PRIMI RIFORMATI ITALIANI. PIETÀ SOSPETTA. MICHELANGELO. IL FLAMINIO. IL
CARDINAL POLO. VITTORIA COLONNA.
Di mezzo alle gravi sventure politiche, nelle quali perdeva
l'indipendenza e ad altre naturali che venivano ad esacerbarle[520],
l'Italia si sentì minacciata d'una ancor più grave, qual era di andar
divisa negli articoli di fede.
Ci siamo chiariti come qui prima che altrove si svolgesse il seme delle
protesta religiosa, tra per meditazione di pensanti, tra per arguzia di
letterati, tra per esagerazione di pietà. E appunto i nostri riformatori
potrebbero distinguersi in tre categorie. Gli uni che, per passione
degli studj e abbagliamento de' classici, attribuivano a questi
un'autorità eguale o simile a quella della Bibbia e de' santi padri;
volendo emancipata la ragione umana, non le tolleravano neppur i vincoli
della fede, o distinguevano un ordine di verità secondo la religione,
uno secondo la filosofia; o pretendevano questa con quella conciliare
mediante l'ecclettismo che, in fatto di fede, rasenta l'incredulità.
Altri, vedendo la depravazione insinuatasi nella Chiesa di Dio, e gli
ecclesiastici tuffarsi in cure secolaresche, dal riprovare l'abuso
passavano a censurare la Chiesa, fino a reluttare all'autorità di
questa, che unica ha il diritto di riformare.
Altri, ritirandosi dal mondo contaminato, si esaltavano nella penitenza,
e pregavano che Dio la infliggesse alla Chiesa tutta. Un'ortodossia
rigorosa, capace di tanto odio quanto amore, arriva a non comprendere
ciò che per poco si scosti dalla fede. Una esagerata preoccupazione
morale, la passionata credenza alla giustizia di Dio portano a una vita
cupamente austera, scevera d'ogni dilettamento, e tra mortificazioni
poco proprie della stirpe umana, e ancor meno della italiana. Di questi
già avemmo il tipo ne' discepoli del Savonarola, che, pur disapprovando
molto nella Chiesa, arrestavansi davanti alle decisioni e all'organica
venerazione di essa. Pietro Paolo Boscoli, uno de' siffatti, per
congiura di Stato condannato a morte in Firenze, ebbe a se Luca della
Robbia, grave letterato, e gli commise di dire ad un certo loro amico,
abbandonasse le umane lettere che gonfiano il cervello, e si convertisse
tutto agli studj e alla disciplina della cristiana filosofia. NARDI.
Dagli eccessi della pietà, o dagli ardimenti del pensiero che,
interpreta sì, ma accetta il dogma esposto dalla Chiesa, corre gran
distanza alla rivolta della ragione individuale e mutevole contro la
credenza universale ed inalterabile, nè i nostri spingeano il desiderio
di riformare sino al proposito di distruggere.
A dir vero, nella libertà con cui qui si disapprovava la romana curia,
svampavano quelle stizze, che represse ingagliardiscono; e la vicinanza
faceva che, coi traviamenti delle persone non si confondesse la santità
delle istituzioni. Mentre i Tedeschi invidiavano a noi il papato come
fonte di ricchezza e di potere, i nostri s'accorgevano che esso
conservava all'Italia quell'importanza, che sotto ogni altro conto
smarriva, e che qua attirava persone, affari, denaro. Tutti i principi,
tutte le case magnatizie tenevano uno o più de' lor membri nel Sacro
Collegio o nelle prelature, i quali e godevano pingui prebende,
considerate come appannaggi de' cadetti d'illustri famiglie, ed
esercitavano autorità come legati, nunzj, protettori de' regni, elettori
del papa. Gli artisti aveano dalla devozione i principali loro esercizj,
nelle chiese, ne' conventi. I letterati si chiamavano riconoscenti ai
papi e ai cardinali, che li prendevano per secretarj o clienti. Le
classi inferiori non erano state guaste dal rinato paganesimo, nè il
raziocinio, limitato fra gli scienziati, sovvertiva le coscienze
popolari. Poi, se Lutero avrebbe potuto sopra le profonde convinzioni di
Dante, qual presa poteva avere fra i contemporanei dell'Ariosto che ride
di tutto; ride dei dogmi come e più di Lutero?
Quante famiglie si onoravano d'aver dato prelati, e papi, e fino qualche
santo alla Chiesa! stando solo alla Toscana, di nobili case usciano i
sette fondatori dell'Ordine de' Serviti: Buonfigliuolo Monaldi,
Buonagiunta Manetti, Manetto dell'Antella, Amadio Amidei, Uguccione
Uguccioni, Sostegno Sostegni, Alessio Falconieri. I Ricci gloriavansi di
santa Caterina; gli Orsini di sant'Andrea; i Falconieri delle beate
Giuliana e Carissima; i Pazzi di santa Maddalena; i conti Guidi del
beato Carlo; i Soderini della beata Giovanna; i Vespignano del beato
Giovanni; del beato Ubaldo gli Adimari; i della Rena di Certaldo della
beata Giulia; i Gambacurta di Pisa del beato Pietro, e via discorrete.
Fuori di là, i Latiozi di Forlì aveano avuto il beato Pellegrino; i
Malatesta di Pesaro la beata Michelina; i Borromeo di Padova santa
Giustina; poi seguivano tutte le famiglie papali; poi, dove la storia
venisse meno, supplivasi con tradizioni e sino con favole, quasi non
s'avesse per casata insigne quella cui mancasse un santo. E per vero,
qual più bel titolo di nobiltà che il contare fra gli antenati eroi da
paradiso? e qual empietà il disperdere e profanare que' vanti e quegli
avanzi degli avi! Il culto delle memorie non si rinega dalle nazioni, se
non quando siano rese imbecilli dall'intrigo e dalla rivoluzione.
Ciò svogliava in generale gli Italiani dal buttarsi alla riforma. E
poichè la grandezza maggiore, la potenza, la ricchezza all'Italia è
sempre venuta dall'esser sede di que' pontefici, ai quali appunto si
intimava guerra, l'interesse che vi spingeva i forestieri ne disamorava
i nostri, che aveano anzi a indispettirsi contro questo Lutero, il quale
accanniva le genti germaniche contro l'Italia, maestra e vittima de'
compatrioti di lui.
Di queste ragioni umane si ammantò la grazia che Dio concedette al paese
nostro di non unire, a tant'altre organiche divisioni, anche quella
delle credenze e del culto.
Però l'Italia rimaneva ancora conquassata dalle intraprese dei
tirannelli contro i popoli, per le quali i principati quasi da per tutto
si erano sostituiti al governo dei più. La lotta non era finita allorchè
cominciò a predicarsi la Riforma; e pel consenso che hanno fra loro le
proteste contro l'autorità, poteva credersi che i reluttanti, e
sopratutto i profughi, si alleerebbero coi dissenzienti, e cercherebbero
introdurne le idee in patria. Viepiù poteano esservi spinti i Toscani, i
cui oppressori temporali erano pontefici e cardinali; e i Romani, troppo
spesso incapricciati di far dispetto al loro sovrano. Potevano così
complicarsi la religiosa colla quistione politica; e ricondurre que'
sciagurati momenti, ove un paese rimane governato da' suoi fuorusciti.
Nulla avvenne di ciò: e per quanto noi abbiam in altro luogo[521]
esaminato partitamente i maneggi de' rifuggiti, non incontrammo ombra di
quest'alleanza.
Ma se l'amore delle novità non invase nè le plebi, nè i principi, e se
quelli che si brigavano di regolare la propria fede erano pochissimi a
fronte di coloro che ne usavano e ne viveano senza punto analizzarla,
erra chi crede che la Riforma non abbia fra le Alpi avuto ed estensione,
e conseguenze civili e politiche.
Se non che, mentre in Germania fu partito de' principi, in Francia
partito de' nobili, in Italia fu principalmente da letterati. Dopo che
la protesta fu formulata in Germania, la estesa reputazione de' dotti
italiani fece che i novatori forestieri ne sollecitassero l'adesione, e
cercassero qui divulgare le loro scritture, mentre la vivacità degli
ingegni nostrali inuzzoliva delle nuove predicazioni. Alcuni di qua si
tenevano in corrispondenza coi dotti tedeschi; e i cardinali Bembo e
Sadoleto carteggiavano coll'erudito Melantone, il principale apostolo di
Lutero, amante la pace e mediatore, ma senza iniziativa. Gli studenti
tedeschi che qui, e principalmente a Padova e a Siena[522] venivano a
raffinarsi, e i nostri che s'addottrinavano nelle Università germaniche,
servivano a trasmettere le nuove dottrine.
Fin dal 1520 Burcardo Scenk, gentiluomo alemanno, scriveva a Spalatino,
cappellano dell'elettore di Sassonia, che Lutero godeva stima a Venezia
e ne correano i libri, malgrado il divieto del patriarca; che il senato
penò a permettere vi si pubblicasse dai pulpiti la scomunica contro
l'eresiarca, e solo dopo uscito di chiesa il popolo[523]. Lutero stesso
per lettere felicitavasi che tanti di quella città avessero accolto la
parola di Dio[524], e teneva corrispondenza col dotto Giacomo Ziegler,
che fervorosamente s'adoprava a diffondervi le innovazioni. Di là erano
diretti esortamenti a Melantone perchè non tentennasse nella fede, nè
tradisse l'aspettazione degli Italiani[525].
A Venezia si ristamparono la spiegazione del _Pater_ di Lutero, anonima;
i _Luoghi comuni_ di Melantone, col titolo di _Principj della teologia
di Ippolito da Terranegra_. Perocchè i falsi nomi erano un artifizio
d'eludere le ricerche; e il Commento sui salmi di Bucer apparve sotto il
nome d'Arezio Felino, le opere di Zuinglio sotto quello di Coritio
Pogelio, o di Abideno Corallo; così Postel s'intitolava Helia Pandoches:
Giulio da Milano trasformavasi in Girolamo Savonese: anzi il Commento di
Lutero sull'epistola ai Romani e il Trattato della giustificazione si
diedero per opere del cardinale Fregoso. Questi mascheramenti eludevano
la vigilanza; altre opere giungevano entro botti di vin di Borgogna o di
Tokai, o in balle di panni e cotonerie. Francesco Calvi, di Menaggio sul
lago di Como, donde il suo cognome di Minicius, e ch'era stato anche
tipografo apostolico, teneva bottega di libri a Pavia, e ito a cercare
dal Froben di Basilea le opere di Lutero, le propalò in Lombardia.
Che fin dalle prime fossero accolte in Italia le dottrine nuove ce n'è
altro testimonio Martino Bucer, il quale tradusse dal tedesco in latino
le postille di Lutero, e stampate nel 1526 a Basilea, le dedicò ai
fratelli italiani. Ma Bucer repudiava la consustanziazione, accettata da
Lutero, sicchè alterò varj passi: di che altamente irritato, Lutero
l'assalse con ogni peggiore ingiuria, talchè quel mite ristampò a parte
i passi genuini, e v'aggiunse esse lettere di Lutero.
Il qual Lutero scriveva a Baldassare Altieri, veneziano e secretario
dell'ambasciadore d'Inghilterra, si guardasse dalle dottrine di Bucer,
di Bullinger, di Pellicano, di altri intorno alla eucaristia, come da
pestilenziale eresia; e interrogato dai nostri sopra la presenza reale,
anatemizzava Zuinglio ed Ecolampadio, «dottori contagiosi e falsi
profeti». Bucer, inclinato alla pace, dirizzò una lunga lettera «agli
Italiani fratelli che invocano Cristo con pura fede a Bologna e a
Modena, venerandi e carissimi», congratulandosi che ogni giorno
avanzassero nella cognizione di Cristo, e a sempre nuovi la
partecipassero; gli duole siano nati dissensi fra loro intorno
all'eucaristia: stiano contenti di sapere che si pascono della carne e
del sangue di Cristo, cioè in Cristo vivono più pienamente, e in sè vivo
il sentono viepiù. E qui spiega la quistione nata su tal punto,
concludendo di ricevere quei simboli con pietà, non offenderli con
curiose e profane disquisizioni, dalle quali confida guariti anche i
Tedeschi[526].
Si ha una lettera, che alcuni nostri da Bologna, nel 1533, scrissero al
signor di Planitz, ambasciadore del duca di Sassonia all'imperatore,
attestando di approvare la Chiesa protestante, e d'insistere pel
Concilio[527]. L'anno stesso stampavasi in italiano il _libro_ di Lutero
dell'emendazione e correzione dello stato cristiano.
La bolla di Clemente VII, del 15 gennajo 1530, deplora che in diverse
parti d'Italia avesse attecchito la pestifera eresia di Lutero, non solo
tra persone secolari, ma anche ecclesiastiche e tra regolari, mendicanti
o no, a segno che alcuni con discorsi, e fino con pubbliche prediche
infettavano altri. Pertanto autorizza gli inquisitori domenicani a
procedere contro costoro, ed anche Carmelitani o d'altri Ordini
mendicanti: possano istituire vicarj e comissarj abili, purchè di
trent'anni; ed essi e questi possano assolvere i ravveduti. Maggiori
privilegi concede ai Crociati, che dagli inquisitori s'erano istituiti
ne' varj luoghi per averne ajuto e consiglio.
Paolo III, con bolla del 14 gennajo 1542, confermava questi provedimenti
informato che a Bologna, a Milano e in altri luoghi v'avea secolari e
religiosi, che allegavano indulti e privilegi per tenersi immuni dalla
giurisdizione degli inquisitori, e così proporre e disputare
pubblicamente proposizioni scandalose, erronee e talvolta ereticali, con
iscandalo e pericolo.
Già abbiamo veduto come il cardinale Sadoleto si lagnasse della
defezione degli spiriti: e il cardinale Caraffa dichiarasse a Paolo III
che l'eresia luterana aveva infettato l'Italia, e sedotto non solo
persone di Stato, ma molti del clero. Più ancora significano le
baldanzose speranze di alcuni apostati.
Egidio Della Porta, d'illustre famiglia comasca e frate agostiniano in
patria, l'11 dicembre 1525 a Zuinglio «egregio soldato di Cristo, e
venerando come padre», mandava: «Da un pezzo io desiderava scriverti, ma
n'ebbi vergogna. Or mi rimprovero questa pusillanimità, pensando che
Cristo istesso senza distinzione riceve anche i più umili. Come Paolo,
dopo percosso, udì il Signore comandargli di visitare Anania e ricevere
i consigli suoi, così, se io non sarò Paolo, sii tu a me Anania, e
dirizzami colla parola nella via della salute. Vanno quattordici anni
che, per zelo, com'io credo, pio, sebbene non secondo scienza, mi
sottrassi ai parenti, e mi feci agostiniano, credendo coi Pelagiani
poter procacciarmi la salute colle opere; e tanto feci che da sette anni
attendo a evangelizzare la parola di Dio, ma con quanta ignoranza delle
buone lettere! Perocchè nulla sapevo di Cristo, nulla della fede: tutto
alle opere attribuendo, insegnavo a confidare in queste. E chi sa quali
veleni ho io sparsi nel campo del Signore! Ma il buon Dio non volle che
il suo servo perisse in perpetuo, e mi prostrò sicchè io esclamai:
Signore, che vuoi ch'io faccia? E il cuor mio s'intese dire: Va ad
Ulrico Zuinglio, e te l'insegnerà..... Ormai non tu, ma Dio per te mi
camperà dai lacci: e spero addur meco alcuni fratelli. A noi non son
note la lingua greca e l'ebraica, poco la latina: vogliamo impararle, ma
più imparar Cristo. Tarderemo la venuta nostra fino a Pasqua, e durante
la quaresima predicheremo il verbo di Dio.... Scrivendomi, dirigi ad
Andrea Mondino, di qui....»
Poi al 15 dicembre 1526, di nuovo:
«Gran piacere mi recò la tua lettera. Prudentissimamente la venuta
nostra nè disconsigli, nè comandi. Non sai che io son povero
all'estremo. Potrai pregare nosco Iddio che al più presto si faccia la
volontà sua. Temo non abbiasi ad attendere a lungo il Testamento che
stiamo traducendo. Da mille faccende siamo distratti; ora spediti alla
questua, ora tenuti alle ore canoniche, or qua, or là pei paesi, per le
piazze, consumiamo gran tempo in faccende da nulla. Come poi si potrà
stampare non scorretto se non vi assista qualche italiano? Ma lasciamo
ciò. Il Signore suscitò in me lo spirito suo, che per tuo mezzo vuol
perfezionare. Milano e il suo territorio, per la guerra recente è
talmente spoverito, che molti benestanti giaciono in miseria: oltre
gl'innumerevoli che già prima erano mendici. Sono senza fine le
sciagurate che per la miseria si prostituiscono. Insomma la mano di Dio
s'è talmente gravata sul popolo, che gli uomini inveleniti credono
lecito l'affiggersi qualsiasi ingiuria.
«Queste sciagure Iddio curerà per tuo mezzo. Scrivi al duca di Milano
una lettera d'esortazione e, se non l'ascolti, di minaccia, perchè a'
suoi sudditi proveda il pascolo dell'anima e del corpo, togliendo il
denaro ai pingui frati, e distribuendolo fra il popolo; lasci a ognuno
predicare la pura parola di Dio, il che torrà, se rimanga alcuno
scrupolo nell'azione predetta. Che se egli diffidi, guardi ai Tedeschi
che fan altrettanto con avidità. Aggiungi che più facilmente fiaccherà
la possa dell'Anticristo, il quale confida nelle sue ricchezze, e se ne
vale a perdizione di molti. Varj fratelli, non isprovisti di pietà e
d'erudizione, mi incalzano acciocchè io te ne scongiuri per Dio. E che
scriva ai capi del nostro Ordine o setta, colle ragioni che più forti
saprai svellendoli da quella faragine di regole, ma bada di non
tacciarli d'ignoranza, perocchè sono vanitosissimi, e se
n'impennerebbero.... Ma che sto io ad insegnarti? La terza domenica dopo
Pasqua si raccoglieranno a capitolo per esaminare e deformare, volli
dire riformare. Tal lettera dirigi a noi. Con qualche esempio nelle
sante carte fa lor veduto com'è volere di Dio che si predichi la parola
sua con semplicità e senza fronzoli, e che peccano contro di lui quelli
che spacciano le proprie opinioni come responsi del cielo»[528].
Con apostolato più fiero la negazione era stata sparsa dai guerrieri,
qui calati a straziarci. Carlo V, mentre professavasi difensore della
Chiesa, aveva menata in giro una marmaglia di soldati, spesso cerniti
da' paesi più infetti della Germania, e che diffondeano, se non le
dottrine nuove, lo sprezzo delle vecchie, piacendosi di fare affronti
agli ecclesiastici, di gravarli di castighi o d'ingiurie. Giorgio
Frundsberg, inventore de' Lanzichinecchi, portava allato una soga d'oro,
colla quale vantavasi di volere strozzare in Clemente VII l'ultimo dei
papi, ed una d'argento pei cardinali. I papi stessi, come tutti gli
altri principi, chiamavano nelle nostre guerre soldati svizzeri e
germanici, che divenivano apostoli dell'eresia o colla parola o
coll'esempio.
Ha ben riflesso Bossuet che, oltre coloro che chiedono la Riforma da
rivoluzionarj, v'ha molti che il fanno senza asprezza nè violenza;
deplorano i mali, ma con rispetto propongono i rimedj, nè li vorrebbero
mai ottenere colla scissione, la quale considerano come il pessimo de'
mali; la dilazione sopportano senza dispetto, riflettendo che possono
sempre cominciare l'emenda in se stessi: sanno che Cristo insegnò ad
onorare la cattedra di Mosè, anche quando vi siedono peccatori; e la
riforma vogliono fatta secondo la divina istituzione della Chiesa, per
ripristinarla sulle sue basi, non per crollarle.
Qualche dotto prendea passione alla Bibbia come avrebbe fatto ad un
manuscritto recentemente scoperto. Coloro che aveano censurato gli abusi
della Chiesa, compiacevansi d'udirli ripetere dai Protestanti, e di
poter esclamare, «Anch'io l'avea detto e prima di loro; e se mi si fosse
dato ascolto, se ne sarebbe tolta l'occasione». Altri vagheggiava fama
di franco pensatore coll'assentire alla disapprovazione delle cose
antiche, a quegli epigrammi, o raziocinj poco migliori d'epigrammi, che
vengono facilissimi a chi è mal informato della soggetta materia.
Inoltre era divenuto moda l'asserire qualche proposizione condannabile,
e favorire qualche eretico, per l'irrefrenabile spirito di
ricalcitramento contro l'autorità. D'altro lato il disgusto causato
dalla politica romana infondeva desiderio di ravvicinarsi a Dio; e parea
che i primi riformatori tirassero a ciò o col misticismo che avvicina
immediatamente a Dio, o col togliere il clero di mezzo fra l'uomo e il
creatore; e i discorsi pieni di pensieri pii e di parole sante, e i
lamenti sulla depravazione, espressi con forza e libertà, mascheravano
di zelo lo spirito di rivolta. Massime chi era contemplativo più che
indagatore dovea restar commosso dai dubbj, allora gettati
nell'intelligenza e nella fede, donde il turbamento venutone alle
coscienze più pure.
Ma i delicati, se erano offesi dall'antica superstizione, restavano
scandolezzati dalla audacia presente; riprovavano il culto delle
immagini, l'invocazione dei santi, i segni materiali di credenza, come
la croce, i rosarj, gli scapolari: offendeansi sopratutto delle
ambizioni papali e dell'ingordigia curiale: pure sentivano il bisogno di
appoggiare la libertà all'autorità, per non rimanere perplessi sulle
grandi quistioni della presenza reale, della predestinazione, della
soddisfazione di Cristo. Dal dissipamento e dalla corruttela ritornavasi
quindi alla devozione, fino ad associarla col delitto, e per lo più
finivasi piamente una vita menata nelle colpe. Il duca Valentino, tipo
della scelleraggine meditata, caricavasi di reliquie; e Vitellozzo, che
era in guerra col papa e che cadeva vittima de' colui tradimenti,
supplicava in morte di ottenergliene l'assoluzione. Carlo VIII veniva
con molte reliquie alla spedizione d'Italia. Alessandro VI gloriavasi
d'avere acquistato la lancia con cui fu trafitto il Redentore in croce;
portava in collo una bulla contenente le sacre specie: alla sua Lucrezia
raccomandava la devozione a Maria. L'astuto Lodovico il Moro, il Cavour
di que' tempi, moltiplicava chiese, e la notte prima di fuggire da
Milano, vegliò nella Madonna delle Grazie sul sepolcro di sua moglie. Il
Machiavelli, un degli empj se ce n'ebbe, ha discorsi sacri, e una
predica sul _De Profundis_, ove esorta a «imitare san Francesco e san
Girolamo, i quali, per reprimere la carne e torle facoltà a sforzarli
alle inique tentazioni, l'uno si rivoltava su per i pruni, l'altro con
un sasso il petto si lacerava... Ma noi siamo ingannati dalla libidine,
incôlti negli errori, inviluppati nei lacci del peccato, e nelle mani
del diavolo ci troviamo: per ciò conviene, ad uscirne, ricorrere alla
penitenza, e gridare con David, _Miserere mei, Deus_, e con san Pietro
piangere amaramente»[529].
Non citerò l'infame Aretino, che colle più laide composizioni ne
alternava di sacre, vendereccio nelle une come nelle altre; ma e
l'Ariosto e i Cellini e tutti gli artisti sentivano il bisogno di
raccogliersi talvolta a Dio, e rinnovare quelle pratiche, in cui gli
aveva nodriti la loro madre. Giorgio Vasari più d'una volta risolse di
ritirarsi in solitudine devota, «e così offenderò meno Iddio, il
prossimo e me stesso, dove nella contemplazione di Dio, leggendo si
passerà il tempo senza peccato, e senza offendere il prossimo nella
maldicenza»; e ridottosi fra i monaci di Camaldoli, elevandosi a un
misticismo cui ben poco mostrasi propenso nelle sue pitture, scriveva a
Giovanni Pollastra:
«Siate voi benedetto da Dio mille volte, poichè sono per mezzo vostro
condotto all'ermo di Camaldoli, dove non potevo, per cognoscer me
stesso, capitare in luogo nessuno migliore; perchè, oltre che passo il
tempo con util mio in compagnia di questi santi religiosi, i quali hanno
in due giorni fatto un giovamento alla natura mia sì buono e sano, che
già comincio a conoscere la mia folle pazzia dove ella ciecamente mi
menava, scorgo qui in questo altissimo giogo dell'Alpe, fra questi
dritti abeti, la perfezione che si cava dalla quiete. Così come ogni
anno fanno essi intorno a loro un palco di rami a croce, andando dritti
al cielo; così questi romiti santi imitandoli, ed insieme chi dimora
qui, lassando la terra vana, con il fervore dello spirito elevato a Dio
alzandosi per la perfezione, del continuo se gli avvicina più; e così
come qui non curano le tentazioni nemiche e le vanità mondane, ancorchè
il crollare de' venti e la tempesta li batta e percuota del continuo,
nondimeno ridonsi di noi, poichè nel rasserenare dell'aria si fan più
dritti, più belli, più duri e più perfetti che fussero mai, che
certamente si conosce che 'l Cielo dona loro la costanza e la fede; così
a questi animi che in tutto servono a lui. Ho visto e parlato sino a ora
a cinque vecchi, di anni ottanta l'uno in circa, fortificati di
perfezione nel Signore, che m'è parso sentir parlare cinque angioli di
paradiso; e sono stupito a vederli di quell'età decrepita, la notte per
questi ghiacci levarsi come i giovani, e partirsi dalle lor celle,
sparse lontano cencinquanta passi per l'ermo, venire alla chiesa ai
mattutini ed a tutte l'ore diurne, con un'allegrezza e giocondità come
se andassero a nozze. Quivi il silenzio sta con quella muta loquela sua,
che uno ardisce appena sospirare, nè le foglie degli abeti ardiscono di
ragionar co' venti; e le acque, che vanno per certe docce di legno per
tutto l'ermo, portano dall'una all'altra cella de' romiti acque,
camminando sempre chiarissime, con un rispetto maraviglioso».
Viepiù sentiva questi bisogni dello spirito il Bonarroti, «Michel più
che mortale angel divino»: grand'intelligenza e gran cuore, che
idealizza anzichè esprimere, e che come artista figura l'armonia de'
contrasti. Era venuto su come gli altri in quel secolo fra il rinnovato
paganesimo: e ne' colloqui col magnifico Lorenzo nel giardino di San
Marco, o nel palazzo di via Larga, o nel suburbio di Careggi, s'imbevve
di quelle idee gentilesche, per le quali pareva assai se nell'Olimpo
faceasi un posto ospitale anche al Cristo. Ma per quel vigor suo che nol
lasciava servile a concetti altrui, s'addiede anche alla Bibbia, ed «ha
con grande studio ed attenzione lette le sante Scritture sì del
Testamento Vecchio come del nuovo, e chi sopra ciò s'è affaticato»,
scriveva il Condivi, lui vivo. Aveva ascoltato frà Girolamo, e ne trasse
l'amor della religione associato a quel della patria: ma come si volle
denigrare il suo patriotismo, così la sua fede. Il Grimm, in una vita
che recentemente ne scrisse,[530] volle porre anche questo tra coloro
che pensavano co' Protestanti; e che singolarmente non accettasse la
necessità de' sacramenti, nè il purgatorio, giacchè, deplorando la morte
di Giovansimone suo fratello, dice che poco importa se non abbia prima
ricevuto i sacramenti.
La frase è proprio di Michelangelo, ma se connettasi alle precedenti
significa tutt'altro. Perocchè scrive: «Lionardo; io ho, per l'ultima
tua, la morte di Giovansimone. Ne ho avuto grandissima passione, perchè
speravo, benchè vecchio sia, vederlo innanzi che morisse, e innanzi che
morissi io. È piaciuto così a Dio: pazienza! Avrei caro intendere
particolarmente che morte ha fatta; e se è morto confesso e comunicato
con tutte le cose ordinate dalla Chiesa: perchè, quando l'abbia avute, e
che io il sappi, n'avrò manco passione».
Che cosa gli fosse risposto appare da questa sua replica: «Mi scrivi
che, sebbene non ha avuto tutte le cose ordinate dalla Chiesa, pure ha
avuto buona contrizione: e questa per la salute sua basta, se così è».
Vedi, lettore, come lo staccare una frase ne sovverta il senso. E
Giorgio Vasari, suo veneratore, e che non facea legendarj, racconta che
con esso girava di chiesa in chiesa per guadagnare il giubileo, pur
tenendo ragionamenti dell'arte. E gli disse una volta: «Se queste
fatiche che io duro non mi giovano all'anima, io perdo 'l tempo e
l'opera». E altrove: «Non nasceva pensiero in lui che non vi fosse
scolpita la morte.... per il che si vedeva che andava ritirando verso
Dio.... Volentieri in questa sua vecchiezza si adoperava alle cose
sacre, che tornassino in onore di Dio..... Sovveniva molti poveri e
maritava secretamente buon numero di fanciulle».
Malatosi suo fratello, scrive al padre: «Non vi date passione, perchè
Dio non ci ha creati per abbandonarci». E quando stava per gittare in
Bologna la statua di Giulio II, «Pregate Dio che io abbia onore qua, e
che io contenti il papa; e ancora pregate Dio per lui». E riuscitovi:
«Io stimo le orazioni di qualche persona m'abbiano ajutato, e tenuto
sano, perchè era contro l'opinione di tutta Bologna che io la conducessi
mai»[531].
Ben è vero che, irato ai tempi e a Giulio II, uscì talvolta in rabbuffi,
fieri come ogni opera sua, e cantò:
Qua si fa elmi di calici e spade
E 'l sangue d' Cristo si vende a giumelle,
E croce e spine son lance e rotelle
E pur a Cristo pazïenza cade.
Ma non arrivi più 'n queste contrade
Chè n'andria 'l sangue suo fin alle stelle,
Poscia ch'a Roma gli vendon la pelle
Ed eci d'ogni ben chiuse le strade
Ma la sua fede non venne mai meno, anzi considerava beata la gente
rustica, che onora e ama e teme e prega Dio pel meglio de' suoi lavori,
de' suoi armenti, de' suoi campi; e non agitata dal dubbio, dal forse,
dal come, dal tristo perchè, adora e prega con fede semplice[532]. E
nelle sue rime molte suonano di preghiera e di pentimento; ricorre
spesso alla misericordia di Dio, e gli dice:
Non mirin con giustizia i tuoi santi occhi
Il mio passato, e 'l gastigato orecchio
Non tenda a quello il tuo braccio severo:
Tuo sangue sol mie colpe lavi e tocchi,
E più abbondi quant'io son più vecchio
Di pronta aita e di perdono intero
Fra le sue carte, non di suo pugno ma su foglio ov'è altro scritto di
lui, vedemmo questa preghiera:
«O Padre altissimo, che per tua benignità mi facesti cristiano solo per
darmi il regno tuo; di nulla l'anima mia creasti e incarcerasti quella
nel misero corpo mio; donami grazia che, tutto quanto il tempo ch'io
starò in questa carcere inimica dell'anima mia, nella quale tu solo mi
tieni, che io ti laudi: perchè, laudandoti tu mi darai grazia di
beneficare i prossimi miei, e di far bene in particolare agli inimici
miei, e quelli sempre a te raccomandare. Concedimi grazia ancora,
santissimo Dio, che avendo al partire passione corporale, io conosca che
quelle non offendono l'anima mia; rammentandomi del tuo Figliuolo
santissimo, che per l'umana salute morì tanto vituperosamente; e per
questo mi consolerò e sempre lauderò il tuo santo nome, amen».
Oh va, e fammene un protestante!
Ne' suoi versi, per una mescolanza troppo solita a' nostri, ve n'ha
molti d'amore: un amore alla petrarchesca, nel quale, vagheggiando il
bello effettivo, pur si vuole elevarlo con idee platoniche. E tale fu
quello ch'egli portò alla Vittoria Colonna; non scevero di passione
quant'altri presunse, elevato certamente, e sublimato poi dalla morte.
Da quella mirabil donna egli chiedeva consigli e sostegno, e dicevale:
Ora in sul destro ora in sul manco piede
Variando, cerco della mia salute;
Fra 'l vizio e la virtute
Il cor confuso mi travaglia e stanca;
Come chi 'l ciel non vede
Che per ogni sentier si perde e manca.
Porgo la carta bianca
A' vostri sacri inchiostri,
Ch'amor mi sganni e pietà 'l ver ne scriva,
Che l'alma da sè franca
Non pieghi agli error nostri
Mio breve resto, e che men cieco viva
Chieggo a voi, alta e diva
Donna, saper se 'n ciel men grado tiene
L'umil peccato che 'l soperchio bene.
Poi quand'ella si spense, egli scriveva con sublime sconcordanza: «Morte
mi tolse uno grande amico»: e ne cantò a lungo, e diceva:
Il mio rifugio e 'l mio ultimo scampo
Qual più sicuro, e che non sia men forte
Che 'l pianger e 'l PREGAR?
Baldanzoso com'era, e smaniato del nuovo, repente sentivasi talvolta
preso da scoraggiamento, e non leggeva più che la Bibbia e Dante, non
tratteggiava che soggetti sacri, e rifuggiva sotto l'ale della
misericordia eterna:
Nè pinger nè scolpir fia più che queti
L'anima, vôlta a quell'amor divino
Ch'aperse a prender noi in croce le braccia.
Il Panizzi, nell'edizione inglese dell'_Orlando Innamorato_, ripubblicò
un opuscolo del vescovo apostata Vergerio[533] dov'è asserito che il
Berni a quel burlesco poema intarsiasse dottrine anticattoliche, le
quali poi furono espunte dopo morto l'autore, e allega diciotto stanze,
prologo al XX canto, di tenore riottoso: donde l'editore conchiude che
tali opinioni fossero comuni nella classe educata d'Italia, quanto oggi
le liberali. Prova incerta, ma non nuova; che già altri vollero noverare
tra i riformati il Manzolli pel _Zodiacus vitæ_, astiosissimo contro il
clero, l'Alamanni, il Trissino, altri ed altri, mal comparando chi
riprova gli abusi con chi proclama la fondamentale protesta della
ragione individuale, presa per unico interprete del codice sacro.
I Riformati ammetteano i dogmi primarj del cristianesimo, pretendeano
anzi richiamare a quelli la Chiesa traviata; ne negavano alcuni.
Pertanto è facilissimo, in detti e scritti di ottimi cattolici, trovare
espressioni consone a quelle de' Protestanti, o lo scopo di richiamare
le opinioni vulgari alle definizioni vere e alle interpretazioni
autentiche della Chiesa. Chi non ne esamini il complesso, li fa
assenzienti agli eretici. Ma dessero anche in fallo, era colpa
dell'intelletto più che della volontà; l'errore sincero non costituisce
eresia; e se anche ne dà le apparenze, vuolsi distinguerlo dalla
ribellione volontaria e meditata: e più erano scusabili quando il
Concilio di Trento non aveva ancora nè sì ben definiti, nè sì
popolarmente espressi i canoni della credenza.
La dottrina cattolica abbraccia e mette in armonia il divino elemento e
l'umano, il terrestre e il soprannaturale, ossia il principio mistico e
il principio intellettuale. Quell'armonia forma la meraviglia e la
venerazione de' contemplanti. Può anche succedervi squilibrio, nè per
questo uscire dal cattolicismo se non s'arrivi al disprezzo
dell'autorità ecclesiastica, e a rompere i vincoli della fraterna
carità.
Non è consueto nel nostro paese narrare la vita dello spirito, nè
dipingere i caratteri, come fecero principalmente i grandi secentisti di
Francia; onde non possiamo assistere alle lotte interne di quelle anime
elette, e a quelle ambasce di spirito, che non si comprendono più
nell'inintelligente età del dubbio. Ma oggi stesso, fra un popolo serio
perchè libero di realtà non solo di istituti, chi volesse vedere come le
quistioni religiose agitino profondamente i più gravi pensatori e i
cuori più sensitivi, legga in Neumann, in Pusey, in Manning gli spasimi
e le emozioni provate allorchè, nel 1851, si discuteva sulla necessità
del battesimo, sulla autenticità e divina ispirazione delle Scritture,
la colpa originale, le profezie, l'incarnazione dello Spirito Santo. Ed
era l'età del vapore e dei telegrafi elettrici.
Qualcosa di siffatto accadeva in Italia nel secolo XVI; laonde furono
confusi coi Riformati persone di gran pietà, che colla stessa austerità
loro, col congregarsi a ragionare di Dio, coll'occuparsi d'indagini
teologiche, protestavano contro l'indifferenza dei più. Molti della
predicazione luterana non vedeano che il lato morale; una pietà forse
inconsiderata, ma che vagheggiava la purezza perduta nella Chiesa; un
desiderio di diminuire importanza alle cerimonie esteriori e alle opere
suprarogatorie, d'altrettanto rialzando la pietà interiore; un deplorare
le persecuzioni che si faceano all'Ochino o a Pietro Martire, mentre si
tolleravano l'Aretino e il Franco; una profonda fiducia nei meriti di
Gesù Cristo, senza avvedersi che essa perdea lode col repudiare
l'autorità e i sacramenti da Lui istituiti: un gridare all'emendazione
del clero, al depuramento del culto, pur senza voler menomamente
distruggere i papi o i riti. Oltrechè ciò nulla ha a fare colla
quistione dogmatica dell'unità, quanti non sono in ogni età coloro che
adottano un principio, e non ne tirano le conseguenze?[534]
Di tali intenzioni noi crediamo Marcantonio Flaminio. Questo veronese,
buon medico ed elegante latinista, ridusse i salmi in odi latine, che
furono messe all'indice da Paolo IV: e stampò _In psalmis brevis
expositio_ (Aldo, 1515) dedicata a Paolo III, dicendo essere stato
indotto a farla dal vescovo Giberti, e a pubblicarla dal cardinale Polo.
Girolamo Muzio, annusatore di eresie, l'appuntò perchè, interpretando un
verso del salmo 45, dice che «dobbiamo cessare da tutte le opere nostre,
e la vera giustizia per nostra fatica non si può acquistare»; e altrove
ammonisce «che cautamente leggano gli scritti del Flaminio, anzi che non
li leggano quelli che al cristianesimo s'appartengono, perciocchè
maggior danno potranno conseguire dalle sue sentenze che diletto dalle
sue parole»[535]. I Protestanti danno per segno di sua apostasia
l'ardore suo per Cristo e per l'eucaristia, il non volgersi mai nelle
odi a Maria o ai santi, nè mentovare il purgatorio; il raccontare egli
stesso come, essendo malato, risanò per preghiere dirette dal Caraffa a
Dio, non a verun santo[536]. Vedasi se meritino peso tali presunzioni,
come la pietà che spira dalle sue lettere[537]; la conoscenza che mostra
delle Scritture è un'altra pruova che queste non erano inusate neppure
fra i Cattolici. Nel 1535 scriveva a Pietro Pamfilio d'aver detto addio
ad ogni studio, eccetto quello delle divine cose, e che proponeasi
dedicare il resto di sua vita a meditare la fede cristiana.
Nel _Giudizio sopra le lettere di tredici uomini illustri pubblicate da
M. Dionigi Atanagi_ (Venezia 1554), opera forse del sunnominato
Vergerio, si legge che il Flaminio «solo tra questi ebbe qualche gusto e
cognizione di Cristo e della verità, ma non in tutti gli articoli,
perocchè Dio non scopre e non rivela tutti i suoi tesori ad un tratto,
ma a parte a parte. Certa cosa è che, se il Flaminio intese la
giustificazione per la sola fede in Cristo e la certezza della salute
nostra, egli o non intese la materia dell'eucaristia, o non ebbe
ardimento di dirla come sta». E riferite le discrepanze, soggiunge:
«Questo guadagno almeno facciam noi di quella lettera flaminiana, che,
avendo esso dimostrato dissentire da noi in questi punti, e non detto di
dissentire ove noi neghiamo esservi la transustanziazione, e quella
oblazione doversi applicare per vivi e per morti, e dove anche neghiamo
la cena doversi dividere, il che fanno i papisti quando ai laici non
danno la spezie del vino, in questi tre punti almeno esso Flaminio ha
dimostrato di tenere che noi abbiamo ragione; e credo io che, se egli
fosse vivuto, sarebbe eziandio in tutti gli altri corso più avanti, ed
entrato nelle opinioni nostre; e credo di più che, chi avesse potuto
vedere il secreto del suo cuore, avrebbe veduto che già v'era entrato».
Induzione assurda, eppure abituale.
Ci tornerà occasione di parlarne nel processo del cardinale Moroni, e
qui basti indicare come fosse reputato autore del libro che analizzammo
sul _Benefizio di Cristo_, o (come dice il padre Laderchi, storico della
Chiesa più abbondante di pietà che di critica) d'un'apologia d'esso
_Benefizio_. Questo il Laderchi crede opera del Valdes, senza darne
pruove, ma è abbastanza noto che e il libro e le apologie ascrivevansi a
persone diverse, onde crescervi credito. Del resto il Flaminio
conservossi devoto alla messa; credeva la presenza reale; a monsignor
Carnesecchi scriveva da Trento, ricordandogli come «alli mesi passati
parlassero alcune volte insieme del santissimo sacramento dell'altare e
dell'uso della messa»: e si lagna di quelli che «stanno ostinatissimi
nelle loro immaginazioni, acciecati dalla superbia che si nasconde
facilmente sotto il falso zelo della religione, ove si mettono in
pericolo di perdere l'onore, la roba e la vita, perchè non si possono
immaginare di essere ingannati dalla carne e dal diavolo; e così ognora
più s'indurano nelle falsità, e diventano acerbissimi censori del
prossimo, condannando d'impietà l'universale senso e perpetuo uso della
Chiesa, e chiunque non si fa servo delle loro opinioni. Da questa
arroganza e da questi amari zeli li liberi Nostro Signore Iddio, e doni
loro carità e dolcezza di spirito, e tanta umiltà che s'astenghino dal
giudicare temerariamente i dogmi e usanze della Chiesa, condannando sì
rigidamente tutti quelli che con vera umiltà di cuore la riveriscono e
seguitano, e cominciano a credere che, molti di coloro che da essi sono
condannati e tenuti idolatri ed empj, perchè non credono quello che
credono essi, sono veramente religiosi, pii ed a Dio cari; e per
contrario nimico ed odiato da Dio chiunque seguita questa loro superba
presunzione. E noi, signor mio, se non vogliamo far naufragio in questi
pericolosissimi scogli, umiliamoci al cospetto di Dio, non ci lasciando
indurre da ragione alcuna, per verisimile ch'ella ne paresse, a
separarci dall'unione della Chiesa cattolica, dicendo con David: _Vias
tuas, Domine, demonstra mihi, et semitas tuas edoce me, quia tu es Deus
salvator meus_. E senza dubbio saremo esauditi, _nam bonus et rectus
Dominus, propterea diriget mansuetos in judicio, docebit mites vias
tuas_. Laddove, volendo giudicare le cose divine col discorso umano,
saremo abbandonati da Dio, e in questo secolo contenzioso talmente ci
accosteremo ad una delle parti ed odieremo l'altra, che perderemo del
tutto il giudizio e la carità, e dimanderemo la luce tenebre, e le
tenebre luce; o persuadendoci d'essere ricchi e beati, saremo poveri,
miseri e miserabili per non saper separare _pretiosum a vili_; la qual
scienza senza lo spirito di Cristo non si può imparare; al qual sia
gloria in sempiterno, amen».
V'è un prezioso libretto, capolavoro della mistica, come la Somma di san
Tommaso è il capolavoro della scolastica; produzione di quel medioevo
tanto vituperato, e di un monaco ignoto; libro ch'è il più letto dopo la
Bibbia, sicchè fu detto sarebbe il primo del mondo se questa non
esistesse; stampato almeno milleottocento volte, tradotto in ogni
lingua; e che, fatto pei solitarj, è tuttavia il conforto ed il sostegno
anche di persone tuffate negli affari. Parlo dell'_Imitazione di
Cristo_, eloquio d'un'anima che, senza intermedio di profeti o dottori,
eppure adoprando il loro linguaggio, s'intertiene con Dio e col
Mediatore. Non dunque dispute, non sottilità scolastiche, non decisioni
particolari, ma impeti di quel mistico amore che assorbisce la fede,
aspirazioni alla solitudine per sottrarsi all'infelicità dei tempi, e
ascoltare Dio che parla: affetto della croce, come salute, vita, schermo
dai nemici, come infusione di superna dolcezza, vigore alla mente,
gaudio allo spirito. «Nella croce sta tutto, nè alla vita e all'interna
pace v'è altra via che della croce; nessun'altra ve n'ha più alta di
sopra, o più sicura di sotto. La croce è sempre apparecchiata, e in ogni
luogo t'aspetta, nè la puoi cansare, dovunque tu corra. Se una croce tu
getti via, un'altra ne troverai forse più grave».
Così adduce a imitare Cristo, con un linguaggio tanto semplice, tanto
intimo, che i Riformati dovettero cercare di metterlo fra i loro
precursori, se non voleano confessare che nella Chiesa viveva sempre il
vero spirito evangelico. Ma quell'aureo libricino invoca i santi; e
l'iniziazione progressiva conduce per mezzo dell'astinenza,
dell'ascetismo, della comunione finchè si giunga all'unione; talchè nè
d'un punto scatta dalle ritualità della Chiesa nostra, la quale col
venerarlo mostrava abbastanza che tale era la costante sua pratica[538].
Il Flaminio lo esalta grandemente, e «non saprei proporvi libro alcuno
(non parlo della scrittura santa) che fosse più utile di quel libretto
_De imitatione Christi_, volendo voi leggere non per curiosità, nè per
saper ragionare e disputare delle cose cristiane, ma per edificare
l'anima vostra, e attendere alla pratica del vivere cristiano; nella
quale consiste tutta la somma, come l'uomo ha accettato la grazia del
vangelo, cioè la giustificazione per la fede. È ben vero che una cosa
desidero in detto libro, cioè che non approvo la via del timore, della
quale egli spesso si serve. Non già che io biasimi ogni sorta di timore,
ma biasimo il timore penale, il quale è segno d'infedeltà o di fede
debolissima; perocchè, se io credo daddovvero che Cristo abbia
soddisfatto per tutti i miei peccati, passati, presenti e futuri, non è
possibile che io tema di essere condannato nel giudizio di Dio; massime
se io credo che la giustizia e la santità di Cristo sia divenuta mia per
la fede, come debbo credere se voglio essere vero cristiano»[539].
Anche lo storico cardinale Sforza Pallavicino appunta il Flaminio di
«covare nella mente tali dottrine, per non dover combattere le quali
ricusò d'andare secretario al concilio di Trento»; e soggiunge che, in
fine degli anni suoi, la salutevole conversazione del cardinale Polo il
facesse ravvedere, e scrivere e morire cattolicamente. In fatto il
cardinale Polo invitò il Flaminio a venire da lui a Viterbo, e quando fu
eletto uno dei Legati al concilio di Trento, ve lo condusse. Il Flaminio
morì poi di cinquantadue anni, e Pier Vettori ne dava notizia ad esso
cardinale da Firenze il 13 aprile 1550, consolandosi che «santamente e
piamente fosse uscito di vita con tal costanza di mente e alacrità, qual
poteva aspettarsi da uomo che, come lui, era vissuto imbevuto della vera
religione». Il Polo curò fosse sepolto nella chiesa degli Inglesi.
Ma appunto nessuno più volentieri gli eterodossi ascriverebbero alla
loro coorte che il cardinale Reginaldo Polo (Pool). Nasceva in
Inghilterra dai duchi di Suffolck, ed uscito dal regno per non aver
voluto approvare il divorzio di Enrico VIII, scrisse poi contro di
questo a difesa dell'unità della Chiesa; laonde quel re dispotico fe
decapitare il fratello di esso, il nipote, la madre settuagenaria,
mentre gli altri parenti si salvarono colla fuga: bandì cinquantamila
scudi a chi uccidesse il cardinale, e infatto lo tentarono due inglesi e
tre italiani, fra i quali un bolognese confessò essersi trattenuto lunga
stagione a Trento con tale proposito.
Per lunga dimora e per tante relazioni e per la lingua che adoperò, il
Polo è degno d'essere contato fra' nostri, e può considerarsi
rappresentante dello introdottosi spirito di pietà, che ai Riformati
dovea parere una protesta contro la rilassatezza di cui imputavano i
Cattolici. Dal cardinale Cortese era stato invaghito degli studj
biblici; e mentre stette Legato pontificio a Liegi, vi s'intratteneva
nel modo ch'è descritto dal Priuli in lettera al Beccatelli del 28
giugno 1537[540]:
«La mattina ognuno si sta nella sua camera fino a un'ora e mezza innanzi
pranzo, nella qual ora convenimo in una chiesuola domestica, ed insieme
cantiamo le ore more theatinico senza canto. Monsignore di Verona è il
nostro maestro di cappella. Dette le ore, si ode messa, e poco dappoi si
disna: a parte della mensa si legge san Bernardo: poi si ragiona.
Postquam vero exempta fames epulis est, il vescovo legge ordinariamente
un capitolo di Eusebio _De Demonstratione evangelica_: si continua, e
ripiglia dappoi qualche onesto e grato ragionamento che dura fino a una
o doi ore dopo mezzo giorno; ed allora ognuno ritorna alla sua camera,
ove si sta fino a un'ora e mezza innanzi cena; a quell'ora cantiamo
vespero e compieta; e dappoi il reverendissimo legato si ha tandem
lasciato exorare di leggerci le epistole di san Paolo alternis diebus;
ed ha incominciato dalla prima a Timoteo, con somma soddisfazione del
vescovo e di tutti noi. Oh quanto desidero e voi ed il nostro
dabbenissimo vescovo di Fano a questa santissima lezione da questo
santissimo uomo con tanta riverenza ed umiltà, e con tanto giudizio
letta, che io non saprei certo desiderar meglio, nè credo che l'amor
m'inganni questa volta. Spero dalle miche ch'io ne raccoglierò potervene
dar buon saggio, quando al signor Dio piacerà che ci troviamo insieme.
Alquanto dopo la lezione si cena: si va per una o doi ore in barca per
il fiume, o in l'orto passeggiando, e ragionando sempre di cose
convenienti a questi signori; e spesso spesso, anzi cotidianamente
desideriamo, e chiamiamo il reverendissimo vostro, e la sua compagnia a
questo nostro onesto, e bel tempo ringraziando il Signor Dio di tanto
bene, che 'l si degna di concederne. O quante volte mi replica il signor
legato: _Certe deus nobis hæc otia fecit!_ O quanto gli siamo obbligati
etiam hoc nomine! ed aggiugne sempre: Oh perchè non è monsignor
Contarini con noi?»
E il Polo al Contarini da Carpentras scrive della cara compagnia del
Priuli e d'altri: «Noi per nostra consolazione mutua avemo cominciato a
conferire insieme li salmi di quel grande profeta e re, il quale Dio
aveva eletto secundum cor suum, e oggidì eramo arrivati a quel salmo che
comincia, Salvum me fac, Domine, quoniam defecit sanctus».
inoltre il cardinale Polo ringraziava esso Contarini a nome di tutta la
sua compagnia «per il gran dono di carità il quale risplende più in quel
santo negozio di Modena», alludendo certo al catechismo che il cardinal
Contarini avea steso per gli erranti di Modena, come avremo a divisare.
E infatto il Polo era tacciato di poco rigore verso gli eretici, ch'egli
considerava come infermi, i quali bisognasse risanare.
Dell'indole stessa erano le unioni che il Polo teneva mentre, come
Legato del patrimonio di san Pietro, sedeva a Viterbo; unioni che sono
presentate come convegno di miscredenti. Da varie lettere che ce le
dipingono leviamo qualche saggio, e prima da una del Polo al Contarini
il 9 dicembre 1541: «Il resto del giorno passo con questa santa ed utile
compagnia del signor Carnesecchi e monsignor Marcantonio Flaminio
nostro. Utile io la chiamo, perchè la sera monsignor Flaminio dà pasto a
me e alla miglior parte della famiglia de illo cibo qui non perit, in
tal maniera che io non so quando io abbia sentito maggior consolazione
nè maggiore edificazione: tanto che, a compimento di questo mio
comodissimo stato, non manca altro che la presenza di vostra signoria
reverendissima».
Frasi simili ripete in lettera del 23 dicembre, e in altra del 1 maggio
1542: «Quanto al loco di san Bernardo, notato da vostra signoria
reverendissima, dove parla così esplicitamente della giustizia di
Cristo, l'avemo trovato e letto insieme con questi nostri amici con
grandissima soddisfazione di tutti: e considerando da poi la dottrina di
questo santo uomo dove era fondata, e la vita insieme, non mi è parso
meraviglia se parla più chiaramente che gli altri, avendo tutta la sua
dottrina preparata e fondata sopra le scritture sante, le quali nel suo
interior senso non predicano altro che questa giustizia, ed appresso
avendo così bel commento per intendere quel che leggeva, com'era la
conformità della vita, la quale gli dava continua esperienza della
verità imparata, e per questo doveva esser risolutissimo. E se gli altri
avversarj di questa verità si mettessero per questa via a esaminare
com'ella sta, cioè per queste due regole delle scritture e
dell'esperienza, cesserieno senza dubbio tutte le controversie[541].
_Nunc enim ideo errant quia nesciunt scripturas et potentiam Dei, quæ
est abscondita in Christo_, il quale sia sempre laudato, che ha
cominciato rivelare questa santa verità, e tanto salutifera e necessaria
a sapere, usando per istromento vostra signoria reverendissima, per la
quale tutti siamo obbligati continuamente a pregare sua divina maestà
_ut confortet quod est operatus_ alla gloria sua e benefizio di tutta la
Chiesa, come femo tutti _et in primis_ la signora marchesa [_Vittoria
Colonna_], la quale senza fine si raccomanda a lei».
La pietà di quei colloqui appare viemeglio da quanto allora scriveva il
Flaminio, e singolarmente da questa lettera a Galeazzo Caracciolo, del
quale parleremo appresso:
«La felice nuova, che mi diedero della santa vocazione di vostra
signoria il signor Ferrante e il signor Giovan Francesco, diede
grandissima allegrezza non solamente a me, ma ancora al reverendissimo
Legato, e a questi altri signori, ed ora per confermare ed accrescere
questa nostra allegrezza, vostra signoria m'ha fatto degno d'una sua
lettera, la quale è quasi una ratificazione di quello che i predetti
signori m'aveano scritto. Signor mio colendissimo, considerando io
quelle parole di san Paolo, Voi vedete, fratelli, la vostra vocazione,
che fra voi non sono molti savj secondo la carne, non molti potenti, non
molti nobili, ma Dio ha eletto le cose stolte del mondo, per confonder
le savie, e le cose deboli per confonder le forti, e le cose ignobili
per confondere le nobili e quelle che non sono per distrugger quelle che
sono, dico che, considerando io queste notabili parole, mi pare di
vedere che 'l signor Dio abbia fatto un favor molto particolare a vostra
signoria, volendo che ella sia nel numero di quelli pochissimi nobili,
che egli orna di una nobiltà incomparabile, facendoli per la vera e viva
fede suoi figliuoli; e quanto è stato più particolare il favore, che
ella ha ricevuto da Dio, tanto la veggo più obbligata a vivere, come si
conviene ai figliuoli di Dio, guardando che le spine, cioè i piaceri e
gli inganni delle ricchezze e l'ambizione non soffochino il seme
dell'evangelo, che è stato seminato nel cuor suo: benchè mi rendo certo,
che il Signore, il quale ha cominciato a gloria sua l'opera buona in
voi, la condurrà a perfezione, a laude e gloria della grazia sua, la
quale creerà in voi un animo tanto generoso, che, siccome per lo
addietro ponevate tutto il vostro studio in conservare il decoro de'
cavalieri del mondo, così ora porrete tutta la vostra diligenza in
conservare il decoro de' figliuoli di Dio, a' quali convien imitare con
ogni studio la perfezione del loro celeste padre, esprimendo, e
rappresentando in terra quella vita santa e divina, la quale viveremo in
cielo.
«Signor mio osservandissimo, in tutti i vostri pensieri, in tutte le
vostre parole, e in tutte le vostre operazioni ricordatevi, che siamo
diventati per Gesù Cristo figliuoli di Dio, e questa memoria, generata e
conservata nell'anima nostra dallo spirito di Cristo, non ci lascierà di
leggieri nè fare, nè dire, nè pensare alcuna cosa indegna della
imitazione di Cristo, al quale se noi vogliamo piacere, è necessario che
ci disponiamo a dispiacere agli uomini, e a disprezzare la gloria del
mondo per esser gloriosi appresso a Dio; perciocchè, come dimostra Gesù
Cristo in san Giovanni, è impossibile, che alcuno possa credere
veramente in Dio, mentre che egli cerca la gloria degli uomini, i quali
come dice David, sono più vani della medesima vanità. Laonde è cosa
stoltissima e vilissima fare stima del loro giudicio, dovendo i
figliuoli di Dio aver sempre innanzi agli occhi il giudicio di Dio, il
quale vede non solamente tutte le nostre operazioni, ma tutti gli
occulti e profondi pensieri del nostro cuore.
«Essendo dunque impossibile piacere a Dio e agli uomini del mondo, che
furore sarebbe il nostro, se eleggessimo di dispiacere a Dio per piacere
al mondo? E se stimiamo cosa vergognosissima che una sposa voglia
piuttosto piacere altrui che al suo sposo, che biasimo meriterà l'anima
nostra, se ella vorrà più piacere ad altri che a Cristo suo dilettissimo
sposo? Se Cristo, unigenito e naturale figliuolo di Dio, ha voluto non
solamente patire per noi le infamie del mondo, ma il tormento
acerbissimo della croce, perchè non vorremmo noi per la gloria di Cristo
tollerare allegramente le derisioni degli inimici di Dio? Sicchè, signor
mio, contra le calunnie e derisioni del mondo armiamoci di una santa
superbia, ridendoci delle loro derisioni, anzi come veri membri di
Cristo abbiamo compassione alla loro cecità, pregando il nostro Dio, che
doni loro di quel suo santo lume che ha donato a noi, acciocchè,
diventando figliuoli della luce, sieno liberati dalla misera servitù del
principe delle tenebre, il quale con questi suoi ministri perseguita
Cristo e le membra di Cristo: la qual persecuzione, malgrado del demonio
e de' suoi ministri, ridonda finalmente in gloria di Cristo e in salute
de' membri suoi, i quali godono di patire per Cristo, essendo
predestinati a regnare con Cristo. Chiunque ha veramente questa fede,
resiste facilmente alle persecuzioni del demonio, del mondo e della
carne. Però, signor mio colendissimo, preghiamo giorno e notte il nostro
padre eterno che ci accresca la fede, e faccia produrre nell'anima
nostra quei dolcissimi e felicissimi frutti, che ella suol produrre
nella buona terra di tutti i predestinati a vita eterna; acciocchè,
essendo la nostra fede feconda di buone opere, siamo certi che ella non
è finta ma vera, non morta ma viva, non umana ma divina, e per
conseguenza pegno preziosissimo della nostra eterna felicità. Mostriamo
che noi siamo legittimi figliuoli di Dio, desiderando sempre che il suo
santissimo nome sia glorificato, e imitando la sua ineffabile benignità,
la qual fa nascere il sole sopra i buoni e sopra i rei, adoriamo la sua
divina maestà in spirito e verità, consacrandole il tempio del nostro
cuore, e offerendo in esso le vittime spirituali per Gesù Cristo nostro
Signore: anzi come veri membri di questo pontefice celeste, facciamo un
sacrificio della nostra carne, mortificandola e crucifiggendola con le
sue concupiscenze, acciò che, morendo noi, viva lo spirito di Cristo in
noi. Moriamo, signor mio, volentieri a noi medesimi e al mondo, acciò
che viviamo felicemente a Dio, e a Gesù Cristo. Anzi, se siamo vere
membra di Cristo, conosciamoci già morti con Cristo, e risuscitati, e
ascesi in cielo con esso lui, acciò che la nostra conversazione sia
tutta celeste, e si vegga in noi uno eccellentissimo ritratto di Cristo;
il qual ritratto sarà tanto più bello e più maraviglioso in voi, quanto
voi siete un signore nobilissimo, ricco e potente.
«O che giocondo insaziabile spettacolo agli occhi de' veri Cristiani,
anzi agli occhi di Dio e di tutti gli angeli, vedere un pari vostro, il
quale, considerando la fragilità della natura umana e la vanità di tutte
le cose temporali, dica con Cristo, _Ego sum vermis et non homo_; e con
David gridi _Respice me, et miserere mei quia unicus et pauper sum ego_.
Oh veramente ricco e beato colui, che per favor di Dio perviene a questa
povertà spirituale, renunziando con l'affetto tutte le cose che egli
possiede, cioè la prudenza mondana, le scienze secolari, le ricchezze,
le signorie, i piaceri della carne, la gloria degli uomini, i favori
delle creature, e ogni confidenza di se stesso! Costui, diventando per
Cristo stolto nel mondo, e in mezzo le ricchezze dicendo di cuore _Panem
nostrum quotidianum da nobis hodie_, e preponendo l'improperio di Cristo
e le tribulazioni e i piaceri ai favori del mondo, e non volendo nè
altra santità, nè altra giustizia che quella, che si acquista per
Cristo, entra nel regno di Dio; e sostentato, favorito e governato dallo
spirito di Dio, e tutto ripieno di gaudio, canta col profeta. Il signor
è mio pastore, niuna cosa mi mancherà; egli in luoghi ameni e erbosi mi
fa riposare, e lungo le acque del refrigerio mi conduce. E crescendo
tuttavia la diffidenza di se medesimo e di tutte le creature, e la
confidenza in Dio, nè volendo nè in cielo nè in terra altra sapienza,
altri tesori, altra potenza, altro piacere, altra gloria, altro favore
che quello del suo Dio, grida col medesimo profeta: Signor, chi ho io in
cielo oltre a te? Niuno io voglio teco sopra la terra: per lo desiderio
di te, la carne mia e il cuor mio si consuma; o fortezza del mio cuore.
Dio è la mia eredità in sempiterno.
«Considerate che colui, il quale dice queste dolcissime e umilissime
parole, congiunte con grandissima generosità, il quale non vuole nè in
cielo nè in terra, niuna cosa se non Dio, considerate dico, che costui
era un re potentissimo e ricchissimo. Ma egli non si lasciava offuscare
l'intelletto, nè corrompere l'affetto dalla sua potenza nè dalle sue
ricchezze, conoscendo per favor di Dio, che tutta la potenza, e tutte le
ricchezze sono di Dio, e come cosa di Dio le dobbiamo possedere e
dispensare a gloria di Dio: laonde si legge nel primo libro intitolato
Paralipomenon, ch'egli in presenza di tutto il popolo disse queste
divinissime parole: Benedetto signor Dio d'Israele, padre nostro ab
eterno: tua è, signor, la magnificenza e la potenza e la gloria e la
vittoria e la laude: perciocchè tutte le cose, le quali sono in cielo e
in terra sono tue, tuo è, signore, il regno, e tue sono le ricchezze,
tua è la gloria; tu sei signore di tutti; nella tua mano è la grandezza
e l'imperio di ciascuno: per la qual cosa ora, Dio nostro, ti
ringraziamo, e lodiamo il nome tuo inclito. Chi sono io, e chi è il
popolo mio, che ti possiamo promettere tutte queste cose? Tutte sono
tue, e quelle che dalla tua mano abbiamo ricevuto, ti abbiamo dato;
perciocchè siamo peregrini nella tua presenza, e forestieri, sì come
tutti i padri nostri: i giorni nostri sono come un'ombra sopra della
terra, e se ne fuggono senza alcuna dimora.
«O signore mio, pregate di continuo il signor Dio che, insieme con
questo gran re, vi umiliate da dovvero sotto la potente mano di sua
divina maestà, lasciando a Dio tutta la gloria, tutta la potenza, per
ricevere da Dio i beati doni della grazia sua, la quale egli comunica
solamente agli umili, lasciandone vacui i superbi. Queste parole dice il
Signore appresso Geremia: Non si glorii il savio nella sapienza sua, nè
si glorii il forte della sua fortezza, nè si glorii il ricco delle sue
ricchezze: ma chi si gloria, si glorii nel conoscermi; perciocchè io
sono il Signore, il quale esercito la misericordia e la giustizia in
terra; perciocchè queste cose a me piacciono, dice il Signore. Se dunque
vi volete gloriare, non vi gloriate, come fanno coloro che hanno gli
animi vili e plebei, nelle ricchezze e nella nobiltà carnale. Si glorii
in queste cose vilissime e vanissime colui che vive nel regno della
carne e del peccato; ma voi che siete entrato nel regno di Dio,
gloriatevi che il vostro Dio abbia usato con voi la sua misericordia,
illuminando le vostre tenebre, facendovi conoscere la sua bontà,
facendovi, di figliuolo di ira, figliuolo suo; di vilissimo servo del
peccato, nobilissimo cittadino del cielo; donandovi finalmente il suo
unigenito figliuolo Gesù Cristo, e ogni cosa con lui; di maniera che,
come dice san Paolo, il mondo, la vita, la carne, le cose presenti e le
future e ogni cosa, è vostra in Cristo, e per Cristo unica felicità
dell'anima vostra. Questa sorta di gloriazione si conviene ai Cristiani;
per la quale si esalta la misericordia di Dio, e si annichila la
superbia umana, la quale s'innalza contra la cognizione di Dio, volendo
gloriarsi di Dio e confidare in se medesima. Questa gloriazione ci fa
umili nelle grandezze, modesti nelle prosperità, pazienti nelle
avversità, forti ne' pericoli, benefici verso ognuno, stabili nella
speranza, ferventi nell'orazione, pieni dell'amor di Dio, vacui
dell'amor immoderato di noi medesimi e delle cose del mondo, e
finalmente veri imitatori di Cristo, nella quale imitazione dobbiamo
mettere tutto il nostro studio, riputando ogni altro studio, rispetto a
questo, superfluo e vano.
«Signor mio colendissimo, volendo io ubbidire alla lettera di vostra
signoria ho fatto contro al mio istituto, perciocchè conoscendo per
favor di Dio ogni ora più la mia grande imperfezione e la mia
insufficienza, conosco ancora che a me conviene udire e non parlare,
essere discepolo e non maestro. Ma per questa volta ho voluto che abbia
maggior forza il desiderio di vostra signoria, che la mia deliberazione.
Il reverendissimo legato ama vostra signoria come suo dilettissimo
fratello in Cristo, e avrà gratissima l'occasione, che gli manderà il
signor Dio di poter mostrare con gli effetti l'amor suo. Sua signoria
reverendissima, e l'illustrissima signora marchesa di Pescara salutano
quella, e questi altri gentiluomini con meco le baciano la mano,
pregando con tutto il cuore il nostro signor Dio, che la faccia
diventare con la grazia sua di gran lunga più povera di spirito che ella
non è ricca di castella e di beni temporali, acciò che la povertà
spirituale la faccia ricchissima de' beni divini, e sempiterni. — Di
Viterbo, il giorno 13 di febbrajo del XLIII».
Da per tutto ove andasse, il Polo amava tali adunanze; e venuto nel
monastero di Maguzzano presso Brescia, si trasse intorno monaci dotti e
pii, quali Teofilo Folengo, Alessio Ugoni, un degli Ottoni, un Bornato,
un Massato, che tutti invogliò a studiare la Bibbia.
Egli stesso dettò molte scritture in proposito dello scisma
d'Inghilterra e singolarmente _Della unità della Chiesa_. Eppure fu
sospettato d'eresia, e sotto il rigido Paolo IV messo prigione: là
dicono scrivesse un'apologia, col calore che suol mettervi chi si trova
incolpato a torto: poi rilettala a mente fredda, la giudicò troppo
pungente, e buttolla al fuoco dicendo: «Non denudare le vergogne del
padre tuo».
Era naturale che il Polo esercitasse molta efficienza sulle persone che
lo attorniavano[542]; e Pier Paolo Vergerio, colle solite insinuazioni,
dice che il Flaminio sarebbe entrato nelle opinioni luterane, se non
fosse stato rattenuto dal cardinale Polo. Il quale, a dir suo,
«intendeva o fingeva intendere la giustificazione per la sola fede di
Cristo e l'insegnava a molti che teneva in casa (fra' quali esso
Flaminio e messer Giovanni Morellio, morto ministro nella Chiesa de'
forestieri a Francoforte): ma intanto persuadeva a contentarsi di tal
cognizione secreta, e non tener conto degli abusi ed errori della
Chiesa; e che si può farsi avanti con la pura dottrina tacendo,
dissimulando e fuggendo». Gli amici di questo (egli continua) asserivano
non aspettasse che il tempo «di dirla in faccia al papa o fare un
qualche bel rumore in gloria di Dio»; ma invece richiamò al papismo
l'Inghilterra, «e vi ha introdotto tutte le feccie, tutti gli abusi, e
tutte le superstizioni e ribalderie papali, fino una statua di Tommaso
Cantuariense»[543].
In fatto la Riforma aveva operato sì poco sulle moltitudini in
Inghilterra, che bastò il salir regina Maria per restaurarvi il
cattolicismo. Giulio III vi mandò il Polo, che, come più intelligente e
tollerante, capì bisognava dar l'assoluzione pei beni ecclesiastici
venduti: ma Paolo IV stette fermo a negarla (rescissio alienationum), e
revocò il Polo; e subito dopo la nuova regina Elisabetta ripristinò la
chiesa scismatica. Allora Paolo IV esclamava: «Nelle guerre perdiam la
Germania: pel ritiro del cardinal Polo perdemmo l'Inghilterra: vogliam
il Concilio; vogliamo la riforma e la pace».
Nè è fuor di luogo notare come la Chiesa anglicana conservasse un
complesso di dogmi, di sacramenti, di riti, di prescrizioni,
d'osservanze, che, più d'ogni altra forma di protestantismo, la
avvicinano a noi; con un sacerdozio che si presume apostolico; colla
pretensione di purità, unità, perpetuità. Anche il suo Common Prayer
book, o libro di preghiere, nella maggior sua parte si scambierebbe per
cattolico; la nostra messa è, si può dire, tradotta: altrettanto avviene
nelle Omelie, ne' Formularj, nelle scritture di molti teologi de' primi
tempi dello scisma. Ciò poteva anche esser un artifizio per insinuar poi
le massime eterodosse, ravviluppate in tanto di vero. E da principio non
pochi cattolici ne restarono illusi, talchè la Chiesa dovette
intervenire per metterli sull'avviso: ma su queste conformità si fondano
i tentativi odierni de' Puseisti di accordar l'anglicana colla Chiesa
cattolica[544].
Tornando a que' pietosi, alla rinascenza quale s'ebbe in Italia, fondata
solo sull'arte e sul sentimento del bello, voleano surrogare quella
fondata sulla morale seria e sull'applicazione positiva; ricorreano alle
fonti della tradizione, e taluni, più infervorati del senso morale,
arrivavano a supporre che la parola interiore, vale a dire la coscienza
e la ragione, sieno superiori alla lettera biblica, e contentavansi di
sviluppar il sentimento religioso, men curandosi delle credenze
positive. A questo misticismo sono sempre più proclivi le donne, essendo
esso il grado più elevato dell'affetto, l'eccesso dell'abnegazione,
l'amor divino spinto talora fino alla passione; come si vide nel XIV
secolo in santa Caterina, nel XVI in santa Teresa, poi nella beata di
Chantal, nella Guyon, nella Bourguignon; e fino ai dì nostri nella
Krudner e nelle scolare del Saint-Martin, le marchese di Lusignan, di
Coislin, di Chabannais, di Clermont-Tonnerre, la marescialla di
Noailles, la duchessa di Bourbon.
Vi arieggiava Vittoria Colonna, che i Protestanti fanno dal Polo
convertita. Nata dall'illustre famiglia di Roma il 1490 in Marino, feudo
domestico, di cinque anni fu promessa sposa al marchese Francesco
Ferrante d'Avalos di Pescara, campione della Spagna in Italia: di
diciannove lo sposò, e vivea spesso in Pietralba alle falde del monte
Ermo, più spesso in Ischia. Quel suo marito si segnalò per valore e si
deturpò per spioneggio nel noto affare del cancelliere Morone, onde il
milanese Ripamonti scrive non essere stato in quei tempi alcuno nè più
infame in perfidia, nè più illustre nell'armi. Infatti contribuì
grandemente alle vittorie de' Francesi in Italia: restò ferito e
prigione alla battaglia di Ravenna del 11 aprile 1512, e giovane morì il
25 novembre 1525. Vittoria immortalò con poetici compianti le imprese di
lui e il proprio affetto, chiamandolo il suo bel sole: ritiratasi a Roma
fra le monache di San Silvestro in capite, soffrì delle sventure che
cagionarono i suoi Colonnesi; ricoverò a Marino, pregando e offrendo
riscatti pei tanti miseri nella terribile invasione; quando Paolo III
ruppe guerra ai Colonna[545], ella passò nel monastero di San Paolo
d'Orvieto, poi nel 1542 in quello di Santa Caterina a Viterbo.
Sette anni dopo ch'era vedova, venne a Napoli lo spagnuolo Valdes; ed a'
suoi discorsi infervoratasi del vangelo, ella non trovava pace e
consolazione che nella parola di Dio.
Due modi abbiam da veder l'alte e care
Grazie del ciel: l'uno è guardando spesso
Le sacre carte, ov'è quel lume espresso
Che all'occhio vivo sì lucente appare;
L'altro è alzando dal cor le luci chiare
Al libro della croce, ov'egli stesso
Si mostra a noi sì vivo e sì dappresso,
Che l'alma allor non può per l'occhio errare.
Altrove prorompe:
Deh, potess'io veder per viva fede,
Lassa! con quanto amor Dio n'ha creati.
Con che pena riscossi, e come ingrati
Semo a così benigna alta mercede:
E come Ei ne sostien; come concede
Con larga mano i suoi ricchi e pregiati
Tesori; e come figli in Lui rinati
Ne cura, e più quel che più l'ama e crede.
E com'Ei nel suo grande eterno impero
Di nuova carità l'arma ed accende,
Quando un forte guerrier fregia e corona.
Ma poi che, per mia colpa, non si stende
A tanta altezza il mio basso pensiero,
Provar potessi almen com'Ei perdona.
Dalla fiducia nel sacrifizio di Cristo è tutto ispirato il seguente
sonetto:
Tra gelo e nebbia corro a Dio sovente
Per foco e lume, onde i ghiacci disciolti
Sieno, e gli ombrosi veli aperti e tolti
Dalla divina luce e fiamma ardente.
E se fredda ed oscura è ancor la mente,
Pur son tutti i pensieri al ciel rivolti;
E par che dentro il gran silenzio ascolti
Un suon che sol nell'anima si sente.
E dice: Non temer, chè venne al mondo
Gesù, d'eterno ben largo ampio mare,
Per far leggero ogni gravoso pondo.
Sempre son l'onde sue più dolci e chiare
A chi con umil barca in quel gran fondo
Dell'alta sua bontà si lascia andare[546].
Le sue poesie spirituali, sebbene artefatte e dialettiche più che
immaginose e sentite, sono delle migliori d'allora, e rivelano una
profonda religione, qual doveva penetrare le anime virtuose, che
deplorando i mali della patria, gli attribuivano alla depravazione de'
Cristiani e alla negligenza de' prelati. Onde scriveva:
Veggio d'alga e di fango omai sì carca,
Pietro, la nave tua, che, se qualch'onda
Di fuor l'assal, d'intorno la circonda,
Potria spezzarsi e a rischio andar la barca.
La qual, non come suol leggera e scarca
Sovra 'l turbato mar corre a seconda,
Ma in poppa e 'n prora, all'una e all'altra sponda
È grave sì, ch'a gran periglio varca.
Il tuo buon successor, ch'alta cagione
Dirittamente elesse, e cor e mano
Muove sovente per condurla a porto.
Ma contro 'l voler suo ratto s'oppone
L'altrui malizia; onde ciascun s'è accorto
Ch'egli senza il tuo ajuto adopra invano.
Adduconsi principalmente il _Pianto della marchesa di Pescara sopra la
passione di Cristo_, e l'orazione sopra l'_Ave Maria_[547] onde provare
come ella aderisse alle dottrine nuove. Noi però osserveremo come ella
assoggetti la sua ragione alla cristiana umiltà:
Parrà forse ad alcun che non ben sano
Sia 'l mio parlar di quelle eterne cose,
Tanto all'occhio mortal lontane e ascose,
Che son sovra l'ingegno e il corso umano.
Non han, credo, costor guardato 'l piano
Dell'umiltade, e quante ella pompose
Spoglie riporti, e che delle ventose
Glorie del mondo ha l'uom diletto invano.
La fe mostra al desio gli eterni e grandi
Obblighi, che mi stanno in mille modi
Altamente scolpiti in mezzo al core.
Lui che solo il può far prego che mandi
Virtù, che sciolga e spezzi i duri nodi
Alla mia lingua onde gli renda onore.
E ancor meglio in quest'altro sonetto:
Quel pietoso miracol grande, ond'io
Sento per grazia le due parti estreme
Il divino e l'uman, sì giunte insieme,
Ch'è Dio vero uomo, e l'uomo è vero Dio,
Erge tant'alto il mio basso desio
E scalda in guisa la mia fredda speme,
Che 'l cor libero e franco or più non geme
Sotto l'incarco periglioso e rio.
Con la piagata man dolce e soave
Giogo m'ha posto al collo, e lieve il peso
Sembrar mi face col suo lume chiaro.
All'alme umili con secreta chiave
Apre il tesoro suo, del quale è avaro
Ad ogni cor d'altere voglie acceso.
Fu essa a Ferrara nel 1537 al tempo della duchessa Renata, che vedremo
calda fautrice di Calvino, e forse per mezzo di essa legò relazione con
Margherita regina di Navarra, corifea de' Riformati in Francia, e le
diresse una lettera di questo tenore:
«Le alte e religiose parole della umanissima lettera di vostra maestà mi
dovriano insegnare quel sacro silenzio, che invece di lode si offerisce
alle cose divine. Ma temendo che la mia Riverenza non si potesse
riputare ingratitudine, ardirò, non già di rispondere, ma di non tacere
in tutto, e solo quasi per inalzare i contrapesi del suo celeste
orologio, acciocchè, piacendole per sua bontà di risonare, a me
distingua ed ordini l'ore di questa mia confusa vita, fintantochè Dio mi
concederà di udire vostra maestà ragionare dell'altra con la sua voce
viva, come si degna di darmene speranza. E se tanta grazia l'infinita
bontà mi concederà, sarà compiuto un mio intenso desiderio, il quale è
stato gran tempo questo, che, avendo noi bisogno in questa lunga e
difficil via della vita, di guida che ne mostri il cammino, con la
dottrina e con le opere insieme ne inviti a superar la fatica. E
parendomi che gli esempj del suo proprio sesso a ciascuno siano più
proporzionati, ed il seguir l'un l'altro più lecito, mi rivoltai alle
donne grandi d'Italia per imparare da loro e imitarle; e benchè ne
vedessi molte virtuose, non però giudicava che giustamente l'altre tutte
quasi per norma se la ponessero. In una sola fuor d'Italia s'intendeva
esser congiunte le perfezioni della volontà, insieme con quelle
dell'intelletto..... Certo non mi sarà difficil viaggio per illuminare
l'intelletto mio e pacificare la mia coscienza; e a vostra maestà penso
che non sia discaro per aver dinanzi un subjetto ove possa esercitar le
due più rare virtù sue; cioè l'umiltà, perchè s'abbasserà molto a
insegnarmi, e la carità, perchè in me troverà resistenza a ricever le
sue grazie.... Potessi io almeno servire per quella voce che nel deserto
delle miserie nostre esclamasse a tutta Italia di preparar la strada
alla venuta di vostra maestà! Ma mentre sarà dalle alte e reali sue cure
differita, attenderò a ragionar di lei col reverendissimo di Ferrara, il
cui bel giudizio si dimostra in ogni cosa, particolarmente in riverir la
maestà vostra. E mi godo di vedere in questo signore le virtù in grado
tale che pajono di quelle antiche nell'eccellenza, ma molto nuove agli
occhi nostri, troppo omai al mal usati. Ne ragiono assai col
reverendissimo Polo, la cui conversazione è sempre in cielo, e solo per
l'altrui utilità riguarda e cura la terra: e spesso col reverendissimo
Bembo, tutto acceso di sì ben lavorare in questa vigna del
Signore»[548].
La regina Margherita rispondendo la ringrazia delle lodi datele,
protestando di ben poco meritarle. «Per il di dentro io mi sento sì
contraria alla vostra buona opinione, che io vorrei non aver vedute le
vostre lettere se non per la speranza che ho, che, mediante le vostre
buone preghiere, elle mi saranno uno sprone per uscire dal luogo ov'io
sono, e cominciare a correre appresso di voi.... alla qual cosa è
necessaria la continuanza delle vostre orazioni e le frequenti
visitazioni delle vostre utili scritture...... Vostre lettere più che
giammai desidero di avere, e ancor più di essere così avventurosa, che
in questo mondo possi da voi udir parlare della felicità dell'altro».
Le espressioni della devota marchesa sentono la cortigianeria d'allora,
più che un assenso ai pensamenti della regina. E nelle sue poesie
troviam invocati e Maria e gli Angeli e i Santi, nominatamente Caterina
e «Francesco, in cui, siccome in umil cera, con sigillo d'amor sì vivo
impresse Gesù l'aspre sue piaghe»: e manda in regalo un Redentore, e
altra volta:
L'immagin di Colui v'invio che offerse
Al ferro in croce il petto, onde in voi piove
Dell'acqua sacra sua sì largo rivo.
Ma sol perchè, signor, quaggiuso altrove
Più dotto libro mai non vi s'aperse
Per lassù farvi in sempiterno vivo.
Il Boverio, annalista de' Cappuccini, ci racconta come a Ferrara la
Colonna tolse a proteggere i Gesuiti, introdotti di fresco, e assistette
anche di denaro i Cappuccini, a favor de' quali (egli racconta) s'adoprò
acciocchè potesse raccogliersi il loro capitolo generale del 1535,
sollecitatavi da frà Bernardino Ochino, che poi apostatò; a tal uopo
essere ella andata anche al papa, ed espugnatone l'ordine di adunarlo.
Noi potremmo opporre che ad essa è dedicata _la Nice_ di Luca Contile,
opera tutt'altro che casta, sebben l'autore fosse secretario del
cardinal di Trento.
Ritirata, come dicemmo, nel convento di santa Caterina a Viterbo, la
Colonna v'avea frequenti colloqui col cardinale Polo ivi residente e col
Flaminio[549], col Carnesecchi ed altri amici di lui, studiosi della
Scrittura. Non è superfluo l'addur questa lettera di essa al cardinale
Cervini, che fu poi papa Marcello II:
Da Viterbo il 4 dicembre 1542.
«Illustrissimo e reverendissimo monsignore,
«Quanto più ho avuto modo di guardar le azioni del reverendissimo
monsignor d'Inghilterra, tanto più mi è parso veder che sia vero e
sincerissimo servo di Dio. Onde, quando per carità si degna risponder a
qualche mia domanda, mi par di esser sicura di non poter errare seguendo
il suo parere. E perchè mi disse che gli pareva che, se lettera o altro
di frà Bernardino (Ochino) mi venisse, la mandassi a vostra signoria
reverendissima, senza risponder altro se non mi fosse ordinato, avendo
avuto oggi la alligata col libretto che vedrà, ce le mando: e tutto era
in un plico dato alla posta qui da una staffetta che veniva da Bologna,
senza altro scritto dentro. E non ho voluto usar altri mezzi che
mandarle per un mio di servizio; sicchè perdoni vostra signoria questa
molestia, benchè, come vede, sia in stampa, e Nostro Signor Dio la sua
reverendissima persona guardi con quella felice vita di sua santità che
per tutti i suoi servi si desidera.
«PS. Mi duole assai che, quanto più pensa (_l'Ochino_) scusarsi, più si
accusa, e quanto più crede salvar altri da un naufragio, più gli espone
al diluvio, essendo lui fuor dell'arca che salva e assicura».
Così l'umiltà salvava da quegli eccessi, a cui talvolta trae la
soverchia concentrazione, sia pure ne' sentimenti più autorizzati. Molto
ella ammirava il cardinal Contarini, e quando morì a Bologna il 24
agosto 1542, compiangeva perchè
Potean le grazie e le virtù profonde
Dell'alma bella, di vil cose schiva
Ch'or prese il volo a più sicura riva
Vincendo queste irate e torbid'onde,
Rendere al Tebro ogni sua gloria antica;
E all'alma patria di trionfi ornata
Recar quel tanto sospirato giorno
Che, pareggiando il merto alla fatica,
Facesse quest'età nostra beata
Del gran manto di Pier coperta intorno.
Nella qual occasione a suor Serafina Contarini dirigeva condoglianze,
ricordandosi «delle sue pie e dolci lettere, quando convitava quello
amatissimo fratello a desiderar di ritrovarsi con lei alla vera patria
celeste, e della domanda che gli fe di esponer certi salmi, che dinotava
aver la morte, passione e resurrezione di Cristo sempre impressa nel
cuore». Ed enumera i meriti del defunto, e «l'ottimo e divino esempio
che dava a ciascuno, e la molto importante utilità alla Chiesa, alla
pace e al quieto viver nostro. Ma dovemo esser sicuri che l'infallibil
ordine de re, signore e capo di tutti noi, sa il migliore e più atto
tempo di tirare a sè le membra sue. Rimane solo la perdita della sua
dolcissima conversazione, e il profitto di santissimi documenti suoi...
Or altra spiritual servitù non mi resta che questa dell'illustrissimo e
reverendissimo monsignor d'Inghilterra (Polo), suo unico, intimo e
verissimo amico e più che fratello e figlio: qual sente tanto questa
perdita, che 'l suo pio e forte animo, in tante varie oppressioni
invittissimo, par l'abbia lasciata correre a dolersi più che in altro
caso che gli sia occorso giammai».
Ma il suo affetto principale restava pel cardinale Polo: e quand'esso
partì pel Concilio di Trento, minacciato sempre dagli assassini, essa il
raccomandò caldissimamente al cardinale Morone, e nel processo fatto poi
a questo trovammo varie lettere, per verità oscure e dubbie[550]. Eccone
una da Viterbo il 30 novembre:
«Con molti servizj etiam che da Dio mi fossero date potenti occasioni,
non potrei mostrare alla signoria vostra la mia volontà di servirla, nè
esplicarle le securtà che mi dette allorchè, umanamente e con tanta
cristiana affezione, mi disse che, in Cristo fondando ogni mia fede,
credessi che la signoria vostra reverendissima faria per monsignor
d'Inghilterra quel che gli fosse possibile, e che sperava andasse e
tornasse come si desiderava da tutti li servi del Signore. Ed avendo poi
inteso che continua in vostra signoria reverendissima questa
sollecitudine, dimostrandola ogni ora con evidentissimi segni, mi
allegra tanto e mi conferma sì nella presa speranza, che non ho potuto
lasciar di molestar vostra signoria con questa mia, ringraziando Dio in
Lei che si sia degnato legar in tanta unione col vincolo della vera pace
due suoi sì cari amici, e di costituirmele serva in modo, che, absente
da loro, senta consolazione della divina carità che si fanno insieme,
massime che la mia estrema indignità mi toglie l'impedimento che suol
dare l'invidia, ancora fosse santa e buona; e mi lascia umilmente godere
che Cristo, unico signore capo e ogni ben nostro, abbia voluto che
insieme conferiscano gli ampli tesori e inestimabili divizie sue, e gli
abbia eletti ad un tanto e sì importante effetto. E qui non si manca da
queste purissime spose di Cristo pregarlo che tolga ogni impedimento e
ogni dilazione a perficere le ottime aspirazioni delle signorie vostre,
sempre conformi, e rimesse alla sua suprema e rettissima volontà così in
man della signoria vostra di comandarmi al mezzo di monsignore, che per
troppa sua umiltà o per mia troppa indegnità non vuol che pensi pur di
servirla, sia da me servito in lei, che certo non potrà fare maggior
carità che essere occasione che io non mi alleviassi tanto peso di
obbligo che ho con vostra signoria reverendissima che è di prezzo tanto,
quanto per me vale l'anima mia quando la riguardo in Cristo, ove lui,
come suo istromento, me la fa vedere e sentire ogni momento la
grandissima verità che Iddio gli ha posto nel cuore, riguardato e
conosciuto da quel di vostra signoria reverendissima con altro lume che
non fo io. Piaccia al Signore di aumentarli in grazia sua, e favorirli
quanto per sua gloria gli bisogna».
«PS. Non lascerò di dire a vostra signoria questo a mia confusione, che,
quando il senso talor, imitando la madre del giovane Tobia, mormora de'
timori per le insidie fatte a monsignor, subito lo spirito gli risponde,
_Satis fidelis est vir ille cum quo dimisimus eum_. Sicchè vostra
signoria vede che fa l'officio dell'angelo».
Più tardi lo ringraziava di quanto fece per esso monsignor
d'Inghilterra, e «quando riguardo vostra signoria reverendissima e
monsignor Polo insieme in una medesima stanza, non mi ammiro se, da una
stessa virtù riscaldati, non si saziano d'accendersi l'uno l'altro: ed
io sola fredda ed inferma, scrivo consolata della certezza che pregano
il Signor nostro per me, e che vostra signoria si degni servirsene, che
certo più che mai si rinforzano qui da queste buone madri l'orazioni per
lei».
In altra lettera gli ha invidia della «sua molta umiltà, sapendo quanto
è differente il concetto che ne hanno quelli che in Cristo il conoscono;
e rimpiange la conversazione che avea con lui «massime quando le
ragionava di quel libro che sì bene apre spesso»[551]. Confesso a vostra
signoria che mai a persona fui più obbligata che al Polo, e ora in tanto
spirito che nelli suoi scritti non si degna nominare altro che Gesù,
come poi la signoria vostra vedrà con grazia di Dio, qual si degni
sempre mandarlo di consolazione in consolazione, finchè sia abbracciato
dalla vera e eterna in quella patria, dove solo guardando, si fa ogni
faticoso peregrinaggio felice».
Le tribulazioni che il Polo soffre, e fatiche e calunnie «niente mi
molestano, chè troppo saldo è il suo fondamento, e troppo ben compatto e
stagionato l'edifizio con mille ferme colonne di esperienza, in modo che
tutte le tribulazioni son sicuri testimonj della sua fede invittissima:
ed ogni vento contrario accende il lume della sua speranza: e quanta
opposizione gli può dar il mondo nelle opere che fa, vedo sempre al fine
che son della sua divina carità, arsa ed estinta di maniera, signor mio,
che ardisco dire che me ne ha presa, per Dio grazia, qualche scintilla,
sicchè non serbo la metà dell'amaritudine che sentirei in tutte le
difficoltà e molestie che mi occorsero: e con certi suoi amorosi e dolci
modi cristiani ha fatto che, in due anni, io non ho saputo dove mi tener
la testa... ma in questo caos mi fece sentire che doveva alzare gli
occhi in un altro modo a quel lume, che poteva illuminare lui secondo li
miei bisogni, e non secondo la mia volontà. E così fo, ogni cosa
reputando egualmente venir da Cristo, pigliando sommo piacere delle
consolazioni quando Dio per suo mezzo le manda a me.... Quando non
vengono, non quanto solevo mi doglio, ma mi umilio, o a dir meglio cerco
di umiliarmi».
«Sto bene in questo silenzio (di Viterbo) e quanto più, per grazia di
Dio, il gusto, più compassione ho alla signoria vostra reverendissima:
ma il Signore con tanta pace le parli dentro, che non senta li strepiti
di fuora, come la mia debilità li sentiva..... Considerando lo stato di
vostra signoria reverendissima, non so se più compassione gli debbo
avere o quando è con le turbe servendo Cristo nelli suoi fratelli, o
quando è solo con Cristo, vedendo i fratelli di lui: massime che,
essendo il corpo in fatica, e la mente desiderando la solitudine, mi fa
chiaro il copioso fonte d'ogni grazia non gli lascia tanta sete senza
dargli spesso qualche dolce poto, acciocchè o col desiderio o
coll'effetto sostenga la sua cristianissima vita».
«Avendomi detto che non lo laudi mai, mi bisogna tacere. Che se in
questa materia avessi potuto allargarmi, vostra signoria reverendissima
avria visto il caos d'ignoranza ove io era, e il labirinto di errori
ov'io passeggiava sicura, vestita di quell'oro di luce, che stride senza
star saldo al paragone della fede, nè affinarsi al fuoco della vera
carità: essendo continuo col corpo in moto per trovare quiete, e con la
mente in agitazione per aver pace. E Dio volle che da sua parte mi
dicesse _Fiat lux_, e che mi mostrasse esser io niente, e in Cristo
trovare ogni cosa».
«.....Sapendo io il credito che monsignor ha alla signoria vostra e la
reverenza che monsignor Luisi (_Priuli_) e monsignor Marcantonio
(_Flaminio_) le hanno, la supplico a tenerli spesso ricordati che
attendano con ogni possibil diligenza alla sua guardia, lasciando in
questo a sua signoria la guardia severissima della sua intrepida fede,
considerando che Dio gli ha eletti fra tanti altri suoi servi a
custodire questo membro suo, il qual a me pare che faccia sempre male,
come che si muova o a dextris secondo lo spirito suo, a sinistris
secondo la carne mia.....»
E al cardinale d'Inghilterra:
«Sa il Signor nostro che per altro non desidero eccessivamente di parlar
con vostra signoria se non perchè vedo in lui un ordine di spirito, che
solo lo spirito lo sente: e sempre mi tira in su a quell'amplitudine di
luce, che non mi lascia troppo fermare nella miseria propria: anzi con
sì alti sostanziosi concetti mi mostra la grandezza di lassù e la
bassezza e nichilità nostra, che, vedendo noi stessi e tutte le cose
create servirci a questa, bisogna trovarci soli in Colui che è ogni
cosa. E quanto più ho bisogno di parlare alla vostra signoria, non per
ansia nè dubbj nè molestia che abbia o tema d'avere per bontà di colui
che mi assicura, ma perchè ogni volta che la vostra signoria parli di
quel stupendissimo sacrificio, della eterna destinazione, dell'esser
preamati, e di quel pane ascondito trovato su quelli monti e fonti che
scrive....., fa star l'anima sull'ali, sicura di volar al desiderato
nido; sicchè tanto è per me parlare con vostra signoria come con un
intimo amico dello Sposo che mi parlerà per questo mezzo, e mi chiama a
lui, e vuol che ne ragioni per accendermi e consolarmi».
Chi ha letto santa Teresa e la beata di Chantal non istupirà
dell'affetto, che del resto, in donna, radamente si scompagna dalla
venerazione. E forse il Priuli ne faceva appunto a Vittoria, la quale
gli rispondeva: «La cosa è sì perfetta, l'affezione mia sì giusta,
debita e santa, così utile all'anima mia, sì cara e grata a Dio, che mi
andrei solo ritirando, come si suol ritirare la mente dalla troppo fissa
orazione e dolcezza dello spirito, acciò ritorni a servir gli altri
prossimi per esercitar la carità, perchè con monsignor esercito più la
fede, ricevendo assolutamente da Dio quanto lui fa: sicchè sempre sono
obbligatissima al dolcissimo mio e reverendissimo Morone, che in tutti i
modi mi fa consolata».
Chi poi, in questi ultimi anni, ha potuto assistere in Parigi ai
convegni della signora Swetchine, e attorno a questa intelligente russa
vedere raccolti Lacordaire, De Falloux, Montalembert, Dupanloup ed altri
caporioni della scuola cattolica, nell'intimo bisogno di dirsi un
all'altro il proprio pensiero sulle quistioni supreme, e di accomunar le
melanconie della gioja e l'istruzione dei dolori, nel penoso rispetto
del diritto e nel disgusto delle defezioni e delle debolezze; e
riconoscere che, per arrivare all'oasi, bisogna attraversare il deserto;
assicurarsi che, quando non si prenda la vita dal lato di Dio, non si
sbriga questa matassa arruffata; e scontenti del mondo e di sè, contenti
di Dio, con amabile semplicità accattare la solenne espiazione, e
sostenersi vicendevolmente a soffrire, nella persuasione superna che Dio
sa quel che fa, e nella mondana che, senza i colpi dell'avversità, ci
sarebbe ancora del ferro ma non dell'acciajo; chi gli ha veduti, dico,
gode immaginarsi che qualcosa di simile avvenisse attorno alla marchesa
poetessa, fra quelle pie persone, cupide di sottrarsi al doloroso
supplizio dell'incertezza. Deh, perchè in tanti studj di drammatizzar il
passato, nessuno toglie a ravvivar quelle sante e dotte confabulazioni,
che allora dovettero passare a Viterbo fra queste anime pie, nel mentre
in Germania straziavansi e a vicenda si bestemmiavano i predicatori del
disenso?
La Vittoria morì poi a Roma uscente il febbrajo 1547, e udimmo come la
compiangesse Michelangelo, il quale doleasi d'una cosa, di non averla
baciata quando la vide cadavere.
Proseguendo, noi avremo a indicare altri, per malizia o per leggerezza
imputati di eresia: oltrechè questa era divenuta l'accusa che
paleggiavasi fra avversarj, con troppo solita slealtà: onde il cardinale
di Ravenna scrive al cardinale Contarini: «Sendo questa città
parzialissima, nè vi rimanendo uomo alcuno non contaminato da questa
macchia delle fazioni, si van volentieri, dove l'occasion s'offerisce,
caricando l'un l'altro da nimici»[552].
Federico Fregoso genovese, dottissimo in greco ed ebraico, fu involto
nelle vicende della sua patria e della sua famiglia e nelle guerre
contro i Barbareschi, adoprato in negozj scabrosi, caro ai migliori
d'allora, riordinatore della diocesi di Gubbio, e autore del _Pio e
cristianissimo trattato dell'orazione_. Eppure i Protestanti lo
annoverano fra i loro[553], ma per frode, avendo fintamente apposto il
suo nome all'opuscolo _Della giustificazione e delle opere_, e alla
_Prefazione alla lettera di san Paolo ai Romani_.
Il Rucellaj, nelle _Api_, esponendo la dottrina di Pitagora che tutte le
cose sian avvivate da un'anima divina, le corporee come le incorporee,
le ragionevoli come le brute, e che da quella provengano le anime nostre
e a quella ritornino, continua:
Questo sì bello e sì alto pensiero
Tu primamente rivocasti in luce,
Trissino, con tua chiara e viva voce:
Tu primo i gran supplizj d'Acheronte
Ponesti sotto i ben fondati piedi
Scacciando la ignoranza de' mortali (698-704).
Da questi versi, che io lascio lodare ad altri, s'indurrebbe che il
poeta Giorgio Trissino insegnasse l'anima del mondo; ma invece di negare
ciò, come altri fece[554], poteasi vedervi l'abitudine, allora
abbastanza estesa, di discutere e sostenere le opinioni anche le più
lontane dall'ortodossia, come chiarimmo parlando della scuola di Padova,
dove appunto predicavasi la dottrina d'Averroè sull'universalità
dell'anima. Quanto all'altra parte, vorrebbe dire che il Trissino
togliesse la paura dell'inferno, disnebbiando gli intelletti; ma ognuno
vi riconosce un'infelice imitazione di Virgilio[555].
Il Trissino, placido ingegno, ch'ebbe onori e incarichi fin di
ambascerie da due papi, nell'_Italia Liberata_, poema che tutti
conoscono e nessuno legge, s'avventa contro i preti, i quali «spesse
volte han così l'animo alla roba, che per denari venderiano il mondo», e
da un angelo fa vaticinare a Belisario in quanta corruzione cadrebbe la
Corte romana, sicchè i papi non penserebbero che a rimpolpare i loro
sterponi con ducati, signorie, paesi; conferire sfacciatamente cappelli
ai loro mignoni e ai parenti delle loro bagasce; vendere vescovadi,
benefizj, privilegi, dignità, o collocarvi persone infami; per denaro
dispensare dalle leggi migliori, non serbare fede, trarre la vita in
mezzo a veleni e tradimenti, seminare guerre e scandali fra principi
cristiani, sicchè i Turchi e i nemici della fede se n'ingrandiscano: e
conchiude che il mondo ravvedutosi correggerà questo sciagurato governo
del popolo di Cristo.
Non era il concetto medesimo, per cui, nel secolo precedente, alcuni pii
aveano fantasticato la venuta d'un papa angelico? Del resto il dire che
la Corte romana era corrotta, venale la dateria, ribalda la sua
politica, non curare le scomuniche, ridere dei frati, disapprovare il
mercimonio delle indulgenze, impugnare le decretali, vedemmo
consuetissimo in Italia: e il Trissino non facea che seguitare la moda;
nè cotesta sua libertà pruova altro se non ciò che altrove mostrammo,
quanto fossero tollerate le declamazioni contro di abusi, che si
confessavano anche quando non si provedeva a correggerli.
E come oggi il liberalismo politico professa di volere la libertà, nel
mentre i conservatori pretendono combatterlo in nome anch'essi della
libertà, altrettanto accadeva allora del liberalismo religioso. Molti
potevano lealmente credere che, se il papato era stato necessario per
l'educazione de' Barbari, allora si poteva omai dispensarsene: che la
critica non farebbe se non appurare la Chiesa e consolidare il dogma;
non essendosi ancora veduto, come oggi vediamo, succedersi dottrine
tutte cangianti, tutte attaccabili, senza autorità nè coerenza, al punto
che gli spiriti non si inebriassero più che del dubbio. E in generale si
sapeva, o almen si sentiva, che riformare non è distruggere; che le
riforme opportune e durevoli debbono venire dall'amore non dalla
collera, dall'autorità che dirige, non dalla violenza che scompiglia.
Ma chi assiste alla turpitudine degli odierni pugillatori non si
meraviglierà che allora si accusassero di eresia i nemici. A tacere il
Muzio, l'Aretino, il Franco e simil ciurma, il Vasari imputa il Perugino
di miscredente, mentre l'indole sua e i suoi dipinti il mostrano così
diverso. Anche del gran Leonardo da Vinci egli scrive che «tanti furono
i suoi capricci, che filosofando delle cose naturali, attese a intendere
la proprietà d'elle, contemplando e osservando il moto del cielo, il
corpo della luna e gli andamenti del sole; per il che fece nell'anima un
concetto sì eretico, che non s'accostava a qualsivoglia religione,
stimando per avventura assai più l'essere filosofo che cristiano», e che
solo in punto di morte fosse istruito nella fede. In ciò il cortigiano
dei Medici non era informato nulla meglio di quando il fa spirare fra le
braccia di Francesco I; ed egli medesimo temperò quest'asserzione nella
ristampa; oltre che abbiamo il testamento, che Leonardo fece un anno
prima di morire, dove, tutto pietà, «raccomanda l'anima sua a Nostro
Signor messer Domenedio, alla gloriosa Vergine Maria, a monsignor san
Michele»: prescrive trenta messe basse e tre alte, da dirsi per l'anima
sua in tre chiese di regolari ad Amboise.
Gli stessi procedimenti della Riforma le diminuivano seguaci. Come
svegliar le coscienze addormentate con un _credo_ vago ed oscillante? La
Bibbia, la meditazione, il libero esame! Davvero mezzi opportuni per
condur a quella certezza che è suprema necessità per operare. Io uom del
popolo ho da lavorare sei giorni per settimana, quattordici ore per
giorno. Chi mi parla di Dio? della Grazia? della giustificazione? Su ciò
disputino il dotto, il ricco, la signora oziosa, e creino tanti sistemi
quante hanno teste; ma io povero, io ignorante, io nell'ospedale, io
nella manifattura! No: è impossibile che Dio abbia messa a tal prezzo la
mia salvezza. Egli non può che aver diretto moralmente e
intellettualmente l'umanità, costituendo una società istruita da lui
stesso, da lui governata, in cui un'autorità umana, esterna, visibile
sia partecipazione dell'autorità sua divina, e dove l'uomo appaja solo
stromento di Dio, annunziatore della parola del maestro eterno; sempre
intenta al cielo mentre soddisfa in noi il bisogno intellettuale della
verità, il bisogno morale del bene, il bisogno sensuale della felicità.
E il popolo nostro si tenne al credo vecchio. Oltre i pii che
riconosceanvi solo un'empietà, spiaceva il vedere sconvolto il mondo da
questa superbia del surrogare l'autorità dell'individuo a quella della
città eterna. Anche coloro che gridavano la Chiesa romana avere bisogno
di correzione, trovavano che i Protestanti la correggevano troppo male.
E che ogni giorno rivelava la moltiforme natura della Riforma: in
Germania assodatrice del principato, in Francia faziosa, in Inghilterra
dispotica e persecutrice, in Iscozia fanaticamente esagerata, regia
nella Scandinavia, repubblicana in Svizzera, deleterica in Polonia.
Intolleranti come e più di quelli da cui si erano staccati, e senza
avere come questi l'appoggio dell'autorità divina, ognuno presumeva con
eguali titoli trovarsi al possesso esclusivo della verità; un concistoro
scomunicava l'altro; l'un predicante espelleva l'altro; il Bullinger,
pastore supremo a Zurigo, querelavasi però altamente degl'Italiani,
rifuggiti in gran numero in quella città; Comander li chiamava
accattabrighe, insofferenti dell'istruzione altrui, della propria
opinione tenacissimi. Gli Italiani non si risolveano fra le varie
negazioni. Lutero, adorato dai Tedeschi pel suo odio contro l'Italia,
poco gradiva ai nostri[556], che spendevano piuttosto a Zuinglio, perchè
avea scritto in latino, e procedea più serio e più logico: e così fece
l'Altieri sunnominato dopo che visitò le Chiese elvetiche. Calvino, non
più riformator nazionale, ma vero eresiarca, trovava maggiori assensi,
ma i nostri mal sapeano acconciarsi a quel dogma che annichila la
libertà umana sotto la stretta del peccato, e rinserra la natura in un
dilemma fra il male e la grazia, offendendo e il moralista e il
filosofo. Molti, accettando la giustificazione pei soli meriti di
Cristo, continuavano però a frequentare la messa e gli altri riti. Ma
Luterani e Calvinisti sbigottivansi dell'audacia che i fuorusciti
italiani prendevano non appena avessero assaporata la libertà di
coscienza, e il Gerdes asserisce che i paradossi e le sentenze erano il
vizio di costoro. Persuasi del valore della parola, credono con essa
dare esistenza alle cose; compongono libri, anzichè preparare dei
martiri; non si fanno scrupolo di tenere una credenza interiore
differente dalla parola; nè si brigano molto di convertire il popolo,
quasi questo vada dietro ai pensanti. Olimpia Morata parafrasò i salmi
in greco, lavorò affatto letterario come quel del Flaminio che li
ridusse in versi latini; piantavano dispute, ma le trattavano
filosoficamente, donde l'accusa di cui li colpisce Melantone, di troppo
platonizzare. Ciò li distoglieva dall'essere persecutori, come gli altri
più convinti, e quindi d'aggiunger un altro stimolo ai miscredenti, il
rumore e la pubblicità della repressione. Anzi, abituati alla grande
unità cattolica, i nostri traviati stupivano nel vedere i Protestanti
così discordi fra loro, e s'affannavano a conciliarli con quelle
transazioni, che li faceano disgradire dagli uni e dagli altri.
Più d'uno dei nostri, oltre il Contarini, fu accusato di cercare questi
accordi, se non altro, col tollerare espressioni che repugnassero
all'esattezza cattolica. Sul qual proposito il famoso Echio esclama:
«Non è schietto figlio della Chiesa quel che volesse fare transazioni
con ingiuria della madre: nasca scandalo, piuttosto che lasciare la
verità, dice san Gregorio. E san Basilio, la Chiesa otterrebbe
facilmente pace dagli eretici se alla verità ceder volesse: ma non
l'otterranno mai. Se fosse, che farebbe tutta la Germania? che i
ricchissimi regni della Spagna? che l'Italia, madre della religione, e
la Francia col suo re cristianissimo? che il Portogallo, l'Ungheria, la
Polonia, la Scozia, l'Inghilterra, la Sicilia, Napoli, la Croazia, la
Navarra? che le maggiori potenze: Venezia col regno di Creta e Cipro;
Milano, Firenze, Genova, Siena, Lucca, e i fortissimi otto cantoni
Elvetici coi Valdesi? Consentiranno essi, e daransi vinti, e
confesseranno d'aver essi e i loro antecessori mutata l'istituzione di
Cristo? O temerità!».
Aggiungiamo che i nostri non vi portavano cognizioni profonde della
scienza di Dio, e di raro convinzioni tenaci. Liberi pensatori, amavano
rompere i ceppi che l'autorità cattolica imponeva loro, cessar le
pratiche o incomode o umilianti, e poter pensare di loro capo,
interpretare liberamente il sacro testo, se non altro negare. Nella
Riforma non vedeano che un'altra superstizione surrogata all'antica,
talchè la ragione o restava servile al passato, o, rotto ogni freno,
usciva sino dal cristianesimo; e fuor d'ogni fede positiva cercava il
Dio ignoto. Non Luterani o Calvinisti, _sunt ingenia ad contentionem
prona et ad placandum difficilia_, scrive uno. E Comander: _Nos exosos
habent magnates nostri propter italos: nam contentiosi sunt et inquieti:
ex quacumque re levissima rixam movent: nec doceri a quoquo sustinent,
nec a sua pervicacia remittunt; unde nobis sunt oneri_.
Gli storici fanno eco a tali accuse, e anche non è guari il Villers
asseriva che gli Italiani sono o teisti o papisti[557].
Vogliasi ammettere che nei nostri fuorusciti non si trova la bassa
piacenteria verso la plebe o verso i principi, che deturpa gli scritti
di Lutero, ma neppure il merito letterario. In molti paesi la Riforma
diede origine o cagione a costituire o sviluppare le lingue vulgari;
così fu del romancio fra' Grigioni, del boemo al tempo degli Ussiti, del
tedesco colla Bibbia di Lutero, e in gran parte anche del francese
coll'_Istituzione_ di Calvino e colle prediche de' suoi. In Italia la
lingua avea già raggiunto la sua maturanza; e dei tanti letterati che
aderirono alla Riforma nessuno scritto rimase fra i classici; nol
meritando neppur la Bibbia del Diodati, sebbene testè adottata dalla
Crusca: non avemmo alcuno che portasse lo splendore della rinascenza nel
seno della Riforma.