morto, chi l'avrebbe potuto sapere finora? Presso a poco è trascorsa
una giornata, e il soprastante non ha anche aperto quell'uscio. Cosa
importa al soprastante, se il Povero sia morto o vivo, purchè sia in
prigione? Cosa importa al potente, che esista un povero di più o di
meno? Non è egli il padrone del carcere, dell'esilio, e della scure,
l'arbitro della vita e della morte, del Torto e del Diritto? Il potente
di rado è iniziato ai misteri della sciagura; e una volta che sia,
non è più potente; – ma s'ei potesse sapere e sentire quanti dolori
gemono, quante lagrime piangono sotto ai suoi piedi, forse gitterebbe
lo scettro con quel ribrezzo come se avesse tenuto un aspide. Chi mai
l'educa a simpatizzare coi suoi fratelli di carne? Chi gl'insegna,
che il dolore solo è re della terra in eterno, e che la Sorte dona
colla destra, e toglie colla sinistra? Chi gli rammenta l'uguaglianza
solenne, universale, del sepolcro? Chi lo consiglia a compatire le
debolezze, le colpe, e gli affanni d'una schiatta dannata a travolgersi
fra l'ignoranza e il bisogno? Chi gli fa sapere, che l'errore è un
elemento organico dell'umana natura, e che un uomo solo non è mai
infallibile? Chi lo sospinge a chinar verso terra lo scettro a guisa
di leva per suscitare i prostrati, e non a gravarlo come un flagello? –
Invece i suoi cortigiani recidono qualunque legame fra lui e il popolo;
– lo chiudono fuori dell'umanità; – lo chiudono in un palazzo assiepato
di ferri appuntati contro il lamento e la preghiera dell'infelice;
– gli fanno vedere il mondo traverso un prisma colorato d'oro e
di porpora; – gli empiono l'aule di festa, e d'armonia continua; –
gl'intristiscono il cuore con un senso monotono di prosperità ottusa e
solitaria, – talchè se un sospiro per accidente gli ferisce l'orecchio,
dimanda: ― perchè sospira quel miserabile? è egli così fiacco? io non
ho mai sospirato. ― Lo persuadono a riguardare i precetti moderatori
d'una santa filosofia come atti di ribellione; – gli fanno credere
ch'ei sia stato creato a calpestare uno strato di teste umane. – Gli
comprano un poeta, gli comprano uno storico, per adularlo in prosa e in
versi, – nel bene e nel male; – lo posano sopra un'ara; – gli mettono
in mano il fulmine della legge assoluta, e poi l'adorano; – tanto che,
se egli non si vedesse diffuso sul capo il manto infinito dei cieli,
crederebbe d'essere Dio. E quando gli hanno pervertite tutte le facoltà
del cuore e dello spirito, gl'insegnano a giuocare indifferentemente
colla vita dei popoli come fa il matematico sulla sua lavagna, che
trasporta a suo talento i numeri da un'estremità all'altra, e per uno
sbaglio o per bizza cancella talvolta la cifra d'un milione. Oh! la
potenza senza freno d'umane simpatie è un dono funesto! Trista è la
potenza che può emulare Dio nel distruggere, e non nel creare; che può
annientare una generazione, e non può risuscitare un verme quando l'ha
spento!
CAPITOLO XV.
― Devo dirla come la penso? – Per un tratto del vostro discorso mi
avete fatto una paura diabolica; – io credeva, che voi voleste volare;
– io tremava per voi, ma poi mi sono rassicurato; – vi ho guardato
i piedi, e li ho veduti immobili, e fissi come chiodi. – Per altro
avete fatto un gran fare; – sbracciavate, – sbuffavate, – gli occhi
fuori dell'orbita, – il volto infiammato, – le vene della fronte
rigonfie; – vi pare a voi? – è la maniera di farsi venir male. E che
paroloni! _sesquipedalia verba:_ – e che voce avete fatto! ne ho sempre
rintronate le orecchie! voi eravate in un accesso! mi avete fatto
paura! io già pensava a una cavata di sangue.
Volete un consiglio da amico? Smettete cotesto stile, – non è per voi,
– non ci guadagnerete, che l'asma. Voi non siete un uomo esaltato,
– non potete esserlo, – avete troppo _umore_. Io lo so; – vorreste
esser poeta; – ognuno ambisce di essere quel che non può. Invece di
un buon cappello di feltro vorreste una bella ghirlanda d'alloro,
– per mille ragioni, e, non fosse altro, per campar la testa dalle
saette. Ma datevi pace, l'alloro non è per voi; – e ve ne regalassero
anche un albero, non sapreste mai trarne una corona di poeta; – gran
mercè, se voi ne cavaste una frasca da osterie. – Io lo so; – vorreste
esser poeta, e vorrei essere anch'io; – ma come fareste quando il
filo non arriva? – Vi compatisco; – avete letto Dante, l'Ariosto,
Byron, Schiller, Goethe; – li avete gustati, – li avete sentiti; – vi
compatisco; vorreste anche voi avere un'anima temprata come l'arpa
eolia, che ad ogni minimo fiato rendesse armonia; vorreste avere
un'anima limpida, trasparente, in cui l'universo si riflettesse come
in uno specchio. – Ma è tutt'una, – non siete nato, – i poeti nascono
belli e fatti: _Vates nascuntur._ Ditemi voi, – dove andarono a scuola
Omero, Ossian, Burns? – E poi sentite questi due versi, che paiono
fatti a posta per voi:
_E cui Natura non lo volle dire_
_Nol dirian mille Rome, e mille Ateni._
Avete capito? e badate, son versi di un classicista, che credeva
nell'Arte forse più del dovere. – Smettete, – vi ripeto – sarà meglio
per voi. Consultate bene l'indole vostra, e quella seguite; non farete
mai male. Perchè, se avete corta la vista, volete farmi l'astronomo?
Fate il sartore piuttosto, che cucirete a punti piccoli e bene uniti,
e così vi acquisterete una lode moderata, è vero, ma pure una certa
lode. – Non fate l'astronomo; – potreste scambiare un fanale col
mondo di Saturno, e allora – _risum teneatis, amici?_ – Smettete
lo stile eroico, – non è per voi; invece di fare della poesia, fate
della rettorica, – cosa veramente insoffribile in un secolo come il
nostro. Non ve l'ho detto io sempre? Il cavalcare non è per voi; –
crederete di fare la figura di un S. Giorgio, e invece siete una balla
a cavallo. Non ve ne abbiate per male, – andate a piedi, – è la vostra
condanna. Cosa ci volete fare? Tanto, poeta non sarete mai; vi manca
l'ispirazione. Se l'esser poeta consistesse nel tornir bene un verso,
come usava nel cinquecento e nel settecento, – vada; avete l'orecchio
abbastanza armonico, e, quando vi piace, sapete scegliere una frase
elegante. Ma tutto questo non è poesia, – è un lavoro da monache.
Avete bensì l'anima spruzzata di poesia, – ma quella vena larga,
inesausta, – che costituiva Dante e compagni, – voi non l'avete. – Non
bisogna pretendere di far tutto, – anche il genio ha i suoi limiti. –
Newton, che poteva leggere a suo beneplacito la facciata immensa del
firmamento, si smarrì nei pochi fogli dell'Apocalisse, e riuscì un
infelice teologo. – Chi nasce artefice per tessere un drappo prezioso,
– chi nasce tignuola per guastarlo. E la tignuola, – è inutile, –
non sa che rodere. Ve lo dica un Professor dal fiocco rosso, quando
si propose anch'egli di fare una stoffa! – Fece una tal cosa, che
anch'egli ne avrebbe riso, se non fosse stato giudice e parte. Ma
non fu così quando si trattò di rodere; – vero è bensì, che in ultimo
torse la bocca, perchè le tinte delle vesti corrose contenevano troppo
d'acido. – Smettete, – non cesserò mai di ripetervelo, – lo stile
poetico; – credete di suonare la tromba epica, e invece non fate che
gonfiar le guancie. Voi non siete veramente nè poeta, nè oratore, nè
storico, nè filosofo, nè tignuola; – siete un non so che, che non lo
sappiamo nè io nè voi. – Quando la Natura vi architettava, invece di
farvi la testa, sopra pensiere fece una gabbia da grilli; – poi si
accôrse del fallo, ma non volle tornare indietro, e lasciò il lavoro
come stava; – pure perchè la gabbia avesse uno scopo, una conveniente
destinazione, la riempì liberalmente di grilli, e così voi siete
riuscito quel che siete. Dovete convenirne per maledetta forza, –
l'enfasi, il far di Pindaro, a voi non si addice; – voi non potete
aspirare, che a una certa ironia, a una certa malizia, talvolta a
un poco di grazia, a uno stile negligente giusto appunto come siete
voi. Datemi ascolto: scrivete sempre alla buona, alla _sans souci_, e
terminate la storia del Povero carcerato. ―
CAPITOLO XVI.
E così mandando al diavolo tutti i saccenti, e adoprando lo stile che
meglio mi aggrada, ripiglio la mia storia tante volte interrotta.
Il pover'uomo non è morto ancora; – prova ne sia ch'io l'ho veduto.
― Come mai? ― mi direte. Ecco come; mentre quel ser saccente mi dava
quei tanti consigli, che io non gli aveva chiesti, facevamo cammino, e
questo era il meglio; a un terzo del discorso, siamo giunti dinnanzi
alla carcere, e di lì a minuti è stata aperta, ond'io ho potuto
vedere agiatamente i fatti miei tali e quali come vado a dirveli. –
Il pover'uomo, come sapete, non è morto ancora; e s'ei fosse morto,
(questo lo dico per rispondere a chi dianzi trepidava tanto per lui),
s'ei fosse morto, certo sarebbe morto senza nessuno d'intorno, –
solitario come una bestia del bosco. Chi volete che fosse passato per
assisterlo in quel transito angoscioso? Fra il Povero e la Pietà sta di
mezzo una prigione, e la Giustizia ne difende l'ingresso come la spada
del cherubino alle mura dell'Eden.
Il pover'uomo non era più stupido, come quando io lo lasciai; –
mi pareva anzi irritato, – e forse troppo. Le sue passioni erano
rimontate, – le passioni fanno come la marea. Allora sì mi pareva, che
più di prima egli avesse bisogno d'un amico, che con modi cordiali e
con suoni di conforto si provasse di acchetare quella tempesta, che
gli ruggiva dentro, e gli capovolgeva la ragione. Egli passeggiava
furiosamente per tutti i versi i cinque passi della sua stanza;
– spesso si dava nella fronte con una palma, – spesso batteva coi
piedi la terra; – ora fischiava turbinosamente, – ora cantava in una
lingua e in una musica affatto nuova; – ora s'incrociava le mani sul
petto, nascondendosi le pupille terribilmente sotto le ciglia. Una
volta si mise una mano sul cuore, – e fece atto di strapparselo, e
di lanciarlo in aria con un grido disperamente salvatico, – uno di
quei gridi, che atterriscono l'uomo e la fiera, – il grido della
madre che fuga il leone, e gli cava il figlio di bocca..... Dipoi si
riconcentrò, e fece pochi passi adagio adagio, e senza intenzione: –
quindi sembrava stanco, e si pose a sedere sopra uno scalino col capo
fra le ginocchia. – Col capo in quella maniera, io non potei vedere se
pregasse, se bestemmiasse, se piangesse. Forse egli faceva queste tre
cose confusamente insieme; – forse era assorto in una di quelle estasi,
prodotte dall'ambascia profonda, in cui l'anima abbandona il corpo, e
s'ingolfa in una nuova esistenza, in un mondo incognito, pieno di forme
strane; non mai vedute, non mai pensate, – dove l'anima giace immemore
di quello che fu, di quello che è; – e solamente, tra il sì e il no,
sogna, che in qualche parte le dolga, ma non sa dove, non saprebbe
cercarvi, non è tentata a farlo.
A un tratto mi scosse un forte sospiro misto di singulto; – e vidi
che il pover'uomo si era rialzato girando penosamente la testa verso
l'inferriata. – E l'inferriata confina col palco, e la persona non
può salirvi. ― Gli sia contesa anche la vista del cielo: ― così
hanno detto, e così hanno fatto. – Un raggio scarso di Sole entrava
malvolentieri tra mezzo alle sbarre, e sdrucciolava giù in fondo,
lento, malinconico, scolorito, vestito anch'esso da povero. Forse
quel raggio era pietoso, e tramutava così la sua pompa per mettersi
d'accordo col Povero, – per non unirsi all'oltraggio degli uomini.
Arrivato a questo punto, io non vidi più nulla. Il soprastante chiuse,
e partì. – Io non vidi più nulla, e l'ebbi a caro. Quando il dolore
percuote a gran masse l'anima umana, è una vista che si può reggere;
– e talvolta è uno spettacolo dignitoso, quando l'anima sviluppa un
vigore proporzionato alla forza delle percosse; – e quel combattimento
tra il mortale e il Destino, tra il signore e lo schiavo, ha un non so
che di sublime, che lusinga la nostra superbia. Ma quando il dolore
prende lo scalpello del notomista, e comincia a incidere il cuore
di dentro e di fuori con mille tagli diversi, e lo cincischia con
mille disoneste ferite, quello spettacolo allora ha un non so che di
fastidioso, e di crudele, che gli occhi non lo sopportano, e, offesi
come sono, volentieri si chiudono.
Io non vidi più nulla, e l'ebbi a caro. – Il soprastante era venuto a
visitare la carcere, e non il carcerato; solamente avea portato seco un
vaso d'acqua fresca, e l'avea deposto per terra.
― Dunque quel pover'uomo morrà di fame, – perchè d'acqua, o fresca o
calda che sia, non si vive; mala pena si vive di pane... ―
No, no; rassicuratevi; questa volta non morrà di fame; un pane gli sarà
dato. Ridete? – io vi comprendo, – sarà un pane dato come un colpo
a un nemico; sarà un pane duro, duro davvero; – ma che vuol dire? –
Ei l'ammolirà colle lacrime: – perchè no? – forse non è infelice?
– la corda del pianto forse non è la prima corda del cuore, e non
trema forse al soffio più lieve? – L'ammolirà colle lacrime, – non ne
dubitate; – non v'ho io già detto, che sa piangere? e, se l'alterezza
gli vietasse di piangere per sè, non ha i suoi figliuoli, non ha forse
una madre, non ha un amore, una patria?
Io piango, – voi piangete, – tutti piangono. Questo è tal verbo, che
ognuno sa e deve coniugare senza bisogno di gramatica. La sventura è
qua maestra per tutti.
O Sventura!...................... Tu sei una pianta perenne, che
non temi vicenda di stagione; il sereno e la procella egualmente ti
alimentano. Il tempo, che coll'ala instancabile corre rovinando ciò che
gli si para di fronte, quando giunge dinnanzi al tuo simulacro chiude
l'ala, e oltrepassa adorando. – Il genio avvalorato dal grido delle
plebi umane ha tentato sovente di atterrare il tuo Nume, ma indarno.
La Fatalità ti protegge, – e i conati del Genio e delle moltitudini
si sono spezzati contro di te, come la spuma contro la rupe..... – Il
mondo è tuo retaggio assoluto; – e se il tuo spirito gode aggirarsi
fra le rovine, – gode pure insinuarsi come il serpente fra l'erbe e i
fiori. Tu puoi rivestire anche l'aspetto dell'allegrezza; – e non v'è
una razza stranamente infelice, che ha sempre il sorriso sul volto,
e il pianto eterno nel cuore? – questi son più d'ogni altro infelici,
appunto perchè non sembrano. – La vita ti appartiene intera; – tuo è il
primo vagito dell'infante, – tue le tradite speranze del giovane, – tuo
il gemito estremo della vecchiaia..... Non v'è nessuno, che trapassi
da questo pellegrinaggio ai riposi della tomba senza avere offerto nel
tuo santuario il suo obolo, – senza averti dato almeno una lacrima,
– una lacrima spremuta dal più puro sangue del cuore. Tu non ammetti
privilegi, e stampi il tuo marchio rovente tanto sulla fronte alla
virtù, come sulla fronte al delitto; – ogni condizione deve piegarsi
sotto la tua verga, tanto il conquistatore, che stende la sua spada sui
popoli come il raggio del Pianeta, quanto l'umile bifolco, che nasce e
muore ignorato come l'eco della sua valle. Anche il povero matto, – che
a spese della ragione si riparava in un mondo di larve, e d'illusioni,
e credeva francarsi dalle leggi della comune esistenza, – anche il
povero matto deve adorarti; – e quando la morte è vicina a rapirselo,
tu gli doni un istante lucido d'intelletto, onde anch'egli senta la tua
presenza, e ti paghi il suo tributo di dolore. O Sventura! tu non sei
punto generosa, tu non hai coraggio di risparmiare nè anche il povero
matto.
CAPITOLO XVII.
I primi primi giorni, che l'uomo passa in prigione, sono per l'anima
sua come giorni nebbiosi: – l'anima non ha peranche fatto l'occhio
a quel clima; – vede confusamente, talvolta non vede gli oggetti,
talvolta li vede a doppio; – il suo palato non ha sapore; – un ronzio
continuo gli alberga le orecchie; – lo spirito giace stordido, e
non sa pensare; – il cuore sente di star sotto a un fascio enorme
di sensazioni, ma non sa darne ragione. Se la mente non gli crolla,
è una prova sodisfacente della sua buona tempra; – se il corpo non
gli si ammala, è una prova sodisfacente, che il corpo fu tessuto
_comme il faut_. Sia come vuolsi, però in cotesta alterazione dello
stato normale dell'anima l'uomo ci guadagna qualche cosa; – la noia
non trova luogo di abbarbicarsi così di leggieri; – il pensiere,
che agisce eccentricamente, non è quell'avvoltoio insaziabile, come
quando il senno si aggira sopra il suo pernio naturale; – e il dolore
vibra il suo pungiglione sopra una carne mortificata. Questo stato di
esaltazione, in cui tutte le nostre potenze superando il coperchio
hanno dato di fuori, ha prodotto per legge di reazione una pace
stanca, un sopore, un dormiveglia nell'anima nostra, che volentieri
ella afferrerebbe di nuovo quando si desta, e la pienezza del giorno
le mostra a diritto e a rovescio la sua posizione. Ma la natura vive
d'eccezioni a controgenio, e quanto più presto può gradatamente rientra
nel suo letto.
Una volta per altro, che il carcerato si è stropicciati gli occhi, e
gli ha spalancati, ed è desto ben bene, e si accorge, e tocca con mano
di essere in prigione, la prima cosa che sente è la sconvenienza di
una simil dimora, e il primo pensiere che se gli affaccia è quello di
andarsene. Io stesso, che sono un uomo tutto pace, che, se il vento mi
porta via il cappello, aspetto che si fermi, e non gli corro dietro,
io stesso, – Dio mel perdoni, e chi mi ci ha messo, – ho pensato,
prima d'ogni altra cosa, di andarmene. E vi ho pensato così a lungo,
e con tanta intensità, che mi maraviglio come questo pensiere nel
chinarmi non mi sia caduto giù dal cervello in forma di lima.... E se
questo mio cranio verrà in potere del sistema di Gall, e di Spurzheim,
quei signori notino bene, e cerchino fra le tante protuberanze buone
e cattive, chè troveranno uno scavo fatto dall'idea della fuga, una
figura tale e quale come l'ho descritta qui sopra.
Pertanto noi siamo d'accordo; – il primo pensiere del carcerato
è quello di andarsene. I mezzi poi per andarsene sono due: uno
naturalissimo, e di riuscita infallibile, ed è quello di andarsene
quando ti metteranno fuori; – l'altro naturale pur egli, ma non al
grado del primo, ed è quello di fuggire. – Tu puoi fuggire con due
metodi: – o fuggire da te col rompere la porta, o col segare i ferri
della finestra; – o corrompendo a furia d'oro i custodi. Il primo
metodo costa assai meno del secondo; il secondo assai più del primo. E
tutto questo per tua regola e governo.
Io dopo molte considerazioni fatte colla coscienza, e non a caso,
ho meco stesso deliberato effettivamente di rimanermi, finchè un
qualcheduno non venga e cavarmi. Già, figuratevi voi, mi hanno messo in
un Forte munito di soldati, e di cannoni, e sotto chiave di un Profosso
munito di 12 Articoli stabiliti contro di me, e contro di lui; il Forte
poi l'hanno messo in un'isola. – Ora andate a fuggire, se vi riesce!
– Io mi protesto da capo, che non ho voglia nè modo di andarmene;
e quando anche conseguissi la fuga, sarei costretto a tornarmene
indietro, perchè fuori è la stessa prigione; – avrei di più a pagare
il fitto d'una stanza, mentre adesso me ne godo un paio, e di pigione
non se ne discorre, a meno che non facessero all'ultimo tutto un conto.
– Napoleone, è vero, fuggì, – ma voi sapete chi era costui; e se nol
sapete voi, altri l'hanno saputo; – e poi, egli fuggiva per delle buone
ragioni; – fuggiva per rimettersi in capo un berretto da imperatore,
ed io non potrei mettermi in capo che un berretto da notte; – fuggiva
per riafferrare la coda della Fortuna, che nuovamente gli capricciava
dinnanzi, e gli faceva le smorfie da innamorata; – e poi, egli era
padrone del Forte dove io son racchiuso, e il Forte non era padrone
di lui. – Ma io, che sono una cosa con un nome, e con un casato, e
niente di più, faccio sapere a tutti una volta per sempre, che ho meco
stesso deliberato effettivamente di rimanermi, finchè non mi diranno: –
vattene. – Io sopporterò la mia prigione, come una escrescenza, che per
un accidente mi sia venuta sulla persona, – come la paziente pizzuga
sopporta quella casa d'osso, che la Natura gli ha collocata sul dorso.
V'è ancora un altro mezzo d'evasione, – ma io m'attento poco a
proporvelo..............
(_Mancano nel Manoscritto la fine di questo, e alcune parti del
seguente Capitolo, il quale a differenza degli altri porta il titolo in
fronte_).
CAPITOLO XVIII.
IL SUICIDIO.
........... Spendete meno massime, spendete più fatti: – allargate
le vie della vita, sgombratele di tante spine, che vi seminò
l'errore e l'ingiustizia. Con che titolo l'ozioso opulento verrà a
filosofare aspramente sul corpo del suicida per miseria, – egli, che
giornalmente in una bottiglia di _Sciampagna_ beve almeno cinque giorni
dell'esistenza di un povero?
. . . . . . .
Discendendo poi dalle teoriche al fatto, osserviamo che più
ordinariamente questo fenomeno si verifica o nell'estrema energia, o
nell'estrema spossatezza dell'umana natura. Di rado tocca il grado
intermedio; – di rado un uomo dotato di facoltà temperate mette le
mani nel proprio sangue. Egli è buono a sopportare molti disastri, che
fiaccano il debole; – egli in forza delle sue misurate facoltà non
si trova mai avvilupato in quel nodo di eventi, che sforzano l'uomo
superiore a sparire dalla scena del mondo celandosi in un sepolcro.
L'uomo moderato può convenientemente transigere con una lunga serie di
fatti. L'uomo debole vive a caso, – e se i fatti gli passano rasente
senza urtarlo di fronte, può invecchiare pacificamente, e morir nel
suo letto. Ma se un fatto lo prende di fronte, egli è perduto, egli
non ha vigore bastante da sviarlo, e rimetterlo sul suo cammino. Una
cosa lieve, un nonnulla, anche una risata, in un cervello così fatto
diventa un'idea fissa; e allora la follia compie la paralisi delle
sue forze morali, ed egli è costretto a morire senza poterne dar
conto a chi glielo dimandasse. Io ho conosciuto un giovane leggiadro
di forme, d'indole mite, ma vuoto di testa, che si fucilò, perchè i
genitori, che l'amavano assai, non gli permisero di farsi dragone. – Ma
l'anima atletica d'un eroe trascorre una scala lunghissima d'eventi,
e nulla l'arresta; – la sua gagliardia rompe spesso la corrente, che
strascinerebbe in rovina ogni altra forza fuorchè la sua; – poi ad un
tratto si trova di faccia una combinazione intricata, profonda, dove
freme l'onnipotenza del Destino. Allora il Genio si conosce perduto, –
ma non cede sul subito; ei sviluppa una lotta da gigante a gigante, –
e la lotta dura finchè le forze da una parte resistono: – finalmente
il Genio soccombe, – il Destino supera, perchè il Destino è ciò che
deve essere. Che deve fare allora l'eroe? – progredire è impossibile,
perchè una barriera di adamante gli chiude i passi; – rovinare in
fondo è impossibile, perchè la natura del Genio è di salire finchè può.
Allora l'eroe decide di morire, non già perchè vuol morire, ma perchè
non può più vivere. Non è il delirio, che spinge; è la coscienza, che
sceglie. Il Genio si scava la fossa su quel gradino, dove la Fatalità
gli ha reciso l'ale; – e si scava la fossa per insegnare che il sistema
del Bene va portato innanzi finchè si può, e non va rinnegato colla
codardia del tornare indietro. Certo, il suo concetto era di salire al
sommo della scala, e piantarvi lo stendardo della vittoria. Dio non ha
voluto, – egli è morto. Egli non poteva vivere sospeso fra il cielo e
la terra.
Catone sta per la Repubblica, – e combatte all'usurpatore a palmo a
palmo il terreno; ma questi, più felice di lui, lo incalza di provincia
in provincia, – lo soffoga coll'alito ardente della vittoria. Catone
finalmente è in Utica, chiuso in un circolo magico, donde gli sarà
impossibile uscire come dalla tomba. – Già si sente fremere a tergo il
delitto e la fortuna di Cesare. Ma i fati non sono per lui, – egli lo
sa. Non v'è più scampo, – non v'è più spazio, – non v'è battaglia più
da tentare; – la Virtù contro il Fato è un vetro contro una massa di
ferro. Catone deve morire, e morrà. Poteva rendersi a Cesare, – ed ei
l'avrebbe perdonato, – l'avrebbe anche onorato, – perchè Cesare era un
tiranno, ma un tiranno di genio. Catone era come quei metalli, che si
spezzano, ma non si piegano. Doveva morire per dimostrare, che la Virtù
è un fatto sensibile, e non un nome vuoto; doveva morire, perchè la
sua ragione gl'insegnava pacatamente la morte come un dovere, la vita
come un tradimento. Se non fosse morto, nè i contemporanei nè i posteri
avrebbero saputo in che più credere. La sua morte fu una protesta
eloquente contro l'usurpazione felice, – una guarentigia del diritto,
– un conforto, uno stimolo ai superstiti; e dal suo sangue usciva una
voce, un insegnamento solenne a morire piuttosto che a disertare una
causa santa.