DISCORSO XVIII.

ADRIANO VI PAPA RIFORMATORE. CLEMENTE VII. SACCO DI ROMA. PRELUDJ D'UN

CONCILIO.

Il figlio d'un Florent, povero operajo d'Utrecht, meritò la predilezione

de' maestri perchè mostrava inclinazione allo studio; ottenuto un posto

gratuito in un collegio di Lovanio, vi apprese filosofia, matematica,

diritto canonico, latino e greco, oltre il tedesco. V'aggiungeva tanta

pietà, che non usciva mai di scuola senza entrare in una chiesa, e se

imbattesse un povero, dividea con esso la parca cibaria.

Acchiocciolatosi in una cameretta a tetto, fredda, malsana, la notte

andava a leggere al lume de' pubblici lampioni, finchè Margherita

d'Austria, vedova di Carlo il Temerario, allora governatrice dei Paesi

Bassi, avutone contezza, gli mandò legna e trecento fiorini per comprare

libri, e in appresso gli conferì una parrocchia, poi un canonicato a San

Pietro di Lovanio. In questo viveva egli ritiratissimo, fra autori

classici ed ecclesiastici e con qualche camerata; non lodato, neppure

troppo gradito pe' suoi modi da grossolano brabanzone; ma ben contento

quando dal vivere gli avanzasse tanto da soccorrere alcun poveretto.

Fatto decano, si applicò a riformare quel capitolo; oculato nel

conferire i benefizj; durante il pasto frugale faceva leggere le sante

scritture.

Stampò in quel tempo _Commentarium de rebus theologicis in quatuor

sententiarum questiones_[476], e il suo nome giunse fino all'imperatore

Massimiliano, che lo scelse per insegnar francese, spagnuolo e latino a

suo nipote. Questo divenne, col nome di Carlo V, imperatore di Germania

e re di Spagna, e poichè tanta parte ebbe negli affari d'Italia e della

religione, bene sta che ci badiamo alquanto a considerarlo. Erede de'

possessi austriaci per padre, de' Paesi Bassi e della Spagna per madre,

e in conseguenza de' dominj d'Italia e de' paesi testè scoperti in

America e nelle Indie, fu fortunato sino ad avere prigioniero alla

battaglia di Pavia il proprio emulo Francesco I di Francia, e con ciò

assicurata la sua preponderanza di qua dell'Alpi, mentre dal nuovo mondo

gli giungevano ogni giorno annunzj di altri imperj scoperti e

assoggettati, ch'egli mai non vedrebbe, di miniere d'oro e d'argento

scavate, di preziose spezierie, avviate dall'estremo Oriente e dai paesi

equatoriali a' suoi porti di Spagna. A contatto con tutti i paesi

d'Europa per dominj che estendevansi da Cadice a Bruxelles, da Messina

al Baltico, potè fantasticare la monarchia universale, non come

immediata dominazione, ma come supremazia; nè fu vana millanteria il

dire che il sole non tramontasse mai ne' regni suoi.

E veramente egli sta a capo de' re moderni. Uscendo dai secoli della

cavalleria per entrar in quelli del machiavellismo, fu vario come il suo

tempo, a vicenda cupo e generoso, tollerante e fanatico, ostinato ne'

proprj e ligio agli altrui pareri, intrepido e sfiduciato, ambizioso

fino a sognare l'alta direzione e dei regni e della Chiesa, e di

abbattere la costituzione germanica, sostituendovi la monarchia

ereditaria, poi umile sino a terminar la vita in un convento: non

fastoso, non cavalleresco, bensì politico, affettante il casalingo;

affettante il leale, mentre niuno lo pareggiava nell'ordire e tessere un

intrigo, nel promettere, corrompere, eludere, conciliare, soprattutto

temporeggiare, conforme alla divisa che aveva assunta, NONDUM[477]. Mai

non montava in collera: offeso, avvolgeasi nella dignità del silenzio:

la gratitudine non conobbe: la fiducia poco; mal soffriva la

contraddizione, e credeva che il lungo riflettere sia cauzione del buon

successo. Pari a lui nessuno in attività, ed ebbe ad esercitarla non

solo nell'amministrazione di sì varj Stati, ove le libertà e le forme

tutelari del medioevo dovea soffocare nell'assolutezza amministrativa

de' moderni, ma nelle guerre ostinate colla Francia, nelle civili colla

Spagna e col Belgio, nelle generose coi gran guerrieri dell'impero

turco; sempre con mezzi sproporzionati agli alti fini, e costretto a

ricorrer a disastrosi spedienti finanziarj, e trovare impediti i suoi

concetti da un frate, che colla parola arrestava o deviava l'immensa sua

potenza, e toglievagli di scioglier nessuna delle grandi quistioni che

eransi sollevate a que' giorni nel campo della politica come in quel del

pensiero e del sentimento.

Nella sua grandezza egli ricordò il suo maestro Adriano, e lo pose

vescovo di Toledo, e da Leone X gli ottenne la porpora. Erasmo, gran

nemico dei frati, non ha che blandizie per questo, ne ammira le virtù

non meno che le lezioni di teologia; Lutero stesso lo chiama di

splendida e lodata vita.

Qual migliore per opporre alla Roma paganizzante?

Su lui dunque si accolsero i voti del conclave[478]. Trovavasi egli

allora in Ispagna, e Carlo V gli mandò l'aspettasse, volendo

accompagnarlo a Roma; ma esso gli rispose: «Mi sarebbe caro assai vedere

V. M., ma sì calda è la stagione, che, se veniste a fretta, vi

nocerebbe; se altrimenti, dovrei differire di molto l'andata, lo che

tornerebbe in gran danno degli affari comuni nostri e della cristianità.

I dispacci, che ricevo da Roma, da Genova e da ogni parte d'Italia,

recano che le cose nostre vanno in ruina, e che non si può rimediarvi

senza la mia presenza: onde non ho cuore di indugiar più oltre»[479].

Per disposizione del regio alunno e pel decoro della Spagna, Adriano

salpò con numerosa flotta; duemila fra prelati e cortigiani, quattromila

soldati; sbarcato a Genova, «disse messa e racconsolò alquanto quella

povera città del sacco e de' danni ricevuti»[480]: approdato poi ad

Ostia, ricusò lo spendio e le baldorie che soleano accompagnare le

entrate in Roma; fe sospendere la costruzione d'un arco trionfale,

dicendo, «Le sono usanze da Gentili, non da cristiano e religioso».

Come il nome, così serbò i costumi primitivi; la fantesca che si menò

dietro, dovea servirlo nè più nè meno di prima; pel pranzo non assegnava

di là d'un ducato, che ogni sera dava di propria mano allo scalco,

dicendogli, «Ecco per la spesa di domani», nè a più di dieci ducati

doveva giungere quella della Corte. Leon X avea premiato gl'inventori di

buoni bocconi; Adriano mangiava merluzzo, invece dei pesci fini

celebrati dal Giovio, e s'impennò all'udire il costo di certe lucaniche,

fatte con polpe di pavoni. Suggeritogli di prendere dei servi, rispose

volere prima sdebitare la Chiesa; e udendo che Leon X teneva cento

palafrenieri, si fece il segno della croce, e pensò che quattro

sarebbero d'avanzo[481]. Avendo conferito un benefizio di sessanta scudi

a un suo nipote, che, vacatone un altro di cento, glielo chiese, rispose

con un gran rabbuffo che quello bastava a mantenerlo; e quando, vinto

dalle istanze, glielo concesse, volle rassegnasse il precedente.

Allorchè egli entrò, Bernardino Carvajal, cardinale ostiense, gli recitò

un'orazione, esponendogli sette ricordi, che sono: 1º eliminare le

tribolazioni antiche, cioè simonia, ignoranza, tirannide e gli altri

peccati; aderire a buoni consiglieri; reprimere la libertà de'

governanti; 2º riformare la Chiesa secondo le leggi canoniche, sicchè

più non somigli una congrega di peccatori; 3º i cardinali e gli altri

prelati amare d'amor reale, esaltando i buoni, e provedendo ai bisognosi

perciocchè in quell'altezza non s'avviliscano; 4º amministri la

giustizia senza differenze; 5º sostenti i fedeli, massimamente nobili, e

i monasteri nelle loro necessità, come usavano i papi buoni; 6º faccia

guerra ai Turchi, perciò procurando denaro, e tregue fra i principi

cristiani; 7º compia la basilica di san Pietro, parte a spesa sua, parte

de' principi e popoli[482].

Frate Egidio Canisio da Viterbo già mentovammo come il più famoso

predicatore d'allora, e il Sadoleto lo vanta per facilità del parlare

toscano, e profondi studj di teologia e filosofia, talchè sapea (dice)

nelle prediche piegar le menti, serenare le turbate, incalorire le

tepide all'amore della virtù, della giustizia, della temperanza, alla

venerazione di Dio e all'osservanza della religione; e senza divario di

giovani o vecchi, d'uomini o donne, di primati o vulgari, tutti scotea

con forza di ragionamento, fiume d'elettissime parole, d'eccellenti

sentenze[483]. Non v'era solennità cui non fosse invitato a predicare,

sicchè Giulio II riservò a sè il destinarlo: e sebbene il pochissimo

ch'e' ci lasciò non giustifichi tanti encomj, tutti sono d'accordo

nell'esaltarne la virtù e l'integrità, per le quali Leon X, che gli

scriveva con famigliarità d'amico, lo ornò della porpora.

Egli dirigeva ad Adriano VI un commento sulla corruzione della Chiesa e

le guise di ripararvi. A dir suo, la depravazione s'insinuò dacchè la

facoltà di sciogliere e legare fu adoprata a vantaggio degli uomini più

che a gloria di Dio. Conviene dunque limitarla, considerandola come uno

de' principali uffizj del pontefice, e quindi adoprarvi il consiglio

d'uomini, integri ed esperti; escludere le aspettative de' benefizj, che

fanno desiderare la morte, quand'anche non la procurino; evitare l'avaro

e ambizioso accumulamento di benefizj; reprimere l'ambizione dei monaci,

che sotto la giurisdizione de' loro conventi tengono infinite

parrocchie, affidandole a qualche prete amovibile e mal proveduto. La

turpe vendita di cose sacre, ammantata col titolo di composizioni,

repugna ai canoni, ispira invidia a' principi, e dà ansa agli eretici;

sicchè dovrebbe restringersi l'uffizio del datario, che smunge il sangue

dei poveri come dei ricchi. Nè le riserve di benefizj gli pajono oneste.

Prima di concedere le grazie, si facciano da persone savie esaminare

secondo la giustizia e l'equità; e così prima di promuovere a benefizj

vacanti. A tutti poi gli uffizj si scelgano quei che più buoni, abili e

fedeli, e si diano uomini alle dignità e alle amministrazioni, non

queste ad uomini: le concessioni, gl'indulti, i concordati con principi

si rivedano esattamente, acciocchè questi non usino e abusino verso

secolari e verso ecclesiastici. Indecoroso e imprudente modo si tenne in

maneggiare le indulgenze; sicchè voglionsi revocare le commissioni date

ai Minori Osservanti, per le quali riesce svilita l'autorità episcopale.

Nessuna cura paja soverchia nell'amministrare la giustizia; un cardinale

robusto e savio riveda le suppliche sporte al papa; scelgansi con somma

diligenza gli auditori di Rota, man destra del pontefice, ed abbiano un

soldo fisso, anzichè impinguare sulle sportule, le quali sono cresciute

a segno, che le cariche vendute un tempo a cinquecento ducati l'anno, or

si comperano a meglio di duemila; come quelle degli auditori di Camera

pagansi trentamila ducati, mentre dianzi valutavansi quattromila. Via

via determina gli uffizj della giustizia; se ne rivedano le

giurisdizioni e gli statuti, che buoni dapprima, poi depravaronsi; abbia

riforma il governo delle Legazioni, dove vorrebbe che i legati non

rimanessero oltre due anni, come pure i governatori e prefetti e gli

altri uffiziali; tutti lasciassero una garanzia del loro operato, finchè

subissero un sindacato; e a chi n'esce con lode, si attribuissero onori

e comodi. I debiti onde Leon X gravò la sede col creare tanti nuovi

uffizj che consumano l'anno centrentamila ducati delle rendite della

Chiesa, si cercasse redimerli, e se ne esaminassero attentamente i

titoli; non si surrogassero i vacanti, e gl'investiti medesimi si

compensassero con altri benefizj. Si potrebbe pure alleggerire il debito

col riservarsi una parte delle rendite di tutte le chiese ed un sussidio

caritativo massime dai monasteri[484].

E Adriano nulla desiderava meglio che di riformare. Avendo già scritto

sopra le indulgenze prima degli attacchi di Lutero, convinto per

argomenti scolastici delle verità rivelate, trattava le nuove dottrine

di insipide, pazze, irragionevoli[485]; non potea supporre buona fede

ne' Protestanti, sebbene deplorasse fossero stati spinti alla

disperazione col serrare loro in faccia le porte; e aveva esortato Carlo

V a mandare Lutero al papa, suo giudice vero, che lo punirebbe secondo

giustizia[486]. D'altro lato, venuto da contrade forestiere, restò

colpito dagli abusi della Corte romana. Mandando nunzio alla Dieta di

Norimberga Francesco Cheregato vescovo di Téramo, nelle istruzioni

conveniva dei disordini: «Dirai che ingenuamente confessiamo che Dio

permette questa persecuzione dei Luterani contro la Chiesa sua per li

peccati degli uomini, e massime de' sacerdoti e prelati. Le Scritture

gridano che i peccati del popolo derivano da quelli de' sacerdoti, e

perciò, come scrive il Grisostomo, il Salvator nostro volendo curare

l'inferma Gerusalemme, entrò prima nel tempio per castigare innanzi

tutto le colpe de' sacerdoti, come medico che il male cura dalla radice.

Sappiamo che in questa santa sede già da molti anni avvennero cose

abominande, abuso delle cose spirituali, eccesso ne' mandati, tutto

vôlto in peggio: nè è meraviglia se il morbo discende dal capo nelle

membra, dai sommi pontefici negli inferiori. Tutti e prelati ed

ecclesiastici deviammo dalle rette vie, nè vi fu chi facesse bene,

neppur uno»[487].

Egli si fece promettere dai cardinali che smetterebbero le armi, non

darebbero ricetto ne' loro palazzi a sbanditi e birbi, lascerebbero che

il bargello v'entrasse per eseguire la giustizia. «Se gli ecclesiastici

(scrive Giovanni Cambi) aveano barba grande alla soldatesca, o abito non

lecito a preti, ei riprendevali; perchè era tanto scorsa la cosa, che

portavano i prelati la spada a cavallo e cappa corta e barba. Ed io

scrittore vidi un nostro fiorentino che era arcivescovo di Pisa, d'anni

ventiquattro in circa, fattogli avere da papa Leone da un altro

arcivescovo di Pisa ch'era ancor vivo con dargli uffizj di Roma in

compenso e altri benefizj, in fatti comperato a dirlo in brevi parole,

vederlo andare per Firenze il giorno a spasso a cavallo con una cappa

nera alla spagnuola che gli dava al ginocchio, e la spada allato, e il

fornimento del cavallo o mula di velluto a onore di Dio e della santa

Chiesa: e il cardinale Giulio De' Medici sopportava tal cosa, e andava

sempre alla Chiesa col rocchetto scoperto senza mantello o cappello, con

una barba a mezzo il petto, e assai staffieri colle spade attorno, e

senza preti e cherici: e a questo era venuta la Chiesa, d'andar in

maschera cardinali e prelati, a conviti, a nozze e ballare».

Adriano, volendo correggere tutto e subito, consultava ora i Tedeschi

ora gli Italiani, e pareangli facili le riforme, messe in discussione;

ma quando volea ridurle in atto, riuscivangli impossibili. Perocchè v'ha

abusi antichi, i quali, col resistere alla pruova del tempo, mostrano

essere compatibili col bene, vi sono verità nuove che, avventando la

società sopra un calle diverso, le riescono micidiali: sicchè ogni

rivoluzione e per ciò che erige, e per ciò che demolisce, genera

perturbamenti e conflitti. V'ha abusi così profondamente radicati, da

far temere che colla zizzania si svelga anche il buon frumento, oltre

che gl'interessi personali impediscono i buoni e pronti effetti. Perciò

si lagnava egli della misera condizione dei pontefici, che, pur vedendo

il bene, nol poteano effettuare. Chiamò per ajutarlo in tal uopo

Giampietro Caraffa e Marcello Gaetano, austeri ecclesiastici; sgomentò

coll'annunzio di volere recidere di colpo i disordini della dateria e

della penitenzieria; col togliere le vendite simoniache, pregiudicava

quelli che in buona fede le aveano prese in appalto; turbò le

aspettative coll'abolire la sopravvivenza delle dignità ecclesiastiche:

cinquemila benefizj rimaneano così vacanti, ed eccitavano speranze

smisurate, che tutte trovavansi deluse; diffidando dei più come

corrotti, era costretto porre il capo in grembo ai pochi cui credeva, e

che lo tradivano; per togliere via le indulgenze voleva ripristinare le

antiche penitenze, ma gli fu fatto intendere che, per serbare la

Germania, mettevasi a rischio di perdere l'Italia. Ignoto alla Corte,

senza appoggi di famiglia come straniero, nè creandosene di nuovi perchè

esitava lungamente prima di conferire i benefizj e lasciavali scoperti

per paura di darli a indegni. Adriano dibattevasi invano tra

quell'inestricabile labirinto. Mentre si trovavano ora ingiuste, ora

impossibili le sue proposte da quegli stessi che più le aveano

reclamate, i Protestanti interpretavano in sinistro la sua candidezza,

menando trionfo delle sue confessioni sugli scompigli della curia. Gli

furono anche mandati _Cento gravami della nazione tedesca_, ove Roma era

rimproverata di sordidezza, d'indecenza l'uffiziatura della basilica

vaticana; negligersi gli ospedali e le altre opere pie: lasciare le

meretrici procedere con pompa matronale sopra le mule, e corteggiate

dalle famiglie di prelati; tollerarsi nimicizie aperte e sanguinose fra

i grandi[488].

Allora si sviluppò quell'oidio, che guastò e guasta tante promettenti

vendemmie: il malcontento. Quella sua semplicità, quel dire la messa e

l'uffizio tutti i giorni eccitarono le risa nel palazzo abituato con

Giulio II e con Leon X. Da un pezzo non v'erano papi forestieri; e di

questo, che neppure parlava la lingua italiana, facevano beffe o

fingeano sgomento i nostri letterati. La gente, avvezza a vivere dietro

ai prelati, ne sbertava la miseria. «Egli è un tedesco; povera Italia!

(dicevano); sente di luterano: povera religione! Certo e' si piglia i

cardinali, e ce li porta a un nuovo esiglio d'Avignone».

Giulio II era entrato nella scena del mondo da gran principe, scotendosi

dalle piccolezze de' predecessori, e col sentimento della propria forza

volea dominar gli eventi, muover principi e repubbliche secondo i suoi

intendimenti, respingere i tiranni, non per vantaggio suo, ma della

santa sede, e proclamò i diritti che i popoli hanno sul proprio suolo.

Dopo di lui, il papato si trovò immolato ai principi, l'Italia agli

stranieri; i pontefici cessarono di proteggere i deboli, e gettaronsi in

braccio ai forti, sentendo ch'era necessario un appoggio per tener in

rispetto i vicini, e garantire l'indipendenza spirituale, minacciata

dalla Riforma. Di qui l'anguillare di Leon X. Adriano VI struggeasi di

riparar ai torti de' predecessori, ma troppi interessi l'attraversarono;

l'austerità di papa comprometteva l'opera di sovrano: l'intempestiva sua

condiscendenza ai riottosi disgustava i depositarj della tradizione

papale: e barbaro era reputato perchè non comprendeva i bisogni

intellettuali ed artistici della città eterna[489].

Realmente egli non intese mai come negli intelletti italiani

s'elaborasse l'elemento pagano collo spirito indigeno; come colle arti,

fatte linguaggio della religione, i papi volessero mostrare quanta

ispirazione ci fosse nel cristianesimo, e capitanare i grandi ingegni, e

tenere a loro disposizione non soltanto la manifattura ma l'ispirazione,

e il mondo che ridiveniva greco, e che dalla fierezza germanica tornava

all'oscenità gentilesca. Mancante del sentimento dell'arte, Adriano

_suspecta habebat poetarum ingenia, utpote qui minus sincero animo de

christiana religione sentire et damnata falsissimorum deorum numina ad

veterum imitationem celebrare studiose dicerentur_[490]; essendogli

mostrato il Laocoonte, esclamò: «Idoli pagani»; e torse gli occhi dalle

classiche nudità.

In conseguenza egli che, oltr'Alpe era reputato protettore degl'ingegni,

e che aveva agevolata la fondazione del collegio trilingue a

Lovanio[491], fu reputato un barbaro da cotesti umanisti ch'e' più non

salariava, e che, dopo aver invano sperato che il suo zelo cessasse co'

primi momenti[492], levaronsi in fuga beffando e bestemmiando: prorompe

la sciagurata manìa delle satire e delle arguzie: tutti i Sesti (diceva

un epigramma) han rovinato Roma[493]; il Negri querelavasi che tutte le

persone per bene se ne partissero; il Berni avventava un capitolo

violento contro di lui e dei _quaranta poltroni_ cardinali che l'aveano

eletto; e Pasquino il dipinse in figura d'un pedagogo, che ai cardinali

applicava la disciplina come a scolaretti. Laonde fu inteso esclamare:

«Quale sciagura che v'abbia tempi, in cui il miglior uomo è costretto

soccombere!» In fatti egli pio e zelante fu reputato un flagello non

minore della peste che allora infieriva; la morte sua fu salutata con

pubblica esultanza, e alla porta del suo medico si sospesero corone

civiche _ob urbem servatam_. E sono di gran verità i due epitafj

destinatigli:

_Hadrianus VI hic situs est, qui nihil sibi infelicius in vita quam

quod imperaret duxit._

_Proh dolor! quantum refert in quæ tempora vel optimi cujusque vita

incidat._

Carlo V avea forse creduto che Adriano sarebbe tutta cosa sua, ma

questi, ignaro de' destreggiamenti politici, stette fermo contro le

pretensioni di esso e gl'intrugli de' suoi ministri e creati; non volle

allearsi con esso a danni altrui: e fra l'altre amarezze ebbe quella di

udir che Rodi era stata presa dai Turchi, e che questi minacciavano il

regno di Napoli e la Sicilia: cercò che i principi cristiani si

alleassero per resistere, ma Francesco I domandava innanzi tutto gli si

restituisse il toltogli milanese[494].

Appena morto Adriano, Carlo V scriveva al suo ambasciatore che facesse

riuscir il Medici, anche colla forza se i Francesi si opponessero[495];

e in fatti, per la solita altalena che ad un vigoroso fa surrogare un

lasso, a un ascetico un politico e viceversa, nel nuovo conclave

rivalsero i fautori de' Medici, e con arti che in allora furono

denunziate come turpi, venne data la tiara a Giulio, figliuolo naturale

di Giuliano De' Medici. Cavaliere gerosolimitano, destro in armi come in

trattative scabrose e in giravolte cortigianesche e diplomatiche, fatto

arcivescovo di Firenze e cardinale, era stato la mano dritta di Leon X

suo cugino; ed allora assunse il nome di Clemente VII (1523 18

novembre).

Vanno concordi i contemporanei nel dargli lode che non tollerava

simonia, non distribuiva i benefizj a capriccio, e in tutto esigeva la

regolarità; invece di musici e buffoni, amava intertenersi con

letterati, filosofi, teologi, ingegneri; generoso come tutta la sua

famiglia, non donava nè prometteva l'altrui; e poichè le sue limosine

non impinguavano i cortigiani, dispensieri della riputazione, passava

per avaro e misero[496].

Aggiungasi che, trovato l'erario esausto per lo spreco di Leon X e per

l'astinenza di Adriano VI, dovette mettere imposizioni e istituire

Monti, e principalmente il Monte della fede per soccorrere Carlo V

contro i Turchi.

Ma pretendeva all'infallibilità non meno nella politica che nella fede;

sicchè, se ascoltava tutti, faceva poi a proprio senno; e alla

conchiusione metteva la politica nell'irresolutezza, e l'abilità nel

variare. Subito mandò fuori lettere ove, coi treni consueti deplorando

le jatture della cristianità, ne accagionava le discordie de' principi e

lo sformamento dell'ordine ecclesiastico; la correzione doversi

cominciare dalla casa di Dio: egli emenderebbe se stesso; i cardinali

facessero altrettanto; visiterebbe in persona tutti i principi onde

concordare una pace; fatta la quale, celebrerebbe un concilio per

restituirla anche alla Chiesa. Persuaso però che innanzi tutto

bisognasse opporsi ai Turchi, e sopire l'incendio germanico,

rassegnavasi a transazioni coi novatori.

Si dirà, tale essere lo stile delle autorità minacciate, riservandosi

poi di eludere le promesse quando ripiglino fiato. Certo è che,

sgomentato dall'assalto mosso all'autorità spirituale, vacillò sempre

anche nel governo del temporale; ed anzichè accorgersi che questo non

era mai stato altrettanto esteso e solido, non ebbe sentimento che della

propria impotenza; sperò logorar Francia per mezzo dell'Impero, e

l'Impero per mezzo della Francia, onde ora all'uno ora all'altra

gettandosi, non amato da alcuno nè temuto, immensi mali trasse sopra

l'Italia e sopra se stesso.

Non è da questo luogo il narrare come allora si esacerbassero le

inimicizie fra Carlo V e Francesco I, il quale nella battaglia di Pavia

cadde prigioniero (1525, 24 febbrajo); comprata la libertà, ne violò i

patti, e ruppe nuova guerra, dove andarono a miserabile strazio la

Lombardia e il regno di Napoli. Il papa, impaurito dall'ingrandire degli

imperiali, e scontento di Carlo V anche perchè aveva ordinato che il

regio _exequatur_ fosse necessario alle bolle pontifizie in Ispagna,

s'unì in una lega, per lui detta santa, coi Francesi e cogli altri, che

pretessevano la solita maschera della indipendenza italiana. Lega a lui

funestissima: perocchè subito i vassalli più potenti, e massime i

Colonna, si rivoltarono contro Roma (1526), sopra la quale ben presto si

difilò l'esercito imperiale, guidato dal connestabile di Borbone,

francese traditore, messosi al servizio dell'imperatore.

Non era un esercito regolare, bensì un ammasso di quarantamila

venturieri, quali noi pure ne abbiamo veduti, che obbedivano

personalmente a un capo, purchè egli facesse quel che essi desideravano.

E il desiderio loro era saccheggiare Roma, tutti anelando all'oro di

essa, molti essendo Luterani, la più gran parte Tedeschi, avvezzi a

considerare i papi e gli Italiani come sanguisughe della loro nazione e

che aveano per unico grido _Nicht Papa_. Un d'essi, chiamato Verdesilva,

diceva: «Colla pelle di papa Clemente voglio far uno staffile, e lo

porterò a Lutero perchè veda com'è punito chi resiste alla parola di

Dio». Il Freundsberg, loro capitano, teneva appeso all'arcione un laccio

d'oro e un d'argento, proponendosi di strozzare con quello l'ultimo dei

pontefici, coll'altro i cardinali. Lo seguiva Jacopo Ziegler, che, in

una vita di Clemente VII, spacciò irosamente le colpe di questo e della

curia romana.

Cotali assalirono Roma (1527), ed essendosi ammalato il Freundsberg, e

ucciso nell'assalto il Borbone, inviperiti e sfrenati vi entrarono,

ciascuno non pensando che a sfogare i brutali istinti dell'avarizia,

della libidine, della rabbia. La capitale del mondo cristiano la sede

delle belle arti, l'asilo e la palestra di ogni letterato e artista, la

seconda patria d'ogni cristiano, restava preda a ladroni e miscredenti:

la vita d'ogni illustre di quel tempo ha una pagina dove si raccontano

nuovi orrori di questo sacco, che è uno di quei regj misfatti che

lasciano impronta indelebile nella storia; e dove la Germania si

vendicava della superiorità intellettuale e morale dell'Italia; così la

barbarie superba metteasi sotto i piedi quella civiltà che la

mortificava.

Di quel disastro, ove si calcolò che Roma perdesse per dieci milioni di

zecchini, noi non dobbiamo raccorre se non il particolare furore

spiegato contro le cose sacre. Violarono i sepolcri, e principalmente

quel di Giulio II, reo d'aver voluto sbrattare l'Italia da stranieri.

Chiese, monache, frati erano specialmente esposti alla brutalità di

costoro, che stallavano i loro cavalli in San Pietro, li stabbiavano

colle bolle papali, gli abbiadavano ne' battisteri, ungevansi gli

stivali co' sacri crismi; entro i calici s'ubbriacavano; nelle devote

capelle violavano le vergini devote, e parati cogli arredi delle

sacristie, celebravano orgie abbominevoli. Ai cardinali della Minerva e

di Siena al Ponceta, a Giovanni Maria del Monte che fu poi papa, al

Bartolini arcivescovo di Pisa, al Pucci vescovo di Pistoja, al Ghiberti

vescovo di Verona, a san Gaetano recarono invereconde e tormentose

contumelie, come a tutti quei moltissimi che dalla subitanea irruzione

non s'erano potuti campare. Altri mettono un cardinale su di un asino a

ritroso, nella sublime semplicità della porpora, e lo trascinano di

porta in porta a mendicare il riscatto. Chiamano un prete che accorra

col viatico, e il menano in una stalla, e vogliono costringerlo a

comunicarlo a un giumento, e perchè ricusa lo trucidano. Fecero beffarde

esequie al cardinale Aracœli; in un beffardo conclave deposero Clemente

VII, e gli surrogarono Martin Lutero, festeggiandolo in buffonesca

cavalcata. Gli archivj palatini sono bruciati: nella cappella Sistina

s'accendono fiammate che tutta l'affumicarono: è impiccata una donna per

aver dato delle lattughe a Clemente VII. Quanto insomma era venerato per

devozione, per senso artistico, per antichità, per tradizione, fu scopo

alla brutalità più ribalda e grossolana dei compatrioti di Lutero,

eccitati da questo a detestare e sprezzare gli Italiani.

Allora sarebbesi detto veramente perduto il cattolicismo colla sua

metropoli, e «infino da plebei uomini già si diceva che, non istando

bene il pastorale e la spada, il papa dovesse tornare in San Giovanni

Laterano a cantar la messa»[497]. Tutte le città del Patrimonio

insorgeano; tutti i vassalli accorreano a spogliare l'antico padrone. I

Piagnoni ne imputavano la corruzione cristiana e la persecuzione contro

chi l'avea rinfacciata, e ricordavano che, quarant'anni prima, frà

Savonarola aveva esclamato: «O Roma, te lo ripeto, fa penitenza. Dice il

Signore: quand'io verrò sopra l'Italia con la spada, a visitare i suoi

peccati, visiterò Roma: in San Pietro e sugli altari sederanno le

meretrici, e faranno stalla a cavalli e porci: vi si mangerà e berrà e

commetterassi ogni sporcizia. Taglierò, dice Dio, le corna dell'altare,

cioè le mitre e i cappelli; taglierò la potenza de' prelati: rovineranno

quelle belle case, que' bei palazzi; tante delizie, tanti ori saran

gittati per terra; saranno ammazzati gli uomini; andrà sossopra ogni

cosa». Altri romiti eran venuti predicando non solo la rovina d'Italia,

ma la fine del mondo, e che l'anticristo fosse o il Borbone o Clemente

VII. Brandano senese, prima del sacco, correva per Roma vaticinando

sventura, sventura; venissero a penitenza, placassero Dio. Nel

saccheggio avendo i lanzichenecchi percosso una Madonna, questa stillò

sangue; come a Treviglio un'altra pianse all'entrare de' Francesi, i

quali ne furono sì commossi, che risparmiarono l'incendio e il

saccheggio. Per egual occasione sudò la Madonna della Cintola a Prato, e

rivolse la faccia verso il Bambino, e gli pose la mano sul capo. Da per

tutto, come i miracoli, così moltiplicavansi digiuni e litanie: e a

Milano si menò una lunga processione, ove migliaja di devoti ad ogni

istante alternavano _Misericordia, Misericordia,_ tanto che il clero non

potè fra que' clamori intonare altre preghiere, e non era uomo o donna

che si tenesse dal piangere: e un predicatore, dipingendo a colori

nerissime le sventure d'allora, prometteva che da Milano avrebbe

principio la rinnovazione della Chiesa, la quale prima è mestieri che

venga afflitta e ridotta all'ultima ruina.

Questo i Cattolici: in senso contrario un frate Egidio Della Porta

comasco, scrivendo a Zuinglio, esclamava: «Dio ci vuol salvare: scrivete

al Borbone che liberi questi popoli, tolga il denaro alle teste rase, e

lo faccia distribuire al popolo famabondo; poi ciascuno predichi senza

paura la parola di Dio: la forza dell'anticristo è presso alla

fine»[498].

Così i partiti non discernono mai i mezzi, purchè conducano al loro

scopo. I Protestanti esultarono dell'orrido strazio fatto a Roma; altri,

quelle tribolazioni giudicando castigo di Dio contro le iniquità

pretine, si separarono dalla Chiesa, e «nelle case private in diverse

città, massime in Faenza, terra del papa, si predicava contro la Chiesa

romana, e cresceva ogni giorno il numero di quelli, che gli altri

dicevano Luterani, ed essi si chiamavano Evangelici».

Ma tutti gli uomini serj ne fremettero: Francia e Inghilterra intimarono

guerra a Carlo V, per ragione o pretesto adducendo la sua condotta verso

Roma; tale essendo la natura di questa città e di questo dominio, che

d'ogni attacco mossogli si risente tutta la cristianità. E veramente

quegli anni del secol d'oro furono peggiori all'Italia che qualunque

altri del secolo di ferro: «Mantova è tutta abbandonata di peste

(scriveva un contemporaneo da Piacenza): Ferrara, Padova, Cremona, tutto

il Bresciano: questa terra va peggiorando: Genova addio: non si vede che

cerei e frati ad accompagnar morti: e vi concludo ch'è il più grande

spavento che mai fosse veduto ad andare pel paese»[499]. Negli _State

papers_ che si pubblicano ora in Inghilterra, al tomo VII pagina 226 è

una lettera del 12 settembre 1529 degli ambasciadori di Enrico VIII, che

da Bologna scrivono: «Mai nella cristianità s'è visto desolazione pari a

quella di queste contrade. Le buone città distrutte e spopolate; in

molti luoghi non si trova carne di veruna sorte. Tra Vercelli e Pavia,

per cinquanta miglia del paese più ubertoso del mondo in vigne e grano,

tutto è deserto; nè uomo o donna vedemmo che lavorasse ai campi, nè

anima viva fuorchè tre povere donne che racimolavano l'uva rimasta:

giacchè non si seminò nè mietè, e le viti inselvatichirono, e i grappoli

infradiciano senza che alcuno li colga. Vigevano, buona terra con rôcca,

non è più che rottami e deserto. Pavia mette pietà: nelle strade i

bambini piagnucolando chiedono pane, e muojono di fame. Ci fu detto, e

il papa ce lo confermò, che la popolazione di quelli e d'altri molti

paesi d'Italia fu consunta dalla guerra, dalla fame, dalla peste, e

molti anni ci vorrà prima che l'Italia ritorni in buona condizione.

Quest'è opera de' Francesi non men che degli Imperiali».

Mentre Clemente VII stava prigioniero, re Ferdinando scriveva al

fratello Carlo V, non lasciasse uscir di mano il prigione senza aver

messo ordine nella cristianità: questo esser unico rimedio alle

maledette eresie[500]. Molti cardinali s'adunarono a Piacenza per

provedere a sì luttuosi frangenti[501], e per sicurezza della Chiesa

divisavano trasferire la Santa Sede ad Avignone, fuori di questa Italia,

divenuta campo alle battaglie degli stranieri. Fomentavanli a ciò i re

di Francia e d'Inghilterra, che n'avrebbero cavato vantaggio; e molti di

retta intenzione v'aderivano. Ma il cardinale Francesco Cibo, legato di

Bologna, che avea saputo tener in fede le Romagne, accorse a Piacenza, e

dissuase con validissime ragioni da un passo, che avrebbe recato

l'ultimo tracollo all'Italia e un urgente pericolo alla Chiesa.

Eppure, dopo che Roma ebbe sofferto per aggiunta la fame e la peste; che

Clemente VII durò lunga prigionia; che i Colonna e gli Orsini aizzavano

quelle discordie in cui gli Italiani più inviperiscono quando sono

percossi da peggiori flagelli; che amici e nemici s'impinguarono delle

dovizie nostre; che si ripeteva esser terminato il potere pontifizio, si

vide quel papa rifinito splendere di nuove glorie mondane. Perocchè

Carlo V volle essere coronato da Clemente VII; e mentre la Germania

erasi lusingata di mirare in quell'occasione il pontefice umiliato

davanti a quell'imperatore, che i predecessori di esso aveano tante

volte obbligato venire all'obbedienza, allora Carlo V professò dolersi

delle atrocità commesse a Roma in suo nome; domandò l'assoluzione per

chi v'aveva ecceduto; si obbligò di far restituire alla santa sede

Modena e Reggio, tolte dal duca di Ferrara, Cervia e Ravenna occupate

dai Veneziani; prender accordi con questi per le terre che aveano

sottratte al regno di Napoli nella Puglia, e col papa per rintegrare gli

Sforza nel ducato di Milano; pose se stesso e le sue armi a disposizione

del papa, facendolo arbitro di ordinargli quando snudare e quando

riporre la spada, e si fe da esso ornare cavaliere di San Pietro.

La solennità della coronazione fu delle più splendide che la storia

ricordi. Quel cencio di porpora, traforato dalle scomuniche papali, e

che i suoi antecessori eransi gittato da sè sulle spalle, ma che non

rappresentava più il centro laicale della cristianità, consacrato

dall'unzione sacerdotale, pensò Carlo V, col rimetterselo in dosso,

attirare ancora un raggio del diritto divino sul successore di Carlo

Magno. S'ebbe vergogna di farlo nella testè desolata metropoli del

cristianesimo, ma nella cattedrale di san Petronio a Bologna, ridotta a

imitazione della Lateranese. Non vi erano invitati gli elettori, nè

altro tedesco che Filippo di Baviera; e invece de' cavalieri germanici,

genti di ogni nazione capitanate da Anton de Leyva; paggi e araldi

spagnuoli aprivano il corteo; Bonifazio Paleologo marchese di Monferrato

portava lo scettro; il duca d'Urbino la spada; la corona Carlo di

Savoja, che a forza d'impegnare e imprestare erasi fatto un abito di

300,000 scudi[502]. All'imperatore servivano i maggiori nobili d'Italia,

Medici, Pio, del Carretto, Gonzaga, Pico, Trivulzio, Dal Verme, Doria,

Sanseverino. Colle rituali solennità unto del sacro crisma, Carlo

ricevette la corona di Carlo Magno, in segno d'universal dominio sopra

la cristianità, e giurò difendere i possessi, le dignità, i diritti del

papa e della Chiesa[503].

Sarebbesi detto rinnovato l'accordo fra lo scettro e il pastorale,

mentre invece questo soccombeva a quello; andava spezzata la monarchia

universale per dar luogo a principati nazionali, emuli astiantisi;

l'Italia cascava ancella degli stranieri, e per l'ultima volta

l'imperatore universale giurava lealtà e fede davanti all'universale

ministro della verità e della giustizia. L'unità, come nella Chiesa,

così era finita nel mondo; i principi sarebbero uomini, sostenuti

soltanto dalla forza, combattuti dall'esame e dall'insubordinatezza,

sbalzati da non più cessabili rivoluzioni, non fidenti che negli

eserciti, sinchè venga il giorno che anche gli eserciti ragionino e

discutano l'obbedienza, e si compia il trionfo dell'individuo, che

surroga se stesso al bene comune.

Fra le condizioni poste alla liberazione del papa fu il convocare un

Concilio generale.

Quel disordine degli spiriti, quel rinegare ogni autorità facea spavento

a Carlo V, che al cardinale Campeggi ripeteva, il Concilio essere

necessario non tanto per riformare gli ecclesiastici, quanto e molto più

per i laici, ch'erano declinati dalla vera via; e se nol si facesse,

pensava non debba, fra termine di dieci anni, esser uomo che possa sotto

obbedienza reggere dieci case, non che Stati, regni ed imperi[504].

Ma la fede cattolica trae sua forza dall'essere una, e conservarsi

inalterabile. Parlare dunque di riformare la fede era un rinegarla, era

non meno una contraddizione che un'empietà: un obbligare il mondo a

credere alla Chiesa mentre ella stessa repudiava la propria

infallibilità. Sonava dunque assurda la domanda che, in tal senso, ne

faceano i Riformati.

Repugnava poi Clemente VII a raccorre il Concilio, principalmente per la

controversia se questo sia o no soggetto al papa. Dagli ultimi convocati

erasi visto che, adunato che fosse, il Concilio si pretendea superiore

al papa; questo il negava; ne nascea scisma; eleggeasi un antipapa;

disordine che riuscirebbe d'immensa ruina nelle agitazioni

presenti[505]. Pure alfine Clemente aderì, e di propria mano scriveva a

Carlo V:

«_Carissime in Christo fili noster, salutem, et apostolicam

benedictionem_.

«Ho inteso per la man propria di Vostra Maestà, e per quello, che m'ha

referito l'oratore Majo, e m'ha ancor avisato il Legato, che il parer di

quella, e di quelli signori elettori, e principi che sentono bene nella

fede christiana, che sia necessario, per estirpare li errori che sono in

quella nazione, è assentire che si convochi il Concilio dimandato, ma

con condizione, che gli eretici desistano da' loro errori, e si

conformino a vivere cattolicamente nella fede e obbedienza della santa

madre ecclesia. Sopra la qual proposta avendo consultato con quelli

cardinali, che ho deputati nella causa della fede, siamo stati tutti

ardentissimi in questa sentenzia, che sia da condiscendere prontamente e

alla convocazione del Concilio e a tutte le provisioni che tendano ad

eradicare l'eresie, perchè così conviene al servizio di Dio e alla

salute universale della cristianità. Vero è che, molti di loro, ancorchè

desiderino sommamente questo fine, non risolvono totalmente che la

convocazione del Concilio sia mezzo sicuro, o conveniente a conseguirlo,

giudicando, che sia di grande imprudenza alla Chiesa di Dio il

consentire che si torni a disputare di quelle cose, le quali in altri

tempi sono state dichiarate da Concilj, e osservatesi lungamente da

tutti li Cristiani; perchè la sede apostolica è stata consueta concedere

i Concilj alli eretici quando l'opinioni loro, se bene erano erronee, o

contra il rito universale della Chiesa, non erano ancor state riprovate

o dannate. Ma il voler ora mettere in dubbio quello che hanno

determinato i Concilj, par loro cosa scandalosa, di mal esempio, e con

poca dignità di questa sede, nè sperano, che alla medicina di questi

errori abbi a conferire più l'autorità del futuro Concilio, che faccia

ora quella delli passati, celebrati da tanti santissimi e dottissimi

Padri, le sante determinazioni dei quali chi sprezza, non si può sperare

che non abbia a fare il medesimo di quello, che per l'avvenire si

determinasse, nè si possono persuadere che la dimanda, che essi fanno

del Concilio, tenda ad alcuno fine laudabile, anzi, che come sempre

sogliono fare gli eretici, abbia nascosto qualche pestifero pensiero,

che possa esser causa di maggior confusione e disordine. E tanto più

inclinano li cardinali predetti in questa opinione, quanto par loro che

il tempo di convocarlo non sia al presente molto opportuno, non tanto

per guerra che si potesse temere in tra Cristiani, circa la quale molto

prudentemente discorre la Maestà Vostra, quanto per il pericolo della

guerra del Turco, del quale, come sa ben Vostra Maestà, sono le minaccie

e apparati grandissimi di invadere l'anno futuro con ogni sforzo la

cristianità; al qual tempo essendo impossibile, che ancora sia

indrizzato il Concilio, pare da considerare bene quanto danno potria

generare, mentre si attendesse al Concilio, se urgesse nuova guerra

dagl'inimici della fede, perchè bisognerebbe, per attender al Concilio,

negligere le provisioni tanto necessarie per la difesa della

cristianità, che sarebbe cosa perniciosa, o per provedere alla guerra,

lasciare il Concilio imperfetto e questo si può più facilmente dire che

fare, perchè serrandolo senza la satisfazione delle nazioni, potria

facilmente partorire scisma, o qualche grave scandalo nella Chiesa di

Dio, la qual satisfazione universale delle nazioni, quanto la Maestà

Vostra e io ci possiamo poco promettere, lo dimostra, oltre alle altre

ragioni, l'esperienza delle difficoltà, che ora sente Vostra Maestà a

potere in cose tanto giuste disporre d'una minima parte di quella

nazione sola. Le quali difficoltà nel tempo d'un pericolo tale,

facilmente aumenterebbono; perchè gli eretici e maligni pigliarebbero le

necessità per occasione di ottenere qualche cosa perniciosa alla santa

fede cattolica. Alla corroborazione della quale nessuno rimedio è di più

autorità, più santo, e cagione di maggiori beni, che la convocazione del

Concilio, quando si fa per cause, con mezzo e in tempo convenienti, per

contrario nessuno più pericoloso, e per partorir maggiori mali, quando

non concorrono le circostanze debite, o vi nasca qualche accidente che

lo disordini. Le quali ragioni insieme con le altre allegate da

cardinali predetti, avrebbono forse tenuto dubbio l'animo mio, se in me

non avesse potuto più l'autorità di Vostra Maestà, la qual conoscendo io

religiosissima, veramente cattolica, e devotissima della sede

apostolica, e non meno prudentissima e circospetta, e considerando che,

per trovarsi presente in quella provincia, per sanità della quale si

propone questo rimedio, può facilmente intendere quello che li sia

necessario, più che non possono coloro, che ne sono lontani, mi rendo

certissimo che non desidererà, nè proporrà cosa che non sia utile al

servizio e al bene universale della cristianità. E però, pregatala prima

che esamini maturamente, e consideri molto bene quello che sia al

proposito de' fini sopradetti, dico a Vostra Maestà che io son contento,

che quella, in caso giudichi esser così necessario, offerisca, e

prometta la convocazione del Concilio, con condizione però, secondo che

scrive anco Vostra Maestà, che appartandosi da' loro errori, tornino

incontinente al vivere cattolicamente, e all'obbedienza della Santa

Madre Chiesa, e secondo i riti e dottrina di quella, infino a tanto che

dal Concilio fosse determinato in altro modo, all'obedienza e

determinazione del quale in tutto e per tutto si sottomettano; senza le

quali condizioni è notissimo quanto saria scandaloso e di pessimo

esempio a concedere il Concilio. E in questo è necessario che Vostra

Maestà avvertisca diligentemente, che queste condizioni si promettano e

eseguiscano in modo che possiamo esser sicuri, che gli eretici, ottenuta

la convocazione del Concilio, non tornino a' pristini errori, perchè

sarebbe cosa scandalosissima; e sarebbe manifesto ad ognuno, che dal

proseguir in tal caso più oltre, non si potrebbe aspettare la

reformazione degli errori, che desidera, ma non altro che frutti

pestiferi e venenosi; a che siamo certissimi che Vostra Maestà

avvertirà, dalla quale subito che avremo avviso che loro abbiano

accettato, e osservino questa condizione, si convocherà il Concilio per

quel tempo che sarà giudicato espediente. Il quale Vostra Maestà si

prometta che sarà con più brevità si possa, la quale son certo che, per

quello che sopra questa materia parlammo in Bologna, e per quanto

conosce dell'intenzion mia al bene universale, non dubiti, che da me non

sarà interposta dilazione alcuna. In che non mi estenderò altrimenti,

perchè in tutte le cose e pubbliche, e che concernono il particular mio,

io ho fede grandissima in Vostra Maestà non meno che in me proprio, e la

quale non è mai per mancare. Così mi persuado che Vostra Maestà si

confidi che io proceda sempre seco con tutta la libertà e sincerità che

sia possibile. E perchè io ho veduto li articoli proposti da quelli

eretici, giudicherei necessario che Vostra Maestà li ammonisse a

restringerli solo a quelli punti nei quali pretendono avere più causa da

dubitare, perchè si fugga la lunghezza, che sarebbe infinita, e si

moderi quanto si può l'inconveniente di avere a ritrattare le cose

stabilite nelli altri Concilj. Statuirassi ancora al medesimo tempo il

loco, nel quale si abbi a convocare, sopra che intenderei volentieri il

parere di Vostra Maestà, perchè a me nè per commodità propria, nè per

alcun particolar rispetto importa più un luogo, che un altro, avendo

massime ad intervenirvi Vostra Maestà. Ma per quanto mi occorre di

presente, essendo sommamente necessario che il Concilio non si celebri

altrove che in Italia, crederei che Roma dovessi satisfare a ciascuno

per l'opportunità grandissima che ha di sostener tanta moltitudine,

quanta vi concorrerà, e poichè questo Concilio non si convoca per causa

di scisma che sia nella Chiesa di Dio, nè per dissensione che sia tra

principi cristiani, che potriano dar cagione d'allegar la suspizione de'

luoghi, ma solo si propone per purgar la cristianità dall'eresie, e per

l'espedizione contra infideli, par molto conveniente che si convochi in

quella città, che è capo di tutta cristianità, e dove per il passato

sono stati celebrati tanti Concilj a che m'inclina ancor assai il

conoscere che, se dopo tante calamità che ha patito, se le aggiunge una

sì lunga assenza della Corte, saria quasi causa dell'ultima sua ruina.

Pur quando Roma non satisfacesse, che a mio parere dovria satisfare, e

si potria provedere che nessuno la recusasse per non sicura, ci è

Bologna, Piacenza, Mantova, tutte città capaci, come sa Vostra Maestà,

delle quali, o di qualch'altra che fusse a proposito, si farà

risoluzione.

«Circa gli abusi, aspetto risposta dal Legato, a cui feci scriver, alli

dì passati, che avvisasse sopra che si desidera riformazione, e venuta

che sia la risposta, si piglierà tal forma, che ognuno conoscerà che

l'intenzion mia è di corregger le cose che fossero inoneste, e di

satisfare in tutto ciò che si potrà, agli amorevoli e prudenti ricordi

di Vostra Maestà, con la quale, per non la tediar più, mi rimetto a

quanto sopra questa materia ho scritto anco al Legato, e parlato con M.

Majo suo oratore: pregando sempre Dio che le conceda quanto lei

desidera. Da Roma, all'ultimo di luglio 1530».

Ai 18 novembre tornava sul medesimo promettere, e soggiungeva: «Se

convenisse che io da me solo ne deliberassi, confido tanto nell'amore e

prudenza della M. V. che, senza aspettar altro, le direi assolutamente

di voler seguire in tutto il consiglio e voler suo. Ma per esser cosa

che tocca a tutta la Chiesa e la cristianità, prima che possa

risolutamente risponderle è conveniente che consulti con li cardinali, e

intenda bene l'inclinazione degli altri principi al Concilio»[506].

Intanto Clemente VII, che, come dice il Guicciardini, per troppa finezza

di vedere, scorgeva tutte le possibilità e in conseguenza vacillava,

cercavasi altri alleati. E prima sperò negli Svizzeri, e l'Aleandro al

Sanga da Brusselle il 14 novembre 1531 scriveva: «Si trova per le

istorie che le grandi eresie mai non si estinguono se non col sangue. Se

Dio vuol far così ancor di questa, niun modo pare potesse esser miglior

di questo, perchè, per esser gli Svizzeri vicini all'Italia, facilmente

con ogni piccola cosa si potrà soccorrerli, e puossi veder buon conto

dell'amministrazione del denaro, e andar porgendo ajuto alla giornata.

Il che non saria così se l'impresa si fesse in mezzo alla Germania, e

che più è, saremmo fuora di quel timore ch'era, se si faceva impresa

generale contro Luterani, che la Germania tutta si unisse contro

noi...... Quella parte di Svizzeri ch'avrà più archibusieri, ancor che

sia in minor numero di picche, sarà vittoriosa, perchè si sa ben quanto

gli altri Svizzeri temono e buttano giù le picche, visti gli

archibusi.....

«Molto mi meraviglio e dolgo ch'a questa tanto santa occasione, tutti li

re, principi e popoli non si muovano a contribuir qualche somma di

denari, e præsertim li signori Veneti, che sono confinanti per più bande

a' Luterani; che se Svizzeri cattolici perdono, la vigilia loro saria la

festa di questi»[507].

Clemente trescava pure con altri, e il Sanga ad esso Aleandro nunzio

apostolico scriveva da Roma il 12 settembre 1531, che il duca di Ferrara

cercava ogni modo di nuocere al papa, e avea fatto saper all'imperatore

d'aver intercette lettere, per le quali il papa a Inghilterra e Francia

prometteva tutto, purchè non si facesse il Concilio. «Il che quanto sia

lontano dal vero, nessuno lo sa meglio di vostra signoria, qual sa in

questo l'animo buono di Sua Santità». Il papa se ne duole

coll'imperatore stesso in iscritto, domandando sieno prodotte le lettere

stesse, e non voler aquetarsi benchè l'imperatore si mostri certissimo

della buona intenzione di Sua Santità. «E parli qui francamente, che mai

fu falsità più falsa di questa»[508].

Alfine Clemente si fissò colla Francia, a' cui dominatori sempre si

volsero i papi nelle loro angustie, chiaminsi Carlo Magno o Napoleone

III. Sperando dunque che Francia lo sorreggerebbe nelle sue ambizioni

domestiche, e rimarrebbe fedele all'antico simbolo, mosse egli stesso a

trovar Francesco I. Al colloquio erasi assegnata Nizza, ma il duca di

Savoja ebbe gelosia di lasciarla occupare da navi pontifizie, ond'egli

andò a Marsiglia (1533, 13 ottobre) col pretesto di condurvi sua nipote

Caterina, figlia di Lorenzo De' Medici duca d'Urbino e di Maddalena de

La Tour d'Auvergne, promessa sposa ad Enrico, secondogenito di Francesco

I. Quanto quello di Bologna coll'imperatore, solennissimo fu il ritrovo

davanti a' maggiori dignitarj di Roma e di Francia. Seduto in eccelso

trono, il pontefice ricevette il re, che davanti a lui piegò il

ginocchio, giurogli obbedienza, e gli baciò i piedi, la mano e la stola;

il primogenito del re fu ammesso al medesimo favore; i due più giovani

figli baciarongli la mano e i piedi; i soli piedi gli altri della Corte.

L'arcivescovo di Parigi a nome del suo signore professò che il re

cristianissimo, come primogenito della Chiesa, lo riconosceva in tutta

umiltà e devozione qual pontefice e vero vicario di nostro signor Gesù

Cristo; lo venerava come successore di san Pietro, e gli prestava

obbedienza e fedeltà; offrendosi a tutta sua possa per la difesa sua e

della santa sede apostolica, al modo che aveano fatto i suoi

predecessori.

Ma se il re, tornando da quel congresso, diede severi ordini per «far

processi contro chi fosse convinto del delitto d'eresia che pullula e

cresce nella buona città di Parigi» (10 dicembre 1533), seguitò per

altro i consigli della politica sostenendo la Lega Smalcadica de'

Protestanti tedeschi contro Carlo V imperatore di Germania: vale a dire,

puniva chi non andasse alla messa, favoriva coloro che la messa aveano

distrutta.

Questo buon re Francesco, il protettore delle lettere, che i palazzi

suoi facea costruire dal Primaticcio, dipingere da Leonardo, fregiare da

Benvenuto: che volle essere armato cavaliere da Bajardo senza paura e

senza taccia, al 21 gennajo 1535 assisteva in Parigi al supplizio di sei

Luterani. Venivano in solenne processione i vescovi, i dottori della

Sorbona, i dignitarj, poi il re a capo scoperto, con una torcia in mano,

e dietrogli principi e principesse e cortigiani. L'arcivescovo portava

il Santissimo, pel quale erano stati costruiti sei altari di riposo; e a

canto a ciascuno una forca e un rogo. Il popolo trasaliva d'insulti e

d'impazienza, volendo colle proprie mani straziare gli infelici

condannati; i quali erano avvinti a una trave in bilico, che calava per

tuffarli nella fiamma, e risaliva sinchè questa non consumasse le corde.

Cominciava l'orribile altalena allorchè il re avvicinavasi, ed egli,

giunto a quel posatojo, cedeva la torcia al cardinale di Lorena,

prosternavasi a fare l'adorazione, intanto che si compiva il supplizio

de' condannati; poi ripigliava la torcia e la via. Al termine della

quale tenne un discorso contro la perversa setta, protestando che, se ne

sapesse infetto uno de' proprj membri, lo taglierebbe; se un suo

figliuolo, lo sagrificherebbe egli stesso[509].

E le persecuzioni continuarono un pezzo; e il giugno 1540 un editto da

Fontainebleau ordinava ad ogni balìo o siniscalco, procuratori, avocati

del re di cercare i Luterani, per darli al giudizio delle Corti supreme,

altrimenti perderebbero l'uffizio.

Le nazioni non hanno dunque di che rinfacciare l'una l'altra; meglio è

che, disapprovando le violenze d'allora, imparino la tolleranza, tanto

predicata eppur tanto poco ottenuta in questo nostro tempo di sì caldi e

sì poco leali partiti. Noi siamo lieti di trovare che papa Paolo, saputo

di que' supplizj, altamente li disapprovò, benchè da buona intenzione:

rammemorando che Cristo usò più misericordia che rigorosa giustizia; nè

doversi con morte tormentosa far disperare un uomo, che pur potrebbe

mutare di credenze[510].

Gli eretici d'Italia, vol. I · 第 58 / 82 题