«Fino di stamane io sono stato tradotto nelle prigioni di questa

città, senza poterne indovinare la vera cagione. Vado convinto, che

Vostra Eccellenza, appena saputo il caso, darà tutte le disposizioni

necessarie, perchè io sia quanto prima rimesso in libertà. Credo

fermamente, che una nera calunnia abbia motivata una tal misura. Però

così non si tratta un gentiluomo. Conviene badare a ciò che si fa in

materie tanto delicate. Impegno la giustizia di Vostra Eccellenza a

scoprire la cabala, e l'uomo perfido, che l'ha tramata. Guai a lui! se

arrivo un giorno a conoscerlo; – so maneggiare una spada, e sul terreno

vedremo a chi sta il buon diritto. Noi gentiluomini siamo il più saldo

sostegno dell'ordine, e meritiamo assolutamente riguardo. Che vada la

canaglia in prigione, sta bene; ha bisogno d'un freno, e senza questo

l'anarchia regnerebbe. Vostra Eccellenza conosce e sente, che le alte

classi vanno rispettate, e quando cadono in fallo vanno riprese, ma non

punite così volgarmente. Se no, la canaglia si crede qualche cosa, –

l'ordine si confonde, e la Ragion di Stato è perduta. Io fortunatamente

non sono nel caso di aver commesso nessun fallo. I miei princìpi son

conosciuti abbastanza; – sono innocente; – e un gentiluomo par mio

per nessuna bassezza non deroga a sè stesso. Mi dirigo pertanto a

Vostra Eccellenza, perchè l'onor mio abbia una riparazione pubblica,

immediata, e conveniente alla mia condizione. Al tempo stesso Vostra

Eccellenza accolga le proteste della mia più alta considerazione.

Di Vostra Eccellenza

Umilissimo e Devotissimo Servo

Cav. Scipione Frullanotti Marzocchi.»

Aha! mi sento riavere. Mi è costata fatica, ma pure l'ho messa insieme.

Eh! quando mi picco, mi picco. Ho fatto più d'un naturalista, quando

da pochi frammenti d'ossa ricompone in un insieme perfetto la struttura

d'un corpo qualunque. Sì, ho fatto più d'un notomista; – il corpo è una

cosa certa, e definita; – lo spirito è vario, incerto, e mobilissimo.

Son contento come una pasqua! contento come un sonettista quando ha

trovato una bella chiusa! Sì, ne son contento, ne vado superbo; –

confrontiamo la mia coll'originale, e scommetto che non ci corre una

sillaba.

Ma va, che l'ho fatta bella! Un po' col rimettere insieme la lettera,

un po' col compiacermene, il tempo è trascorso, e il mio Signore ha

scritto le rimanenti, ed ora v'è sopra a calcare il sigillo. Ma va, che

l'ho fatta buona! e adesso come si stilla? è una rottura, che non si

accomoda; – chi è che sappia leggere una lettera già sigillata? Potessi

averla nelle mani, farei l'estremo di mia possa; – ma vàlle a toccare,

se ti riesce! Eccole là! io magari le toccherei! – ma il Signore non

ci è per nulla in questo mondo? Eh! non c'è rimedio! eccole là! – il

morto è sulla bara; – son quattro giuste giuste; – posso sfogarmi a

leggere la sopraccarta, mercè delle lettere lunghe un mezzo dito: –

basta! è meglio poco che nulla; – eccole là! son quattro in fila, nè

più nè meno; si leggono come di giorno; – la prima al Marchese, l'altra

al Ministro, la terza all'Arciprete, la quarta alla Contessa. Poffare!

si vede bene che al Signore è già venuta a noia la prigione, che vuole

uscirne per _fas_ e per _nefas_. Tutto vien messo in moto, tutto a

contributo, per uscir di prigione; – la toga, e la spada; lo scrigno,

la cantina, e la donna. ― In prigione ci hanno a stare i poveri e i

matti. ― Voi parlate come un libro, mio bel Signore. Sì, venite fuori,

anch'io lo desidero; – così potrò vedere più da vicino i fatti vostri.

Voi n'uscirete senz'altro, – avete troppe ragioni dalla vostra; –

solamente quei titoli, che a profferirli soltanto fanno tremare i

chiavistelli! Sì, mio bel Signore, voi n'uscirete, e presto; – io lo

desidero anch'io, per voi, e per me.

Ma che sia quella carticina breve breve, elegante elegante, che il

Signore guarda e riguarda, di sotto e di sopra, e a guardarla gli

sfavillano gli occhi? Forse un biglietto da visita? Eh! giusto! è

un _billet doux_, – è una cosa, che mi passa l'anima per non averla

sentita. Scrivermi un _billet doux_ sotto gli occhi e non poterlo

sentire! Se ci penso un momento di più, addio cervello, addio tutto.

Un _billet doux_! non vi par di dir nulla, un _billet doux_! Io che

per leggere un _billet doux_ non avrei quasi scrupolo di portarlo! Io,

che, se potessi leggerli tutti, non vorrei far più altro; – lascerei

tutto, il teatro, la taverna, la scienza, i crocchi, l'amore, i vizi e

le virtù; – non mangerei, non dormirei, farei la vita d'un martire, mi

ridurrei magro come un Cristo di Cimabue! Oh! se ci penso dell'altro,

voi ne vedrete delle belle! – una e una due; – ma questa è più agra

dell'altra; – questa, e l'affar dell'imposte mi fanno dubitare della

mia buona stella.

Certo la mia buona stella in questi due casi si è portata male; – una

cometa non poteva farmi di peggio; – e poichè ella ha preso la mala

piega, stimerei prudenziale di levar le tende da questa strada onde non

m'avesse a incogliere un qualche malanno più grave. Già l'ora è tarda;

– saranno l'undici al tocco e non tocco, e non passa più un'anima.

Tuttavia, se devo confessarmi giusto, me ne vado malvolontieri. Non so

chi mi lega, ma ci starei tutta la notte. Ma zitto! sento salire una

scala, – sento girar mollemente una chiave; vedete cosa vuol dire un

minuto? Un minuto spesso decide di tutto; – spesso non ci è tesoro, che

possa pagare il valor d'un minuto. ― E chi sarà in un'ora sì tarda? ―

Oh bella! è il solito soprastante, colla solita voce, e colla solita

frase:

― È permesso? si può passare?

― Appunto voi; passate, passate.

― Ho forse tardato troppo?

― No, siete venuto in tempo: ho finito in questo momento. Eccovi un

mazzo di lettere; dimani a un'ora competente, che sieno tutte spedite.

Non fate sbagli, vi raccomando; son cose che premono.

― Vossignoria non dubiti di nulla; conosco ad una ad una le persone a

cui vanno, e senza adulazione posso dire, che Vossignoria non potrebbe

esser meglio appoggiata; son persone che fanno e disfanno, e dopo non

c'è nulla a ridire. Ella già non ha bisogno di tutto questo; – si vede

bene l'equivoco; si vede bene che hanno preso un granchio, e non vorrei

esser nei piedi di chi s'è preso un simile arbitrio. Specialmente

quando lo saprà la Contessa, è capace di sputar fuoco. Io son vecchio

di queste cose, e so come vanno a finire. Alberghi come questi non sono

per la gente par suo. Quando io la vidi arrivare, trasecolai, credetti

dì travedere. Si figuri, son quarant'anni che faccio il mestiere! si

figuri, se non conosco un uomo alla cera; appena lo vedo, comprendo

subito di quel che si tratta; di questo posso vantarmene. Stia allegra

Vossignoria; – riposi bene; – se stanotte ha bisogno, non faccia che

chiamare; io dormo qui vicino, e son sempre all'erta.

― Non andate anche via. Ho un'altra commissione da darvi. Vi siete già

scordato l'affare, di cui vi ho parlato stamani?

― Perdoni Vossignoria, sono uno smemoriato, però mi ricordo di tutto.

Il numero, mi pare, 1613?

― Certamente, e dev'essere un palazzo con due riuscite. Eccovi la

letterina; fate che recapiti con bel garbo. Già non ci andrete voi?

― Eh! diavolo! che mi crede ammattito affatto? Son uomo di mondo

anch'io, e nessuno mi deve insegnare. Non pensi, si lasci servire. Ci

mando la mia Rosina, e la cosa vien fatta d'incanto. Ha null'altro da

comandarmi?

― Null'altro per ora.

― Dunque la lascio in libertà; riposi bene; buona notte.

― Buona notte. ―

Ed io scrittore, che sono in prigione anch'io, e non ho nessuno che me

la dia, giacchè la buona notte mi è capitata sotto la penna, me la dò

da me stesso, e faccio conto di andarmene a letto.

CAPITOLO XII.

― Ma il Povero dov'è rimasto? ― Che v'importa del Povero? se, invece

di essere freddamente curiosi, voi foste pietosi anche a mezzo, non

mi avreste lasciato andare solo solo a cantargli l'esequie; ma mi

sareste venuti dietro, – vi sareste arrampicati uno sull'altro per

arrivare alle sbarre della prigione, – avreste consolato quel misero

colla vista d'un volto umano, – vista più cara del cielo in quella

oscura solitudine; lo avreste chiamato per nome, – gli avreste gittato

un pane, una parola soave di compianto; avreste infuso olio e vino

nella ferita, come il Samaritano dell'Evangelo; – e invece avete fatto

peggio del Fariseo, – non gli siete passati neppure d'accanto. Che

v'importa del Povero? Non siete voi freddamente curiosi? Non siete

voi egoisti? Non siete voi venuti meco a veder la vita del Signore

in prigione per alimentare un cupo sentimento d'invidia? Non v'ho

io veduti percossi da un brivido allo spettacolo degli ori e degli

argenti, degli arredi preziosi, delle laute vivande? Non ho io sentito

le vostre voci, le vostre esclamazioni, che la passione mandava fuori

velocemente come dardi, – e il calcolo non avea tempo neppure di coprir

loro le vergogne? – Non ho io veduto passare sulle vostre fronti un

nuvolo di pensieri diversi, ma tutti armati di artigli? Ecco perchè

veniste meco a vedere il Signore. Non siete voi egoisti? Il Povero

non aveva nulla da farsi invidiare, – invece aveva bisogno d'una

consolazione, e d'un tozzo di pane. – Ecco perchè non siete venuti

meco a visitare il Povero. Non siete voi egoisti? Ed io non sono un

egoista? Io non mi fido della mia pietà; e, se l'ultima somma è più

sicura della prima, parmi di aver trovata la vera chiave del motivo,

per cui mi son trattenuto tanto tempo Povero. Sentite, se vi torna.

Ho veduto che nessuno si curava dell'infelice, – e allora io mi son

mosso, – gli sono andato d'intorno, per l'idea d'esser solo, per

contradizione. – Ho fatto come Diogene, che andava al teatro quando

tutti n'uscivano. Certo, per contradizione; – e, se la cosa è così come

io la espongo, allora alla pietà tocca il secondo luogo, se pure un

luogo le tocca. Non sono io forse un egoista? non è la contradizione

un egoismo? La beneficenza stessa non è sovente un egoismo? Perchè in

certi Stati si sviluppa più che altrove lo spirito di associazione,

lo spirito di sovvenimento? – Perchè l'ambizione è palpata, perchè

l'indomani un giornale deduce a pubblica notizia il benefizio, e il

nome di chi l'ha fatto. Gesù Cristo conobbe questo peccato dell'umana

natura, e per questo inculcò come un dovere sacro, come un precetto

di religione inviolabile, il fare l'elemosina quando nessuno vede;

tentando così con un dogma di vincere una tendenza dell'anima, tentando

di assuefare l'umanità a fare il bene sempre, e sinceramente, non a

sbalzi, quando lo comanda l'ostentazione, la debolezza, o qualsivoglia

altro interesse. Il tentativo fu fatto; ora a voi sta il giudicare,

se il buon successo l'abbia coronato. Mettetevi una mano al cuore, e

giudicate.

Avete deciso? ― Il primo prossimo è sè medesimo. ― Questo grido fu

infuso nel sangue, e circola per le vene d'ogni mortale, – ponetelo

pure in qualsivoglia grado di società; – prendetemi pure il selvaggio

errante per le foreste, o l'uomo incivilito, pacifico, abbiente,

dell'America settentrionale. E se i proverbi sono la traduzione

sommaria di una lunga e costante esperienza, questo è il Vangelo di

tutti i proverbi passati, presenti e futuri. – La maggior parte vede

l'egoismo sotto una faccia unica; e quando vuole personificarlo, per

esempio, piglia per il collo un avaro, l'alza da terra, lo squassa

mostrandolo, e grida: specchiatevi, ecco l'egoista. – La maggior

parte non capisce nulla in questa materia. – Quel tale, che lapidasse

il genere umano a furia di dobloni, sarebbe anch'egli un egoista. Il

sacrifizio stesso, che vien citato come il contrapposto dell'egoismo,

è pure un egoismo; e il generoso, che muore spontaneo per la difesa di

un principio morale, o per la salute di un popolo, muore per l'amore

di un sentimento, che gli rappresenta più della vita; muore, perchè,

sopravvivendo alla sua idea, la vita gli sarebbe uno scherno, un peso,

un dolore intollerabile; muore, perchè nel suo speciale organismo

in certi dati casi la vita è una perdita, la morte è un guadagno.

L'egoismo è un poligono d'infiniti lati, una scala di tutti i toni,

un'iride di tutti i colori primitivi, e composti. L'egoismo è l'uomo,

o per dir meglio il moto dell'uomo. Togliete l'egoismo all'uomo, voi

ne fate una pietra; non ha più ragione di operare nè il bene, nè il

male. L'egoismo è l'unico movente delle azioni umane. Distruggerlo non

potete, a meno che non imponeste all'uomo una novella organizzazione;

potete bensì modificarlo, sottomettendolo alla influenza potentissima

della educazione. L'educazione è buona o cattiva, come sapete; – e

dipartendosi da questi due limiti, l'egoismo può esprimere tutte le

gradazioni della virtù, tutte quelle del vizio. La buona educazione

lo modifica, educandolo a combinare il bene individuale col bene

generale. Così l'uomo dovizioso, che altrimenti avrebbe mandato in fumo

un milione, orna invece la sua città di utili istituzioni, e in capo

all'anno riscatta centinaia d'anime dalla schiavitù del peccato e della

ignoranza. E questo perchè? Vuol dire, che la buona educazione con

un'arte squisita ha modificato in lui l'Egoismo Vanità, affascinandogli

gli occhi con un bel fantasma, e trasportandogli l'ambizione da un

oggetto in un altro. – La trista educazione lascia andare l'egoismo

come un toro infuriato, e gli aggiugne stimoli sovente; allora ei non

cerca che un bene personale, senza badare al sentiero che percorre; –

e per avere una borsa d'oro, taglia anche una vita, purchè la trovi

di mezzo fra sè e la borsa. Così dipartendosi da questi due limiti

l'egoismo può rivestire la gioia serena dell'angiolo, o il riso funereo

del demonio; – può esser la Ragione o il Fanatismo, – la cicuta o la

rosa, – può essere adorato o maledetto. Leonida, che si sacrifica alle

Termopili, tocca l'apogeo dell'egoismo virtuoso, e merita un altare,

e le ghirlande fresche, immortali, della storia. Nerone, che cerca un

aumento di piacere nell'agonia della creatura umana, merita un rogo, e

le stimate della infamia.

L'Egoismo è il Proteo del Bene e del Male.

CAPITOLO XIII.

― Avete finito? volete fare una cosa da uomo? scendete di cattedra, e

tornate al vostro proposito; – sarà meglio per tutti. Coteste cose,

di cui avete preteso ragionare, sono state dette e ridette in prosa

e in rima, – son cose vecchie quanto l'egoismo; – e che per questo?

– mostratemi il frutto: – coi discorsi si fa poco o nulla; col fiato

solo non si può, che spegnere un lume. Che importa a voi, se gli

uomini sono piuttosto in un modo che in un altro? Li avete fatti voi?

Lasciateci pensare a chi tocca. Che serve inquietarsi pei bianchi e pei

neri? Gli uomini son padroni di stare come vogliono. Volete diventar

sistematico? Vi troverete a de' begli sconcerti. Fino che son teorie,

le cose camminano bene; – vincete sempre voi, – come quel giuocatore

che giuocava da sè. Alla pratica poi s'impara a distinguere i bufali

dall'oche. Io lo so come vorreste gli uomini; – li vorreste tutti di

tre braccia, – di struttura slanciata, – un bel viso color di rosa,

– occhio ceruleo, – zazzera bionda, – vestiti di una tunica bianca,

– calzati di verde, – e che profferissero da mane a sera orazioni

giaculatorie di amor fraterno. E vi dico, che a prima giunta sarebbe un

bel colpo d'occhio, – in seguito poi non so. Ma che volete? le stampe

non l'avete voi, e il vostro desiderio non può avere sfogo; – e invece

di vedere tanti uomini di getto secondo la vostra idea, voi vedete un

miscuglio bizzarro oltremodo, un caos, che non finisce più mai. Vedete

nani e giganti; – uomini bianchi, rossi, neri, color di rame, di cento

colori; – vestiti di mille stoffe, vestiti bene, vestiti male; uomini

ignudi; – chi bestemmia, chi dice Messa, chi sta sempre zitto; – e

via discorrendo. E per questo? perchè una vostra idea non ha sfogo,

vorreste andare a finire in un pozzo? Oibò! non vi fate tentare. Il

mondo va preso come il vento, – va preso come viene. Volete contrastare

con la corrente? – pensateci prima due volte, – il minor rischio è

quello di annegare. Tanto voi lo vedete; – non si sa chi abbia ragione,

se il Torto, o il Diritto. Se uno vince oggi, l'altro vince domani; –

è un circolo vizioso, – è la serpe, che si piglia in bocca la coda, –

non ci si conosce nè principio nè fine..... Il Bene e il Male sono i

due sproni del mondo, e lo tengono in carreggiata. Se pungesse soltanto

il Male, il mondo, perderebbe l'equilibrio, e cadrebbe tutto da una

parte, e così viceversa del bene. Se poi voi persistete nella vostra

idea, e questi patti non vi accomodano, allora sapete come fare; – voi,

che veniste a caso in questo mondo, siete però il padrone, di uscirne

quando volete, e di andare in un mondo migliore a perorare le vostre

ragioni. Non dubitate, – ai confini della vita non ci son dogane. Ma

forse non avete voi gli anni dell'esperienza, non conoscete le storie,

non avete viaggiato e veduto le nazioni in faccia come elle sono? –

_Bon!_ cosa ne concludete? – Che l'Errore è un guanciale morbido a modo

e a verso, come può esser la Verità, e che metà del mondo dorme i suoi

sonni placidi sopra questo, come l'altra metà li dorme su quell'altro.

Mi faccio intendere? parlate schietto, perchè io amo di ragionare.

Non avete osservato, che i popoli tengono alla natura degli uccelli?

che altri ama il Sole, altri ama la notte? che due princìpi diversi

possono descrivere insieme una parallela continua, indefinita, senza

mai toccarsi? che la Libertà può affacciarsi al suo balcone, e dalla

finestra accanto sentirsi dare il buon giorno dalla Inquisizione? –

Chi è convinto coscienziosamente d'un sistema cattivo, vive tranquillo

come chi è convinto d'un buono; – non esiste fra loro, che un divario

metafisico. – L'uomo poi, che, per legge della sua organizzazione, è

superiore o inferiore al sistema che lo circonda, – non può negarsi, –

ei ci vive a disagio; – ebbene, vi è il suo rimedio; scuota la polvere

delle sue scarpe, e se ne vada gridando come Scipione: _ingrata Patria,

non avrai le mie ossa._ V'è il suo rimedio; – il Francese Carlista può

andare in Ispagna, – il Liberale Spagnuolo può venirsene in Francia.

La terra è larga abbastanza: – _Nemo propheta in patria sua._ – Lo vedo

anch'io, che, senza sottoporre l'umanità all'archipendolo delle vostre

geometrie, starebbero bene tante belle cose! Per esempio, sarebbe

bene, che la Fortuna si levasse una volta la benda dagli occhi per

vedere almeno chi piglia; – sarebbe bene, che la Giustizia tenesse una

stadera sola, e non una per il povero, e una per il ricco; – sarebbe

bene, che il Giudice quando va in Tribunale appiccasse al cappellinaio

anche le sue passioni per riprendersele quando va a pranzo; poichè

bere un fiasco di vino di più non è un terremoto, – dell'altro vino

si trova; ma una testa di più o di meno è una cosa seria, attesochè

l'uomo non n'abbia che una: – vi ripeto, starebbero bene tante belle

cose! sarebbe bene anche, ch'io non fossi in prigione; – e per questo,

– se io vado sui mazzi, forse non sono sempre in prigione? che serve

ostinarsi, e dar di cozzo nel destino? Tornerete indietro colla testa

infranta; e finchè non giunga il tempo _ad hoc_, il vostro sangue non

sarà considerato; – i contemporanei appena si prenderanno la briga di

guardare, se il vostro sangue era del solito colore, o no.

― E voi avete finito? Il vostro è un discorso diabolico, e si scorge

bene, che siete di coscienza larga..... Dovreste essere un gran

partigiano del quieto vivere, – uno scettico. Lo scetticismo è il

sistema degl'infingardi. Badate, non voglio mica dire, che abbiate

spropositato; anzi avete aggruppato con tal arte le figure del vostro

quadro, che ai più sembrerà plausibile. Avete esposto dei fatti, avete

detto delle verità, avete enunciato anche qualche sofisma, e stringendo

poi non avete negato nulla, non avete conceduto nulla. Io ve l'ho

detto, siete uno scettico. E credete, che, a guardare minutamente

da vicino, il buco nella calza si trova; e quel vostro discorso in

parte potrebbe sfumare. Sicuro, bisognerebbe intraprendere una lunga

polemica, e mettersi al largo, cosa che io non ho intenzione di fare,

e specialmente con voi, – con voi, che sareste uomo da addormentarvi

a mezzo la disputa, che con una stretta di spalle non fate più

differenza dal Sole di Affrica a quel di Norvegia. Quanto poi al

vostro pretendere, che l'uomo non si perda dietro ad un'idea, che non

può mandare ad effetto, avrete ragione nella massima, ma avete torto

nel fatto, e senza avvedervene siete dato nella rete, che volevate

scansare; – voi filosofo sperimentale questa volta mi siete riuscito

un idealista; – avete preteso, che la mente umana si sottragga da

un fatto, che spesso la incatena indissolubilmente. Non l'avete mai

voi osservato questo fatto? o l'avete dissimulato per aver ragione?

Può darsi anche questo, perchè siete malizioso la vostra parte. Non

avete mai osservato, che in ogni tempo, e in ogni nazione, nascono

uomini fatalmente avvinghiati ad un'idea fissa, – un'idea talvolta

capace anche a falciare la vita d'una generazione; – un'idea che amano

col furore della gelosia; – che non lasciano mai, benchè la veggano

confinar col patibolo? – Questi uomini nell'epoca loro hanno due

faccie: una sublime, e l'altra grottesca; e la storia contemporanea li

chiama pazzi od eroi, secondo da chi è scritta la storia. Al giudizio

pacato, imperterrito, dei posteri spetta determinare una delle due

faccie, una delle due denominazioni.

CAPITOLO XIV.

Ma il Povero dov'è rimasto? è morto di angoscia, o di fame? Chi sa?

tutto può darsi. – Le carceri vivono alla buona, – non tengono storici

al loro stipendio, – non registrano nè date, nè nomi, nè avvenimenti; –

le scene che si svolgono nel loro grembo sono scene d'un altro mondo,

– d'un'esistenza sotterranea, – e temono la luce come cosa nemica; –

pure così all'ingrosso le carceri si rammentano di alcune notti, – d'un

viso truce, – d'un pugnale, o d'un laccio, – d'un gemito cordiale, –

d'una caduta pesante; – si rammentano ancora di certuni entrati sani e

gagliardi, che di lì a poco si fecer lentamente cadaveri per difetto

d'acqua, e di pane. – Fu questa dimenticanza, o caso pensato? – Non

precipitiamo nei nostri giudizi. – Dio è il revisore delle coscienze,

– e Dio, che può convertire in uno scherno il diadema e la testa del

prepotente, un giorno vorrà conoscere il _pro_ e il _contra_ di queste

ed altre bisogne.

Ma dunque è morto quel pover'uomo? E così solo, solo, e infelice,

come avrà fatto a reggere il peso dell'agonia? – e se avrà chiesto

un sorso d'acqua, per mitigare la febbre delle sue viscere, chi

gli avrà bagnato la bocca? – e se l'asma lo soffogava, chi l'avrà

sollevato a mezza vita? Chi gli avrà asciugato la fronte, e scaldate

l'estremità irrigidite? Chi gli avrà dato una croce a baciare? – Chi

avrà risposto amorosamente al delirio d'una testa che si sfascia, che

vede il diavolo, che vede i Santi, che vede un'ombra nera, un'ombra

bianca, mille stranezze, che lacerano il cuore di chi sente, e per

un tratto percuotono di smarrimento la ragione di chi le considera,

fosse pure una ragione di ferro? Chi gli avrà aperte le finestre,

perchè beva un ultimo alito d'aria pura, perchè veda il cielo e la

speranza? Oh! la speranza è un letto di piume al moribondo, ove egli

a quando a quando dimentica le spine sulle quali si giace! è un'ala

candidissima sulla quale l'anima del moriente va a posarsi via via,

provandosi così per tempo a slanciarsi alla vita degli angioli! – E

i suoi figliuoli? perchè Dio non rompe le porte della prigione, onde

passino i suoi figliuoli? Poveri suoi figliuoli! non poterli benedire,

non poterli vedere, non poterli palpare! Poveri suoi figliuoli! d'ora

innanzi chi darà loro un bacio, chi darà loro del pane? Misero padre!

questo pensiere ti sta come una lastra infuocata sul cuore; – è l'unica

striscia di ragione e di memoria, che sia rimasta intatta nel naufragio

della tua mente; – questo pensiere è la tua vera agonia; – agonia di

coscienza, e di sensibilità; – questo pensiere ti fa dubitare di Dio,

ti fa sorridere infernalmente. Misero padre! hai tu commesso un delitto

infinito per meritarti un tormento infinito?

Ma dunque è morto quel pover'uomo? e chi gli ha asciugato l'ultima

lacrima? chi gli ha chiuso gli occhi, chi l'ha baciato cadavere?

Scritti editi e postumi · 第 3 / 23 段