Lo conoscete voi Sancio Pansa? Quel tipo verace di buon sens

SCRITTI

EDITI E POSTUMI

DI

CARLO BINI

LUGANO

TIPOGRAFIA DELLA SVIZZERA ITALIANA

1849.

Poichè la carità del natio loco

Mi strinse, raunai le fronde sparte

DANTE.

AI GIOVANI

Erkenne erst, mein Sohn, was er geleistet _hat_,

Und dann erkenne, was er leisten _wollte_.

GOETHE.

Gli scritti in parte editi, in parte inediti, raccolti in questo

volume, sono l'unico indizio ch'oggi ci avanzi d'una santa anima che

passò, alla quale Dio aveva largito tanto tesoro d'amore da benedirne

un'intera generazione, e che gli uomini e i tempi costrinsero a

riconcentrarsi in sè stessa: sono il profumo d'un fiore calpesto da

molti, inavvertito dai più, al quale mancarono l'aria e il sole, pur

nondimeno sacro e bello di divina bellezza a quanti adorano nella

povera modesta rosa dell'Alpi un simbolo di poesia, e dell'eterna vita

che Dio diffonde, a conforto e promessa, anche fra i geli dell'inerzia

e le nevi dello scetticismo.

E l'inerzia e lo scetticismo dei più fra' contemporanei avvelenarono

di sospetti mortali, e di dolori tanto più gravi quanto più solitari,

l'anima e la vita di CARLO BINI, e condannarono le facoltà di un

intelletto nato potente a non rivelarsi se non per getti brevi e

spezzati; note d'una melodia, che, a svolgersi ricca com'era, domandava

la _terza_, e non l'ebbe. Io qui non parlo di scetticismo religioso:

parlo dello scetticismo letterario sociale, conseguenza quasi sempre

del primo, che ha esiliato tra noi come per ogni dove la poesia in

un angolo del creato, e l'ammira a patto che non n'esca a diffondersi

sulla vita; che ha impiantato sul dualismo dell'epoca in oggi morente

il dualismo della pratica e della teoria; che applaude sorridendo,

come a giuoco di ginnastica intellettuale o a visioni di anime

illuse, all'adorazione dell'Ideale, alla religione del sacrificio,

dell'aspirazione, dell'entusiasmo, al culto attivo, incessante,

dei forti pensieri, dell'immense speranze e dell'avvenire: dello

scetticismo che giudica freddamente com'opera d'arte l'espressione

scritta col vivo sangue del core d'un dolore profondamente sentito,

d'un desiderio ch'è forse il segreto di tutta una vita: dello

scetticismo che, per cancellare nel Poeta l'_uomo_, ha inventato

in questi ultimi anni l'_artista_. E dico che questo scetticismo,

oggi ancora prevalente in Italia, condannò CARLO BINI al silenzio.

L'anima sua pura, vergine d'ogni ambizione, ritrosa alla lode fino a

sdegnarsene, abborriva dall'idea del letterato di professione. L'Arte

gli pareva, ed è, l'espressione per simboli del Pensiero d'un'Epoca,

che si fa legislazione nella Politica, ragione nella Filosofia,

sintesi e fede nella Religione: per lui lo Scrittore, il Poeta, era,

com'è per noi, l'apostolo, il sacerdote di quel _pensiero_, l'uomo

che traducendolo in forme, immagini ed armonie particolarmente

simpatiche, commove il popolo dei credenti a tradurlo in azione. Ma

quand'ei cercava, guardandosi attorno, il popolo di credenti che dovea

costituirlo Poeta e Scrittore, ei si ritraeva atterrito. Ricordo le

parole ch'ei rispose con voce di mestizia ineffabile a me che andava

spronandolo: «_perchè non scrivi?_» mentre viaggiavamo, nel 1830, a

notte innoltrata, sulle alture di Montepulciano: «_per chi scrivere?

chi crede in oggi?_» Fu l'unica volta ch'ei mi parlò, quasi forzato, il

suo segreto, e lo stato dell'anima sua. Più tardi, e come s'ei temesse

di calunniare i suoi fratelli di patria, andava innocentemente tentando

d'ingannare sè stesso e gli altri sulle cagioni del suo silenzio, e

diceva, «ch'ei s'era esplorato abbastanza e non si sentiva capace di

lunghi importanti lavori.» Ma un eco di quel grido del povero amico

suona tuttavia a chi sa intenderlo per entro ad alcune delle poche

cose ch'egli dettò, segnatamente nella poesia sull'_Anniversario della

nascita_. Quel canto, ch'egli scrisse col presentimento avverato di una

morte precoce, è la condanna la più energica ch'io mi sappia del dubbio

che s'abbarbicò negli anni più giovani, quando l'ali son più ferme al

volo, all'anima sua, e la stancò innanzi tratto in una guerra muta,

interna, incessante, fra il desiderio che la chiamava ad espandersi

e lo sconforto che la dissuadeva. Ma quel dubbio d'onde venne? D'onde

venne a BINI, ditemi, quella esperienza ch'egli chiama _la morte del

cuore_?

CARLO BINI era nato potente; ma il segreto della sua potenza stava,

per quanto a me fu dato conoscere, nella commozione. Le armonie che

vivevano perenni nell'anima sua avevano, per sciogliersi in suoni,

bisogno, come la statua di Memnone, d'un raggio di Sole sorgente.

Il suo era ingegno d'Apostolo, non di Profeta. Temprato a sentire

la _vita_ nelle sue menome manifestazioni, nelle sue relazioni più

delicate, con un cuore traboccante e assetato d'amore, con una mente

pronta ad afferrare il Bello, il Grande, il Vero, dovunque apparissero,

e a venerarli e a ispirarvisi, BINI avea più ch'altri bisogno, a

rivelarsi qual era, d'armonia, d'equilibrio fra l'_io_ e il mondo

esterno, fra le tendenze ingenite in lui e il _mezzo_, l'elemento, in

che dovevano manifestarsi: la solitudine dell'anima gl'intorpidiva

a inerzia le facoltà. In mezzo a un gran Popolo, davanti a un gran

fatto, in faccia a una grande Idea incarnata in pochi individui santi

d'amore e di sdegno, di pensiero e d'azione, le potenze che nel sopore

comune gli dormivano dentro, si sarebbero suscitate tutte in un fremito

di volcano, e avrebbero operato in modo da lasciare ai posteri ben

altra memoria di sè che non questa: in una società pigmea d'affetti

e d'azioni, com'è – perchè non dirlo? – la nostra, BINI non trovava

simboli e immagini a' suoi concetti, e quasi pauroso di profanarli si

tacque. Egli era come quegli augelli, che sotto un cielo sereno empiono

l'aria di bei concenti e nella maremma ammutiscono. Forse, un solo

essere, uomo o donna, che gli avesse detto: ― «tu soffri; che monta?

Dio t'ha fatto per questo: i patimenti sono le sue benedizioni. Dio

non t'ha creato per te, ma per gli altri. Soffri e persisti: persisti

s'anche tu vedessi calpeste dagli uomini le idee che ti fervono dentro:

persisti davanti alla morte: persisti davanti alle delusioni ben più

terribili che non la morte. Guarda in alto e nel tuo cuore, e dentro

ai sepolcri dei Grandi passati; non altrove. Cos'è il mondo d'oggi

per te? Dio non t'ha detto: _specchiati negli uomini che ti stanno

intorno_ – ma – _va, ama, predica e muori. La mia Legge è il tuo cuore:

ivi sono le stelle de' tuoi destini:_» ― avrebbe salvato BINI dallo

sconforto; certo, ei si sarebbe prostrato davanti a quell'essere, e

rialzato meno infelice e più grande. Ma quell'ente ei non l'ebbe. Non

che gli mancassero amici; ma i più si tenevano da meno di lui, e non

s'attentavano d'ammonirlo; i pochi che lo avrebbero osato, gli vissero

lontani e raminghi; nè parole siffatte riescono efficaci, se non

quando sono pronunziate, nei momenti d'abbattimento supremo, col bacio

dell'amante o colla stretta di mano dell'intima fratellanza. BINI,

circondato di simpatia, d'ammirazione, d'affetti modesti e ineguali ai

bisogni dell'anima sua, visse e morì solitario. E in questo isolamento

morale al quale egli non era nato, ma pur sentivasi condannato

irrevocabilmente qui sulla terra, cominciò l'incertezza sulle proprie

forze, cominciò il dubbio sull'importanza della vita, cominciò la lenta

etisia dello spirito che lo consumava fin da quando io convissi, or

sono tredici anni, parecchi giorni con lui. Tra le abitudini prepotenti

d'un'analisi venuta a disciogliere e i barlumi d'una sintesi nuova,

tra le vecchie tristi dottrine, che insegnavano una vicenda alterna

inevitabile di vita e di morte in tutte le umane cose, e la filosofia

religiosa, che annunziava l'eterna progressione ascendente dell'Umanità

collettiva in un vasto piano d'educazione assegnato dalla Provvidenza,

l'intelletto di BINI, tendente per potenza intrinseca e per tutte le

aspirazioni del cuore a quest'ultima, ma sconfortato dalle incertezze

che regnano in tutti cominciamenti, e più dal contrasto visibile fra

l'Ideale intravveduto e gli uomini che doveano rivelarlo in azione,

invocava, a decidersi, un _segno_. Pronto a dedurre con un vigore non

comune di logica le più remote conseguenze d'un principio, e avvezzo da

molto a conformare, non per sistema, ma per natura, gli atti della vita

alle credenze dell'intelletto, ei si sentiva dalla contemplazione delle

generazioni contemporanee tratto a dubitare della verità dell'Idea. E

allora, quand'ei non vedea più per chi sagrificarsi o per che, la vita

gli sembrava un problema insolubile quando non una trista ironia, e

tutte cose gli si tingevano a nero. Un riflesso di questa guerra tra

l'intuizione dell'avvenire e la conoscenza anatomica del presente,

che s'agitava dentro lui tormentosa, continua, gli pareva, quand'io lo

conobbi, sul volto. La sua calma era calma di vittima: il suo sorriso,

dacchè ridere nol vidi mai, un sorriso d'esule, de' più mesti ch'io

m'abbia incontrati.

Poi vennero, – perch'io degli ostacoli materiali, della povera fortuna,

degli affari di banco a' quali la carità della famiglia lo strinse,

cose tutte ch'egli avrebbe superato, non parlo, – vennero le delusioni

individuali, le delusioni che incanutiscono la chioma e l'anima innanzi

tempo; la morte d'una fanciulla amata; amicizie di molti anni senza

colpa perdute; tentativi, su' quali tutte le speranze della vita

s'erano poste, falliti; e gli uomini venerati un tempo come insegnatori

scaduti fin dove comincia il disprezzo, e l'entusiasmo creduto poc'anzi

di fede scoperto entusiasmo di sola e spesso egoista speranza, e le

visioni dell'anima vergine date da quei medesimi che primi le avevano

accarezzate al ludibrio d'un materialismo crescente cogli anni, allo

scalpello inesorabilmente feroce del calcolo: storia tristissima e

di molti fra noi. CARLO BINI uscì dalla prova vincitore, ma esausto:

credente, e lo dico con gioia, nella fede in che noi crediamo, ma

disperato del presente, di molti anni avvenire, degli uomini che gli

formicolavano attorno, e della propria vita terrestre. «_Sono_, –

egli mi scriveva il 16 agosto 1842, – _sono un vecchio edifizio tutto

franato, e non mi resta che un cuore tutto rughe e pieno di morti, e

sull'estremo orizzonte dell'avvenire ho l'ospedale, dove pur non mi

soccorra la morte di cui ho in mano una buona caparra. Nè mi manca

la fede nei principii; e sebbene spesso la senta svenire e quasi

estinguersi, sebbene spesso una crudele ironia mi sferzi lo spirito

e lo faccia ammattire, questa fede la sento rinascere più ostinata e

più verde; ma non credo in me e negli uomini che compongono l'epoca,

– e compiango a lacrime di cuore quegli infelici che hanno immaginato

di alzare un monumento con siffatti materiali, quegli infelici cui

la natura gettò sull'anima il cilizio d'una volontà forte e perpetua,

destinata ad abbracciarsi e lottare e logorarsi coll'impotenza. Io li

compiango questi infelici, e nel tempo stesso li invidio, perchè almeno

avendo tenuto fermo nella strada che scelsero, quando pure non giungano

a nessun termine, avranno la coscienza di aver fatto il proprio dovere

e morranno senza rimorsi. Ma molti, ed io primo fra tutti, non potremo

morire senza rimorsi!_» Povero CARLO! chi scrive sa meglio d'ogni altro

che tu potevi morire senza rimorsi.

BINI sdegnò d'essere letterato, ammirato da letterati. I pochi scritti

ch'egli dettò, tutti a quanto io mi so senza nome, sgorgarono non da

disegno premeditato, ma da circostanze imprevedute che gli suscitarono

a tumulto le potenze del cuore. Puri d'ogni affettazione di lingua o

di stile, caldi senza indizio di sforzo, candidi, ingenui, ritraenti

del fare di Sterne, scrittore dei prediletti da lui, ma di Sterne con

tutte le idee, con tutti gli affetti del XIX secolo, a me rendono

immagine viva del suo sorriso; sorriso, come dissi, mestissimo, ma

pieno di pietà e d'amore, senz'ombra di riazione, senza vestigio delle

molte amarezze patite. E rimarranno, cari a tutti come la promessa,

inadempita per colpa dei più fra noi, d'un ingegno originale e potente;

preziosi a noi pochi che lo conoscemmo e non lo dimenticheremo mai più,

come il ricordo d'una vita la più incontaminata, la più virtuosa, che

ci sia stato dato d'incontrare in questi ultimi anni.

Condannato dalla fortuna a occupazioni dalle quali si ribellavano

tutte le tendenze dell'animo suo, affannato dal desiderio d'un Ideale

ch'ei disperava di raggiungere in terra, roso, – e questo è tormento

che i più negano, e nessuno forse, se non chi lo prova, può intendere,

– dalla potenza che gli fremeva dentro e rimanevasi, per disconforto

dell'Oggi, inoperosa al di fuori, CARLO BINI tra l'esser frainteso o

profanato nell'espressione del suo pensiero, scelse il silenzio; ma lo

ravvolse di tanta dignità, che parve, a chi lo conobbe dappresso, più

eloquente d'ogni parola. Non si lagnava; avido d'amore, sdegnava il

compianto; fors'anche lo tratteneva il timore di aggiungere, snudando

le proprie piaghe, allo sconforto dell'anime giovani, che guardavano in

lui ed erano men forti a reggere che non la sua. La sua era di quelle

che s'affinano nella sventura. Tutta la vita sottratta all'intelletto

di BINI si riversava nel cuore; nè, s'egli avesse trovato l'esistenza

simile fin da' primi suoi giorni a un letto di rose, avrebbe potuto

mostrarsi più affettuoso ai viventi che s'abbattevano in lui.

Dall'attività d'amico ch'egli più anni addietro, spiegò per giovare,

nelle strette d'una crisi di povertà, chi scrive codeste pagine, fino

alla traduzione dal Tedesco ch'egli imprese poco tempo innanzi la

morte, e quando il male che ce lo rapì lo travagliava minaccioso, per

soccorrere col ricavato della vendita a un conoscente, io potrei citare

una serie d'atti tali e tanti da onorare qualunque vita; ma non li cito

perchè mi parrebbe offendere la santità del pudore ond'ei ricopriva

le belle azioni della sua vita: ei benediceva, come soffriva, tacendo.

Non so quanti vivano grati a BINI per aiuto, consiglio o conforti; son

certo che non esiste un sol uomo il quale possa dolersene. Tendente

al frizzo, s'adoprava continuo a correggere la natura, e lo temperava

di tanta benevolenza che nessuno poteva patirne o adontarsene:

intollerante e santamente sdegnoso solamente all'ipocrisia. Lento, ma

tenacissimo, negli affetti, non li tradì mai per tempo, lontananza,

o vicende: tradito egli stesso, rispettò il passato e non rispose

che col silenzio. Serbò, perseguitato, contegno virilmente decoroso

dell'uomo che dal primo all'ultimo anno della sua vita avea, com'egli

stesso scriveva, «segnato una linea retta nella via dell'onore;» e

tra pericoli, de' quali nè egli nè altri poteva segnare i limiti,

andava cacciando sulla carta, con una quiete di bambino accarezzato,

linee di tanta innocenza d'amore alla Madre, che paiono scritte da

un'anima di fanciulla con una penna tolta all'ala d'un angiolo. Delle

sue opinioni non parlo: le più importanti trapelano a chi sa intendere

anche dai pochi scritti raccolti in questo volume. Amava religiosamente

la Patria; nè, rara dote nei tempi nostri, mutò mai: migliorò; ―

come un bel cielo al tramonto, le facoltà del suo cuore andarono via

via rasserenandosi quanto più egli s'accostava all'ultimo giorno.

L'ingegno pronto ed acuto, l'osservazione diligentissima, il senso

ch'ei possedeva squisito del Bello sotto qualunque anche poverissima

forma si presentasse al suo sguardo, la singolare facilità con ch'egli

potea trapassare dalle corde dell'onesta letizia a quelle della

commozione più profondamente patetica, una insolita dolcezza di stile,

e l'anelito all'Infinito, e l'anima nata ad amare e inchinatissima alla

pietà, avrebbero forse in altri tempi fatto di CARLO BINI il Gian Paolo

Richter dell'Italia; ma egli non avrebbe mai potuto scrivere a chi lo

conobbe, libro migliore della sua vita.

Morì côlto d'apoplessia, il 12 Novembre 1842 nell'età di trentasei

anni[1], dopo quaranta ore più che di agonia di letargo, in Carrara,

dov'ei s'era per affari recato. Ma le sue ossa, trasportate devotamente

per voto di tutti ed opera degli amici a Livorno, riposano dov'io forse

non potrò mai più visitarle, a Salviano, nel cimitero.

Nè gemo per lui; perchè gemerei? Il suo pensiero gli sopravvive, più

potente a spandersi invisibile dal mondo migliore, ov'egli soggiorna,

tra' suoi fratelli di patria; ed egli è salito a vita meno infelice

e più pura. Gemo per noi che abbiamo perduto un amico, e non siamo

certi fino all'ultimo giorno di meritar di raggiungerlo: gemo pei

giovani che avrebbero potuto abbandonatamente specchiarsi e fidarsi

in lui, e ai quali son tanto rare in oggi siffatte guide. E gemo dal

profondo dell'anima pensando alle tante anime mie sorelle, simili a

quella di CARLO BINI, che onorerebbero d'opere generose e di nobili

scritti l'Italia, e si consumano, mentr'io scrivo, ignote a me, ignote

a tutti, nel tormento d'un'impotenza decretata dai tempi, dall'egoismo

ognor più invadente, e dall'inerzia vostra, o Italiani. Provvedete

a quest'anime, o Giovani: è BINI che prega per esse. Voi avete dato

onore d'esequie solenni e di tomba alla sua spoglia mortale: sia con

voi il suo spirito e fate del vostro cuore un santuario della sua vita.

Operate come se aveste raccolto in voi l'alito estremo del pensiero

d'amore che lo animava. Educatelo devotamente attivi e diffondetelo

sulla terra che BINI piangeva caduta. Amate la Patria come ei l'amava:

ribeneditela d'entusiasmo, di fede, di Poesia: preparate ai vostri

ingegni privilegiati quel popolo di credenti che BINI invocava. Oggi,

comunque facciate d'abbellirle e onorarle, l'Angiolo dello Sconforto

siede sulle tombe de' vostri cari, e la voce che noi moviamo per essi,

e dovrebbe innalzare in religiosa lietezza l'inno della nuova vita,

suona lamento inconsolabile e amaro.

NOTE:

[1] _Egli era nato in Livorno, il 1.º di Decembre 1806._

PRIMA PARTE.

SCRITTI ORIGINALI.

MANOSCRITTO DI UN PRIGIONIERO

― 1833 ―

You smile? t'is better thus than sigh.

BYRON.

V'è più ragione di ridere quando sei in fondo, che quando

sei in cima; – almeno tu non temi più di dare la balta. Il riso

dell'uomo felice può essere smentito da un punto all'altro. La

Fortuna non fa contratti perpetui con nessuno. Il suo corso è

a spirali, e non rettilineo. Oggi t'abbraccia, e ti mette sul

capo un diadema; dimani ti taglia la testa, e la dà per balocco

all'abietto, che faceva da sgabello ai tuoi piedi.

EPIGRAFE, CHE VA PER CONTO MIO.

CAPITOLO I.

Il cervello dell'uomo appena è in istato di esercitare le sue funzioni

può rassegnarsi in tre scuole. Di queste una infallibilmente ne

conoscete, ― senz'altro le conoscerete anche tutte, perchè non sono

arcani di astronomia; – son cose semplici, e dappertutto si sentono

dire. Io nondimeno, a scanso di equivoci, mi stimo in dovere di

nominarvele tutte e tre, secondo l'ordine naturale in cui giacciono

fino dal principio dei secoli. Elle pertanto sono queste:

Scuola della Fede;

Scuola del dubbio;

Scuola dell'Incredulità.

E in una di queste tre, suo malgrado o no, ha da rassegnarsi il

cervello. La prima è più frequentata di tutte; – la seconda più della

terza; – quest'ultima ha un numero bene scarso di alunni. Il locale

stesso è sì angusto, che non potrebbe capirne una folla, – e per

entrarvi ci vogliono certi dati requisiti, che non son comuni. _Sic

se res habet._ V'è chi crede in tutto; v'è chi dubita di tutto; v'è

chi non crede in nulla. V'è chi crede, che il Sole abbia gli occhi,

il naso e la bocca come abbiamo noi; – v'è chi dubita, che il Sole

non sia di fuoco, ma una massa enorme di ghiaccio; – vi sono certi

pochi disperati, che non credono in nulla, – nè anche nel sasso dove

urtano, – nè anche nell'acqua che li bagna. ― La verità dove siede? ―

Di grazia, vi prego, non fate a me questa dimanda, perchè non saprei

di dove cominciare a rispondervi. Quello che è vero, ogni scuola la

pretende esclusivamente nel suo ricinto, – e le ha destinato un bel

seggiolone a bracciuoli, dove non ci si vede mai nessuno a sedere. Ma

tutte le scuole vi spiegano il fenomeno in questa guisa: non si può

negare, voi non vedete nessuno, e noi non vediamo nessuno, – ma v'è

la sua propria ragione; – la Verità è un ente invisibile. Forse la

Verità imita il Congresso degli Stati Uniti d'America, che tiene le sue

sessioni ora in questa, ora in quella città, regolandosi con una giusta

vicenda.

Io per cominciare _ab ovo_, come dicono i retori, primamente entrai

nella scuola della Fede palpando l'ombre come cose sensibili, fino

a che il tatto educato dall'uso non uscì d'inganno. Allora protestai

nelle debite forme, – tolsi commiato il meglio che seppi, e mi diedi

alla scuola del Dubbio. Non operò la stanchezza, o il capriccio: furon

la coscienza e il puntiglio, che mi fecero divorziare colla Fede. La

Fede me ne aveva fatte troppe delle fusa torte, e troppo manifeste. Mi

dava una cosa per bianca, e al riscontro era bigia; – e quanto spesso,

per cagion sua, invece d'uno ho dovuto far due viaggi, ho dovuto fare

un conto due volte!

Un tempo io mi dava a credere, che un effetto solo e determinato fosse

prodotto sempre da una causa sola, determinata, immutabile. Un tempo

io lo credeva, ― e la Logica anch'essa mi accennava col capo ad una

certa distanza. A me pareva allora che volesse darmi ragione, – e forse

invece voleva dirmi di no.

Oggi il mio _credo_ è sensibilmente variato quasi in tutti i suoi

articoli, e tale è il frutto degli anni. Ma son io più felice? Siete

voi più felici, voi, che aspettaste con tanto anelito il benefizio del

tempo? – Gli anni mi hanno guarito di certe poche malattie, che non mi

facevano nè bene nè male, e mi hanno guarito di più altre malattie,

che mi facevano meglio della salute. Ora me ne accorgo, ma è tardi,

– e poi quel che è stato doveva essere. Gli anni, non contenti che il

pomo dell'Asfaltide fosse pieno di cenere, gli hanno voluto rapire la

lusinga di una scorza lieta di bellezza e di luce. Oh! la dottrina

degli anni! io la lascerei volontieri a chi la vuole, se il Fato

non me l'avesse imposta come una camicia di forza. La dottrina degli

anni smuove il cuore dal suo centro portandolo verso la testa. È una

dottrina severa, geometrica, che cammina per terra colle mani e coi

piedi, e dal tetto in su non vede altro che nuvole, e le stima buone

solamente a far piovere.

Ma veniamo al dunque. – Io voleva dire, che un effetto solo non dipende

sempre da una causa sola: anzi spesso può dipendere da due cagioni

diametralmente opposte fra loro. – Un fulmine può scoppiare a ciel

sereno, – può scoppiare in burrasca. – Non so se in Fisica regga;

ma l'ho detto così per dare un certo rilievo al mio disegno, – e in

ogni caso sapete dove trovarmi; – io son _qua_ per le debite scuse. –

L'uomo può andare in prigione per i suoi meriti, _exempli gratia_ per

un furto, – _etiam_ può andarvi per un _qui pro quo_. Un _qui pro quo_

non è cosa da pigliarsi a gabbo; alle volte, è vero, può farvi ridere;

– sovente ancora può farvi corrugare la fronte. Un _qui pro quo_ può

mettervi al fatto d'un segreto, che non avreste mai sospettato; – può

dare e toglier l'ale a una vittoria; – può mandarti in prigione, e

viceversa può farti vescovo.

CAPITOLO II.

Lo conoscete voi Sancio Pansa? Quel tipo verace di buon senso gregio

e originale, tale e quale come la natura se lo cava di manica? ― Ma

diamine! v'è mestieri di domandarlo? Prendete l'uomo il più idiota, e

rammentategli Sancio Pansa, si mette subito a ridere. Sancio Pansa è

conosciuto in Europa, è conosciuto in America, e sarà pur conosciuto

in Africa e in Asia, quando queste due parti del globo vorranno

leggere nei nostri libri. Sancio Pansa è il buon umore incarnato, –

grazioso nei suoi sali, grazioso nelle sue balordagini, grazioso a

piedi, grazioso sul'asino. – Sancio Pansa ha ormai la sua nicchia nella

storia, e vi sta saldo, inchiodato, imperterrito; – potete scuotere

a vostra posta, Sancio Pansa non si muove, non crolla. Egli e il suo

asino occupano pacificamente tante miglia quadrate di fama, quante il

primo conquistatore di prima classe: citate pure Alessandro, citate

Cesare o Buonaparte.

Eterne grazie a Cervantes che me lo diede a conoscere! Io l'ho

benedetto le mille volte Sancio Pansa, perchè mi ha fatto del bene.

L'ho benedetto come il maestro, che mi ha insegnato tante cose, che

l'accigliata filosofia non sapeva insegnarmi; – l'ho benedetto come il

sogno allegro delle mie veglie, – come l'amico che nell'ora nera veniva

di mezzo a mettermi in pace meco stesso e col prossimo. – Sia lieve

la terra sulle sue ossa; – sia lieve ancora su quelle del suo asino. –

Quest'ultima prece consolerà il suo spirito quanto la prima.

Sancio Pansa dunque era quell'uomo, che voi tutti ben conoscete. Aveva

anch'egli una madre, perchè Sancio Pansa fu una persona vera e viva

di questo mondo, battezzata e sepolta in Ispagna. Ora non mi ricordo

appunto in qual parte del libro Sancio Pansa racconta, che sua madre,

per arguzia di natura e per vecchiaia, era una donna pratica assai

delle cose umane. Narra di più, che un giorno ragionando di nobiltà,

di casate illustri, di origini antiche, sua madre chiuse il discorso

affermando sinceramente di non aver conosciuto al mondo se non due

sole famiglie: quella di coloro che hanno tutto, e quella di coloro

che non hanno nulla. E la vecchia soggiungeva candidamente, che non so

come l'istinto la portava a dirsela più volentieri colla famiglia dei

possidenti.

Dunque nota bene: Chi va in prigione è povero o ricco.

CAPITOLO III.

Quando va in prigione un signore è un avvenimento che nessuno se lo

aspettava. Tutti se ne fanno le maraviglie; tutti ne parlano in mille

voci, in mille maniere. Chi bisbiglia, chi grida, chi dice di sì, chi

dice di no.

La città è seminata di gruppi, e per mezza giornata almeno non fanno

più nulla, se non ciarlare del caso, e da un gruppo cacciarsi in un

altro: precisamente come quando segue l'eclisse del Sole. Un signore

in prigione pare alla plebe impossibile. – La plebe, che somma fatta

in capo all'anno sta sei mesi in prigione e sei mesi in una soffitta,

è inutile, non se ne persuade, perchè non ce ne vede mai dei signori;

e così di rado che non se ne rammenta. Crede le prigioni fabbricate

unicamente per sè; e se v'entra alcuno che non sia de' suoi, è un

fatto che la percuote, le sembra quasi una usurpazione. – Tanta è la

potenza dell'uso. – La plebe non crede che la colpa possa vestirsi

di panno fine,... crede che la colpa vada solamente vestita di cenci,

scalza, e col capo ignudo. – E sì che tutto il giorno ha in bocca un

proverbio pieno di verità che dice: L'abito non fa il monaco. – Non

giova: – quel proverbio erra per tradizione così sulla lingua, ma la

mente non l'accorda. – La plebe crede pur troppo nell'abito, e cotesta

persuasione oggimai s'è ossificata con lei.

Tuttavia, volere o no, di rado, ma qualche volta un signore va in

prigione.

Egli, appena ha varcato di tre o quattro passi la soglia, si volta

risoluto, – fa il viso più imperioso del solito, – squadra il

carceriere dai capelli alle piante, – poi gli ficca gli occhi negli

occhi. – Lasciatelo fare: il signore legge qualche cosa in quegli

occhi. È una lettura rapida, che dura un attimo, ma basta, – e il

signore se ne trova contento.

Se ne trova contento, e mette mano alla borsa: – la dondola con due

dita un momento per aria, – la fa suonare, – dice qualche cosa che

non vuol dir nulla, e il soprastante che è un gran chierco in tutte

le lingue, – anche in quella dei muti, – risponde subito; comandi,

comandi; – in quella stessa maniera, nè più nè meno, che rispondevano

gli spiriti in quei secoli d'oro, quando un mago o una strega con un

tocco di verga o con un ribobolo erano padroni dell'aria, della terra

e dell'inferno....

Voi l'avete sentito, il soprastante ha risposto: comandi, comandi.

E di fatti la metamorfosi da un punto all'altro è così improvvisa,

così universale, che sei tentato a giurare rinnovellato il regno

degl'incantesimi. In cinque minuti il signore è stato introdotto in un

nuovo _quartiere_; e il soprastante gli ha chiesto perdono, se, così

preoccupato com'era, aveva sbagliato di numero. Il valentuomo aveva

preso un tredici per un quindici; e il signore per tutta risposta gli

ha battuto due volte umanamente sulla spalla, non mi ricordo se destra

o sinistra. Ora le stanze sono tre, e prima erano una. Sono larghe,

ariose, imbiancate di nuovo, con qualche rabesco per maggior vaghezza,

e le finestre arrivano a mezza vita. Le finestre danno sur una buona

strada, dove passano carrozze e pedoni, uomini e donne, – dove il

signore può fare anche all'amore, – e senza scandalo. –

Viva la metamorfosi quando va dal basso all'alto! – _Fervet opus._

– Le piume sottentrano al pagliericcio, – le sedie all'unica panca,

– i cristalli all'unico orciuolo di terra cotta. I valletti sudano

attenti e in silenzio. ― «Fate piano con quello specchio, – badate

al canterale, è nuovo di zecca; – ehi! quel Napoleone non è mica

di piombo, è d'alabastro, – voi lo maneggiate come una brocca, –

sagratissimo diavolo! – ci vuol maniera, – badate, ve lo dico, chi

rompe paga; – dove sono i vasi dei fiori?» ― Così grida affannata la

voce chioccia del soprastante, e non si cheta più mai.

In questo mentre il signore ha girato per tutti i versi la nuova

abitazione; – ha veduto e riveduto minutamente, – ha disposto dove far

la tal cosa dove far la tal altra; – dove dormire, – dove vegliare, –

dove pensare, – dove non pensare. Ha fatto di quando in quando diverse

dimande, e il soprastante spesso gli ha risposto un no invece di un sì,

e viceversa. È un cattivo momento per discorrer con lui, – ha l'animo

troppo internato nell'assetto delle tre camere, e cotesto pensiere

gli ha rubato la mano. Ella è finita, – vuol farsi onore, nessuno lo

frastorni, – tanto non dà retta a nessuno.

Laudate Iddio! l'assetto è finito, – si può respirare, – respiro

anch'io. Con un'occhiata i valletti son licenziati, e se ne vanno.

Alla buon'ora. Adesso il soprastante è contento; – se lo guardate bene

nella statura, vi pare un dito più alto. – Si asciuga il sudore della

faccia, – si raffazzona i capelli, – compone lo scompiglio delle vesti,

– si scuote d'indosso la polvere, – si mette in somma in buono stato, –

nello stato di comparire come un galantuomo. Dopo si rivolge al signore

con un mezzo sorriso tra la compiacenza e l'orgoglio, e il signore gli

corrisponde tentennando con bel garbo la testa. Ora è tempo che anch'ei

se ne vada. E di fatti vedetelo là col cappello in mano, che se ne va

all'indietro fino alla porta. E non crediate che se ne vada alla muta.

Oh! il soprastante è un uomo di mondo. Sicuramente ha detto: servo

devoto. Io l'ho sentito con queste orecchie, – e l'ha detto in tono di

basso assoluto.

Ora manca null'altro? – Non saprei: – v'è la prigione, e il signore

v'è dentro. Oh! le belle prigioni che son quelle dove vanno i signori!

La povera gente le scambierebbe volentieri con la sua libertà. Cosa

manca al signore là dentro? Il soprastante gli ha pur detto: comandi,

comandi; – ed egli non ha inteso a sordo. Gli dà noia il divario, la

novità del locale? Può immaginarsi finita la scritta della casa abitata

prima, e che gli sia convenuto tornare in un'altra; – può immaginarsi

il suo palazzo in mano alle maestranze per bisogno di certi restauri,

e che per questo abbia condotta a pigione provvisoriamente una casa,

come veniva veniva. Gli dà noia forse il non potere uscir fuori? –

Bene, può mettersi in capo che non ha voglia d'uscire, – che l'acqua

vien giù a rovesci, – che si è stravolto un piede montando a cavallo,

– che cerca la solitudine per comporre un'opera, per farsi anch'egli un

bel nome. In somma a lui tocca a scegliere. – L'immaginazione è là come

un merciaiuolo alla fiera, e gli va mostrando uno dopo l'altro i suoi

mille fantasmi, e si protesta di vendere a buon mercato.

CAPITOLO IV.

Fra bene e male una buona mezz'ora è passata. Cos'abbia fatto il

signore frattanto, io non ve lo posso dire. Io non sono S. Antonio, non

posso trovarmi al tempo stesso in due luoghi. Ho lasciato il signore,

e sono uscito col soprastante andandogli dietro dietro ad una giusta

lontananza. Il soprastante ha girato due strade, – poi è riuscito sur

una piazza. Quivi a passi smisurati s'è accostato a uno stabile di

bella apparenza, che al primo piano portava una mostra dipinta nelle

regole con certe parole cubitali, che dicevano: _Restaurateur_. Come

ha messo il piede sul primo scalino, ha cavato fuori una scatola, – ha

preso tabacco, – ha fatto uno sternuto, – e poi s'è infilato su per le

scale. E io dietro senza perder tempo. Io son l'ombra del soprastante;

– non mica per nulla, vedete, – ma son curioso anch'io, – forse troppo;

– già sono stato sempre, – curioso forse come una femmina.....

Il soprastante ha aperta la bussola franco franco, come se fosse stato

il padrone, o come un avventore dei buoni. Arrivato in mezzo ha dato

il buon giorno, e del compare a un cert'uomo, che stava inchinato

sopra una tavola a mettere in sesto non so quali vivande. Il compare

s'è riscosso, – s'è rigirato in un _fiat_, e veduto il soprastante

ha fatto subito bocca da ridere, e gli ha reso bene e meglio il buon

giorno. Egli ha compreso istantaneamente di che sì trattava. Allora

si sono strette le mani come due vecchie conoscenze, – hanno parlato

forte, – si son bisbigliati non so che nelle orecchie. Dopo di che il

trattore ha lasciato quel che aveva da fare, – si è messo in ordine, e

son venuti via di conserva.

Eccoli insieme alle carceri; – già salgono una scala, – due scale, –

tre scale; eccoli sul pianerottolo. Il soprastante avanti, il trattore

dietro. Ecco, che il primo mette adagio adagio la chiave, – la gira

lentamente, quasi che la serratura fosse di vetro, – e prima di

sospigner l'uscio ingentilisce la voce, e la manda dentro dicendo:

― È permesso? si può passare?

― Oh bella! se non passate voi, che avete le chiavi, chi deve passare?

― Vossignoria ha sempre ragione; ma io conosco con chi ho da trattare,

e i miei doveri non li so d'oggi.

― Bene, bene. Che abbiamo di nuovo?

― Son venuto a sentir quel che occorre, conducendo meco quest'uomo.

― Avete fatto bene. Galantuomo, chi siete?

― Sono un trattore bello e buono, ai servigi di Vossignoria.

― Ah! siete un trattore? siete una cosa più necessaria della prigione.

― Viva la faccia di Vossignoria! in questi luoghi vuol essere borsa, e

buon umore.

― Come vi chiamate?

― Marco Trappolanti ai servigi di Vossignoria.

― Avete un nome curioso.

― Eh! Signore! che vuole? tanto il nome che il grado son cose, che

bisogna portarle come Dio ce le mette adosso. Se stesse a noi lo

scegliere, non andrebbe così; – io mi sarei messo un nome lungo e

liscio come una coda di cavallo, e invece di cucinare per gli altri

farei cucinare per me. Non so se dico bene, sono un ignorante.

― Bisogna contentarsi. La provvidenza ha saputo quello che ha fatto. Ma

veniamo al pranzo. Come mi tratterete.

― Vossignoria di certo non vorrà stare all'ordinario, – mi parrebbe

un'offesa a proporglielo. Del resto la tratterò come merita, come vuol

essere servita. Non dubiti, l'arte la so fino in fondo; – com'ella

vede, ci sono invecchiato. Scelga, chè io son qua tutto per lei. Vuol

cucina alla Francese? alla Piemontese? la vuole all'Inglese?

― Per non confondermi le assaggerò tutte. L'ordinario non lo voglio;

– mi appresterete un pranzo a parte secondo la nota che vi darò.

Pietanze sane, e in abbondanza. Vino sincero; – mi contento, che me lo

diate come l'avete ricevuto. Voglio sperare, che col fatto smentirete

la cattiva impressione, che produce il suono del vostro cognome.

Scommetto, che siete un galantuomo. Dite di no?

― Eh! non ho detto nulla, – e come vede io non sono in prigione.

― Bravo! è una risposta che vale un paolo. Prendete _(gli dà un

paolo)_. Andate, – spicciatevi, – servitemi bene, – ed io penserò a

voi.

CAPITOLO V.

Voi potete rovesciare il quadro, se il carcerato appartiene alla

famiglia dei poveri. Povero! – ma sentite che voce? – La combinazione

stessa delle lettere che compongono un tal vocabolo è una cosa che dà

addosso; – il nome stesso è così fiacco, che non si regge ritto.

No, – io non ci credo, – non ci credo neppure se me lo dicesse ella

stessa. La Natura non ha fatto i poveri: ― ella è buona, – ella

è savia, – è madre, e non madrigna: siamo tutti suoi figliuoli, e

vuol bene tanto al primo che all'ultimo. E se la Natura avesse mai

stampato questa moneta, bisogna pur dire, che non avesse più credito,

che avesse gli sbirri in casa, e dopo le prime mandate avrebbe fatto

meglio a rompere il conio, – avrebbe fatto meglio a mettere in circolo

degli assegnati, – avrebbe fatto meglio a fallire. Una moneta falsa è

tuttavia di metallo, – ha un valor benchè minimo: ― il povero è peggio,

– è una moneta di fango.

I poveri, via, non ci volevano; – essi stessi ne vanno d'accordo. ―

Ma come mai son diluviati in questo mondo ad ingombrare le strade,

i vicoli, le piazze, in guisa che il Signore per poter passare

disperatamente è costretto di andare in carrozza? Ma come mai? Io mi

ci sono stillato il cervello, e non son venuto a capo del come. L'ho

dimandato perfino agli stessi poveri, e mi hanno risposto chiedendomi

qualche cosa per amore di Dio.

Così è, – la storia è come io ve la narro. Le tradizioni, gli archivi,

la stampa, non serbano traccia nè del come, nè del quando fosse fondata

la setta dei poveri; – non serbano neppure il nome del fondatore.

L'antiquaria ha cercato dappertutto, – per terra, – per mare, – per

aria, ma non ha trovato nè pergamena, nè medaglia, nè altro documento,

che ne desse il minimo indizio. Per avventura la setta non fu mai in

grado di rizzare nè anche un tronco d'albero in memoria della sua

origine. Quel poco che ne sappiamo è che la setta rimonta col suo

principio verso un'epoca remota remota, le mille miglia lontana dal

dominio della storia, e conta un'antichità canuta tanto da dar gelosia

a chi stima di attingere un merito a questa sorgente. Un gentiluomo

è sempre prudente, – ma tuttavia per le buone regole credo bene

avvertirlo di non discender mai a cimento con un povero sulla primazia

delle scambievoli origini. Bisognerebbe cercar nel passato, e chi sa

dove lo menerebbe l'indagine. Chi l'assicura che non trovasse uno degli

avi suoi in cotal luogo da fargli salire i rossori sul viso? _Quando

Adamo zappava ed Eva filava, dov'era allora il gentiluomo?_

Povero! – Questo nome ha un tal prestigio per me, ch'io non me ne posso

staccare. E quanti sono! Trovatemi chi li sappia contare, ed io _ipso

facto_ lo dichiaro matematico più valente di Galileo. I poeti, per dare

un'idea delle cose che non si possono numerare, hanno tolta l'immagine

dalle arene del mare, e dalle stelle del cielo; – potevano toglierla

ancora dai poveri della terra, e così avrebbero avuto un paragone di

più. ― Non v'è che dire, – è la più vasta setta di quante apparissero

mai, – rimasta sempre in seduta permanente, – e riceve gli adepti alla

rinfusa, – senza chieder loro come si chiamino, – senza guardarli

neppure in faccia. Non ha misteri, – non ha sotterranei, – cospira

sotto la cappa del sole, – non ha timore della _Police_. Ella non è una

setta segreta, e qualsivoglia governo l'ammette.

O poveri! – Voi siete ricchi di pazienza più che altri non crede.

Quando di sotto ai tetti delle vostre soffitte voi vedete le stelle,

chi non fosse povero bestemmierebbe, – penserebbe al freddo, – alla

guazza, – alla pioggia, – al malore che gliene potrebbe incogliere.

― E voi pensate invece che quegli astri scintillanti un dì saranno

casa vostra, – che passerete dall'uno all'altro a vostro talento, –

che avrete tutti i giorni Domenica, – che le anime vostre potranno

svoltolarsi a bell'agio sull'azzurro molle del firmamento come sopra

un tappeto. Così sognate ad occhi aperti, e non sentite la durezza del

letto, e l'inclemenza dell'aria. La speranza pietosa di tanti bisogni,

di tanti dolori, coll'ambrosia del suo alito v'inebbria – vi affascina

il cuore, – colle sue divine melodie vi culla i sensi in una calma

profonda. ― O poveri! Voi siete ricchi di pazienza, – e Dio.... vi

mantenga perenne quel dono. Che se un giorno la perdeste, se rompeste

le dighe che al presente vi contengono, qual sarebbe allora la faccia

del mondo? La gerarchia sociale resisterebbe al fiotto dei vostri

milioni? la piramide starebbe, quando si scommovesse la base? Cosa sarà

la superficie di questo suolo, quando il vulcano l'avrà lambita colle

sue mille lingue di fuoco?

CAPITOLO VI.

Ma ripigliamo il filo del nostro racconto. Dove siamo rimasti? Sarebbe

bella che me ne fossi scordato! Lasciatemici pensare un momento:

buoni, buoni, – ho ritrovato il filo. ― Ma, di grazia, stateci attenti

ancor voi, – io sono avvezzo troppo a divagare, tanto che non mi

sembra neppure. Quando vedete ch'io prendo il largo per menarvi chi

sa dove, – forse in un pantano, – forse sur un prato fiorito, – allora

tentatemi per un braccio, – tiratemi una falda, – rimettetemi insomma

sulla vera strada. Io n'ho di bisogno, – voi lo vedete da voi; – non

posso camminar diritto, – serpeggio sempre, – ormai è un vizio che

s'è convertito in una seconda natura. ― Per questo ho stimato bene

avvisarvene. ― Uomo avvisato, mezzo salvato.

Sta tutto bene, ma un altro poco, s'io non me ne accorgo per tempo, il

filo mi sfuggiva nuovamente di mano. ― Su dunque all'opera.

Ecco il Povero viene. Vedetelo là in mezzo a quella massa di popolo,

che lo preme, e lo incalza nel suo tristo destino spensieratamente,

come il cavallone spinge sul lido una tavola del naufragio. L'avete

veduto? Non si distingue se sia sciolto o legato, se gli sbirri sien

quattro o sei, tanto è fitta quella massa di plebe. Che ronzio, che

schiamazzo, che tempesta d'urli e di voci! ― Cos'ha fatto? ― Come si

chiama? ― È del paese? ― È forestiere? ― È un ladro? ― È un assassino?

Dove ha rubato? ― Conoscete l'ammazzato? ― Quante ferite? ― E via

discorrendo; e tutti dimandano, e tutti rispondono ad un tempo. ― Ma

non potrebbe darsi che fosse, più che iniquo, infelice, che fosse

innocente? – Potrebbe darsi, ma nessuno l'ha pensato, nessuno l'ha

detto. Ei l'infelice percorre le vie di fretta più che non vorrebbe;

– il turbine popolare lo mena. E chi l'ha vestito in quel modo così

pietosamente ridicolo? Se la Miseria non gridasse; io l'ho vestito,

– tu diresti che il Capriccio ha mandato fuori la sua maschera più

grottesca; il suo capo d'opera. Porta in capo una cosa, che tre anni

sono era già un cappello vecchio, – ora è uno sgomento a definirla.

– E la camicia non è di canapa, non è di lino, – nè di cotone, – nè

di stoppa; – è d'una stoffa che non è stoffa, d'un colore che non è

colore; – una camicia che ha una manica e mezzo. Oh! davvero è meglio

contentarsi della pelle che ti diè tua madre, che avere una camicia

come quella! – E i calzoni! che labirinto! Non si sa se sono a diritto

o a rovescio, se il davanti è di dietro, e se il di dietro è davanti;

– se in principio furono fatti di toppe, o d'una materia unica, perchè

ora le toppe sono più grandi della materia primitiva. E quante sono! e

come affollate! e si montano addosso una sull'altra come una turba di

curiosi quando c'è da vedere uno spettacolo nuovo. E chi gli ha fatto

quei calzoni? Giudicandogli al taglio, potrebbe averglieli fatti ancora

un magnano. – Tutto questo vuol dir nulla: così vestito com'è, viene

avanti; – un piede ha calzato di mota, – l'altro gli sta in una scarpa,

mezzo sì, mezzo no. Ei l'infelice è vicino a toccare la meta del suo

viaggio. È un viaggio che i poveri fanno frequentemente, – di rado

sciolti, più spesso legati, – e non lo stampano, perchè son modesti,

nè li rode la smania di farsi un nome a _tout prix_. È un viaggio che

non fanno mai in vettura. È scritto che il povero vada sempre a piedi;

– sia che vada a nozze, all'ospedale, o in prigione. E per questo il

Povero va colle sue gambe in prigione; – e deve andarvi, fosse anche

paralitico, stramazzato dalla febbre, fosse anche zoppo. – Il povero

non ha diritto che a una vettura sola: a quella che dal carcere lo

porta al patibolo, – dalla vita all'eternità.

Finalmente egli è giunto al portone d'ingresso, – all'arco trionfale

della miseria, del delitto, dell'innocenza che la calunnia può

convertire in delitto. E pur troppo vi sono trionfi di tutte le specie,

e la plebe umana li accompagna tutti colla medesima calca, – col

medesimo spirito, colla medesima furia, colle medesime grida. Basta che

sia un alimento alla feroce curiosità della plebe! sia pure la testa

mozza di Luigi XVI, l'incoronazione di Buonaparte! Tra cibo e cibo non

mette divario. – Il Povero ha passato il suo arco di trionfo, – trionfo

di vergogna e di dolore. – La plebe è rimasta di fuori, e non sa neppur

ella cos'altro più aspetti; ella non è sazia ancora.

CAPITOLO VII.

Il Povero è avanti, e gli sbirri fanno il corteggio. Salgono e scendono

più volte; – voltano a destra, voltano a manca; – è un intreccio che

la mente alla prima non può raccogliere in ordine; – in fine danno

in un corridore lugubre lugubre, dove si può vedere l'oscurità, come

disse Milton. Qui la vista non serve, conviene andare a tentoni. Giunti

in fondo si fermano. Di lì a pochi minuti s'ode un rumor di passi che

sempre più si avvicina; – finalmente senza averlo veduto comparisce un

uomo con un mazzo di chiavi, – un uomo per così dire, con un viso duro,

un viso cupo, che accresce le ombre del luogo. – Gli sbirri non gli

dicono che due parole, e poi se ne vanno.

Ora il Povero e il soprastante sono in presenza l'uno dell'altro. – Ma

non ci segue una parola, non ci segue uno sguardo. Il Povero non osa,

il soprastante non se ne cura. Fra l'uno e l'altro giace un silenzio

ineccitabile, una indifferenza letargica, come fra il beccamorti e il

cadavere. Il soprastante tra la fretta e la rabbia apre un uscio basso

più dell'uomo che deve passarvi, – poi si tira un passo indietro, come

per dire al Povero: – entrate. Il pover'uomo curvandosi mette il piè

sulla soglia, e il soprastante non crede opportuno di accompagnarlo, ma

gli dà una spinta, e lo butta là come una cosa, che non è più buona a

nulla. E così come dico arriva in fondo in un attimo; la stanza non è

troppo lunga e con una spinta s'andrebbe anche più là, se il muro non

si opponesse. Ora a qual Santo ricorrere? I Santi anch'essi vogliono

salmi e candele. Egli non è tentato di frugarsi le tasche, perchè non

ha tasche; – e, quand'anche le avesse, cosa dovrebbe cercarvi mai? Egli

dispererebbe di trovarci un picciolo, posto ancora che li scudi belli e

coniati piovessero giù dal cielo come le goccie dell'acqua. E in verità

io credo, ed egli crede, che non ci troverebbe un picciolo: – forse un

conto, che non ha potuto pagare, e che lo manda in prigione, – forse un

rosario, se pure la Miseria col suo fiato ardente non gli ha cancellato

dall'anima quel segno lieve di fede, che l'amor di sua madre v'impresse

quando egli era un fanciullo.

Scritti editi e postumi · 第 1 / 23 段