NOTE

[430] I _Ep. ad Corinthios_, XIV, 33.

[431] Già san Vincenzo di Lerino diceva: _Nullusne ergo in Ecclesia

Christi profectus habebitur intelligentiæ? Habebitur plane et maximus,

sed ita tamen ut vere profectus sit ille fidei, non permutatio_.

Commonitorium, c. 29.

[432] Vedi nel Discorso XI.

[433] _Ep._ 2, II, 2.

[434] _Ep._ 4, JOANN. II, v. 12, e III, v. 13.

[435] _Ep. B. Petri_ II, cap. I, 20.

[436] _E._ II, cap. III, v. 16.

[437] II _ad Thess._ v. 14.

[438] _Catholici tenent unum esse principium fidei: verbum Dei ab

Ecclesia propositum_ (WALLENBURG). _Illud omne et solum est de fide

catholica quod est revelatum in verbo Dei, et propositum omnibus ab

ecclesia catholica, fide divina credendum_ (VERONIUS, _Regula Fidei

cath._).

[439] Il parigino Francesco Véron (1575-1649), nella _Regula Fidei_, e

nel _Metodo di trattar le controversie_, espose con chiarezza e

precisione le verità di fede canonicamente decise, distinguendole da

altre che sono opinioni teologiche. È noto come ciò abbia pur fatto

Bossuet, a segno che i Protestanti di buona fede domandaronsi in che

cosa diversificassero essenzialmente dai Cattolici. Capitale in queste

senso è la _Esposizione delle antitesi dogmatiche fra Cattolici e

Protestanti_ di G. A. MOEHLER, 1840.

[440] A quanto dicemmo sulla cattolicità di Dante aggiungiamo ch'egli fe

di Maria Vergine il centro di tutta la sua visione: ritrasse in questa

tutto quanto la Chiesa crede, insegna o pratica ad onore di Colei che a

Cristo più s'assomiglia, e «in cui s'aduna quanto in creatura è di

bontade»: simboli, immagini, canti vi rappresentano il culto di lei

colla scienza del teologo e la legenda del popolo, e la figurano in

«cielo qual meridiana face di caritade, e giuso intra i mortali qual di

speranza fontana vivace». Sant'Antonino scrisse: _Qui petit sine ipsa

duce, sine pennis, sine alis tentat volare_. E Dante avea cantato:

Donna, se' tanto grande e tanto vali,

Che, qual vuol grazia e a te non ricorre,

Sua desianza vuol volar senz'ali.

[441] Sulla mitologia cattolica, Giuseppe De Maistre scrive ad un amico

(_Lettres_, tom. I, 235).

«Sans doute toute religion pousse une mythologie. Mais n'oubliez pas que

celle de la religion chrétienne est toujours chaste, toujours utile, et

souvent sublime, sans que, par un privilège particulier, il soit jamais

possible de la confondre avec la religion même». Écoutez un exemple: «Un

saint eut une vision, pendant laquelle il vit Satan debout devant le

trône de Dieu, et ayant prêté l'oreille, il entendit l'esprit malin qui

disait: Pourquoi m'as-tu damné, moi qui ne t'ai offensé qu'une fois,

tandis que tu sauves des millières d'hommes qui t'ont offensé tant des

fois?» Dieu lui répondit: «M'as tu demandé pardon une fois?»

«Voilà la mythologie chrétienne. C'est la vérité dramatique, qui a sa

valeur et son effet indépendamment même de la vérité littérale, et qui

n'y gagnerait même rien. Que le Saint ait ou n'ait pas entendu le mot

sublime que je viens de citer, qu'importe? Le grand point est de savoir

que le pardon n'est refusé qu'à celui qui ne l'a pas demandé».

L'osservazione è argutissima; ma perchè fosse del tutto vera

bisognerebbe un fatto assolutamente contrario all'indole della

mitologia, cioè che esistesse qualche autorità, la quale scegliesse, tra

i mille parti delle fantasie e dell'ignoranza, le favole che sono caste,

morali, sublimi. Vero è che la più parte di quelle che furono foggiate

da Cristiani recano onore al genere umano e profitto alla virtù, e

attestano una vittoria della debolezza sopra la violenza, del bene sopra

il male.

[442] Bridgewater lasciò una grossa somma perchè si facessero otto

trattati in cui, secondo le varie scienze, si dimostrasse la verità

della rivelazione. Fra queste scienze non figurava la matematica, e dopo

che Chalmers ebbe trattato della morale natura dell'uomo, Buckland della

geologia, Whewell dell'astronomia ecc., Babbage volle far un _Nono

trattato_ per dimostrare che colla matematica e la meccanica pure si

potea dimostrarla ancor meglio. È facile capire come un intelletto che

si ribella a tutto ciò che non è algebra, e che fa dipender la

rivelazione tutt'affatto da testimonianze umane, cozzi spesso

coll'ortodossia, e confondasi con quelli, che, abbassando il Creatore

alla propria misura, pretendono nel sopranaturale ciò che sta solo nel

naturale. Ma è bello vederlo raccoglier tanti argomenti, da svergognare

coloro che ridono d'ogni miracolo. Nella famosa sua macchina da calcoli

mostrava potersi introdurre anche una legge arbitraria, per un periodo

più o men lungo, dopo il quale essa n'addotterebbe un'altra, impostagli

dall'inventore sin da principio: potersi anche disporne il meccanismo in

modo che, a un dato tempo, ricomparisse la prima o un'altra legge: o che

durante l'azione di una, questa potesse esser sospesa per far luogo a

un'altra che opererebbe solo in quell'occasione, o tornerebbe a

determinati intervalli.

Al modo stesso Iddio, nella creazione, prevedendo le necessità avvenire,

potè provedere a tutte le eventualità: imporre alla natura leggi che

operassero per un tempo, indi cedessero ad altre, o che bastassero per

deviazioni temporarie. Se il sole s'arrestò alla voce di Giosuè, tal

fatto poteva esser compreso nei disegni primitivi del Creatore, e

prodotto dall'azione transitoria d'alcuna legge acconcia. Se morti

resuscitarono, fu effetto d'una forza che opererebbe solo a rari

intervalli, benchè compresa nel piano primordiale del creato. Più facile

è l'applicar tale ragionamento alle epoche geologiche, segnate

dall'apparir di nuove specie animali e vegetali.

Secondo il nostro matematico, può dunque ammettersi che Dio previde

tutte le circostanze contingibili che potrebbero reclamar un'effimera o

durevole alterazione nell'economia del creato, e proveduto ai mezzi di

farle arrivare. Così chi facesse un oriuolo che andasse sempre, che

sospendesse i movimenti a un dato tempo per un minuto, che a un momento

assegnato tornasse indietro le lancette, attesterebbe un'abilità

stupenda, ma le variazioni sarebbero dovute a un disegno primitivo, a

una legge grande e unica: e l'intelletto capace di abbracciar d'un colpo

tutte le combinazioni possibili, è superiore a quello che intervenisse

periodicamente a cambiare meccanismo o a invertire le proprie regole.

Tutto ciò può ispirare a una mente colta un sublime concetto della

sapienza che presedette alla creazione, e sventa il sofisma di coloro

che trovan indegno dell'Ente Supremo l'interromper le proprie leggi e

cambiar il corso della natura per qualche bisogno dell'uomo, per qualche

preghiera: o per coloro che dicono che il venir d'un'altra età geologica

attesta l'imperfezione della precedente, e che il mondo fu fatto alla

bell'e meglio. Pure bisogna confessare che c'è qualcosa di arido in

questo mondo che va per puro meccanismo: lo spirito può contentarsene,

il cuore no. Direbbesi che all'Onnipotente costi il mantener il mondo in

buona condizione, il presedervi in persona, anzichè per mezzi secondarj,

il governare per atti diretti di volontà, anzichè rimettersi a leggi

inviolabili. L'Onnipotente può del pari e far un miracolo a dato tempo,

e averlo preparato centomila anni prima; perchè dunque c'invidieremmo la

consolazione di vederlo operar ad ogni caso direttamente, anzichè per un

prestabilito meccanismo?

Il cardinale De La Luzerne, nella dissertazione sui miracoli, li

stabilisce appunto sull'autorità dei testimonj umani e i fondamenti

della certezza; e sol dopo fissate le regole della critica storica ne fa

l'applicazione ai racconti evangelici. Anche Frayssinoux, volendo

difendere la verità de' miracoli evangelici, consacra un'intera

conferenza sull'autorità de' testimonj umani; stabilendo che un

miracolo, anzitutto, è un fatto; e bisogna provarlo o distruggerlo,

invece di costituir sistemi _a priori_.

[443] _Vocavit discipulos et elegit duodecim ex ipsis, quod et apostolos

nominavit_. MATT. X, MARC. III, LUCA VI.

[444] _Quæcumque ligaveritis super terram, erunt ligata et in cœlo,_

etc. MATT. XVIII.

[445] _Qui vos audit me audit: qui vos spernit me spernit_. MATT. X,

LUCA X, JOANN. XIII.

[446] _Data est mihi omnis potestas in cœlo et in terra. Euntes ergo

docete omnes gentes, baptizantes eos_, etc. MATT. XXIII. _Euntes in

mundum universum, prædicate evangelium omni creaturæ. Qui crederit et

baptizatus fuerit, salvus erit_, etc. MARC. XVI.

[447] _Accipite Spiritum Sanctum. Quorum remiseritis peccata,

remittuntur eis, et quorum retinueritis, retenta sunt_. JOANN. XX.

[448] _Ego vobiscum sum omnibus diebus, usque ad consummationem sæculi_.

MATT. XXVIII.

[449] _Tu es Petrus, et super hanc petram ædificabo Ecclesiam meam_.

MATT. XVI.

[450] _Tibi dabo claves regni cœlorum_. Ib.

[451] _Pasce agnos meos... pasce oves meas_. JOANN. XXI.

[452] _Ego rogavi pro te ne deficiat fides tua; et tu conversus confirma

fratres tuos_. LUCA XXII.

[453] _Portæ inferi non prævalebunt adversus Ecclesiam_. MATT. XVI.

[454] Vedi il Discorso XVI, pag. 314.

[455] Ne' manuscritti della Magliabecchiana, D. 743, è una raccolta di

sonetti contro le varie eresie. Per esempio

_Wittemberga ed in lei la setta luterana_.

Qual Pentapoli in fiamme od in faville

S'erghino l'alte torri e vasti campi:

Nelle tue cieche vie piede non stampi,

Ma l'onde sol di Stige a mille a mille....

Fonte de' prischi e de' novelli errori.

Che nel tuo sen disseminò Lutero

Contro alla fede, all'opre, al maggior duce.

E a Ginevra:

Crudele arpia che t'eleggesti in prova

D'impietà asilo, acciò ch'ogni alma pera...

Del tuo lago infernale il ciel commova

L'onde sovra di te chi al tutto impèra...

Geneva d'eresie l'eletto albergo

Di Farello empia sede e di Calvino

Ove Anticristo l'ampie vie disserra...

D'ogni altra la peggior, Sodoma in terra.

E meglio in altro all'Eresia:

Da chi vieni? da chi? rea, da qual banda

Senza patente aver teco o missione?

Se 'l tuo spirto privato n'è cagione

Adunque non è Dio quel che ti manda.

Più sfacciata di Flora e più nefanda,

Se miracol non fai: dunque a ragione

O vien da facoltà che ha successione,

O di' che 'l diavol è quel che t'arranda, ecc.

[456] SADOLETI _Epp._ 11 e 12, lib. XIV.

[457] _Lettere vulgari_.

[458] _Monumenta Vaticana_, LXXXI, LXXXII.

[459] ALBERTI PII CARPORUM, _comitis illustrissimi et viri longe

doctissimi, præter præfationem et operis conclusionem, tres et viginti

libri in locos lucubrationum variarum D. Erasmi Roterodami quos censet

ab eo recognoscendos et retractandos_. Venezia 1531.

[460] Lo riprodusse poi ne' _Colloquj_ col titolo di _Exequiæ

seraphicæ_, cambiandone il nome in Eusebio, ma lasciando le allusioni a

colui, _ex principe privatum, e privato exulem, ex exule tantum non

mendicum, pene addideram sycophantem_.

[461] _Ubicumque regnat lutheranismus, ibi literarum est interitus_. Ep.

1101 del 1528. _Evangelicos istos, cum multis aliis tum hoc nomine

præcipue odi, quod per eos ubique languent bonæ literæ, sine quibus quid

est hominum vita? Amant viaticum et uxorem, cœtera pili faciunt. Hos

fucos longissime arcendos censeo a vestro contubernio_. Ep. 946

dell'anno stesso.

[462] Ep. 736.

[463]

Roma, 15 gennajo 1521.

«Caro figlio, gratissima ci fu la tua lettera, poichè ci chiarì di

quello su cui ci davano a dubitare non solo l'asserzione di pie e

prudenti persone, ma alcuni tuoi scritti stessi, che tu conservi buona

volontà verso noi e la santa sede, e per la pace e concordia cristiana:

il che perfettamente conviensi e all'egregio ingegno che Dio ti ha

donato, e alla pietà che sempre professasti. E noi che, sebben lontano,

ti avevamo sempre in memoria, e pensavamo dar qualche premio alle esimie

tue virtù, se eravamo stati smossi da questo pensiero, lietamente ci

vedemmo dalla tua lettera restituiti alla primiera intenzione. E deh

come ora è certo a noi, fosse così agli altri, la benevolenza tua verso

questa sede apostolica e la comune fede di Dio! No, mai non vi fu tempo

più opportuno o causa più giusta di opporre l'ingegno e la dottrina agli

empj, nè alcuno sarebbe di te più adatto a tale offizio, al quale pur

s'adoprano molti in fama di pietà e scienza somma. Ma Iddio diresse i

loro cuori, e alla tua prudenza vuolsi ciò rimettere. Noi, contro le

contumelie degli uomini sediziosi, armati di pazienza e del soccorso

divino, siamo viepiù dolenti che colla zizania molta buona messe si

corrompa; ed ogni danno del gregge a noi commesso ne affligge, non

potendo non dolerci del veder le buone menti tratte in errore, mentre

desidereremmo salvi anche gli autori dell'empietà. Ma nè Dio mancherà a

noi, nè noi al nostro dovere. Quanto alla tua lettera, essa ci assicura

della tua ottima intenzione, e la tua venuta qui, quando ch'ella sia,

riceveremo volentierissimo.»

Nella _Biblioteca Vaticana, Nunziatura di Germania_. Vol. I, pag. 40.

[464] Sul suo epitafio fe scrivere: _Ex diuturno studio hoc didicit,

mortalia contemnere, et ignorantiam suam non ignorare_.

[465] _Ep._ 601.

[466] _Monumenta Vaticana_ LXIX.

[467] _Videor mihi fere omnia docuisse quæ docet Lutherus, nisi quod non

tam atrociter, quodque abstinui quibusdam ænigmatibus et paradoxis_. Ep.

a Zuinglio.

[468] Più tardi il nome di Erasmo sonò ereticale. Nella biblioteca di

San Salvadore a Bologna, l'inquisizione, sotto Paolo IV, ne portò via le

opere; e le traduzioni di Ecolampadio ch'erano postillate da Erasmo,

furono lavate con acqua di calce per farle scomparire; al qual modo fu

pure guasta un'edizione di san Girolamo, postillata dallo stesso, e

confiscato uno Svetonio che portava il nome di Erasmo.

[469] _Civitates aliquot Germaniæ implentur erroribus, desertoribus

monasteriorum, sacerdotibus conjugatis, plerisque famelicis ac nudis;

nec aliud quam saltatur, editur, bibitur ac cubatur, nec docent, nec

discunt; nulla vitæ sobrietas, nulla sinceritas. Ubicumque sunt, ibi

jacent omnes bonæ disciplinæ cum pietate_. ERASMI ep. 902 del 1527.

[470] _In Erasmi funus dialogus lepidissimus_. Basilea 1540.

[471] Anche il cardinale Comendone veneziano alla dieta germanica nel

1561 insisteva sui disordini d'intelletto e di fatti, venuti dietro alla

riforma. _In quos, Deus bone, et quam devios anfractus deflexistis!

quibus vos erroribus implicuistis! quibus mentes vestras tenebris

mersistis! at etiam iniquo animo ferri ad principibus vestris nuper

dicebatis quod nos varia ac multiplici religione agitari impellique

Germanos vobis adjecimus, idque inficias ire verecundia non fuit. An

potest clarius, an evidentius esse quidquam, vestris esse inter vos de

tota cœlestium rerum ac divinarum cæremoniarum ratione dissidiis et

concertationibus? Una est vestrum omnium consensio et conspiratio

adversus nos, Ecclesiamque a qua defecistis; cætera nihil dissimilius,

nihil disjunctius, nihil discrepantius. An vero id non testatum omnibus?

an non omnis referta libris Germania est, contraria et propugnantia

docentibus? an adeo hebetes nos ac rudes germanicarum rerum esse

putatis, ista ut ignoremus? at Lutherus quidem ipse, Paulus alter ut vos

vultis, qui præceps se ex Ecclesiæ navi in mare dejecit, a quo jactata a

vobis Augustana formula conflata est, quando sibi, aut in quo satis

constitit? an istam ipsam formulam non quotannis quamdiu vixit

commutatam, diversasque in sententias contortam edidit? An qui postea

ipsum secuti sunt, non æque licenter trahendo eam, quo cujusque libido

rapuit totam aliam fecerunt? Sed quod jam vixæ inter vos de dictis

sententiisque Lutheri? Et quotus quisque est, qui quæ placita illi sunt

probet? quot Melanchthon? quot Œcolampadius? quot Zuinglius? quot

denique Calvinus trahit? quot alii sexcenti, qui omnes de summis rebus a

Luthero, atque inter se dissentiunt? Non modo civitas, aut municipium,

sed ne domus quidem in Germania et ulla horum certaminum expers. Cum

viro uxor, cum parentibus liberi, de fide sacrorum, de divinarum

literarum intelligentia altercantur. Fœminæ, pueri in circulis, in

cauponis, inter pocula ludosque, quod miserandum est, de religione

constituunt. A vobis denique ipsis, hoc ipso in conventu, quanto

laboratum est opere ut aliquam uniusmodi mentis speciem præferre

possetis? Quod assequi tamen nequivistis; scilicet ut discrepare inter

se vera, ita conjungi et convenire falsa non possunt etc_. GRATIANI, _De

vita Johannis Fr. Commendoni card_. Parigi 1669, pag. 92.

[472] _Verum sub hoc prætextu, per hanc fictam pietatem, sub hoc umbrato

nomine expoliare imperitiorem populum, sugere lac gentium, inebriari

mamilla regum vult_. Oratio de non dandis decimis.

[473] _Ut libere animum meum aperiam, hoc aperte de me prædico, quod tam

invitus Turcam gladio impeterem quam christianum fratrem_. Confut.

determinat. doctorum Paris.

_Ich Martinus bitte alle Cristen wollten helfen Gott bitten, für solche

elende, vorblendte teutsche Fürsten, dass wir ja nit folgen wider den

Türcken zu ziehen, oder zu geben.

Ja viel lieber den Türchen und Tattern lèyden, dann dass die Mess solt

bleiben_. Tisch Reden.

[474] _Die Türck macht den Himmel voll heyligen. Der Papst aber füllet

die Höll mit eitel Christen... Würd der Türck auf Rom ziehen, so sehe

ichs nicht lugern_. Tisch Reden. Ultimamente Michelet, nella sua opera

sulla Riforma, mista di profondo e di buffo, con stile sempre a

sorprese, con un dubbio sistematico, trova che si avea torto di favorir

il papa contro l'eresia e contro il Turco. Sarebbe stato un male se il

Turco avesse occupato Napoli? Tutt'altro. Come nella Cina i Tartari

furono inciviliti dai conquistatori, così il Turco sarebbesi ridotto

europeo.

Di fatto, occupando la Grecia, hanno i Turchi migliorato di civiltà!

Tanto acceca l'odio contro il cattolicismo.

[475] Il solo cardinale Ippolito De' Medici, figliuolo naturale di

Giuliano, e uno de' migliori capitani del secolo, essendo legato a

latere di Carlo V in Germania, armò del suo ottomila Ungaresi e sette

compagnie di cavalleggieri, e contribuì non poco a respingere i Turchi

dall'Austria. Adriano VI, trovato esausto il tesoro, non potè che

mandare quarantamila ducati agli Ungaresi per sostenersi contro i

Musulmani; ma il cardinale Palmieri napoletano offrì denaro e truppe, e

di condurle egli stesso a Rodi, quando udì ch'era stata presa. Clemente

VII, nel 1526, creò luoghi di monti per dare armi e truppe a Carlo V

contro i Turchi. I Veneziani contavano imporre ai beni del loro clero un

decimo de' frutti per cinque anni: ma Paolo III nol consentì, esibendo

invece un milione di ducati del suo. Vuol dunque dire che il decimo da

levarsi doveva essere per lo meno altrettanto, cioè almeno ducentomila

ducati l'anno: il che porterebbe a due milioni di ducati la rendita

annua de' beni del clero veneto. Pio IV concesse al re di Spagna

settecentomila ducati sui benefizj di Spagna, e impose a' proprj sudditi

un tributo di quattrocentomila scudi d'oro per la guerra turca. Alla

battaglia di Lepanto assistevano dodici galee pontifizie, oltre legni

minori assai, con millecinquecento uomini.

Dal 1520 al 1620, Roma donò agli imperatori di Germania sedici milioni

di scudi e sei alla repubblica veneta per combattere i Turchi.

Gli eretici d'Italia, vol. I · 第 57 / 82 题