte sostenne i tormenti pel delitto
di aver voluto reggere una patria cadente, nè patteggiò colla Fortuna,
e il raggio di tanto senno si spense nell'abbandono, e sotto un povero
tetto.
La mancanza di una patria Letteratura non è cosa di sì poco momento,
come stimano molti. Le Lettere stanno agli eventi, e sono lo specchio
delle sorti di un popolo. Nel trecento ebbero in Italia tanta grandezza
di origine, e così largo moto, che se gli anni dipoi, corrispondevano a
progresso adeguato, oggidì forse avremmo siffatta Letteratura, che le
altre d'Europa vergognerebbero tentarne il confronto; e fu veramente
secolo d'oro, non pel fracasso che mena il buratto della Crusca,
ma perchè le passioni del tempo avevano movimento spontaneo, e lo
scrittore, ispirandosi al genio dello stato sociale d'allora, esprimeva
riti, costumi, e tendenze, con forme ingenite a quanti avevano anima
italiana nel secolo decimoquarto; e riusciva simbolo profondamente
morale del popolo, e della età. Le condizioni nel quattrocento duravano
con poco divario propizie allo spirito; ma la scoperta dei codici
antichi gli diè maschera greca, e latina, e il vivo incivilimento
popolare si arrestò, se pur non rifece un passo alla barbarie. Le armi
di Carlo V, e un groppo d'altre tirannidi, domavano il cinquecento; –
alle menti era nume il terrore. Nel seicento il servaggio ingagliardì
per abitudini, e per giunta la follia predò senza interregno quei
cent'anni sul cervello dell'uomo. Finalmente l'ultimo settecento
sveniva di languore. Certo, il Genio d'Italia ardeva quasi sempre nelle
tele, e nei marmi, e nella magica combinazione dei suoni, e così rese
care e divine quelle forme della bellezza, che ne sospira in eterno
l'invidia degli altri popoli. Certo, nei due secoli a noi più vicini
una mano di valorosi si spinse nelle scoperte delle scienze positive;
ma pochi hanno modo o volontà di battere il sentiero delle speculative
astrattezze, mentre nacquero tutti alla violenza del pianto e del
riso, tutti hanno un cuore, che il Grande può commuovere d'immenso
moto, perchè la parola del Genio chiude virtù operatrice. I tempi
non erano scarsi d'ingegno, anzi da ogni parte sboccava; ma i tempi
erano cupi, e sfiduciavano. Mancava il coraggio, e credo fermo, che
l'ingegno e il coraggio continuati nel grado supremo della loro potenza
formino il Genio, creazione tanto rara e miracolosa, che la Natura
par ne rimanga spossata, e cerchi il riposo degli anni lunghissimi.
Mancava il coraggio, e i meno corrotti non osando provocare, nè volendo
prostrarsi, tacquero nel dispetto, mettendo appena in comune i bisogni,
e lo sprezzo; i tristi affatto, ed erano i più, a scuola di Tiberio
scambiando in calcolo il sentimento, aiutavano la viltà di un popolo,
che ogni dì sempre cadeva in basso.
Quei dottori non seppero esistere per la società dell'epoca loro;
quindi pensavano ai morti, quindi allagata l'Italia di erudizione
di ogni specie; ma il popolo in mezzo a tanta copia stette digiuno;
e quei dottori, spregiando scaldare della vita nuova gl'inanimati
fantasmi del tempo antico, mostrarono come la Vanità al pari di
ogni altro idolo possa avere sacerdoti, e sacrifizi, e lunghezza di
religione. Restano ancora le migliaia dei volumi, e se la farragine
fosse misura di scienza potremmo chiamarci contenti; ma una lucerna a
mezzogiorno non troverebbe in essi il perchè abbiano veduta la luce,
– il nodo che lega l'opera all'uomo. E tu li puoi leggere; – ma è
tutt'uno, – non giovano nè ai malati, nè ai sani. I più vennero fino
a noi parassiti di fama sotto lo scudo del bel dire, e in ciò sieno a
bell'agio maestri; – ma non insegnano il pensiere; – e se il pensiere
non raggiasse fra mezzo alla polvere sollevata dell'uomo, chi vorrebbe
essere un uomo? – Scrissero oziose rime d'amore non sentito, e prose
cortigiane; pugnarono per la barba di Aristotele e di Platone, e le
orgie grammaticali assordarono sempre le orecchie; ma il Vero più non
ebbe sacra la mente, le opinioni più non ebbero indipendenza, e alla
lingua rimasero lascivie, e precetti di vuoto frasario, non eleganza,
o vigoria di stile; perchè, se l'anima non dà moto alle parole, stile
non viene. La poesia, aura spirata all'anima umana dal cielo più bello,
fece dediche; ma non accolse in onore le ultime scintille della virtù
cittadina, non santificò il sangue caduto nelle battaglie ultime della
patria. Si svolsero poche delle tante pieghe, ond'è gaia la veste della
Bellezza, nè fu composto dramma, e romanzo, o dettato di socratica
filosofia, a nutrire di cibo soave la ragione, e il sentimento.
Quantunque la Bruttezza si ammanti gelosa da capo ai piè, uno spiraglio
rimane, e il tardo raggio degli anni vi penetra a illuminare le
generazioni. Quei secoli ebbero anticamere di potenti, e letterati di
mestiere in ogni via del sapere, e accademici Oziosi, Umidi, Oscuri,
Apatisti, Cruscanti[8]; e il collegio degli Arcadi popolò de' suoi
pecorili ogni cantone della bella Penisola, ma nè avidità di stipendio,
nè romorio di ciancie avvicendate, nè nienti rappresentati in volumi,
fecero mai la gloria di una nazione. E se pochi sovrastano immensi
nella solitudine di quattro secoli, venerate la fiamma del Genio
Italiano, che rompe caldissima traverso le guerre intestine dei mal
divisi talenti, e le lunghe vendette della fortuna. Ma rammentate
ancora come quei Grandi, perchè non vollero acquietarsi alla inerzia, o
sentire tepidamente, assaggiassero la povertà, la calunnia, il pugnale;
ed ogni secolo può vantare una vittima illustre data al deserto, o al
patibolo.
Forse non è anche suonata l'ora da sollevare il velo, che la paura e
l'ignoranza hanno tramato sulle molte cause, onde fu morto lo slancio
della Italiana Letteratura; nè io ho spalle da tanta fatica. Pure alla
nuova impresa non mancheranno, confido, uomini liberali, che dell'acume
si valgano a scernere il bianco dal nero, e le Grazie chiamino a
compagne del viaggio, perchè tratto tratto s'infiori l'aridità del
cammino. Ma se dei tanti guai dovessi pur uno additarne, ultimo
fra questi non conti l'Italia la Critica. È scienza, che ritornata
legittima merita lode, e non biasimo; ma, come venne esercitata finora,
fece danno più che non credi. E fu manto, che coperse la vanità di
mille e mille nati al silenzio, e mai non ebbe consistenza di proprii
elementi; stette dietro all'opera, e appartenne alla mente come al
fuoco la cenere.
Arroganza ebbe sfrenata; e le sue spine crebbero sotto l'orma del
Grande dovunque ei la mosse, senza avvertire, che le arti vanno in
progresso, o in decadenza, per gli alterni destini, e per l'atto di
chi le esercita, non già per chi ne discorre. Chi è potente sol di
discorso sta a vedere, e gran che se gli riesce appieno osservare il
moto dall'alto in basso, o viceversa, dello spirito umano; – ma l'atto
è creatore di quel moto. Il Grande è sostanza libera, e trasvola per
mondi invisibili; – il mortale ordinario legato alla sua poca terra
non può gridargli in coscienza: – tieni a manca, o a dritta, – perchè
la vista ha così corta, che i tetti le fanno inciampo. E allorchè
il Grande evoca dall'anima profonda la maraviglia del suo concetto,
e quella sorge immagine dei cieli, se un'ombra leggiera in qualche
punto l'offusca, tu, o critico, non gridare malignando allo scandalo.
– La malignità è missione disonesta, ed inutile, perchè in essa
ognuno può levarsi a maestro; – guardatevi il cuore, e poi dite se
non è vero. – Non gridare allo scandalo, e gemi, se hai tanta virtù,
sull'indole umana; pensa, che il Genio del male ha posto un tributo
su quanti si alzano alla vita; pensa, che il grande è franco in gran
parte di quel debito, e tu per pagarlo forse non basti tutto. – I
dottori millantano, ma non sanno rivelare il segreto della potenza,
perchè l'arcana Natura non decretò positive e comuni le arti sublimi
del pensiere, ma le volle a quando a quando rappresentate nell'ente
singolare. L'interesse è il primo impulso delle nostre umanità; – se
i dottori sapessero il segreto della potenza, mettendosi in petto la
lena che lor manca, farebbero forti primamente sè stessi. Per altro non
si convinceranno giammai, e va bene, chè se gittassero la presunzione
rimarrebbero nudi, e la verecondia per loro è veste così leggiera, che
patirebbero freddo. Quindi in ogni via dell'intelletto si è levato
un sussurro d'anime sottomesse, giurando avere in mano i materiali
da fabbricar l'uomo grande. I materiali son battezzati col nome di
regole, e queste desunte da opere pertinenti a società sfumata nel
nulla per dar luogo a nuove famiglie, a nuove tendenze di passioni.
Una forza consumatrice ha disperso tutto da quel catechismo, tranne i
forami del tarlo; ma pei dottori è tal merce, che senz'essa andrebber
falliti. Le lanterne spente non fanno lume: – eppure uomini parlanti,
cui dicesi fatta la parte della ragione, pretendono all'incontro. Le
lanterne spente non fanno lume, e a dirlo oggi fa poco frutto, perchè
noi non sappiamo scorgere il vero che nel passato; ma quando nuovi
pregiudizi sottentreranno ai presenti, e apparirà snudato l'errore
vecchio, Dio ci salvi dalle risa del mondo d'allora. I dottori non
hanno avvertito, come la società ad ogni nuovo moto che faccia, trovi
provvedimenti contemporanei, nè possa ricorrere ai secoli morti,
tanto più che sovente il Diritto d'un tempo fa il Torto d'un altro. La
società si muove per Natura, perchè nulla ha effetto contro Natura;
e quando questa consente a mutare di aspetto, ministra i mezzi alla
esistenza delle nuove forme. I dottori non hanno avvertito, che la
mente concepisce in ragione soltanto delle proprie forze; però le
regole tolte dall'opera altrui.....[9] è una emanazione purissima
dell'anima, e un'anima non ha veramente legame coll'altra, pel
magisterio inesplicabile onde ogni mortale è stampato da un'indole
separata. Quindi si cercano indarno gli elementi della grandezza al
di fuori del Grande; dipendono da lui come il frutto dalla pianta.
Il Genio è un pensiere celeste, dotato di quell'immenso vigore, che
basta a creare sè stesso. L'imitazione fa degli armenti, e non dei
Grandi; la libertà è anima sola ed eterna dell'intelletto. La Ragione
ha battuto sovente all'uscio delle officine rettoriche per venire agli
accordi, tanto che scemassero le ostilità contro lo spirito umano; ma
i retori non apersero mai; quindi in ogni età quel sussurro di anime
sottomesse errando d'intorno alle calcagna dell'uomo grande ha gridato:
– o uomo, posa le gambe, e va sulle nostre; – e perchè l'uomo per un
certo suo natural dispetto, e a motivo delle distanze, non ascoltava
il comando, per lui non v'ebbe più sollevazione. I pedanti mormorando
il sospetto nelle camere del potente, e scorrendo i trivi e le piazze,
bandivano addosso al Grande la croce. Amaro fu il calice, che gli
offersero a bere, e la plebe umana, che dipende dalle spinte, persuasa
dallo schiamazzo versò la sua parte di fiele in quel calice. Forse la
moltitudine, tenendosi al naturale nell'estimare le cose, piegherebbe
meno dei critici a sinistra; ma da che i giustizieri delle Lettere si
fabbricarono la scanna delle sentenze, le turbe, fatalmente inchine
a pigrizia di servitù, rinnegarono l'intelletto in mano ai dottori,
e non giudicano mai secondo l'azione delle proprie facoltà, ma non
danno parere di sorta, o si governano colla fama. E la fama anch'ella
è matta, o savia, secondo da cui prende le mosse, e a prima giunta
spesso s'imparenta agli affetti, e vagheggia la Fortuna, nè così per
tempo si accorda colla Giustizia, la quale è conseguenza delle misure,
od opera tarda degli anni. – La spanna del pedante non comprende
che il pedante: – nè aspiri più alto; – il massimo non entra nel
minimo. L'Alighieri, Michelangiolo, Galileo, sono espressioni vicine
dell'infinito: i pedanti narrino il come, il giorno e l'anno, in che
vennero a casa loro questi immensi a prendere in prestito quel non so
che d'incomprensibile, onde tanto si fecer divisi da noi, che parsi non
sarebbero umani, se la morte non gli avesse ricongiunti alla polvere
originale. Il pedante è cocciuto, e non cede; ma chi ha la coscienza
di un bel talento, e può di speranze e di fatti consolare una patria,
invochi alle imprese una patria, e l'anima sua, nè guardi altro segno;
e se la guerra degli uomini gli tira a terra il pensiere, ricordi
qual pro facesse a Torquato Tasso la varia servitù. Al servaggio delle
poetiche spettano i luoghi meno eletti del suo poema, alla gramatica
spetta una parte della pazzia, che, ultima di tante sciagure, afflisse
quell'illustre infelice.
Il modo letterario, che in tutto si confaccia agli esposti princìpi
di libertà intellettuale, è il Romanticismo. Nol distinguiamo di
tal nome per fine di setta, ma per significare una idea. L'arte
romantica è il moto espresso dello spirito umano, e simile all'aquila
dell'antica onnipotenza romana tiene il sublime dei cieli, e si
alimenta dell'Infinito. È l'arte, che ti conduce innamorato del Vero
a considerare gli effetti della Natura, e presentarli secondo le
impressioni che soffersero le interne potenze, e nella guisa che più
ti riesce propizia; è l'arte, che via via scuopre la sembianza più
vitale della Bellezza. Eterno è il raggio della Bellezza, ma ogni
secolo passando lo veste di un colore novello, e il savio l'adora
sotto la forma in che splende. La bella scuola visse agl'Italiani nel
sacro poema di Dante, nel canto sentimentale del Petrarca. Come dissi
poc'anzi, le Lettere nel settecento erano di tanto sfinite, che pareva
inevitabile il niente. Al caso piacque il risorgimento; e il Parini
ridonò casta e gentil favella alle Muse, e Vittorio Alfieri ululava
nel letargo dei dormienti la parola della vita, e il Foscolo accolse
quella parola nel grembo dell'amore, e l'educò a magnanimo intento. E
una schiera eletta d'ingegni intemerati tenne dietro alle grandi orme.
E si vendicò dall'oltraggio, e dalla trascuranza dei corrotti, il pegno
più sublime che abbiamo di patria Letteratura, la Divina Commedia. In
essa trovarono consiglio e mezzo a purificare l'idioma, necessità di
un popolo, che muova a riprendere fisonomia propria e distinta. Oggi la
Divina Commedia è a noi tutti il palladio dei sensi generosi; è un eco
al grido profondamente commosso nella impazienza delle nostre passioni.
Corre un detto maligno, annunziando, che le cose andranno a finire col
precipizio. I buoni attestano di no. Ma sia come vuolsi, da che l'uomo,
o quanto viene dall'uomo, si leva per cadere. Aggiungeremo soltanto,
che le ruine della grandezza son grandi, e i monumenti di una forza
passata parlano eternità.