Quella voce gl'intimò primamente a non disperare della salute della
patria, – a tentare la sorte incerta delle armi, e così fece; –
poi quando a Filippi fu perduta l'ultima battaglia delle Libertà
Latine, interrogò quella voce, e gli disse di morire. E Bruto moriva
incontaminato, come devono morire le anime sublimi. – Comprese la
santità della sua missione, – la grandezza dell'esempio, che andava
a dare, – il frutto immenso di cui questo sarebbe stato fecondo
nell'avvenire. Il suicidio in lui non fu il consiglio d'uno stretto
egoismo, – fu un sacrifizio fatto alla dignità dell'umana morale. Se
fosse vissuto, avrebbe commesso peggio, che una viltà; – avrebbe messo
in dubbio i diritti dell'uomo; – avrebbe sanzionata la scelleraggine
trionfante; – ne avrebbe in certo modo velate le vergogne: – così la
lasciò nuda, – così col suo sangue si appellò pei diritti delle nazioni
alla vendetta dei posteri rigenerati; – così piuttosto che concederla
agli stupri della tirannide volle condur seco la Virtù vergine nella
tomba. Bruto, anima esaltata, e inflessibile nell'amore del grande e
del giusto, era portato al suicidio dalla necessità e dal dovere. Non
gli rimaneva a fare più nulla nè di buono, nè di grande; – non gli
rimaneva nè anche di sedersi sulle rovine della patria, e sciogliervi
un canto funereo; – le rovine della patria erano ormai lo scanno dei
Cesari. – Doveva fuggire? Il pensarlo solo è un sacrilegio; – ma e
in qual parte di mondo fuggire? Il mondo era una Provincia Romana, e
qualunque nazione avrebbe portato a gara la testa di Bruto in aggiunta
ai consueti tributi. Doveva ricorrere alla clemenza di Augusto? Oh!
l'ultimo dei Romani non poteva ricorrere al primo dei tiranni. La
Fatalità aveva incatenato lui alla Repubblica, e la Repubblica a lui.
Erano due in un destino solo; – dovevano esistere insieme, perire
insieme, e perirono. E poi conoscete voi la clemenza d'Augusto? Ve lo
dica Perugia. – Augusto non aveva, che talento e libidine d'imperio;
– del resto, ineccitabile come una pietra; un alito di passione non
aveva mai increspato quel mare morto dell'anima sua. Un giorno fece un
conto e barattò la testa di Cicerone suo amico contro quella d'un uomo,
che appena conosceva, come farebbe un fanciullo dei suoi balocchi; e
sotto manto d'amore carezzava Cleopatra per menarsela a Roma in catene
in un giorno di festa, e d'orgoglio. Augusto avrebbe messo la testa di
suo padre per puntello a un piede del trono, se quel piede non avesse
posato in piano.
Il suicidio di Catone, di Bruto e di mille martiri della Verità, è un
eroismo, – un fatto di natura trascendentale, che sfugge al compasso
di una volgare filosofia. È il punto culminante dell'umana grandezza, è
il Sacrifizio. L'invidia sola può tentare d'impiccolire le proporzioni
colossali d'un tanto fenomeno, ma la ragione sdegna l'analisi, e si
contenta di venerare. Il suicidio è vero, che in questi casi stacca
un fiore dalla corona della Virtù; ma la Gloria raccoglie tosto quel
fiore, – ne fa una stella, e l'aggiugne al suo serto immortale.
CAPITOLO XIX.
Poffare Dio! ho scritto queste quattordici pagine tutte d'un fiato,
e con tanto impeto, che me ne trovo stordito. Ho lasciato fare il
più al sentimento, e alla penna; – al cervello è toccata la minima
parte. Non so se sia bene; – comunque siasi, è andata così. Mi son
voluto lasciare andare, dove il flutto voleva portarmi, – ho lasciato
le vele in balìa del vento. Se invece di arrivare in porto ho dato in
secco, non ve ne prema; – il danno è tutto mio. Quando me ne vada il
peggio, vuol dire che non avrò ragionato. Benissimo; – è una cosa, che
mi succede spesso, anche quando ho le più serie intenzioni di fare il
contrario. – Per me è una baia. _Quandoque bonus dormitat Homerus._
Non lo dico per superbia di paragone, – lo dico così per citare, e
per far vedere, che anch'io sono stato in collegio, dove in quattro
anni m'insegnarono a non sapere il Latino. Non lo dico per superbia
di paragone. Omero era cieco, e poeta; io invece ho due begli occhi,
e non sono nè poeta, nè prosatore. Scrivo per capriccio, – per far
diventar nero un foglio bianco. Scrivo perchè non ho da parlare con
nessuno, chè se io potessi anche con una vecchia, anche con un bambino,
non pensate, non toccherei la penna. Andate a leggere, se vi riesce,
quello che ho scritto quando io non era in prigione! Certo potrei
parlar meco stesso, – ma non voglio avvezzarmici, perchè uscendo di
prigione con questo vizio, e portandolo meco in società, mi potrebbero
prender per matto. Assai in fatto di giudizio non godo di un credito
troppo esteso! – allora la storia sarebbe bella e finita. – D'altronde,
quando io scrissi le suddette quattordici pagine, avevo il cuore pieno
pieno, – non so di che, – ma veramente pieno, – e bisognava sfogarlo.
Se fossi stato un romantico, avrei scritto una ballata malinconica,
– se un classicista, avrei scritto un'elegia; – se un musico, avrei
cantato qualche melodia del Bellini. Ma io non sono nulla di tutto
questo, – non so che fischiare; – però lo faccio quando ho l'umor
nero, o quando una coppia di grilli mi mettono in festa di ballo la
fantasia. – Del resto, ve lo ripeto, ho scritto quel che io sentiva; –
il calcolo ci è entrato per un momento, e poi fuori. L'anima ha qualche
quarto d'ora, in cui se ne vuole star sola sola con le sue sensazioni,
liete o dolorose che sieno, e guai se la mente vuol venirne a parte; –
guasta tutto, come qualche viso antipatico spesso mette il freddo e il
silenzio in un crocchio cordiale d'amici. D'altra parte è impossibile
star sempre sopra una nota, – e quand'anche ti riuscisse, verresti
noioso a tutti, e i casigliani ti caccerebbero del casamento. La vita,
a voler che sia bella, a voler che sia gaia, a voler che sia vita,
dev'essere un arcobaleno, – una tavolozza con tutti i colori, – un
sabbato dove ballano tutte le streghe. Il sollazzo e la noia, il pianto
e il riso, la ragione e il delirio, tutti devono avere un biglietto
per questo festino. Che serve far della vita una riga diritta diritta,
lunga lunga, sottile sottile, noiosa noiosa, e color della nebbia? È un
volersi reggere sopra un piede solo, – è un mettere l'anima umana nella
stessa situazione, in cui si pose lo Stilita, che stette quarant'anni
in cima a una colonna. Vuol essere un'orchestra piena, e non un piffero
solo; – varietà vuol essere. Viva la varietà! Per tutti questi motivi,
io ho scritto quattordici pagine senza pensare, e non me ne pento.
Giorgio Spugna mio dilettissimo amico mi ha ripetuto sovente queste
notabili parole: «L'uomo che è sempre savio val poco più dell'uomo che
è sempre pazzo; – _est modus in rebus:_ – l'arte di pensare è un'arte,
che va stimata e riverita; è una fatica concessa all'uomo, e negata
alla bestia; – ma il farlo sempre si assomiglia all'avaro, che conta e
riconta perpetuamente i suoi scudi; – qualche volta bisogna spendere;
– il superchio rompe il coperchio; – qualche volta bisogna non pensare
per riflessione; se no, all'ultimo, spesso invece di una scoperta
psicologica ti trovi di aver pescato un'emicrania». Così mi diceva
Giorgio Spugna, filosofo, che si è fatto da sè senza bisogno di libri,
senza bisogno di Pisa, di Bologna, e di Padova. Non già che Giorgio
Spugna sia ritroso al viaggiare, – anzi è questo un suo desiderio
vivissimo, e giuoca sempre al lotto per vedere se un giorno o l'altro
potesse mettersi in corso; e mi ha giurato più volte, che se ottiene
il suo intento vuol fare il giro del globo, componendo un trattato di
pratica comparata sui migliori vini dell'uno o dell'altro emisfero.
Mi ha detto ancora, che giro facendo non avrebbe scrupolo di mettere
in carta le sue osservazioni di qualunque altra maniera, dacchè egli
pure possiede un cannocchiale fatto da sè, col quale guarda tutti gli
atti di questa umana tragicommedia. – «Ma io nol farei», – soggiugneva
Giorgio, – «giusto appunto perchè mi è venuto fatto di osservare, che
le opinioni, anche buttate là colla stessa _insouciance_, colla quale
soffio il fumo della mia pipa, possono cadere in frodo peggio del
tabacco, e la multa non è lieve, ed è certa sempre la perdita della
merce, e talvolta anche quella della persona; per questo io nol farei,
e procurerei al _summum_ di tenermele a mente per ridirtele poi testa
testa nel giolito d'un simposio, nell'intervallo fra un bicchier e
l'altro.» ― E credete, che Giorgio Spugna è più filosofo di quel che
non pare, precisamente perchè non pare un filosofo. E ripeterò con
lui: _qualche volta bisogna spendere._ Che direste d'un uomo, che
stesse da mattina a sera a guardar l'orologio per far buon uso del
tempo? Per lo meno perderebbe il tempo a vederlo passare. Mettetevi in
tasca l'orologio, e fate le vostre faccende, l'orologio consultatelo
di quando in quando secondo il bisogno. Bisogna fare a tutti la sua
parte, e se coltivate una cosa sola, e l'altre trascurate, godete
meno, e le altre vi vanno a male. Così è come io ve la dico, e vi
esorto a crederci, o almeno potete fidar più sul mio senno quand'io
discorro alla buona, e senza pretensioni, che quando mi metto in aria
di ragionare. Sopratutto rammentatevi il nome e le opinioni di Giorgio
Spugna. Ei se lo merita, ed a me farete cosa cara.
CAPITOLO XX.
Io ho detto nel capitolo XVII, che sono in prigione, e lo confermo nel
Capitolo XX. Oggi finiscono trentaquattro giorni, e non isbaglio; in
mancanza del lunario li ho contati due volte sulle dita.
A chi me l'avesse detto il 2 di settembre io avrei riso in faccia di un
cotal riso da venirne al duello. Eppure io ci sono!
Benedetti i primi giorni della mia prigionia! – io era così sempre
fresco del passato, che sovente mi riusciva d'illudermi. Sovente sopra
pensiere chiamava ad alta voce la serva, perchè mi recasse una cosa o
l'altra; e sentendo che nessuno mi rispondeva, io mi accertava allora
della prigione; ma ci rideva sopra, e non era più altro. Sovente sopra
pensiere in un batter d'occhio m'indossava la giubba, mi calcava in
capo il cappello, e tutto infuriato andava per uscire; – ma giunto alla
porta mi accorgeva, che il chiavistello stava per di fuori, – segno
evidente della prigione; – ed io al solito ci rideva sopra, e non era
più altro. Benedetti i primi giorni della mia prigionia!
Oggi però è ben diversa la cosa. Io son mesto e spossato dalla noia,
– e così penetrato fino al midollo del convincimento di essere in
prigione, che questo pensiere dinnanzi agli occhi e alla mente mi
brulica in infinite forme, come uno sciame di atomi innumerevoli
traverso un raggio di luce; e così mi si è dentro inchiodato, che
nei primi tempi della mia nuova libertà per avventura, crederò sempre
d'essere in prigione.
Io sono mesto, e spossato dalla noia. La noia tacitamente ha tramato
per me una così gran tela, che io non vedo parte donde salvarmi. Io son
la mosca di quella tela, e più che mi dibatto per uscirne, e più vi dò
dentro.
Oh! la noia è una parola sola, – una parola breve, che non conta più
di quattro lettere, – ma il provarla è tal volume, che uomo al mondo
non sfoglierebbe così per tempo, nè così di leggieri. La noia è l'asma
dell'anima, – è una ruggine che può consumare la meglio temperata lama,
che si dia; – è una cosa, che dai capelli alle piante ti fascia la
cute d'un senso umido, fastidioso, ti perverte l'occhio, e ti fa veder
tutto in bigio; – toglie il sapore al gusto, la fragranza ai fiori, –
la dolcezza all'armonia. Schiaccia l'acume dell'intelletto, e lo rende
bestialmente stupido, – e insugherisce il cuore, mortificandone la
squisita sensibilità, disseccandovi dentro la lacrima del piacere e del
dolore. Oh! la noia è il più insopportabile dei nostri dolori, perchè
è il dolore della stanchezza; perchè non eccita in noi una forza, che
valga a combatterlo. Essa non è un vulcano, ma cuopre di freddissime
ceneri il sorriso della Natura intera.
E le ho tentate tutte per medicarla, ma senza pro. Il leggere non mi
giova; – sto mezz'ora sopra un filaro, – e poi gitto il libro. Non ho
più coraggio nè anche di scrivere i miei ghiribizzi; – i miei grilli
son morti d'inedia, – essi volevano l'erba fresca del prato, e l'alito
dell'aria aperta. – Non mi giova il passeggiare; – vado in su e in giù
per i dodici passi della mia prigione, e di lì a poco torno a sedermi
colla vertigine. – Se mi affaccio, vedo, è vero, un bel cielo, ma le
sbarre, che mi traversano l'occhio, me lo tingono di color di ferro;
– vedo un cerchio di monti, e mi paion sepolcri; – vedo una mandra di
soldati, che la disciplina militare ha saputo convertire in altrettanti
arcolai. – Pallida mi apparisce la verdura degli orti, e dei vigneti,
e il canto degli uccelli mi suona lamento.
Alas poor Yorick! Io mi curvo sotto un peso, che non posso più reggere,
e ho fatto di tutto per sollevarmene. Ho contato le battute del mio
polso, e ho dovuto smettere; – ho fatto la guerra agli insetti, che mi
son compagni, e ho dovuto smettere, perchè son troppi; – ho contato
i travicelli delle mie due camerette, e sono diciotto e mezzo; –
i travi grossi, e son otto; – ho contato perfino i mattoni, e son
trecento novantuno. Io non ho più pace, e non so come averne. Non
posso più pensare nè al passato, nè all'avvenire, spazi così vasti, e
così comodi per il diporto dello spirito. Son confinato nel presente,
– e il presente di un carcerato non è già il Tempo coll'ali snelle
velocissime, – è una figura di piombo sdraiata in un canto.
.... E come fare per il resto di tempo, che dovrò starmi in prigione?
Avessero almeno detto: ― ci starai tre mesi, sei mesi, un anno, ―
manco male; – ogni sera con un sospiro di sollievo esclamerei: – v'è un
giorno di meno! – Se io potessi avere dell'oppio, forse sarei felice, e
certamente tranquillo; – l'anima mia dolcemente assopita passerebbe le
sue giornate in un mondo aereo, multiforme, – un mondo così dovizioso
d'illusioni, e d'immagini, che la più alta fantasia dell'uomo desto
può concepirne appena una frazione ben minima. Ma non posso sperare
nell'oppio; – i miei custodi l'hanno in concetto di veleno, e non me
lo farebbero vedere nè anche dipinto. E per questo io ho desiderato
le mille volte una febbre acuta, che mi levasse fuori di me fino al
giorno della mia scarcerazione. Ma la febbre anch'essa, che pur non
dipenderebbe dai miei custodi, non vuol venire; – non vi è rimedio; è
un calice, che bisogna bere....
Ecco qui; tutti i giorni sono i medesimi, misurati dalle medesime
vicende. Alle otto la mattina il solito caffettiere colla solita
colezione; – al tocco il solito pranzo portato dai due soliti selvaggi,
che si son rubati il nome di camerieri. Il pranzo è composto sempre
della solita zuppa, e di tre pietanze, che sembran tre morsi, presso a
poco sempre uniformi, e di rado una di quelle variata in un uccello,
strano, – una specie d'uccello, che avrà che fare coll'ornitologia,
ma non so se abbia diritto all'ingresso d'una cucina; – una specie
d'uccello che, a casa mia non ho mai veduto nè per aria, nè sullo
spiedo. Io non so dove trovi quegli uccelli il trattore; – mi pare
impossibile, che un cacciatore li trovi; e, se li trova, che abbia
il coraggio di spendervi sopra una botta. Ma io ho veduto spesso il
trattore sur un campanile, e di certo ei vi andava per quegli uccelli,
e per noi.
E il Profosso? Mutassero almeno il Profosso una volta la settimana,
come avevano cominciato dapprima! Ma dopo una volta non l'anno più
fatto. Eccolo là, – è sempre il medesimo Profosso, – col medesimo viso,
– col medesimo passo, – col medesimo vestito bianco mostreggiato di
rosso, – colle medesime chiavi, – coi medesimi 12 Articoli, stabiliti
contro di me, e contro di lui, – col medesimo suono di voce. Fin qui
il Profosso non è ancora infreddato, per sentirgli fare almeno una
voce diversa. L'unica mutazione, che segua in lui qualche volta, è
quella da un casco a una berretta. È un uomo anche egli convinto della
disciplina, – convinto dei suoi superiori, – persuaso, che le bastonate
sieno un dovere a darle, e a riceverle, come voi siete persuaso
a grattarvi in quella parte ove vuole il prurito. – Oh! le strane
fantasie della noia! Quante volte non ho io desiderato, per non vedere
sempre il medesimo Profosso, di vederlo un giorno con un occhio solo,
un altro giorno con tre; un giorno con due nasi; un altro giorno con
la bocca sulla fronte; una domenica, quando mi accompagna alla Messa,
che camminasse colle mani e coi piedi; un lunedì di vedermelo vestito
da donna; un giovedì colla testa voltata dalle spalle; un venerdì senza
testa. Ma il Profosso non sì muta mai, – è inesorabile; e ogni giorno
viene a menarmi fuori per prendere un'ora d'aria, com'egli dice, e
spesso mi tocca invece un'ora d'acqua. E sul primo anche questo era un
conforto, – ora non è più. È sempre il medesimo Forte..., – le medesime
salite, – le medesime scese, – i medesimi sassi ribelli, e pronti ad
offenderti, – i medesimi cannoni, – i medesimi soldati; – non si trova
un uomo, o una donna, se tu li pagassi al peso dell'oro.
Il Profosso è una disperazione; – quando io gli chiedo, se ci è nessuna
nuova del mondo, mi risponde sempre, che non vi è nulla di nuovo.
Possibile mai! – bisognerebbe, che tutto il mondo fosse in prigione. –
Eccolo là il Profosso! è inconvertibile. – Viene tre volte al giorno
nella mia stanza, uguale uguale, senza pendere un capello da quello
che era la vigilia; e mi dice se può entrare, quando è già entrato;
e, allorchè se ne va, mi domanda se io voglio nulla. Egli lo fa per
dovere, non ci mette ironia, – così voglio credere; – ma quella dimanda
mi fa il sangue più agro. O Profosso! Profosso! Se tu sapessi quello
che io voglio, certamente non me lo dimanderesti due volte. D'ogni tre
volte due almeno io voglio, che tu vada al diavolo.
E la notte? – non me la rammentate, per l'amore che portate a voi
stessi. La notte è per me l'eternità di un dannato. La notte con quel
suo vasto silenzio, così propizia ai fantasmi poetici, al meditare
profondo, per me non significa nulla; e mi scende sull'anima, fredda,
piatta, e pesante come una lapide. Invoco il sonno coi nomi più
lusinghieri, ma vanamente. Disteso sopra un letto nè cattivo nè buono,
mi volto a destra, mi volto a sinistra, mi giaccio supino, mi giaccio
bocconi, mando fuori un _Gesù mio_, mando fuori una parola a rovescio,
ma il sonno non viene. La notte la noia non è sola; – chiama sull'armi
le zanzare, e mi fanno una guerra mortale da fedeli alleate. Finalmente
prendo un poco di sonno, – ma torpido, vuoto, senza balsamo di riposo,
senza sogni. Potessi almeno farmi de' sogni! chè la mattina dipoi
m'ingegnerei a farne la storia, e a metterli in bello stile.
Sul principio, quando veniva la notte io mi consolava standomi alla
finestra a godermi lo spirare dei venticelli, e lo spettacolo solenne
d'un bel Cielo Italiano. Ma, dopo quello che mi avvenne una sera, ora
appena cade il crepuscolo io chiudo le imposte, e disperatamente mi
caccio nel letto. Sentite quello che mi accadde una sera. Io me ne
stava, come v'ho detto, immergendomi lo spirito nella considerazione
d'una gloriosa Natura, assorto in uno di quei momenti d'estasi
e d'oblìo, nei quali l'uomo non è più _una povera creta_, ma è
pellegrino dell'Infinito; e guardando sospeso sopra di me quell'azzurro
immenso, sereno, gioioso, magnifico di stelle e di misteri, mi
sentiva sollevare, mi sentiva intenerire: – a un tratto mi venne
fissato l'occhio sulla Luna, che spuntava in un lato del firmamento,
pallida amabilmente, e modesta; – allora il mio sentimento cominciò
a svilupparsi in una forma più precisa, più palpabile, ed io volli
esprimerlo con un inno, e cominciai:
_È mesto il raggio della Luna, e Dio_
_Lo temprò in armonia colla Sventura._
Ma come fui a questo punto una fata leggiera leggiera, coll'ali color
dell'iride, mi trasvolò dinanzi, mi fece un inchino, e mi diede la
buona notte. – Era la Musa. – Io sul subito non me ne accôrsi, e non
seppi interpretare in buona parte quel suo consiglio. Quindi, per non
dirvi le bugie, avrò ripetuto almeno un cento di volte quei due versi
in cadenza accademica, ma il terzo non venne mai. Alla fine ripensai
più pacatameate alla figura veduta, e tra il dispetto e l'umiliazione
mi coricai.
Io conosco a prova il martello della gelosia, – ma, faccia pure
l'estremo di sua possa, non può arrivare alla noia.
O Torquato Tasso! io non ti chiedo nulla che valga; – non ti chiedo
quella corona di stelle, onde tu cingesti in Palestina la Musa Italica;
solo chiedo reverentemente, che tu mi dica come facesti, quando al
_Magnanimo Alfonso_ piacque decretarti pazzo, e chiuderti per lunghi
anni in un ospedale, come facesti in quei lunghi anni a pensare alle
sette giornate del Mondo Creato[2], mentre io in trentaquattro giorni,
se qualche volta ho pensato al mondo, ho pensato di disfarlo, non già
per istizza, ma perchè mi sembra mal fatto.
O Silvio Pellico! io non ti domando la tenera ispirazione, da
cui sgorgava quella tua Francesca, che sarà un palpito del cuore
finchè l'amore sarà una passione dell'uomo; ma ti domando soltanto
d'insegnarmi donde traesti la tua decenne pazienza.....
_N.B._ – Questo Capitolo naturalmente è fuori della giurisdizione della
Critica; egli non ha pretensioni; – è il Capitolo della Noia[3].
CAPITOLO XXI.
― E del mondo che n'è stato? ― Cosa volete, ch'io ne sappia, io che son
qua nel Limbo? Io ho lasciato il mondo con un segno a traverso, come si
fa d'un libro non finito di leggere. E chi sa, se all'uscire troverò
più il segno? Chi sa cosa sia seguito del mondo? – potrebbe essere
stato scosso da una seguenza di terremoti, – allagato da un nuovo
diluvio, – potrebbe essere anche sparito, ed io non saperne nulla! Cosa
volete sapere, o sentire, quassù nel Limbo, dove si sta un piano almeno
sopra le nuvole?
Chi sa cosa possa esser seguito? Quando io lo lasciai, era una matassa
arruffata davvero, – e tutti aguzzavano l'occhio a trovarne il bandolo;
– e forse è il mio bene, che adesso io non ci sia dentro. Voi sapete
come vanno le cose laggiù. Io non sono molto destro a girarmi, nè
posso allungare il passo un'oncia più dell'usato; – e quando il mondo
è in baruffa, credete, che una gamba lesta vale un diamante, e una
testa leggiera si trasporta via più comodamente. Guardate Archimede,
che viveva alla buona, pensando che gli uomini non fossero quello
che sono; – che fidava nella sapienza, e non sapeva, quel vecchio
dabbene, che due bestie son buone a mettere in prigione un filosofo,
e a trattarlo anche peggio! Guardate Archimede, e specchiatevi in lui!
Prendevano Siracusa d'assalto, ed ei non se ne accorgeva; – un soldato
Romano gli entrava nella camera, ed ei non se ne accorgeva; il soldato
Romano d'una testa gliene facea due, ed Archimede non ebbe tempo di
accorgersene, perchè invece di vivere nel mondo coi lombi precinti, e
col bastone in mano, viveva alla buona nella Geometria. Oh! il mondo è
una mala cosa!
― _Tanto peggiora più quanto più invetera:_
― diceva il Sannazzaro, or son trecento e più anni. Figuratevi oggi!
. . . . . . .
(_Manca gran parte di questo Capitolo, e non resta che il fine del
Capitolo successivo ed ultimo_).
CAPITOLO XXII.
CONCLUSIONE.
. . . . . . .
Consultiamo la Natura nuda e vergine, com'ella si rivela alla mente
del giusto, e saremo meno sventurati. Consultiamo la natura umana
senza velo di disprezzo, di cupidigia, di prepotenza; – consultiamola
anatomicamente nel suo stato originale, e osserveremo che si può
spogliare del fango onde l'ha ricoperta un falso sistema sociale, e
rivestirla d'una certa luce, – una luce, che non dobbiamo rapire al
Sole come Prometeo, perchè ella ha sorgente nell'anima umana. E l'arte
sta nel trovarla, e il Genio la sa trovare, ma noi abbiamo finora
crocifisso il Genio invece d'incoronarlo. Intanto tolleriamoci, –
v'è spazio per tutti, – e permettiamo, che ognuno vi si svolga a suo
grado. Il Genio può trasfondere nei suoi quadri l'armonia e l'iride
dell'universo; – la follia può ridere, e saltar per le piazze; – il
forte può andare a caccia al cinghiale, – il debole può recitare il
suo rosario, – e tutti pacificamente. La terra è larga abbastanza: ―
L'UMANA SAPIENZA STA NEL TOLLERARE. ―
MIA MADRE