Arrivato in fondo si volta, ma come una macchina; sta un istante fra

il sì e il no: poi cerca di condurre sulle labbra un sorriso, e tenta

di farlo, – ma il soprastante con un volto di pietra gli disfà quel

sorriso cominciato appena a incresparsi. Egli allora si smarrisce, –

tituba, – gli sembra che il suolo si avvalli; – era pallido pallido,

e in un lampo si colorisce d'un rosso febbrile; – cerca una parola,

e non la trova; – se avesse il cuore pacato la troverebbe di certo,

ma un nodo di affetti gli scompiglia la mente, gli chiude la gola.

Quegli affetti sono troppi, e troppo forti; – si affacciano tutti in un

gruppo, – possono sboccare. Però se tu guardi attento, su quella faccia

v'è un'espressione di preghiera, – un senso profondo di supplica, – non

per sè, – ma per altri. Vorrebbe dir mille cose, – alcune poi vorrebbe

dirle pregando, dirle anche piangendo; vorrebbe che portassero a casa

sua una parola di amore, una consolazione; e se invece d'un carceriere

avesse un uomo dinanzi, lo supplicherebbe di portare almeno un pane

ai suoi figliuoli. Poveri suoi figliuoli! aspetteranno la sera, quando

tornato a casa gli asciugavano il sudore della fronte, lo ricingevano

di carezze, di baci, di mille dimande, – e mangiavano insieme il pane

delle sue fatiche; – aspetteranno la sera, e non lo vedranno venire.

Oh! concepite voi l'angoscia di aspettare indarno la creatura che vi

ama, e che vi nodrisce? – La sera è diventata notte, e non lo vedono

venire poveri suoi figliuoli! lo vanno a cercare di su e di giù, ne

dimandano a chi trovano, lo chiamano ad alta voce, ma vanamente; s'è

fatto più tardi che mai, e il padre non viene. Santa Vergine! che

sarà successo di lui? – Allora il dubbio comincia le sue torture, –

li fa sperare, e disperare, – piangere e ridere, – li rende insani col

vortice della sua fantasmagoria, – vortice infernale, illuminato d'una

luce livida, dove passano rapide rapide mille figure diverse, – dove or

sì, or no, comparisce in fondo una bara. Poveri suoi figliuoli! pensano

ancora, che possa esser morto! E quella sera non hanno mangiato, nè

mangeranno. – E la fame non è sola; – la fame ha fatto alleanza col

crepacuore.

CAPITOLO VIII.

Il pover'uomo non ha potuto profferire una parola, e si è rincacciato

nel cuore tutte le sue passioni come altrettante spine. Credeva di dir

tutto col volto, ma un soprastante, fosse dotto ancora nelle lingue

orientali, – fosse pure un Mezzofanti, – non sa leggere la sventura, o

se la legge non le sa rispondere. Il soprastante non ha letto l'immenso

volume di affetti, che spiegava la tramutata faccia del carcerato; –

o se l'ha letto, per tutta risposta gli fa sentire il cigolio delle

chiavi, e dei catenacci.

Il soprastante è partito.

. . . . . . .

E tu pover'uomo, sei rimasto impietrito, soverchiato dalla foga delle

tue passioni. Il peggio è, che non puoi piangere ancora; ma piangerai

più tardi, – non può mancare. – Una lagrima fu data alla gioia, una

lacrima alla sciagura; – la prima rinfresca, l'altra arde come la lava.

– Piangerai più tardi, e il tuo pianto sarà bello, perchè non sarà

tutto per te; – piangerai pei tuoi figli, per la madre se l'hai, forse

per un amore, forse ancora per una patria.

E perchè vi stringete nelle spalle, come se il cuore del povero non

potesse palpitare per un nobile affetto, come se l'intelligenza del

povero non potesse valicare le regioni concedute alla mente umana?

Sapete voi cosa racchiuda quel cranio? Quando meno vel pensate,

potreste rinvenirvi gli elementi da farne un Michelangiolo, un Byron,

un Bolivar. Conoscete voi la vita degli uomini grandi di tutti i tempi,

e di tutte le nazioni? Plauto era schiavo, e girava il molino, – ma

la sua Musa fu salutata da un popolo di eroi. E quando una povera

donna alla sera cantava le sue canzoni di madre a un povero bambino,

e sospirava guardandolo, e pensava che un giorno forse non avrebbe

un cognome, – sarebbe un mendicante, – al più un lavoratore della

campagna, avrebbe creduto mai di cullare Shakspear, Rousseau, Franklin,

di cullare il Correggio, e Masaniello? avrebbe creduto mai, che da

quel verme un dì sarebbe sorta la farfalla destinata a libare fiori

immortali nei campi della Gloria e della Bellezza? – L'organismo umano

rompe le leggi della gerarchia sociale, – e quando l'Occasione batte

sul vivo un popolo, allora si scorge quale delle classi possa dar

più scintille. Allora la storia non è più confinata in un gabinetto

a sommare le partite di frodi, che la diplomazia ha segnato nei

numerosi suoi protocolli; non è più stipendiata a descrivere una guerra

puerilmente sanguinosa, ove non si vedono in cozzo che due bastoni di

maresciallo. La storia si slancia da quelle angustie, e la superficie

nel mondo è la sua pagina, ed ogni linea che v'incide è un tratto di

luce; – allora la Rivoluzione Francese sorge come un'epopea magnifica,

immensa; sorge Mina e l'Indipendenza Spagnuola; sorge la lotta titanica

della Grecia moderna. Oh! gli ultimi eroi della Grecia non erano

cavalieri dello spron d'oro!

Sì, pover'uomo; il tuo cuore può _gemere per me, per la patria, e per

te_. Dacchè non posso sollevare le tue miserie, e quelle dei tuoi tanti

fratelli, io non voglio toglierti un cuore, che forse avrai più buono

e più generoso del mio. Io non voglio toglierti quello che non posso

darti.

Certo, se tu fossi solo nel mondo, come alcuni sono, non so se per

questo più o meno miseri di noi, a quest'ora avresti già preso il

tuo partito; – avresti mostrato fronte ferma alla cattiva fortuna;

– avresti cantato non so quante canzoni; perchè il povero in mezzo

agli stenti e alla sua nudità, quando ha il cuore franco, canta del

continuo, – canta allegramente come un uccello, che si alimenta di quel

che trova, e muta nido ogni sera.

Ma tu non sei solo; – e sei rimasto immobile, come tocco dalla folgore.

Ora perchè guardi le muraglie? perchè crolli mestamente la testa? –

Tu hai ragione; – non hai che due mani, e non son buone a fare una

breccia; – tu guardi l'inferriata, ma è doppia, e ci vuole una scala

a salirvi; – tu guardi la porta, ma è grossa, e foderata di ferro, e

sigillata in maniera, che non dà l'adito neppure a un sospiro. Oh! il

tuo sospiro non penetra di là nel mondo; e il mondo già non l'udrebbe,

o penserebbe che fosse aria traverso uno spiraglio. E poi, cosa farebbe

il mondo del tuo sospiro? Il mondo vuol godere, e chiama breve la vita,

breve tanto, che mala pena dà tempo di pensare a sè. E poi, il mondo

non ha inventato le carceri, le torture, i patiboli, non ha inventato

mille delitti, che la Natura umana non riconosce? – _Requiem æternam._

– Ti hanno deposto in un sepolcro, e non sei ancor morto; – t'hanno

deposto in un sepolcro, senza lumi e senza canti, come il suicida. E

il mondo spensieratamente ti si agita dintorno col suo dramma pieno di

rumore e di vita.

O pover'uomo! potessi tu almeno dormire, potessi almeno posare su

quella tavola le tue membra stanche, accasciate da tanti affanni! Ma il

dolore non dorme mai; – veglia inesorabilmente, veglia come un marito

geloso, perchè il mondo è suo, perchè addormentandosi teme di allentare

gli artigli, teme che la preda gli fugga.

CAPITOLO IX.

― Uf! non è anche finita con quel vostro Povero? Quasi quasi gli

date più noia voi, che la sua disgrazia. ― Queste parole mi pare di

sentirmele già arrivare alle spalle. E, se devo dire il vero, con

quel mio Povero mi ci sono trattenuto un poco più del dovere. Ma che

volete? Il solo Dio senza difetti. – Io l'ho questo vizio, preso fin

dai primi anni; quando comincio, non la farei più finita. E non ho

riguardo alla pazienza di quelli che mi stanno a sentire; – non serve,

che sbadiglino, che spurghino, che si dimenino. Tutt'altro; – allora

vado più che mai per le lunghe; direste ch'io lo faccio apposta; e può

darsi: non lo sapete il proverbio? – Ogni vipera ha il suo veleno. –

E tutto il male fosse qui! lasciamo andare; – ci sarebbe da discorrer

troppo. Ma veramente, se devo esser giusto, con quel mio Povero mi sono

trattenuto un poco più del dovere: – quando è vero, è vero. Figuratevi!

non ho neppur desinato! Non ho potuto veder desinare il Signore! E

oramai chi sa, se sono più in tempo! È la verità che i signori vanno

tardi a pranzo, e durano un pezzo; ma non c'è rimedio; – ho fatto

tardi; – l'orologio mi condanna. Questa poi mi dispiace. Son tanto

curioso! vorrei veder tutte le cose, – anche quelle che mi facessero

storcere la bocca. Non potete immaginarvi quanto pagherei a potere

stare accanto senza esser veduto a......

(_Qui il Manoscritto è affatto inintelligibile_).

Dio sa quanto pagherei! Badate, non farei quei mestieri per cosa del

mondo; – non mica che vi sia nulla di male, – ma per non entrare in

intrighi, per non avere a rispondere, per non aver da far niente.

Io sono il cristianello fuggifatica per eccellenza; – mi basta di

sapere, e non vado più là. ― Ma che faresti di tante cose, quando tu

l'avessi sapute? ― Io lo so quel che ne farei. Farei tanti calcoli,

tante figure, tirerei tante linee, che, se voi non conosceste appieno

chi sono, mi pigliereste per un fattucchiere! Oh! se potessi rubare

quella bottiglia dove stava rinchiuso il diavolo zoppo! grave come voi

mi vedete, mi metterei al repentaglio di andarla a rubare in cima a

una cuccagna! Immaginate voi che piacere di fare un viaggio sui tetti

col mio diavoletto a vedere tutti i fatti degli altri! immaginate voi

che sorpresa a trovare un amico la mattina, e raccontargli che dormiva

all'insù, – che dormiva per parte, – che aveva in capo un berretto,

o una cuffia!.... immaginate voi che sorpresa, che piacere! Quando

io ci penso, vado in estasi! Altri sogna di vincere un terno, altri

d'esser fatto gonfaloniere, altri che i grani rincariscano; – io sogno

sempre il diavolo zoppo, e se potessi averlo, anche un'ora sola del

giorno, lo piglierei rovente come un ferro infuocato. Se poi volesse

far meco vitalizio, io vi so dire che farei di tutto per averlo, che

farei miracoli. Mi adatterei a lavorare una parte della giornata, – mi

adatterei per averlo anche a camminar lesto.

Ma vedete s'io dico il vero? Dianzi era tardi, – ora a forza di ciarle

è più tardi che mai, ed io non mi sono anche mosso. È inutile, – io lo

so, – il pelo si perde, ma non il vizio. Andiamo per quel che saremo

in tempo. Chi vuol venir meco? Su via, qualcheduno venite; ho piacere

che tutti godano. Ehi! là, galantuomo! voi che mi avete l'aria di

esser sempre digiuno, che mi avete l'aria di voler arrivare così fino

a dimani, volete venire a sentire, e a vedere? Guardate! un cane è

già sotto alle finestre, – ha levato il muso da terra, – e guarda in

su fiutando, aspettando la provvidenza. Ma voi ridete! Ah! io intendo

bene quel riso amaro che avete fatto; – il supplizio di Tantalo non vi

aggrada. Il cane è corso per le sue buone ragioni; quella bestia è a

miglior partito di voi. Un cane può mangiare un osso se non gli danno

la carne; – l'uomo pure mangerebbe un osso sovente, ma i denti non gli

servono.

Amici, io ci sono: – vedo il Signore che lavora lavora con un coltello

intorno a non so qual cosa, – par che tagli un non so che di duro; –

in che diavolo si affanna il Signore? – di qui non ci scorgo troppo, –

voglio farmi più appresso.

_Pta!_ l'avete sentito? un tappo ha baciato i travicelli; – è

_Sciampagna_ per...!

Io non lo sapeva, – la pigrizia è la mia rovina; – ella mi si è fitta

nell'ossa, e per cagion sua non sarò mai un uomo _comme il faut_. Sono

arrivato alla fin del banchetto, e potevo esser venuto al principio.

Sono arrivato alle seconde mense volgarmente dette il _dessert_. Ci

vuol pazienza, ma non posso dissimularmi la perdita enorme che ho

fatto. È una perdita seria, effettiva. Io che son tanto curioso non ho

potuto vedere il desinare d'un signore dal cominciamento alla fine!

io che ho veduto così di rado desinar dei signori, – che vedo sempre

a mangiare dei poveri, – e che perfino quando mangio io stesso ho di

faccia alla tavola uno specchio antico, lungo lungo, che mi ridice

tutto appuntino, e senza pietà! È una stizza maledetta, che mi farebbe

dare al diavolo; – non c'è maniera nè anche di potersi illudere.

Io ve l'ho detto, – la pigrizia è la mia rovina; – che ci fareste voi,

che non ci avete niente a che fare? io stesso, io parte interessata,

non ci faccio nulla. Ma zitti! zitti! ve lo chiedo in carità; – parmi

di sentire aprir l'uscio pian piano; – ella è così; – l'orecchio non

mi tradisce, – è lungo più del bisogno; – la mia vocazione era di farmi

dottore, – mio padre non ha voluto, – io non ci ho colpa.

Ella è così; – l'orecchio non mi tradisce; è stata schiusa la porta.

Venite, venite; io non dico per ischerzo; – il carceriere s'inoltra

in punta di piedi, – non fa un rumore, – è leggiero come un alito; –

un gatto ne perderebbe al paragone; – è carico, che non ne può più.

Cosa ha messo su quella tavola? – Ora ho visto bene; – è un bel lume

all'Inglese; – ora ha posato un calamaio, della carta, dei libri;

poffare! di dove se la cava tanta roba? zitti! zitti! vediamo che si

leva di seno; – oh bella! sono i giornali; e perchè no? – il Signore

deve sapere come vanno gli affari, – anch'egli ha il suo partito in

politica, – e poi ha una somma sui fondi di Parigi, un'altra su quelli

di Londra; – se non gli premono i _Tories_, o gli _Whigs_, se non gli

preme il _juste milieu_, la _gauche_, la _droite_, i consolidati gli

premono; premerebbero anche a voi, se aveste che fare coi fondi.

Il Signore guarda tranquillamente il soprastante in facende, e tiene

un bicchier di _Porto_ vicino due dita alla bocca. Il Signore è

tranquillo, beve e lascia fare il soprastante.

― Or ora verrà il caffettiere. Vossignoria beverà un _Moka_ stupendo,

e bollente. Sentirà che Rum! Giammaica di nome e di fatti. ―

Il signore gli risponde additandogli una bottiglia, e un bicchiere. Il

soprastante riverisce, e butta giù stringendo gli occhi.

― Quegli avanzi li volete?

― Troppa grazia, Signore.

― Prendeteli, mi fate un piacere, mi levate il cattivo odore di camera.

― Con Vossignoria io non so che obbedire. ― E la sua parola non

manca. Gli avanzi del pasto son lauti; – prende, prende, e riprende.

Soprastante! soprastante! tu credi che nessuno ti veda, ma io ti vedo.

Quando si tratta di prendere, la gioia ti moltiplica le mani; – per

pigliare tu sei Briareo. Vedete! piglia con tanta foga, che ha messo

per infino una posata fra gli avanzi, e se n'è accorto per miracolo.

Ora è così pieno zeppo di roba, che vuol essere un brutto impaccio a

licenziarsi col solito inchino; – nondimeno vuol fare il suo inchino;

– eh! soprastante! hai avuto propriamente un Santo dalla tua! la

testa ti pesa più che non credi, e poco è mancato che tu non faccia un

capitondolo.

Il Signore ha riso veramente di cuore, e si è levato da tavola.

CAPITOLO X.

Che buon odor di caffè! Sentite, il profumo vien fino a noi; – come mi

lusinga le nari! Questa volta il soprastante l'ha detta giusta; è un

_Levante_ legittimo, e carico per bene; oh! non si sbaglia; io non so

come; ma me ne intendo.

Attenzione! attenzione! Il Signore si fa inverso la finestra; –

eccolo là fisso fisso; – ha dato uno sguardo verso di noi, e poi l'ha

ritirato, come se noi non fossimo nessuno; eh! ve l'ho detto sempre;

saranno buoni, affabili come volete, ma, dàgli e ridàgli, il ticchio

del signore vien sempre a galla. Che bella pipa, eh! – bianca come il

latte; – non è mica di gesso, che abbiate a credere! – è spuma di mare,

e sarà costata le belle monete. – E il tabacco? – è _Latacchia_ pretto

pretto, come voi siete un uomo. – E che foglio legge? – che disgrazia

l'esser miope! – Maestro Santi, levatevi un po' di cavalcioni al naso

quel vostro paio d'occhiali, che voglio leggere il titolo del giornale;

– tanto voi non sapete leggere; – ho capito: _Journal des Débats_,

ho capito; il Signore è del partito ministeriale; – non può essere a

meno: chi ha dei fondi cosa deve fare? Cosa fareste voi, che non ne

avete? – Come legge attento! Si vede bene, che vuole intendere. – E

non è mica brutto il Signore! – colore bianco e rosso, carni fresche,

un viso tondo, una testa tonda, un bell'occhio tondo: eh! ci si vede

l'uomo, che se la gode, e lascia arruginirsi chi vuole; – nel suo

giusto _embonpoint_; se non capite il Francese, andate a scuola; io lo

capisco. – E quant'anni gli date? – Alto alto, a vederlo, io dico che

passa la trentina; – come no? sentite, giù per lì dev'essere; sbaglio

di rado in quanto a fisonomie. ― E il Signore non ha moglie? ― Chi ve

l'ha detto? l'ha presa non è anche un anno, e di par suo; – e che buona

dote! e che bella ragazzina, se voi l'aveste veduta! poteva bersi in

un bicchier d'acqua. ― E le vuol bene? ― Così così, tra il freddo e il

caldo; – badiamo veh! non la strapazza mica, non la bastona, che non

aveste a crederlo voi altri, che misurate tutto sul vostro braccio; –

non la cura troppo; – eh! il Signore ha un affare vecchio; non lo può

lasciare; ha provato, ha riprovato, – è stato impossibile; – c'è una

malia di mezzo.....

E intanto che le ciarle piovono a fiocchi come la neve, il Signore ha

finito di leggere, e chiude non solo le finestre, ma le imposte pur

anche.

Cappita! quel chiudere ancora le imposte m'è andata giù male. Se

avesse chiuso le finestre soltanto, col vedere metà dai vetri, e metà

coll'indovinare, _faute de mieux_, mi sarei contentato. È agra davvero,

e bisogna esser curiosi per convenirne. Vedete voi, che stravaganze!

Che il Signore faccia la _siesta_ è nelle regole, lo vuole il _bon

ton_, lo vuole il ben essere del corpo; ma non lasciarsi veder dormire

è una stravaganza; – lo dico e lo sostengo, ora e sempre, – _ahora

y siempre_. – Come farò a render conto del come dorma il Signore? Se

dorma supino, o dalle due bande, se dorma vestito o spogliato? Poh!

è una disgrazia, è una lacuna irreparabile in questa istoria, che non

saprei come riempiere, se non coll'andare a dormire pur io. E badate,

che ci riesco, e son capace di farlo. Vedete voi, che stravaganze! quel

chiudere le imposte mi ha fatto un danno del diavolo. Chi sa quanto

tesoro d'osservazioni avrei potuto raccogliere dal sonno? Vedete,

io sono così sottilmente curioso, che dalla faccia e dai moti del

dormiente mi sarei studiato d'investigare i sogni, che gli passeranno

traverso il cervello. E poi, non poteva darsi, che fosse un di coloro,

che parlano fra il sonno? Chi sa cosa avrei potuto sapere? – cose,

che il Signore non avrebbe dette all'unico suo amico, che non avrebbe

dette nè anche all'aria, che forse avrebbe stentato a dire al capezzale

del letto, quando il prete ti dà un passaporto in latino per l'altro

mondo: _Proficiscere, anima christiana_; che significa: vattene, anima

cristiana. Il tono è un poco assoluto, ma il tempo stringe, e non ne

avanza pei complimenti; stringe tanto, che i morti non hanno tempo di

provvedersi di nulla, e dalla fretta perfino partono ignudi. – Vedete

voi, che stravaganze! sul più bello mi chiude in faccia le imposte! io

ho perduto un tesoro! Per un curioso, credetelo, queste sono le pene

dell'inferno.

Potessi almeno sentirlo russare! mi contenterei anche di questo. Ma che

volete? I signori non russano. Oibò! la _bienséance_ non lo permette.

Dormono leggieri leggieri, che non è cosa da credersi. Dormono con

tanta disinvoltura, che io n'ho veduti dì quelli, che tutti credevano

desti, e pure dormivano. Come vada io non lo so, – ma il suo perchè ci

dev'esser sotto. Basta, quando io sarò signore, venite, e ve ne dirò la

ragione.

Non v'è rimedio; – il meglio è darsi pace. Vuol dormire il Signore,

senza che nessuno lo veda? Ebbene, ch'ei dorma; io non glielo posso

proibire. Silenzio dunque, lasciatelo dormire.

CAPITOLO XI.

Mi par mill'anni che passi quest'ora! Uh! le finestre son sempre

chiuse, – nessuno si fa vivo. Non so più quel che fare; sono andato su

e giù lungo la strada come un pendolo, e le gambe si protestano, – non

ne vogliono più sapere. Che diavolo! quel Signore non ha discrezione!

ora potrebbe alzarsi; – il sonno soverchio ingrossa il sangue, e, quel

che è peggio, fa ottusa la testa. È vero ch'ei può farne di meno, –

ha una buona borsa, – ha più del bisogno. Giova tanto poco la testa!

per i più non la vedrei necessaria, se non fosse che la portassero

per farsela tagliare. A me fin qui non ha reso che il dolor di capo,

e Dio voglia che resti lì. – Ma le finestre son sempre chiuse! O

pazienza, pazienza! è passato un carro, che ha fatto rintronare anche i

tegoli, ma il Signore non l'ha sentito. Si vede bene, che ha una buona

coscienza! dormire di quella fatta! come farà stanotte? felice lui!

non ha debiti, non ha inquietudini, e però fa tutta una tirata. Eh! non

son bagattelle! son due ore buone che dorme; – il Sole è andato sotto,

che non è poco; – già già si fa buio. Oh! si desti, mio bel Signore,

che farà un'opera meritoria per me. Se potesse sognarsi, ch'io son qua

fora, e mi struggo per lui, già si sarebbe levato. Sì, ho un bel dire;

egli dorme, e lascia vegliar chi vuole.

Tanto tonò, che piovve. Ho sentito rumore, – qualche sedia rimossa

dal luogo. Eccole finalmente riaperte quelle benedette finestre! Non

entro più in me dall'allegrezza! Potrò nuovamente veder qualche cosa,

– potrò raccontarla. Mi son sentito rinascere; – viva il mio buon

Signore! egli ha dormito di pro, – si scorge agli occhi, alla faccia,

alle membra che stira saporitamante. Ora beve un bel bicchier d'acqua;

– eh! ci vuole un bel bicchier d'acqua; – sta nelle regole di chi sa

ben vivere. – La buona vita fa la buona morte. Ora si affaccia alla

finestra canterellando un'arietta; – mi par della _Gazza Ladra_, se

non m'inganno; – e intanto si aggiusta sulla fronte una bella ciocca

di capelli castagni, e intanto respira l'aria fresca della sera, che

finisce di risvegliarlo, e lo rimette nello stato di prima.

Appena il mio Signore è ben desto, scuote risolutamente la testa in

atto di accingersi a qualche facenda di rilievo. Staremo a vedere

quello che saprà fare il Signore. Intanto dal movimento della bocca mi

accorgo, che ha dato un ordine a qualcheduno ch'io non posso vedere,

perchè rimane nel buio. Già me lo immagino sarà il soprastante. Già ho

capito il tenore dell'ordine: era di accendere il lume; – non pensate

mica un lume solo; – tutt'altro! – questo non usa, che in casa vostra,

quando non è Luna piena, perchè allora prendete quel della Luna, che

non ha bisogno di essere smoccolato, e dura la notte; – ma avranno

acceso benissimo la mezza dozzina dei lumi, e più ancora. Guardate

che luce larga e brillante prorompe fuor delle stanze! non vi sentite

rallegrare a guardarla? È incontrastabile, – i lumi son sei, se non son

otto; – vorreste negar la luce?

Ma stiamo attenti a quello, che vuol fare il Signore. Ecco, egli ha

tolto in mano un bel mazzo di penne nuove; – ecco, ne tempera una, – ne

tempera due, – ne tempera tre. Badate là, – ora prende un quaderno di

carta, e la esamina di contro al lume. Per Bacco! è fina davvero quella

carta, e indorata sugli orli! Eh! non vuol mica scrivere al fattore; si

vede chiaro, che scrive a dei pezzi grossi!

Non vi movete. Che ve ne andate di già? – ora viene il meglio. Ecco,

il mio Signore s'è messo al tavolino; – ecco che ha già cominciato.

Fin qui non v'è molto da raccapezzare, ma pur qualche piccola cosa.

Per un curioso tutto è buono; – il minimo che mena a delle scoperte

importanti. Dall'ombra, che si disegna sul muro, vedo la sua testa

via via inclinarsi e rilevarsi; – vedo tuffar la penna; – ora s'è

grattato dietro all'orecchio destro; ha stracciato un foglio; – la

lettera non veniva a modo suo; – un foglio nuovo, e da capo. Ora sì,

che tira via, – ha trovato la strada, – non si ferma un istante, –

la passione gli guida la mano. Oh! se la passione crescesse! se lo

impegnasse a profferire ad alta voce quello che pensa, e che mette in

carta tacitamente! Dall'allegrezza farei un salto mortale. E badate,

spesso succede; e quando la passione dice davvero, non v'è più ritegno.

Dimandatene agli scrittori; – pare che quel dir forte l'idea, che vanno

a scrivere, la faccia completa, come la mente la concepisce. E di fatti

è così; la declamazione è il colorito del pensiere. Ma zitti! zitti!

il Signore s'impegna; – sento un mormorio; – crescerà, se Dio vuole,

– diventerà voce scolpita; – diventa, diventa! Oh! io sono un uomo

felice, io credo nella mia buona stella! – Ascoltiamo: – uh! se non

fosse il vento, che me le mangia mezze, sentirei tutte le parole; ma mi

contento; ascoltiamo:..... _una nera calunnia.... così non si tratta

un gentiluomo.... badare a ciò che si fa.... scoprire la cabala....

guai a lui!.... so maneggiare una spada.... Siamo il più..... sostegno

dell'ordine.... la canaglia in prigione, sta bene; ha..... d'un

freno.... l'anarchia regnerebbe.... le..... classi vanno rispettate....

riprese, ma non punite..... la canaglia si crede qualche..... e la

Ragion di Stato è.... princìpi son conosciuti..... innocente.... non

deroga a sè stesso.... riparazione pubblica.... conveniente alla mia

condizione... servo – Cavaliere Scipione Frullanotti Marzocchi._

Oh! vediamo, se la metto insieme; – ho tanto in mano da ripromettermene

bene.

«Eccellenza!

Scritti editi e postumi · 第 2 / 23 段