Quei pochi eletti cui venne in sorte l'agilità del pensiere, concitati

vivamente dal desiderio della scienza, investigarono sempre le occulte

ragioni delle cose, ma non ebbero tutti il medesimo intendimento.

– Alcuni più benigni, considerando funesto il dono della sapienza,

dove non cospirasse al bene dei loro fratelli, palesavano quella

parte del vero, che poteva renderli felici o meno sfortunati; e a

quella parte, cui disvelata seguitava il gemito, e l'aridezza dello

sgomento, surrogavano invece il conforto delle illusioni necessarie a

mantenere una vita, che altrimenti non avremmo ragione di reggere. –

Altri più severi, collo sguardo acuto dell'anima penetrando l'ombra

dei secoli, videro e dimostrarono le razze umane peregrinare la

terra gravi d'ignoranze, di sventure, e di colpe. E forse dissero

bene: ma qual frutto ne colsero? – La scienza del dolore non aveva

mestieri d'insegnamento, perchè nacque congiunta al cuore dell'uomo;

le ignoranze, le sventure, e le colpe, stettero immobili, perchè

sono elementi indivisibili della nostra umanità, e tutto il frutto

si strinse alla compiacenza d'aver profferito poche massime amare

di sconforto durissimo, che fecero piangere, e maledire. Ma se non

merita grazie quel fiero spirito, che scende nei segreti del cuore e

gli scompiglia, e gode delle ruine, crederanno di leggieri gli animi

temperati a bei sensi, che molti bramino la nostra specie digradata più

che i suoi fati non chiedono, nè altri le dieno potenza se non di far

gregge, e di pascere, e le gridino incessanti il silenzio delle poche

generose passioni, che uniche fanno corruscare quella sacra scintilla

usa talvolta a scaldare la creta dell'uomo? Veramente l'uomo lasciato

all'inerzia mostra profondo il segno d'una schiatta caduta e annodata

alla polvere; ma se, per impulso proprio o d'altrui, muove l'interno

pensiere e lo spande su l'universo, e, percosso da quello spettacolo

immensamente vario e perenne, lo accende, e lo fa corrispondere, per

quanto è dato, alle immagini quasi infinite, allora l'uomo disciogliesi

in parte dalla terra, e risguarda i cieli, e vive in essi col desiderio

dell'esule. – Ma per coloro, che la nostra bassezza vorrebbero curvare

fin dove non piegasi, la fiamma non arde, la grandezza non ha spazio,

e dappertutto veggono angustie, perchè altra dote non hanno che di

affetti mediocri, nei quali alberga per anima la ruggine dell'invidia.

– E perchè l'umiltà degli affetti mediocri non osa prorompere nella

sua nudezza, velano gelosi le strettezze del cuore, e della mente, e

danno al velo il nome della prudenza, – cara e santa virtù, allorchè

corregge, ma non ferma l'impeto delle passioni magnanime, – non già

quando ella consiste solo in andare adagio, e concentrandosi in un

senso di paura, e d'interesse, ti si lega alla vita, nè va più oltre. E

perchè i prudenti per amor proprio aborrono da ogni guisa di cimento,

hanno alzato un tribunale donde predicano il dispregio dei tempi che

sono, e dispensano moto e norma ai bisogni delle passioni vivissime

presenti, attingendo moto e norma dal deserto degli anni che sparvero,

senza avvertire che l'uomo è pur sempre unico figlio dei suoi tempi,

e nel vano del passato non si perdono età distinte solamente dalla

durata, ma tutte portano impressa l'orma di novelle virtù, e di novelli

delitti, – e le prime, e i secondi, non meno del Sole, hanno fin qui

misurato l'estensione del tempo umano. E perchè i prudenti hanno scorto

che nell'anima nostra ferve continua una inquietudine, e vi sta come la

principale espressione della vita, per quietarla ci vanno rammentando

le glorie antiche, così dicendo ai nipoti che si contentino di vivere

oscuri, perchè gli avi vissero illustri. – Bella è la gloria degli avi,

e soave di conforto e di onore a cui le risponda cogli atti, ma non è

retaggio, e sta nei secoli monumento solitario, che rappresenta eterna

la vece del mortale che l'ha creata. Ma quanto costoro danneggino

la sacra impresa di migliorare la specie, i discreti sel veggano,

considerando gli uomini disposti naturalmente a giacersi, e a maledire

sovente la mano che tenta di sollevarli, – se narrano il vero, che

Socrate conseguisse il rimerito della cicuta, perchè osava trasfondere

nei suoi concittadini la bellezza e l'amore della virtù, – e

l'ardimento di Bacone, che imponeva la vita al pensiere per tanto corso

di tempo assopito, fosse dai suoi contemporanei scambiato colla pazzia.

E quei divini morivano senza una parola di rampogna consolandosi delle

glorie future, perchè l'alto spirito, sorpassando il volo del tempo,

fa sorgersi innanzi le generazioni increate. Ma in ogni petto non

muovesi un cuore più che mortale per operare il bene senza riguardo

di premio presente, fidandosi alla giustizia dell'avvenire. Quanti

Italiani, sfiduciati dal sofisma degl'invidiosi, e dalla timidezza

propria agli animi nostri, se manchi a suscitarli generosa una voce,

percorrono l'esistenza chiusi nell'abbandono della viltà, persuasi che

il nostro terreno sia rimasto sfruttato dal lungo numero delle anime

grandi, e dalle sventure? Ma il lungo numero delle anime grandi ha da

reputarsi piuttosto singolare felicità di cielo, che giusta ragione

perchè debbano a un tratto cessare. L'argomento in qualche maniera

terrebbe, laddove fosse proposito sempre delle medesime teste. Ma

questo non consentì la Natura, che alternò con mirabile armonia la vita

e la morte nelle sue creazioni, e in forza di questa vicenda stabilì

la infinita varietà delle forme, la eternità delle sostanze, nè mostra

di volere per lunghezza di tempo invecchiare, o per l'atto incessante

del produrre esaurirsi, a meno che prima non si annientino le leggi

per le quali ella è costante: e gli umani, soggetti allo stesso

governo, via via cadono e sorgono in modo, che ad ogni breve misura

di anni potresti dire che il mondo del pensiere rinasce vigoroso,

e lieto dell'ardimento che infonde la giovinezza. Chi non sente che

gl'Italiani non hanno peranche placata l'ira della Fortuna, quantunque

le abbiano offerto in sacrificio secoli consumati nel pianto? Ma sapete

voi, se a portare l'ale dell'ingegno valgano più le triste o le liete

venture? I tempi tramandano infelici le memorie del Grande costretto

a combattere l'odio, che vive immortale tra due nature contrarie; e

se questa ineguaglianza generatrice di tanta discordia sia giustizia,

o viceversa, non è l'ora da poterlo vedere: ma quando anche il Grande

ebbe pace con gli uomini, la guerra gli venne dal sentimento d'una

misteriosa afflizione, che gli gemeva eterna nel cuore. Dante cantava

la novella poesia negli affanni dell'esilio, Ossian nell'amarezza

della caduta potenza, il Byron nell'arcano d'una mestizia onde furon

sempre velati i suoi giorni mortali. – Poichè la mente creatrice del

bello e dell'immenso va sciolta di vincoli, la plebe umana non giunse

a scoprire giammai la segreta potenza che animava alla vita quei

canti, e li vide lontani come il raggio del Sole; ma come il raggio

del Sole illumina e scalda le creazioni sottoposte, così que' canti,

derivati dalle più ascose viscere del dolore, spirano all'anima un

suono d'affetti onnipotenti, e tutta l'anima risponde a quel suono,

mercè di colui che formando la nostra natura chiamò l'infortunio

a costituirne la massima parte, e mandò la felicità così di rado e

veloce a trasvolare la terra, che appena è concesso di vederne il

baleno. Ma la sventura mantiene irritando l'ingegno, e i concetti

dell'uomo sgorgano originali e profondi di altissimi sensi, perchè da

lei muove una forza, che lo stringe a vivere nel suo pensiere, mentre

dubitano molti che quel modo di esistere da noi chiamato felice non sia

piuttosto conseguenza delle nostre facoltà intorpidite, nè più atte a

ricevere in piena luce, ma per barlume, le sensazioni; e l'hanno veduto

grave di fastidiose passioni, e sovente affratellato coll'ignoranza,

e dicono che spunti l'acume del desiderio; e mancanza di desiderio

accenna anima prostrata, e di volgo. – Oh perchè non ho io un altro

mondo da conquistare! – sospirava Alessandro. E dove si ponga mente ai

conforti di coloro che bramano la nostra bassezza, quanta differenza

trovate voi tra gli uomini e i bruti. – Appena la nuda favella: e niuno

consente che articolare soltanto la parola sia valevole differenza, se

i concetti significati coll'opere non provino l'esistenza dell'interno

pensiere. Nè la facoltà del pensiere ci fu data per nulla. – Se l'uomo

fosse destinato solamente a nascere, cibarsi e morire, la Natura

non ci avrebbe fatto quel dono, tristo o buono che sia, perchè hanno

sperimentato la Natura non averci mai conceduto potenza, senza farci

sentire la necessità dell'ufficio cui la destinava. E potremmo noi

vegetare in quello stagno di vita, noi, cui non si offre immagine di

quiete meno la morte? Potremmo noi distruggere l'atto di quelle poche

anime immense, che afferrando il secolo in che son nate gli aggiungono

il proprio moto, e il secolo concitato si affretta precipitando al

suo fine? Rinnegheremo noi le passioni, che pur sempre ci agitano

irrequiete al bene ed al male? Dove è la forza che valga a tanto? In

Dio solo, perchè sono opera sua, e le ha poste nel cuore dell'uomo, cui

vivono eterne, indivisibili, compagne della vita, e muoiono con esso. –

Poichè le passioni si spengono nell'ultimo sospiro, e queste, pur

sempre agitandoci, al bene e al male ci spingono, ufficio degno d'un

pensiere divino è quello di frenarle, e di escludere, per quanto è

dato, la vicenda del male. L'argomento della ragione, e l'esperienza

del passato, dimostrano unico mezzo a tanto conseguimento l'educazione;

la quale, facendo conto delle passioni come della parte più viva

dell'uomo, e capace di qualunque impressione, ne trarrà l'effetto

migliore, o il men tristo, col dirizzarle, per quanto è possibile, a

segno lodevole. E se molta parte di amore alla patria è dire il vero

quando le giova, (e a dirlo ci vuole più grande animo che a sentirlo,)

così chiunque abbia fiato di senno e di pudore confesserà primo bisogno

dell'Italia nostra l'educazione, e vergognerà palpare l'ignoranza

dei suoi, lo sconforto degl'invidiosi, e farà voti, e darà opera,

perchè al male venga posto efficace e pronto il rimedio. – A questo

fine verranno, laddove cospirino santità d'intenzione, e vicendevole

aiuto di liberali ingegni, e sarà bella di bellezza italiana l'impresa

di riedificare la mente colle ingenue dottrine della sapienza. – E

perchè manifesto indizio di amore alla patria è il non disperare di

lei nell'ora che gli avversi eventi la premono, così negli animi

intemerati e gentili vive una forza che gli conduce a sperare. –

Certamente gemono delle sue poco liete vicende, chè andrebbero beati

a vederla fiorente per belle discipline, e ornata di cortese costume,

e gloriosa; ma nel gemito vive una forza che li conduce a sperare.

Indarno si affannano i prudenti a gridarci che la speranza schiviamo,

essendo tale un inganno che accompagna l'uomo da mattina a sera; a noi

ricorre eterno il bisogno di quell'affezione, onde si allegrino almeno

d'un fiore le spine della vita, e il pensiere dell'illuso mortale

ponga un sorriso ov'è pianto perpetuo. Ben è vero che ne' pochi giorni

del nostro pellegrinaggio, aspirando noi nel fuoco del desiderio a

uno stato felice, ci balenano all'anima mille illusioni di aspetto

vaghissime, ma fugaci come il momento che le ha create; tuttavia

nel cammino della vita stanno alcune speranze, che non sono al tutto

illusioni, e rispondono al cuore, e alla mente, e lasciano in ambedue

la traccia di un conforto che dura, e, dove le governi la sapienza, si

convertono spesso in certezza. E porge speranza di sì fatta natura il

giovanetto crescente negli anni. A questo bel fiore il cielo arride

benigno, e lo chiama alla vita; se non che sventuratamente un verme

lo rode, onde egli appassisce e muore sul cominciare del brevissimo

giorno, che i fati gli concessero. Da cui muove la colpa, che la

pianta non germogli e non cresca felice? La colpa è del nostro volere,

perchè nell'educarla ci siamo sviati da quella traccia costante, che

i fatti segnarono nelle vie del tempo. Leggete i documenti del tempo:

chiudono una sapienza quasi infallibile, e a cui ben guarda il passato

ministra le misure del presente. Le storie che raccontano la vita

dei popoli non dimostrano fondamento di ogni bene ordinata società la

pubblica e liberale educazione delle tenere menti? E narrano, che il

giovane sorgesse prode nelle battaglie, savio nel consiglio, e onesto

nella vita civile, e consolasse di onore e di gaudio l'ultima età dei

padri cadenti. Ma le storie descrivendo le forme degl'istituti, pe'

quali un popolo saliva in potenza, e in perfezione di civiltà, tra

queste non annoverano mai – nè gramatiche, che consumano gli anni e

i volumi a farti povero del primitivo ingegno, e cattabrighe, e per

un fuscello d'alfabeto bestemmiatore della grandezza del Genio; –

nè rettoriche, che gl'indefiniti movimenti dell'anima confinano in

certe regole, le quali ti prescrivono di lavorare gli affetti come

un fuoco d'artifizio, e soffocano in te quell'intimo senso di natura,

che ritrae le immagini vergini e schiette come le cose, onde più non

ti splende il vero, e il sentimento e l'intelletto pervertito piegano

dinnanzi al simulacro di vane e codarde passioni; – nè mitologie,

che una volta vissero colle nazioni; poi con esse giacquero spente

e oggimai, coperte dalle tenebre di un tempo troppo lontano dalla

memoria, affaticano senza frutto la mente, o non le presentano,

che nudi fantasmi degli umani vaneggiamenti; – nè filosofie, che si

smarriscono per entro ad infinite ricerche, e di rado trovano il vero,

e più di sovente un nuovo lato dell'incertezza, per lo che fanno temere

che alla mente non sia concesso nemmeno il riposo d'un delirio solo,

ma che un destino la danni ad avvolgersi del continuo per l'errore, o

a cedere alle larve del dubbio, che di tutti i dolori è il soverchio,

perchè, avendo varietà di moti e di forme infinita, non subisce le

leggi dell'abitudine, e dura perenne; – nè gente che fa professione di

spegnere quel raggio d'intelligenza, che tutti più o meno dalla Natura

sortimmo, e cava il fumo dalla luce, come disse argutamente un antico,

e si arroga un nome venerato, e lo porta in pace. Chi ha tracciato

l'orme della caduta di un popolo ha veduto la corruttela dei costumi,

e l'annientarsi della potenza, andar di pari colle scuole dei retori

e dei sofisti; chi ne ha seguito il volo nella grandezza ha veduto da

più alte sorgenti derivarsi il pubblico bene, poichè in quella rara

felicità di tempi le cattedre e le accademie non dettavano servitù

di sistemi, imponendo allo spirito umano di vestire una forma sola e

costretta, nè più muovere un passo; ma il savio, studiando i bisogni

e l'indole del proprio secolo, a quelle norme conformava le patrie

istituzioni. E l'Amore e la Sapienza guidavano la mente giovanile su

l'universo, e quella ne ritornava assuefatta a vedere le cose di per sè

stessa, e come sono, già come vogliono i libri, o i parziali interessi

di chi ti ammaestra, e secondo la varietà delle tempre avvenire, che

variamente giovassero allo stato sociale, perchè ognuno interrogando il

suo genio a quello sacrificava. E l'Amore e la Sapienza, dandosi mano

scambievole, imprimevano nei giovanetti l'esempio degli aurei costumi,

e il moto delle larghe passioni, tra le quali sorvolava l'affezione

del luogo, ove apersero gli occhi alla vita. Quindi vedevansi miracoli

non d'individui, ma di nazioni intere, e i Romani educati nella spada

e nell'amore della patria vincevano il mondo. –

Il sacro ufficio di separare il pensiere dalla polvere spetta a poche

anime elette, incontaminate, che lo spirito di Dio volle suscitare

per ammenda all'umana creazione. E le poche anime elette parlino ai

giovani, e facciano loro sentire la virtù come bellezza e necessità

dell'anima nostra, e gli spingano al desiderio di vivere oltre la

morte; parlino ai giovani, ed essi risponderanno co' palpiti di un

cuore caldissimo di vita e d'inquiete passioni, germi di gloria,

o d'infamia, secondo il segno a che miri; e dieno meta lodevole

all'inquiete passioni, concitando il fremito delle antiche memorie,

non perchè dormano sulle lusinghe dell'ozio e dell'inganno, ma perchè

ne traggano affetto d'onore, incitamento alle opere magnanime, e gara

di vincere il grido dei tempi trascorsi. E noi liberali esercitando

la mente, più non sarà che lo straniero peregrinando le belle contrade

prorompa all'oltraggio, vedendo il pensiere indipendente da qualunque

vicenda, e a buon diritto, chè forza alcuna nol può sottomettere,

meno la nequizia del proprio volere. E noi liberali esercitando la

mente, adonterà lo straniero di ridere su le miserie dei prostrati che

gemono: poichè se l'un popolo sale, e l'altro discende, non sappiamo

noi se debbasi riputare in tutto opera umana, o legge che si diparte

dall'ordine di questo universo, o cieco moto di Fortuna; e, posto

ancora che l'uomo sia nato alla guerra e alla morte dell'uomo, cessi

l'insulto, e pianga invece questa necessità di guerra fraterna, da

che alle immense sciagure non possiamo dare che il pianto; e tremando

aspetti lo alternare delle sorti, da che non è stata nazione, per

quanto si voglia potente, che nella sua giornata di secoli non abbia

segnato l'occaso. E lo straniero peregrinando le belle contrade levi

la fronte, e ammiri splendido pur sempre di bellezza immortale questo

cielo italiano, dove un giorno nell'infanzia delle moderne società

spuntava il Sole della scienza a salutare del suo raggio l'Europa;

levi il pensiere, e ammiri come gli abitatori della bella Penisola

tra le ruine del tempo e degli uomini si resero degni pur sempre cogli

atti dell'aere felice che spirano. – Niuno pronunzia il nome d'Italia,

senza che non gli sorga dinnanzi l'immagine d'innumerevoli glorie, e

la rimembranza che in lei non è spanna di terra dove non abbia calcato

l'orma un eterno: ma noi finora non fummo Italiani che per legge di

suolo; in questo suolo molte generazioni sorsero, stettero, e caddero,

ma silenziose, perchè nude di liberali istituti non lasciavansi dietro

grido di fama, o durata di monumento che le attestasse ai futuri. La

terra sola, poichè serba le ossa dei trapassati, potrebbe dirci come

qui sieno vissuti degli uomini.

O nostri concittadini, sosterrete voi dunque, che dispersa erri la

parola di pochi animosi, senza che neppur le risponda la voce d'un eco?

Forse la solitudine dell'anima è muta eternamente, come quella della

morte? Imprendete a rigenerarvi; e state forti al sublime proposito,

nè vi smuova l'invidia, o l'ambage della falsa ragione: – a voi basta

il volere, e il volere è massimo elemento della potenza; – innalzate

gli spiriti a più splendidi obbietti; – accogliete e nudrite nell'anima

generose illusioni, – nè cercate spregiarle, estimando per questo di

tenervi alla parte del vero: – forse tutta la vita non s'intesse che di

codarde e di generose illusioni!

CENNO SULLA LETTERATURA

― 1829[7] ―

Dant animum ad loquendum libere ultimæ miseriæ.

LIVIUS.

Quando l'inevitabile avvicendarsi dei casi assegnò nei secoli uno

spazio al delirio della potenza abusata, la notte giacque lunghissima

sul genere umano, velando il sereno di quanta luce accolse la mente

degli anni antichi. E allora la terra non sopportò, che l'insolenza

del forte, e la viltà dei caduti; e le turbe abbandonate alla rabbia

dei supremi bisogni, al gemito delle arcane paure, altro non seppero,

che d'esser venute a soffrire, e morire. E allora, fugate le illusioni,

la vita rimase senza perchè, e l'arido pensiere sarebbe corso al suo

primo niente, se Dio nol frenava colla pazienza. Le passioni del forte

si chiusero nel disprezzo, quelle del fiacco nell'odio; e allora il

ministero dei sensi gentili più non fece tremare la _povera creta_

del celeste suo brivido, e l'amore, ultimo, e quasi ombra, intervenne

agli affetti, e la pietà, dolcissima tra le corde del cuore, tacque

disarmonica. E quei tempi stanno come lacuna dell'intelletto, perchè

l'uomo non visse, ma vegetò materia armonizzata nelle forme, e gran

mercè se per sempre non ammutì nel silenzio delle fiere. Ma l'anima è

così mobile, che i maligni mai non la fermeranno ad un termine, e forza

di creatura non potrà sperderne il soffio, se prima a sè nol ritiri

chi lo diffuse per l'eterno universo. Combattuta e stanca, un tempo

l'anima cade; ma l'ala inquieta del desiderio la rileva, e compensa

in velocità di movimento ciò che per lei stette perduto nella inerzia

passata. L'anima sortì per essenza la necessità del progresso; e la

necessità non ha legge, perchè è la suprema delle leggi; – però quando

il suo cenno percosse i prostrati, e disse loro di sorgere, la gioia

di un bel giorno vestì la faccia al creato, e la freschezza della vita

nuova spirò sul deserto, e ogni atomo della polvere umana si converse

in eroe, e dappertutto invase un impeto di gioventù, un'esistenza di

spirito, un fremito di pensieri nati nell'Infinito.

Ma per risorgere dagli umili eventi, l'anima usò di un mezzo costante,

e fu la sapienza. La mente è molla dell'ordine umano, e dove ella non

sia cresce il pianto dei mortali. Ma perchè la sapienza è _concento

di occulte potenze_, a mostrarsi l'è d'uopo una forma, nè altra

più le conviene, che la bella Letteratura. I professori di scienze

misurate scompagnano dalla sapienza le Lettere, estimandole a guisa

di fronda leggiera, o come vaneggiamento d'infermo. Ma finchè saranno

il linguaggio della bellezza, gli uomini non potranno averle così

di lieve in dispetto. Un altro consiglio, stringendo in alleanza

l'utile e il bello, confuse in una, e fece divine le arti della mente

e del cuore. Sciogli quel vincolo, nè l'una, nè l'altra domeranno

sole l'indole nostra. È verità, che posa in una tradizione coeva

alle famiglie primordiali del mondo, poichè narra, che il savio dei

tempi lontani, prendendo a condurre i suoi fratelli di carne dalla

feroce esistenza animale a vita men disonesta, si accôrse ben tosto

non bastargli all'impresa l'unico risguardo dell'utile; quindi meditò

più profonda idea, e il savio invocò la Bellezza, e la Dea mite alla

preghiera lo sovvenne del suo sorriso, e le razze umane amabilmente

lusingate accolsero meno ritrose il dettame della sapienza. L'uomo

è composto di poca ragione, e di molte passioni: però, se la visione

del senno vuol essere umanamente applicabile, è mestieri che si renda

sensibile coll'ardore degli affetti, e coll'evidenza delle immagini.

Le passioni hanno ribrezzo dell'ignudo sillogismo; questo non fa buono

che alla gente di toga, e forse nè anche a lei, ma non ha coraggio di

dirlo. Le passioni, benchè sovente amare di grave sventura, sono il

bisogno e il desiderio dell'uomo. L'uomo anela furiosamente alla vita;

la vita non si sente, che per passioni, e va calcolata a misura della

loro profondità. Lontana, e quasi spenta ti si affaccia l'esistenza

in quei giorni, che non ti aggira il vortice degl'interni sentimenti.

E allora ti vince lo spregio di te, e de' tuoi simili, e ti coglie

il fastidio del bene e del male, e il pianto e il riso ti eccitano ai

medesimi sensi, nè il pensiere sapendo dove chiuder l'ale, e posarsi,

bestemmiando chiama dai cieli la distruzione. Talchè tu aborri

per istinto il vuoto, e la noia della quiete, come pegno di morte

anticipata, e ti affanni dietro all'alterno travaglio delle affezioni,

e col desio rispondi al cenno di mille fantasmi ridenti, tanto che men

tardi si sfiori la giovanezza dell'anima, e il tempo per meno aspra

via ti conduca alla giornata dell'ultimo dolore. Ma la plebe mortale

ha di per sè stessa perfetto il sentimento della vita descritta? Come

murmure d'abisso nelle viscere umane freme rovente la passione, ma

indistinta e compressa, perchè i più non hanno modo di svolgerla, e

dirizzarla al segno cui tende; e quando prorompe non sa l'uscita, e

si consuma nell'ansia, ma non ha subbietto. Stanno le passioni nel

cuore, come gli elementi nel caos; aspettano la voce di Dio, che

scenda a comporle in armonia d'universo. E scende la voce del Genio,

e le interroga, le solleva, e le guida, e il cuore fruisce la pienezza

della vita esercitata. E mal si trascurano, e sta all'alimento di che

le nutri vederle scintillanti di gloria, o dense d'infamia, far che

una gente benedica, o pianga. Se l'uomo abbia, o no, da lodar nessuno

per questo dono, ci pensi chi vuol saperlo; intanto sono inevitabili;

e tu potresti meglio dividerti da te stesso, che da loro. E quando

l'ipocrisia degli Stoici tentò fermare nell'anima umana la foga di

tanta corrente, la continua oscillazione della gioia e del dolore,

le ricette non valsero, e quella impostura era troppo inumana, perchè

trovasse terreno dove allignare. L'anima consiste sol nei suoi moti; la

mente li può governare; e la buona Letteratura porge alla mente i mezzi

di venire al suo fine.

― O Lettore, perchè io non amo gli scrupoli, odi la mia confessione.

Quanto ho già scritto, e quanto sta per venire, se il lavoro non mi

si muta fra mano, vorrei, che avesse cera di discorso. Se bianco o

nero, tel dirà la coscienza: a me non istà bene dirne cosa nè _pro_,

nè _contra_. Pur questo mio discorso, o bianco o nero, o un po' bianco

e un po' nero, in fondo in fondo potrei giurare, che non sarà mio. – E

non è molto, che vennemi voglia di leggere quanti scritti mi capitavano

a mano di Niccolò Ugo Foscolo. E lessi attento secondo la mia capacità,

e vorrei che il profitto corrispondesse al diletto provato leggendo.

E i detti, i pensieri, e le immagini del singolare scrittore, mi

fecero nel cervello stampa siffatta, che mi prese l'ispirazione della

presente diceria; altrimenti non ci avrei pensato dalle mille miglia.

Dunque, se ci trovi un filo di buono, non perder tempo, e dànne merito

a quel Grande; ma se la cicalata merita l'anatema, serbalo intero per

la mia testa, tanto più che essendo leggiera un peso le farà bene.

Vedi, io non voglio ingannarti, e nol potrei volendo, perchè, se la

Natura mi fece corto, potrei fare, e fare, e bene anche aiutarmi con

quella striscia di volpe onde è listato il cuore dell'uomo, ma in somma

rimarrei sempre corto; e gli uomini indipendenti mi scoprirebbero,

e allora avrei per giunta l'impostore. Perchè io poi mi sia indotto

a presentare così rattrappite le maestose figure del Foscolo, la

ragione te la dirò un'altra volta. Anzi, se devo dirla, considerai,

che nessuno fra gl'Italiani diffuse come il Foscolo luce e calore di

sana filosofia sull'indole e sulle vicende delle Lettere nostre. E

stimai, che mal non sarebbe a mettere in vista alla Italia, più che

non sono, i dettati di quel valentuomo. Già delle opere sue non ci è

corpo; ed è per tutti i conti un peccato; e per averne una strappata

è forza fiutare a tutti i quattro venti, e di questo il perchè tel

direi daddovero, se sapessi come trovargli un posto in queste carte;

ma tali perchè son conformati in maniera, che non sanno tener fermo

un momento, e dalle carte spariscono. E credo di più, che, oltre al

disagio di procurarsi le mentovate scritture, fin qui la gente italiana

non ci abbia badato gran fatto, essendo un bel pezzo che la gente

italiana mette ogni suo pensiere nel non pensare a nulla, e questo fa

per amore di chi gliel comanda. Platone e Aristotele si fecero largo

tra di noi, sebbene fuor di stagione, mediante la coda lunghissima dei

commenti. Io commenti non faccio, perchè non ho per anche commesso sì

gravi peccati da scontarli con tal penitenza; ma dire un motto o due

non mi spiace, se non altro per dimostrare, che sono anch'io fra gli

animali parlanti: e che direste, se mediante un mio cenno, o di tal

altro povero diavolo, il caso permettesse che le dottrine del Foscolo

si facessero più popolari? E non ridete, chè in capo all'anno il caso

ha per lo meno sei mesi di governo nella nostra famiglia. Chi pertanto

potesse spiccarsi un istante dal suo interesse, e mandare un riflesso

d'amore alle cose che gli stanno d'intorno, tenga prediletto il

Foscolo. È il primo fra i rarissimi Italiani d'oggi che pensano a modo

loro; ed ebbe spirito sottile d'indagine, e fiorente immaginazione, e

concetto e stile originale, e gittò in Italia i primi semi della prosa

poetica, e fu tanto amico a ciò che aveva sembianza di verità, che

per farne professione più aperta abbandonò la terra materna, e lasciò

l'ossa nel sepolcro degli stranieri; e se l'atto vaglia, o non vaglia,

il dicano coloro, che seppero a prova di quanto affanno sia grave il

sospiro lontano dell'esule. E chi vede un barlume del futuro, dica

quando potremo riscattare quell'ossa, e far loro le feste funerali. ―

Scritti editi e postumi · 第 7 / 23 段