L'APOLOGIA CATTOLICA. CONSEGUENZE DELLA RIFORMA.

Continuando queste nostre escursioni, ci fermiamo un tratto per ripetere

che non intendiamo farne un soggetto o un'occasione di polemica; eppure

miriamo a combattere una grand'eresia de' giorni nostri, coll'ostinarci

alla storia, all'accertamento de' fatti: eresia intendiamo non tanto in

senso religioso, quanto nel senso che v'attaccavano i giureconsulti

delle età passate.

E in vero già lo Spinosa avea stabilito «Ciò che la mia ragione non

comprende, non può essere avvenuto»: i filosofi dell'età nostra si

spinsero più avanti dicendo: «Ciò che la mia ragione comprende come

possibile, deve essere». È la formola dell'uomo che crea tutto; è la

conseguenza della critica della ragion pura, dopo la quale tutta la

metafisica del panteismo piantasi sopra la teoria che tutto esiste

nell'uomo e per l'uomo, nella ragione e per la ragione.

Anche la storia dunque non sarà il racconto di quel che fu; bensì di

quel che la ragione riesce a trovare; e ne nasceranno quelle tante

mostruosità, che la superbia letteraria e la goffaggine governativa oggi

moltiplicano anche in Italia col titolo di filosofia della storia. La

indagine de' fatti, la verificazione, il confronto, son vecchiaggini;

ogni cosa si riduce a pretto empirismo, e l'empirismo è l'ultima

degradazione intellettuale.

La storia consiste dunque nell'affermare intrepidamente; non badando nè

alle tradizioni, nè ai libri, nè alle autorità, nè ai monumenti, nè al

senso comune. Enunciata un'idea, non si curi di provarla; basta

svilupparla, cioè offerirla sotto i più varj aspetti, come nel

caleidoscopio; tanto meglio quant'è più strana; se da un motto torrà

occasione ad abbattere una completa serie di avvenimenti; se con un

epigramma manderà in aria tutto un sistema: subordinare tutta la storia

alle leggi dell'automa umano s'intitola filosofia; come l'astrologia

dell'astronomia, così le religioni non sono che le precorritrici della

fisica, della quale è una continuazione l'ideologia.

Per verità da noi gli studj sono oggi così trascurati, che anche questi

delirj non ebbero che qualche meschino divulgatore, e non conseguirono

effetti durevoli neppure nell'opera del più applaudito fra' loro

predicatori. Ma intanto le menti leggiere si lasciano affascinare da

frasi, quanto più sono vaghe nel fondo ed assolute nella forma, e da

libri ove la storia deve assumere il dogmatismo e la leggerezza d'un

romanzo, e che studiata così, può appoggiare una teoria, non mai

raggiungere il vero.

Per esempio, ci diranno: È indubitabile che per sola espansione naturale

e spontanea delle sue facoltà, l'uomo un bel giorno improvvisò il

linguaggio: — L'opinione che la Genesi sia opera di Mosè è al disotto

d'ogni critica, nè noi dobbiamo discuterla: — Sono tre secoli che i

pensatori tengono che il tutto è Dio, o che da Dio emana il tutto e a

lui ritorna: — Il monoteismo non è idea propria che della stirpe

semitica: — Le nazioni latine mancano di senso morale e d'ogni

iniziativa religiosa: — La persecuzione è la prima delle voluttà

religiose; e la coscienza cristiana lo comprese inventando quelle

ammirabili legende, ove tante conversioni si operano per l'allettamento

del supplizio: — Un pendio insensibile condusse dal paganesimo al

cristianesimo, e la fede popolare salvò nel naufragio i simboli suoi più

familiari: — Tutti i critici della detta Germania ammettono che i

vangeli sono posteriori di almeno centrent'anni a Gesù Cristo, e sarebbe

un ignorante chi credesse fossero conosciuti nel primo secolo: — Non v'è

più chi dubiti che la dottrina di Cristo fu propagata arcanamente.....

Una volta libravansi gli attributi divini; i metafisici s'appigliavano

all'ontologia; i teologi alla Scrittura; i poeti alle armonie del

creato. Oggi la storia universale, che discute le origini e i progressi

della società, hassi per un quinto vangelo, mentre i razionalisti

ampliano i diritti e i limiti della ragione. Oggi la critica salta in

mezzo colle civilità comparate, e colla superiorità di quelle ove

esistono le credenze; e su queste posa il diritto, che altrove è

sottoposto al successo e nelle coscienze all'utile. In conseguenza si

confonde il soprannaturale col sopra intelligibile. Comprendere quello

non possiamo, ma non perciò esso supera l'intelligenza. Dio è

sovranamente intelligibile perchè sovranamente intelligente e base

dell'intelligenza nostra, eppure trascende questa nell'essenza sua: ma

ciò che in lui non comprendiamo non si discerne da ciò che comprendiamo.

Altrettanto è nelle opere sue. Il soprintelligibile non è

necessariamente sopranaturale, giacchè l'intelligenza nostra non è

adequata a tutta la natura.

Oggi poi il lato storico di Dio e del suo Cristo è divenuto il

principale studio della scuola teologica, e vedemmo di qual passo

procedano i filosofi odierni della storia: l'asserire costa sì poco!

Guai se il buon senso arresta queste indubitabilità, e dal vago

dogmatismo richiama alla discussione! La taccia d'ignorante, di

superstizioso è pronta: meravigliansi che costui non sappia che da non

più di cinquant'anni esiste la vera storia: che solo a pochi genj è dato

interpretare i documenti originali; genj abituati a svolgere l'eterno

controsenso, che è il fondo della storia. Che se all'avversario non

possono negare il merito d'erudito, gli rinfacciano che il troppo sapere

è un ostacolo al creare; che ben si assimila soltanto ciò che si sa a

mezzo; che le dottrine non si combinano se non coll'indovinare: gli

diranno che, immerso nel passato, ignora l'ultimo stato della scienza,

la _neue philosophie_, la quale ha diritto di sbeffeggiare tutte le

precedenti, finchè domani non venga una _neuste philosophie_ a

sbeffeggiare lei a vicenda.

E il vulgo, che prima sbigottiva davanti a quelle demolitrici

asserzioni, s'abitua ad accettarle, rinnega la propria ragione per

siffatte intrepide autorità. Così viensi a ridere del miracolo, non si

cerca se quella che ci danno è la storia dei fatti, o la storia della

mente dell'autore; se questi, invece dell'umanità, non ha davanti Carlo

o Giuseppe, e principalmente se stesso. In tempi dove nelle scuole più

non s'insegna su di che si fondi la certezza, e quanta autorità abbiano

i testimonj, e come si fili un raziocinio o si distrighi un sofisma e un

paradosso, e a tener conto del senso comune, e valutare quella sincerità

evangelica, che impone di dire sì al sì, e no al no, troppo è facile

ottengano corso le più assurde temerità dell'orgoglio umano.

Tutto opposto è il procedimento evangelico; e perciò gli apologisti

dovettero sempre usare la stessa arte, da Eusebio fino al Ghiringhello e

al Perrone; fedeli alla sana critica, cercando le testimonianze

storiche, chiarendo i fatti, accettando i soprannaturali che sorpassano

l'intelligenza umana _quoad modum, non quoad existentiam suam et per

divinam virtutem_; quanto cioè al modo con cui avvennero, non quanto

all'avvenimento stesso: citando in prima i testimonj de' fatti, dappoi

quelli che gli udirono dai testimonj, indi la storia; e l'esegesi

adoprando severamente a mostrare con ingegnosi ravvicinamenti l'assoluta

conformità dei vangeli colla storia, colle arti, coi monumenti.

Alle nostre ragioni, costoro dicono «Ma fate sempre le stesse risposte».

Sì, poichè le stesse sono le objezioni, cioè il prodotto d'un orgoglio

che non vuole accettare ciò che non intende. Dov'è a notare che i primi

avversarj del cristianesimo non negavano gli atti, e tanto meno

l'esistenza del Cristo, bensì quelli attribuivano a magia, a illusioni;

e gli apologisti confutano questa supposizione pagana, non mai l'ipotesi

mitica, che da nessuno era stata messa innanzi; e che il secolo nostro

doveva attendere da qualche tedesco o francese, discosto XVIII secoli da

que' casi.

Ma l'apologia cattolica a' giorni del luteranesimo, non procedeva così

maestosa, essendosi, come Dante si lamenta, derelitti l'evangelio e i

dottori magni, e più ai decretali studiandosi. Baldanzosi nei diritti

della ragione individuale, i predicanti dicevano al popolo: «Iddio ha

parlato: qual bisogno che altri venga a spiegarvi quel ch'egli disse?

Non è egli infallibile? Non vi diede il suo libro? e lume

dell'intelletto per comprenderlo? I Cattolici fecero alla legge di

Cristo quel che i Farisei aveano fatto alla giudaica, vi sostituirono le

loro opinioni; levarono l'autorità alla parola divina per attribuirla

all'uomo; il vaso conservò il nome, ma n'è svanito il profumo; il tempio

di Dio fu convertito in bottega e in tana di ladroni. Sfogliate il

Vangelo: dove trovate che comandi il celibato de' preti? o il digiuno, o

la confessione auricolare? Una fede inculcata senza l'assenso della

ragione, degenera presto in superstizione: la facilità dell'indulgenza e

dell'assoluzione affida al peccare».

Di rimpatto, sbigottiti fino di quell'esame, il cui bisogno eleva e

ingrandisce l'anima, ma che può inebriare nell'orgoglio del senso

individuale, i pii cattolici inculcavano che una religione scandagliata

e analizzata cessa di essere fede, e si lamentavano di vedere chiamate a

scrutinio le cose che devono guardarsi con umile meraviglia, e che Iddio

per occulti giudizj sottrasse all'uomo, ingiungendogli «Credi e adora».

Pertanto si rinserravano nel _credo vecchio_: pensavano vincere il

nemico col negarlo; o, se il dovere li conducesse a combatterlo,

com'avveniva degli ecclesiastici, usavano argomenti di senso comune. E

dicevano a' loro avversarj: «O voi, che volete mostrarci in errore; non

siete uomini voi pure? non siete voi pure all'errore soggetti? La

protesta è sempre posteriore alla verità ch'essa impugna. Noi seguitiamo

la tradizione di persone pie, e più vicine al tempo del Redentore: voi

nasceste jeri. Noi ci atteniamo ad un'autorità di origine divina, al

sentimento costante del genere umano: voi surrogate la più fredda delle

umane doti, la ragione; il più variabile appoggio, la particolare

persuasione. Voi ci apponete che santo abbiamo il precetto, cattivi i

ministri; noi vorremmo poter supporre che i vostri predicanti siano

migliori delle dottrine predicate. Eccoli annunziarci l'amor di Dio e

del prossimo: eppure da voi nascono la scissura e la desolazione delle

case e della patria. E che? l'augusto sacramento, di cui Cristo volle

fare un simbolo di pace e di concordia, e che, _assunto in sua

commemorazione ricordasse ai figli suoi il sangue versato a salute

comune_, diviene pretesto d'acerbe contese: e sembra che ciascuna parte

siasi proposto di mostrare colla condotta meno evangelica di possedere

il vero vangelo. Se la vostra fede è la vera, se viene da Dio, provatelo

col deporre questa rabbia anticristiana: la carità muove da Dio, la

discordia dall'inferno: il nostro non è il Dio delle contese, bensì il

Dio della pace e dell'amore[430]. Lo stesso Melantone, interrogato da

sua madre che cosa dovesse insomma credersi fra tanto discordare di

teologanti, le rispose: — Continuate a credere e adorare come sin qui;

la nuova religione foss'anche più plausibile, l'antica è più sicura. — E

voi, gregge nostro, non disertate gli altari, dove i padri vostri

cibaronsi col pane della vita: non lasciatevi rapire la consolazione de'

sacramenti, che mescono il gaudio e la sanzione del cielo alle più

solenni circostanze della vita, dalla culla al letto di morte. E dopo

morte su in paradiso, i padri vostri, che vi sono giunti credendo

all'antica, stanno ad aspettarvi. Quanto dolore se vi vedessero

precipitare coi nuovi alla perdizione!»

Non sempre così pacate procedevano le controversie sul pulpito e nelle

scuole. I Cattolici avevano il vantaggio che un capo solo dirigeva tutti

i movimenti, principe d'un bello Stato, colla potenza della tradizione e

l'abitudine dell'obbedienza: ma ai Protestanti apparteneva la forza di

chi attacca, di chi censura, di chi seconda gl'istinti umani, e vanta

quale progresso la distruzione del passato.

Come battagliassero i dissidenti lo vedemmo e il vedremo. Anche i

nostri, considerandosi unici custodi della verità e censori autorizzati

della giustizia, troppo spesso posavano la disputa non fra errore e

verità, ma fra santità e inferno, e tutte le objezioni dichiaravano

empie, immorali tutte i ragionamenti. La polemica e l'apologia

assumeranno sempre caratteri diversi ed evoluzioni conformi alle

aspirazioni del tempo; altrimenti mancherebbe alla Chiesa viva quel

progresso di lume e di certezza, che sempre i Padri e i fedeli

domandarono[431]. Ogni nuovo errore è una nuova riflessione, ed esige

scienza nuova, sicchè non bastano i vecchi metodi; le idee non si

cangiano che nel complesso e per sistema, nè si può persuadere un altro

se non facendogli accettare una delle proprie conseguenze.

Scarsi d'iniziativa, di larghezza, di sintesi, sopratutto di vivacità,

con un futile armeggio di sillogistica discutendo i singoli punti,

vedeano tutto da quell'aspetto solo, che nulla prova a quei che guardano

da un differente; filavano sillogismi, di cui era impugnata la maggiore;

davano come concesso dagli avversarj ciò che deve essere sentito solo da

chi crede come loro, e parea non propendessero che a raddormentar nella

tradizione. Durava poi il gergo tecnico, argomentazioni opponendo ad

argomentazioni col metodo geometrico, il cui apparente rigore stanca lo

spirito senza sostenerlo; sicchè i teologi sprezzavano i letterati come

gente da frasi, ed erano sprezzati da questi come pedestri scolastici.

Il sant'uomo Gregorio Cortese da Modena, dapoi cardinale, deplora la

scurrile polemica allora usitata, mentre d'una savia e dotta egli

porgeva ottimo modello[432]: e Melchior Cano domenicano spagnuolo

(-1560), i cui _Loci_ son la più bella introduzione alla dogmatica,

accusava i nostri di adoprare contra i nemici non armi di buona tempra,

ma _arundines longas_.

La vera eresia di Lutero consisteva nell'impugnare l'autorità, rompere

l'unificazione su cui è fondata l'indefettibilità della Chiesa,

disperdere quelli congregati attorno all'unica mensa, col dare all'uomo

la superbia di pensare da sè, e invece dell'umile acquiescenza alle

definizioni dogmatiche e disciplinari della Chiesa, volere la

comparazione tra l'infallibilità del vicario di Cristo, e la corruzione

del papa figlio d'Adamo. I nostri avrebbero dunque dovuto insistere nel

consolidare l'autorità della Chiesa, che conserva i comandamenti, le

dottrine, i sacramenti, cioè le regole della verità e i mezzi della

virtù. Ma non basta cogliere alcuni barlumi del vero, bisogna seguirlo

fermamente in tutto il labirinto, coordinarne le parti, mostrarne

l'insieme e la filiazione, evitare ogni soluzione di continuità,

convincere che tale teoria è una dimostrazione, che con essa tutto si

spiega, e niente v'è ad opporle. Religione inventata da uomini è

un'assurdità: non può essere tale se non data da Dio: e come tale non

può venire messa in discussione; ove compare il dubbio scomparisce la

fede.

E appunto i gran savj c'insegnavano che la Chiesa è società d'anime

legate innanzi a Dio da identiche credenze: e che, rappresentando la

natura umana prima del peccato, decide tra le contenzioni, senza

lasciare luogo a negare le sue asserzioni; mentre gli uomini, incapaci

di qualificare gli errori, vacillano nella libera discussione. Chi

dunque dice Chiesa, intende permanenza delle verità di fede; chi dice

cattolica, intende unione di persone, che sopra esse verità ritengono

quel che si ritenne sempre, da tutti, dapertutto. I nostri vescovi

derivano in linea retta dagli apostoli; insegnano quel che essi

insegnarono, sia ne' libri, sia a voce; e secondo la Chiesa lo

interpretò nel modo che piacque allo Spirito Santo. Una sola fede, un

solo battesimo, dice il Vangelo; adunque l'unità è carattere della vera

Chiesa, come l'immutabilità è solo propria della verità; e, siccome

Bossuet ben lo formolò, dice agli altri: «Tu cangi, e ciò che si cangia

non è la verità».

Qual sublime spettacolo quell'armonico movimento d'innumerevoli

intelligenze in ogni tempo e luogo, sicchè i popoli, discordi od anche

ostili per politica, per invidia, per interessi, per indole, aveano una

casa stessa dove, colle parole e coi sentimenti stessi, quasi all'ora

stessa cantavano al Signore, e supplicavano i santi suoi per ottenere

quella pace che il mondo non può rapire! E questa Chiesa è una, perchè

figlia dello stesso Redentore; come lui è vera, è visibile; e se fu

necessario un Dio presente per rigenerare il mondo, è necessaria la

permanenza di esso nella Chiesa per conservare e svolgere l'opera della

redenzione.

Ora quest'unità sarìa possibile ove a ciascuno fosse libero interpretare

la Scrittura a suo talento? Iddio ha imposta un'autorità, che l'uomo sia

obbligato riconoscere per conseguire il suo fine supremo? o lasciò che

la nostra stirpe barcolli fino al termine tra l'abuso dell'autorità e

l'abuso della libertà individuale?

I Cristiani credono il primo fatto: i Protestanti ritengono che tale

autorità sia il codice scritto. Dicono che il proferire «Noi crediamo

alla Chiesa mercè della Scrittura, e alla Scrittura mercè della Chiesa»

è un circolo vizioso. Eppure al modo stesso l'autorità delle leggi

deriva dal Parlamento, e il Parlamento esiste in forza della legge. Ma

realmente alla Chiesa crediamo per l'autorità di Cristo; è un'accidente

che quella fede sia deposta nella Scrittura; potrebb'essere in un altro

libro o nella tradizione. Anzi nel Nuovo Testamento non vi è parola che

mostri avere Cristo voluto diffondere la sua dottrina mediante la

Bibbia; parla d'ascoltare, di predicare, di parole; non mai di leggere o

di libro: non disse «Mandate un libro»: questo nè tampoco era scritto

quando ordinò, «Andate e predicate»: potrebbero essere guasti i

trentaquattromila suoi versetti: non vi si leggono gli articoli del

_Credo_, che pure sono adottati da tutta la Chiesa.

Male si confonde la lettera della Bibbia, cioè l'involucro, colle verità

divine che vi stanno: queste sole importa raggiungere; su queste sole

fondansi le convinzioni religiose. Ma se a ciò adopriamo il senso

personale, chi ci assicura che la nostra interpretazione sia conforme

alla verità? introduciamo in quel libro un pensiero, concepito senza

appoggio d'autorità superiore; e così non siamo certi di riposare sulle

verità divine. Laonde quei soli che udirono Cristo avrebbero potuto

erigere la loro fede su fondamento divino; gli altri divagarono, perfino

a dedurre dal libro stesso la negazione della divinità di Cristo.

In realtà la Scrittura è infallibile, ma fallibile l'uomo che la legge,

sicchè ha mestieri d'un'autorità che gliene ricavi la verità, e

null'altro che la verità. Ora la Chiesa si professa custode del vaso ove

fu deposta la dottrina di Cristo, e garante che lo spirito maligno non

v'introdusse alcun errore: e colloca la sua autorità suprema nel

ministero d'insegnamento, istituito da Cristo, nella parola vivente di

Dio, nella promessa ch'e' diede agli apostoli d'essere con loro fino

alla consumazione dei tempi, e «Chi ascolta voi ascolta me».

Pertanto l'autorità insegnante della Chiesa s'applica nel conservare

perpetuo il senso e lo spirito della viva parola di Dio, e nel

mantenerla pura e integra mediante un ajuto soprannaturale. Senza di

ciò, la credenza non sarebbe che umana e subjettiva.

Ora l'uomo non apre l'anima se non a ciò ch'è improntato di superiorità;

concede il suo assenso al pensiero, non alla forma; e questo pensiero

divino è il solo che faccia autorità pel pensiero umano; l'anima vi si

tranquilla; e l'autorità e la libertà si riconciliano.

La Chiesa è società governata da provvidenze sopranaturali. Il semplice

credente accetta e adora; il pensatore svolge la propria ragione sopra i

termini logici prodotti dall'analisi. Ma se in tale sviluppo analitico

si trascendono i confini del soprannaturale, ecco rotta l'armonia che

stabilisce la reciproca incolumità fra la ragione e la fede. Ripudiamo

l'autorità vivente per attenerci unicamente alla Scrittura? Infinito

stuolo d'opinioni umane pretendono impiantarsi su questa, quasi a

provare che la Scrittura ammette ogni senso, cioè non ne ha veruno. Se

ogni fedele può interpretarla a suo modo, bisognerà conchiudere che non

è rivelazione divina, giacchè ci lascia in dubbio su quel che contiene,

nè arriva a produrre fra' suoi seguaci un'intelligenza comune, durevole,

inconcussa; e quindi disordine nell'intelletto, anarchia nella dottrina,

dubbio e negazione nel pensiero. Ciò evita il Cattolico, credendo che la

Scrittura contenga un senso unico e preciso, e l'ufficio dell'intelletto

umano nella Chiesa consista nell'appropriarsi quel senso con sempre

maggior precisione e chiarezza, alleando l'argomentare umano colla fede

divina. Essenziale alla forza è l'unione; all'unione è necessaria

l'unità della dottrina; questa non si conserva che sottomettendo

l'individuale giudizio all'autorità, e vero cattolico non è chi non ha

prosternata la debole sua ragione davanti l'autorità infallibile.

Il Protestante invece, tolta ogni connessione fra la coscienza del

fedele e la direzione del sacerdote, pretende l'interpretazione privata,

sia per lume di ragione, sia per ispirazione superna; laonde la

religione, ridotta a mera opinione, non ha maggior valore che una scuola

filosofica; abbandonata a cieca sentimentalità o ad immaginazione

esaltata, oppure alle sottigliezze dell'argomentazione.

Ma o non v'è autorità superna che diriga la libertà degli uomini, o

quella si trova nella Chiesa cattolica. E questa autorità non si estende

che alle verità annunziate da Gesù Cristo: e non risiede in ciascun

vescovo, bensì nel corpo dei vescovi uniti col pontefice.

Ripudieremo la tradizione? Questa sussisteva già nella legge ebraica:

viepiù occorreva nella nuova, tanto meno particolareggiata. Fino dai

primi anni del cristianesimo gli apostoli si adunarono per decidere

intorno all'osservanza delle pratiche mosaiche, cioè intorno a punti,

sui quali il Redentore non si era espresso. San Paolo scriveva a

Timoteo: «Le cose che hai udite da me come testimonio, confidale a

uomini i quali sieno idonei ad insegnarle anche ad altri»[433]. E san

Giovanni: «Molte cose avrei a scrivere a voi, ma non l'ho voluto fare

con carta e inchiostro, perchè spero venire a voi, e parlarvi faccia a

faccia»[434]. Non tutto dunque si scriveva. Anche senza di ciò, come

credere al testo sacro se questo non ci fosse trasmesso da un'autorità

conservatrice, della cui infallibilità è garante Iddio? Ora

quest'infallibilità del testo sacro, e la conservazione sua traverso ai

tempi è ammessa anche dai Protestanti, come da noi l'infallibilità della

Chiesa. Alla quale noi attribuiamo pure il diritto d'interpretare le

sacre carte; e già san Pietro ne ammoniva: «Ponete mente che nessun

pronunziato della Scrittura è di privata interpretazione»[435]: e delle

epistole di Paolo diceva: «V'ha passi difficili, a intendersi che

gl'ignoranti stravolgono, come le altre Scritture, per propria

ruina»[436]. E san Paolo aggiungeva: «Fratelli state fermi, e tenete le

tradizioni che imparaste sia per le parole, sia per le lettere

nostre»[437].

La Chiesa, spiegando le parole apostoliche dovette usarne di differenti.

Anzi gli stessi evangelisti non hanno conservato l'identica forma della

parola del Salvatore: e uno la riferì a un modo, l'altro all'altro.

Viepiù bisognava farlo quando la Chiesa prendea di mira un dato errore,

il quale aveva una propria terminologia e tesi proprie, che doveansi

ribattere con antitesi convenienti. La dottrina sta invariabile: la

forma differisce secondo il transitorio e l'umano.

L'accusa dunque di predicare la dottrina della Chiesa, anzichè quella di

Cristo, quasi fra queste due soggetti v'avesse contrarietà, è assurda:

giacchè, come il verbo s'è fatto uomo, e l'uomo e Dio in Cristo sono un

solo figliuolo di Dio, così la parola divina s'è incorporata nella

parola e nella società sensibile della Chiesa, venendo trasmessa e

conservata per azione umana: non sono già due parole, ma la parola

divina, umanamente promulgata.

Nel deposito della fede ci sono verità, non ancora state avvertite, o

formolate, o esplicitamente insegnate. Fino dall'origine la Chiesa

credette la divinità di Cristo, e la procedenza dello Spirito Santo, e

la divina maternità di Maria, eppure questi dogmi formolò solo quando

furono impugnati. E sempre, nel repulsare nuovi errori, più viva e

decisa luce viene diffusa sopra quistioni supreme. Innanzi che san Paolo

ribattesse quei che difendeano il Mosaismo, nessuno avea sì ben espressa

l'eccellenza della fede evangelica. Col vagliare i dissensi nati tra i

fedeli di Corinto, egli chiarisce gli oracoli divini sulla costituzione

della Chiesa. Gli errori de' Gnostici e de' Manichei fanno porre in sodo

la natura e l'origine del male, il contrasto fra la natura e la libertà,

le relazioni della prima creazione coll'edifizio cristiano. Ario

costringe ad esplicare la divinità di Cristo e la sua natura. Disputando

co' Pelagiani si misura la debolezza e miseria umana coll'ajuto della

Grazia.

Volendo all'intelligenza umana mettere meno vincoli che sia possibile,

la Chiesa, finchè non si sollevi un errore patente e sostenuto da molti,

non viene a una decisione ponderata, la quale dilucidi e stabilisca la

verità. Possono dunque trovarsi espressioni poco esatte fino ne' più

cauti; ma opinioni e sistemi particolari, usi o discipline d'un tempo,

non sono la Chiesa, nè essa li consacra. Per quanto essa veneri

sant'Agostino, non fe sue tutte le sentenze di quel massimo fra i

dottori intorno al peccato originale e alla Grazia. Onde a torto gli

avversarj attaccano, come fossero dottrina della Chiesa, alcune opinioni

speciali, talvolta ripescandole in autori oscuri; ovvero usanze e riti

che la Chiesa non sanzionò mai; nè distinguono l'accidente dall'essenza,

dalle opinioni d'alcuni teologi i dogmi; vale a dire ciò, e ciò solo che

qual parola di Dio viene proposto dalla Chiesa[438]. Di questo ella è

custode, non giudice di opinioni subjettive, sinchè a quello non si

oppongono[439].

V'ha preghiere e riti che, indipendenti da fede intima, non racchiudendo

veruna santa emozione, non diffondendo nè unzione nè raccoglimento, pure

rispondono agl'indelebili istinti dell'uomo; esprimono l'amore di lui

per Dio in tutte le cose, e per tutte le cose in Dio; la penitenza d'un

fallo primitivo, origine d'ogni male in terra, il proposito di espiare

le colpe personali mediante la fede e le opere, queste essendo morte

senza di quella, e quella essendo vana senza di queste; la speranza in

un Dio vivo, e di possederlo nella beata eternità.

La poesia, l'entusiasmo hanno un linguaggio, che non pretende a

dogmatica precisione. Perchè cercare in un inno, in qualche legenda, nel

calore d'una predica, nell'immaginoso idioma del vulgo, espressioni che

non reggono al crogiuolo della rigorosa teologia? Il tenere le immagini

era proibito dalla legge mosaica. Che monta? non era proibito da quella

il lavorare al sabato o il mangiare majale, e ordinato il circoncidersi,

e tant'altre prescrizioni e divieti accidentali? Di rimpatto la Chiesa

adottò moltissime usanze che già erano de' Pagani, o che s'attengono

alla natura stessa dell'uomo nel fondo loro come nell'abuso; o convertì

a santa significazione quel ch'era profano, ergendo coi vasi tolti

all'Egitto un tabernacolo al Dio vivente. Già s'avea luoghi dedicati a

un dio speciale; divinità invocate per certe malattie, per certi eventi,

o scelte a patrocinio di alcuni mestieri o professioni; si faceano voti

e pellegrinaggi: si usava l'acqua lustrale; si feriava in certi tempi,

appunto come fa il cristiano. Che importa? il fedele, quand'anche nol

professi dottrinalmente, pone il debito divario fra Dio e i santi suoi;

non riconosce in questi se non speciali intercessori, quasi l'uomo,

sentendosi indegno di avvicinarsi immediatamente al trono supremo anche

dopochè gliene aprì l'accesso il Cristo, interponga altri che furono

sottoposti ai bisogni, alle debolezze, ai peccati suoi stessi; veneriamo

le ossa che aspettano la glorificazione; baciamo le reliquie per

attingerne una virtù benefica e proponimento e forza d'imitarli. E

Maria? culto pietoso e consolante, che presentando il tipo de'

sentimenti più dolci in natura, il pudore della vergine e l'amor della

madre, la rassegnazione dell'afflitta e il trionfo della martire,

immacolata fin dal concepimento, eppure avvocata de' peccatori; si

addatta alle miserie della vita porgendosi interceditrice innanzi al

giusto, qual madre dell'uomo e donna de' dolori, e realizzando fuor di

Dio tutte le qualità affettuose, di cui l'umanità non può far senza, sia

nel culto, sia al focolare[440].

Chiunque crede Dio, crede che nulla è a lui impossibile. In conseguenza

non ripugna da que' fatti che Dio compie indipendentemente dalle cause

seconde, e che si chiamano miracoli. Ciò non porta a credere tutto,

degradando le legittime ragioni della critica, nè ad accettare i delirj

della superstizione, le illusioni dell'ignoranza, i vezzi della

fantasia, costituenti una mitologia cristiana, che ogni credente

discerne dalla verità[441]. Filosoficamente ogni miracolo è un fenomeno;

teologicamente ogni fenomeno è un miracolo: quanto al finito, tutto è

opera di natura; tutto è opera di Dio quanto all'infinito.

Il miracolo, in tempi di credenza, diveniva una delle condizioni

ordinarie dell'azione di Dio sopra il mondo; il risultato naturale

dell'innocenza, restituita per mezzo del sagrifizio; e talvolta, a forza

di fissar l'attenzione nell'ordine della Grazia e del soprannaturale, si

perdè l'intelligenza della semplice natura e della giustizia umana.

Venuti secoli d'esame, si ripudiò una quantità di quelle legende; pure

sono registrate secondo le pie tradizioni di età abituate a vivere di

fede; registrate però e senza mettere limiti all'onnipotenza di Dio, il

quale ha ricchezze infinite pe' cuori semplici e fedeli; e senza

assegnare quanta certezza abbiano[442].

Tutto insomma si concorda, purchè si ami. Caddero abusi nella Chiesa?

Chi il nega? Scopriamoli, correggiamoli, ma è egli giusto ripudiare la

verità perchè se n'abusò?

Nella Chiesa accanto alla verità e ai precetti rivelati, stanno

l'insegnamento, la giurisdizione, il ministero. Il dogma eleva

l'intelligenza fin al soprannaturale. La morale segna chiaramente la

giustizia, e la inculca mediante la carità. Il ministero deve perpetuar

nella Chiesa sotto segni visibili la divina istituzione della

giustificazione pei meriti di Cristo, e del santificamento per la

comunicazione dello Spirito Santo.

Il dogma dev'essere annunziato e in parte spiegato: la morale dev'esser

ridotta a notizia de' fedeli; il ministero deve compiersi per provvedere

ai disegni della comunione de' Fedeli: laonde son elementi necessarj

della Chiesa il dogma, la legge, il sacerdozio.

Pertanto il clero non può separarsi dalla Chiesa cattolica, se vuolsi

ch'ella sia organata e vivente. Se venisse modificato nel triplice suo

cómpito, le relazioni colla Chiesa ne resterebbero lese. Ad esso venne

affidato il giudizio delle azioni umane in ordine alla vita eterna,

«Come il padre mandò me, così io mando voi»; ciò è detto agli apostoli e

legittimi successori, non ad altri; come agli apostoli fu detto di far

in commemorazione la santa Eucaristia, cioè i ministeri più elevati.

Nella costituzione storica e giuridica della Chiesa coesistono dunque,

1º i battezzati, semplici credenti: 2º gli apostoli, con prerogative

comuni a Pietro, quali sono la speciale vocazione[443], la podestà di

legare e sciogliere[444], il magistero dell'insegnare[445], la missione

di rigenerare e salvare i credenti[446], la facoltà di ordinare i

successori[447], l'indefettibilità dei doni e delle promesse[448]. 3º A

tutti sovrasta Pietro, fondamento singolare della Chiesa[449], a cui

sono affidate le chiavi del regno de' cieli[450], l'offizio di pascere e

di reggere gli agnelli e le pecore, cioè e i fedeli e i loro capi[451];

la stabilità della fede e l'uffizio di confermarvi i fratelli[452];

promettendogli l'indefettibilità, come fondamento della Chiesa[453].

Viene così a costituirsi un accordo di monarchia, aristocrazia,

democrazia, come tre elementi, non tre poteri. L'aristocrazia de'

vescovi partecipa di tutte le prerogative del capo, eccetto il primato:

ad essi soli Gesù Cristo impartì la gerarchia della giurisdizione: i

preti son loro cooperatori, con giurisdizione non ordinaria, ma delegata

e varia, che ricevono potenzialmente, non effettivamente coll'Ordine.

Sotto alla gerarchia sta la democrazia, l'universalità de' fedeli, la

_plebs_, tutti figli di Dio, fratelli di Cristo, senza distinzione di

classi o di nazioni, godendo la fratellanza, l'eguaglianza, la libertà.

Hanno essi diritto nel governo ecclesiastico?

La Chiesa è d'origine soprannaturale, sicchè opinioni o volontà umane

nulla valgono nello scopo suo, ch'è di effettuare e propagare il

sacramento di Dio per Gesù Cristo. E Cristo, il cui regno non era come

quelli del mondo, non la affidò a re o a popoli, ad assolutismo o a

suffragio universale, bensì all'ispirazione dello Spirito Santo. La

consacrazione ai pastori non è data dalla plebe: onde neppur la

giurisdizione; nè la sua forma può andare mutandosi, come ne' governi

umani. Però noi plebe de' Fedeli abbiamo diritto di essere ben

governati, con carità e riverenza, rettamente ammaestrati, fatti

partecipi de' sacramenti: la scienza ci dà diritto di rimostrare, come

abbiam veduto fare i più gran santi; la giustizia deve aver le sue

forme, i suoi gradi, i suoi appelli; se ne devono accettare le pene, e

il potere coattivo interno ed esterno secondo i tempi. Tal è la

costituzione ecclesiastica.

Siffatti press'a poco saranno stati gli argomenti addotti dai nostri

contro i novatori, e già indicammo i primi combattenti. Per toccare qui

solo de' nostri, il già lodato cardinale Contarini[454] scrive con garbo

e chiarezza, ma mostrasi filosofo arguto più che profondo teologo;

tradusse gli _Esercizj_ di sant'Ignazio, del quale era amico: poi

fallitagli la concordia di Ratisbona, si restrinse a cercare la riforma

morale dei vescovi di Germania. Messo legato a Bologna, potè spiegare e

zelo, e carità, e qui serva ricordare come, avendo saputo che un

gentiluomo parlava licenziosamente di Dio e della religione, lo prese

suo domestico, e coll'esempio e le ragioni lo vinse di modo, che anche

dopo la morte del suo benefattore egli ripeteva: «Di questi prelati ci

vorrebbero, che sapessero cavare le anime di mano al diavolo fin

sotterra».

Alvise Lippomano, pur di Venezia, vescovo di Modena, di Verona, di

Bergamo, versato nelle lingue, essendo nunzio in Germania cercò «sterpar

la mala erba luterana», compilò il catalogo degli antichi interpreti

greci e latini della Genesi, dell'Esodo, dei Salmi, e stese la

_Confermazione e stabilimento di tutti i dogmi cattolici, con la

subversione di tutti i fondamenti delli moderni eretici_ (Venezia 1553),

e in sei volumi le vite dei santi, con critica maggiore della consueta,

e conservando molti preziosi racconti di greci e latini. Possiamo

aggiungere il cardinale Marino Grimani vescovo di Ceneda e patriarca

d'Aquileja, che l'epistola ai Romani commentò in senso opposto ai

reluttanti; Girolamo Amedei, servita senese, spedito in Germania; il

domenicano Silvestri che fece _un'Apologia della convenienza degli

istituti cattolici colla evangelica libertà_; Ambrogio Fiandino da

Napoli, agostiniano, che già aveva confutato il Pomponazio, _senem

delirum, maledicum, patriæ vituperium_, e dettò contro Lutero tre opere

non mai stampate; Cristoforo Marcello veneziano, arcivescovo di Corfù, e

famoso per dottrina non meno che per disgrazie. Alla Magliabecchiana

conservansi in cinque grossi volumi manuscritti _Disputationes variæ v.

fr. Nichola Stufæ O. Pr. habitæ in variis locis Galliæ et Germaniæ

contra hæreticos calvinistas et luteranos_, ma non ci parvero di forza

sufficiente[455].

Spesso lo zelo dava ombra; e Andrea Bauria, ferrarese agostiniano,

vigorosissimo predicatore contro i vizj, fu messo in sospetto a Leone X,

il quale fece sospendere la stampa del suo _Defensorium apostolicæ

potestatis contra Martinum Lutherum_. Anche frà Girolamo da Fossano, che

abbondevoli frutti coglieva nelle valli subalpine dei Valdesi, fu

sospettato d'eresia e sospeso dal predicare finchè si provò innocente, e

scrisse una delle migliori difese della messa contro Lutero (Torino,

1554).

Maggior rumore levò Ambrogio Caterino. Nel secolo era stato Lancellotto

Politi senese, studioso delle leggi quanto solevasi nella sua patria,

della cui libertà fu fervoroso difensore. Studiò anche dieci anni a

Parigi, e di trenta resosi frate, mostrò elegante dicitura, chiarezza,

metodo, leale esposizione delle objezioni, ampio sviluppo degli

argomenti, estesa dottrina ma litigiosa, per la quale vedendo eresie

dapertutto, s'abbaruffò anche co' teologanti cattolici; e spirito

indipendente, non si chinava all'autorità di san Tommaso o di

sant'Agostino o d'altri. Benchè domenicano, asseriva l'immacolata

concezione di Maria; contro san Tommaso sosteneva che Gesù Cristo

sarebbe venuto al mondo, quand'anche Adamo non avesse peccato; nei

commenti sui primi capitoli della Genesi e sulle Epistole canoniche, non

esita a combattere spesso il cardinale Cajetano, imputandolo

d'interpretazioni umane e opinioni singolari; nel trattato della Grazia,

asseriva potersi esser certi della giustificazione, dottrina simile alla

luterana, che gli fu ribattuta; sulla predestinazione credeva che

_pochi_ fossero _eletti_ assolutamente, ma per un gran numero il decreto

fosse condizionale; che i bambini morti senza il battesimo godono una

felicità conveniente, e sopratutto non esser necessario che il ministro

de' sagramenti abbia l'intenzione di far cosa sacra, purchè ne adempia

le cerimonie. Lettere di gran lode gli scriveva il Sadoleto, e trovava

eccellente il libro suo sul peccato originale e sulla giustificazione,

materia tanto difficile, intorno alla quale erangli rimasti certi dubbj,

che a tempo più calmo intendeva comunicargli; pure assicurandolo non

aver letto nulla di più erudito e dove gran dottrina fosse accoppiata

con tanta prudenza e vera religione[456]. Oltre un _Discorso contro la

dottrina e le profezie di frà Girolamo Savonarola_ (Venezia 1548), dove

attacca i costui seguaci, scrisse _De cælibatu adversus impium Erasmum;

Quæstiones duæ de verbis quibus Christus SS. Eucharistiæ sacramentum

instituit_, opera che fu proibita; e un trattato _De libris a christiano

detestandis et a christianismo penitus eliminandis_, ove un capitolo è

intitolato: _Quam execrandi sunt Machiavelli discursus, et institutio

sui principis_. Osteggiò i varj eretici nel _Rimedio alla pestilente

dottrina di frà B. Ochino_ (Venezia 1544), nel _Compendio d'errori ed

inganni luterani_ (Firenze, 1520) dedicato a Carlo V. Nei _Libri V

adversus Lutherum_, egli diceva all'eresiarca: «Se la Chiesa non è che

in ispirito, come si potrà riconoscerla sulla terra?»

Lutero rispondea che la Chiesa è unicamente interiore, ma che i

caratteri ai quali distinguerla sono il battesimo, la cena e sopratutto

il Vangelo. Ma non sono questi appunto che fan della Chiesa una

istituzione visibile?

Il Caterino fu vescovo di Minore, poi arcivescovo di Consa ed uno dei

più operosi al Concilio di Trento, ove i suoi discorsi erano volontieri

ascoltati per una certa franchezza, per la quale pareva inchinar verso

gli eretici, mentre era soltanto vaghezza di farsi nominare colle

novità: uomo (dice il cardinale Pallavicini) di somma reputazione ne'

suoi atti, di minore nelle sue opere, forse non favorito in esse dalla

universale opinione altrui; ma nelle contese cogli eretici e nelle

funzioni del Concilio non inferiore d'applauso a veruno de' coetanei e

de' colleghi. Morì settuagenario nel 1553.

Altri potremmo cercare, e avremo occasione di nominare, ma una rigorosa

ed assoluta confutazione dell'errore, una sapiente e compita esposizione

della verità non apparve; nè tampoco sorse tra' nostri chi, come il

tedesco Erasmo e lo spagnuolo Melchior Cano, ristabilisse le vere

nozioni sulla teologia e le pruove di cui essa si vale. Confutavasi

dialetticamente, anzichè sistematicamente; dissertavasi sovra punti

particolari, e davanti al tribunale inferiore della ragione individuale,

anzichè incalzare gli avversarj entro barriere solidamente piantate, col

mostrare che l'individuale interpretazione distrugge l'essenza della

società spirituale, distruggendo la fede. Togli alla verità il carattere

obbligatorio, essa rimane indistinta da qualsivoglia errore, nè il

Protestante può condannare l'ebreo, il deista, l'ateo, se non

coll'opporre alla ragione di questi l'autorità.

Poi ad ogni quistione s'immischia una turba di bersaglieri, che vuol

venire alle braccia senza sapienza, nè gusto, nè modestia, e perciò

temeraria e trascendente. Nel procedere del racconto incontreremo

scritti di rabbia, ed esagerazione, e titoli beffardi. I Protestanti

chiamavano noi papisti, poi s'adontavano se noi li chiamavamo luterani;

quelli della Confusione Augustana; a troppi mancava quella salutare

diffidenza dei proprj giudizj, che si chiama umiltà.

Tipo di costoro fu Girolamo Nuzio, nome che mutò in Muzio (1496-1576),

aggiungendo _justinopolitano_ perchè, sebben nato a Padova, era oriundo

e cittadino di Capodistria; uno de' più fecondi scribacchianti del suo

tempo. Servì da segretario a varj personaggi, fra cui al marchese del

Vasto, a don Ferrante Gonzaga governator di Milano, al conte Claudio

Rangone, col quale passò in Francia; azzeccò risse con molti letterati,

e si segnalò nella _scienza cavalleresca_, come chiamavano allora la

teorica de' duelli; i quali vedendo non si potevano abolire, pensò

sistemare, dandovi un'infinità di regole minuziose, come interviene

ogniqualvolta s'introduce il casismo.

Il celebre Flaminio, scrivendo a messer Luigi Calino di Brescia intorno

al fiorire delle buone lettere dice: «Fra gli ingegni ho sempre numerato

quello del nostro messer Muzio, del quale avendo concetto una bellissima

speranza, come potrei fare che non mi dolesse sommamente vedendo che

così nobile pianta, per essere mal coltivata degeneri, e donde si

aspettavano frutti soavissimi ed eccellentissimi, si raccolgono

lambrusche e sorbe?»[457] Innumerevoli sono le opere sue, ed egli stesso

dà il titolo di quelle che uscirono «dalla penna ad uomo, che dal XXI

anno della sua età fino al LXXIV ha continuamente servito, ha

travagliato a tutte le Corti della cristianità, e vissuto fra gli armati

eserciti, e la maggior parte del suo tempo ha consumato a cavallo, e gli

è convenuto guadagnarsi il pane delle sue fatiche». In dieci canzoni

celebrò separatamente il viso, i capelli, la fronte, gli occhi, le

guance, la bocca, il collo, il seno, la mano, la persona della sua

amata; insieme traduceva i testi greci per comodo della storia

ecclesiastica del Baronio. Côlto da grave malattia nel 1552, protestò

voler «dare al servizio di Dio questo poco tempo che avanza,

rivolgendosi tutto agli studj sacri»: ma don Ferrante lo persuase a

rimanere a' suoi ordini. Morto che questo fu nel 1557, il Muzio passò

ajo del principe Francesco d'Urbino, cui diresse un _Trattato del

principe giovinetto_. Ne' viaggi avendo osservato i costumi de'

Protestanti, non gli parvero quali dai lodatori erano vantati, e la loro

dottrina confusione ed abusione; e accintosi a combattere la comunione

del calice a' laici, il matrimonio de' preti e le altre novità, sostenne

che non fosse necessario adunare un Concilio; dissuase Lucrezia Pia de'

Rangoni dall'abbracciare gli errori diffusi tra i Modenesi; ebbe

dall'Inquisizione romana l'incarico di far bruciare tutte le copie del

Talmud nel ducato d'Urbino, e d'informarla di quanto scoprisse di men

religioso, principalmente a Milano. Ove udendo predicare Celso

Martinengo, lo denunziò al Sant'Uffizio, e poichè questo non osava

prenderlo, citollo egli stesso ad esame, e lo incarcerava se non fosse

fuggito. Di ciò i Milanesi gli presero un male a morte qual a

persecutore, finchè non seppero che il Martinengo era stato assunto

pastore degli Evangelici in Ginevra, dove l'effigie del Muzio fu

chiassosamente bruciata. Del Vergerio, vescovo di Capodistria, era stato

amico d'infanzia; ma come questo sviò, non che lasciarsene sedurre, non

ommise alcun tentativo per richiamarlo al vero, e frustrati i consigli

amichevoli, scrisse contro di lui al popolo di Capodistria (1550), e più

dopo ch'ebbe apostatato.

Nei _Tre testimonj fedeli_, librando le dottrine de' santi Basilio,

Cipriano, Ireneo, convince di falsità Erasmo ed altri; a sostegno del

sinodo di Trento scrisse principalmente il _Bullingero riprovato_;

l'_Eretico infuriato_ contro Matteo Giudice professore di Jena; la

_Cattolica disciplina de' principi_ contro il Brenzio. L'_Antidoto

cristiano_, la _Selva odorifera_, la _Risposta a Proteo_, il _Coro

pontificale_, le _Mentite Ochiniane_, le _Malizie Bettine_ (1565), la

_Beata Vergine incoronata_, erano i bizzarri titoli d'opere sue, buttate

giù con violenza e scarsa critica, svelenendosi colle persone, anzichè

teologicamente incalzare l'errore; modo di farsi leggere dal vulgo, non

di vantaggiare la causa del vero.

Pio IV avealo favorito; viepiù Pio V, che l'usò ancora a scrivere contro

gli eretici, principalmente contro l'_Apologia per la chiesa anglicana_

del vescovo Jewel; poi contro le _Centurie Magdeburghesi_ che pretese

confutare in due libri di storia sacra (1571). La morte di quel papa

lasciò il Muzio sprovvisto, sicchè al duca Emanuele Filiberto di Savoja

scriveva qualmente, in cinquantaquattro anni di servizio, non avesse

saputo assicurarsi cinquanta quattro soldi di rendita. Fedele alle

pratiche, frequentava la messa e i sacramenti, recitava ogni giorno i

salmi penitenziali: eppure qualche sua egloga sente di carne, come

confessa che in fatto di continenza era «ancor atto più ad esser ripreso

che a riprendere».

L'Aleandro al Sanga scrive da Ratisbona il 14 marzo 1532 d'un Paolo

Riccio medico, da lui conosciuto in Italia trent'anni fa, dotto ebreo

convertito, passato poi a' servigi della Casa d'Austria, ed entrato

anche nel consiglio dell'imperatore, il quale scrisse libri in difesa

della fede, ma inserendovi cose che sentono di giudaismo. Allora essendo

ancora i tempi che tutto tiravasi a buona interpretazione, non vi si

badò. Nate poi le discussioni, il Riccio cercava convertire Luterani, ma

sempre mettendo avanti qualche dottrina men sana: poi fe stampare un

libro, ove, supponendo la Chiesa divisa in due parti quasi eguali,

mostrava volersene far mediatore. Cascò in molti errori, contro i quali

scrisse il Fabro; e il Riccio, convinto si ritrattò[458].

Alberto Pio signore di Carpi, che molto figurò nelle vicende del suo

tempo e come principe e come ambasciadore, studioso quanto devoto, in

mezzo a tanti affari coltivava l'amicizia dei dotti, e scrisse egli

medesimo varie opere, anche sulle controversie d'allora, e contro

Lutero. S'indispettiva egli degli incessanti frizzi da Erasmo lanciati

agli ecclesiastici; pareagli indebita la cortesia usatagli da papi e

prelati; e ne sparlava alla sbracciata in Roma. Erasmo, tenero in fatto

di lode, se ne lagnò con Celio Calcagnini, il quale interrogatone

Alberto (1525), n'ebbe una lettera lunghissima, dove, lodando l'ingegno

di Erasmo, l'imputa d'aver dato origine o fomento alle nuove eresie, ed

analizza molte opinioni di esso, trovandole o simili o identiche a

quelle di Lutero.

Intervenne in quel tempo il sacco di Roma, dal quale tanti letterati

ebbero a soffrire ed anche il Pio; il quale poi a Parigi stampò essa

lettera, cui Erasmo ne replicò un'altra, che ebbe postille dal Pio. Ivi

Erasmo gli risparmia le ingiurie, ma in epistole private lo malmena,

fino a supporre che quello fosse lavoro di Giovan Genesio Sepulveda di

Córdova. Il Pio stese poi un'opera ove censura le opinioni di Erasmo, e

confuta lui e i novatori del tempo, massime intorno al libero arbitrio,

schivando l'argomentazione scolastica, e procedendo con erudizione ed

eleganza, più che con forza. L'opera comparve postuma[459], sicchè

Erasmo potè con sicurezza attaccarla: anzi in un dialogo _De funebri

pompa Alberti Pii_ lo beffa dell'esser voluto morire in abito da

francescano[460].

Ma Erasmo stesso, eminentemente letterato, sicchè il principio

intellettuale lasciava prevalere al principio mistico, non potea gradire

la Riforma, che rinnegava il bello[461]. Come tant'altri avea sperato

che il progresso delle lettere e delle arti addolcirebbe i costumi, e

schiarirebbe gli spiriti, per modo da dissipare le superstizioni; lo

studio della Bibbia purificherebbe le credenze e raddrizzerebbe gli

errori; i monaci si restringerebbero nella propria sfera, facendo dei

conventi tanti ricoveri di studio, di pace, di pietà; Leone X, nè

avviluppato negli intrighi politici della sua famiglia, nè frenetico

d'armi come Giulio II, attuerebbe la riforma e il trionfo della verità

insieme e del bello: egli stesso credea contribuirvi col saettare i

disordini, gli eccessi, le abjezioni.

A queste illusioni lo strappavano le trasmodanze della Riforma, che

violentemente diroccava ciò ch'egli non volea se non rimpedulare.

Confessò che sulle prime aveva ammirato questo Lutero, il quale a testa

alta veniva flagellando i vizj del suo secolo e i vescovi imporporati,

nè chinavasi ad alcuna maestà, neppure all'antistite supremo; e con mano

santamente libertina svelava fino le nudità del padre[462]. Al cardinale

Campeggio scrive: «Non lessi dodici pagine di Lutero, e anche queste

fretta fretta: pure vi ho riscontrato di belle qualità naturali, e una

singolare attitudine a scoprire l'intimo senso delle Scritture. Ho

inteso persone savie, d'esemplare pietà, d'intera ortodossia compiacersi

d'averne letto i libri; anzi, quanto i suoi avversarj aveano maggior

virtù, e s'avvicinavano alia purezza evangelica, tanto erano meno ostili

a Lutero, e, pur non partecipando alle sue opinioni, ne lodavano

grandemente la vita». E meglio esclamava: «Piacesse a Dio che ne' libri

di Lutero s'incontrasse meno di buono, o che il bene non fosse corrotto

da tanta malizia!» Ma colla solita ironia, al priore degli Agostiniani

che gli chiedea «Finalmente che cos'ha fatto quel povero Lutero?»

rispose: «Ha fatto due grossi peccati: attentò alla tiara dei papi e al

ventre dei frati».

Leon X avea scritto ad Erasmo per tenerlo in fede, e perchè adoprasse il

suo ingegno a difesa della verità[463]. Ma per difendere la verità ci

vuol coraggio, e nulla lo toglie più che la smania della popolarità.

Celio Calcagnino, illustre filologo, pure non ciceroniano, che a Ferrara

aveva complimentato Erasmo in un latino sì puro e facondo da renderlo

mutolo e incapace di rispondere[464], spedì ad Erasmo un suo manuscritto

_De libero arbitrio_ in confutazione di Lutero: ed egli lo ammirava, e

«Per gloria del vostro nome lo farei stampare, se non fosse uno

sciagurato passo, ove mostrate credere che io mi compiaccia a questo

spettacolo di religiose capiglie, standomene a bocca badata e colle mani

in mano davanti al cinghiale che devasta la vigna del Signore».

Come cercò mitigare le escandescenze di Lutero contro il pontefice, così

disapprovava questo d'aver proceduto con rigore. Appena salì papa

Adriano VI, ch'era stato suo condiscepolo nella famosa scuola di

Deventer, Erasmo gli scrisse persuadendolo alla mansuetudine, ma presto

s'accertò che non era più a sperare una riconciliazione. E diceva: «Ciò

che mi colpisce di più in Lutero è che, qualunque cosa tolga a

sostenere, e' la spinge all'estremità. Avvertitone, non che mitigarsi,

cacciasi più avanti, e pare non voglia che passare ad eccessi maggiori.

È un Achille, la cui collera è indomita. Aggiungetevi la gran riuscita,

il favore dichiarato, i vivi applausi di tutta la scena, e c'è di che

guastare anche uno spirito modesto».

Incalzato a confutarlo, Erasmo rispondeva: _Nunc Luterus scribit in se

ipsum, videns rem alio verti quam putarat, et exoriri populum non

evangelicum sed diabolicum, cum interitu omnium bonorum studiorum_.

E nelle lettere: «Qual cosa più detestabile che l'esporre le ignoranti

popolazioni a udir trattare pubblicamente il papa d'anticristo, vescovi

e preti da ipocriti, la confessione da pratica abominevole; le

espressioni di merito, di buone opere, di buone risoluzioni da pure

eresie, e professare che la nostra volontà non è libera, che tutto

avviene fatalmente, e che poco monta di qual sorta siano o possano

essere le azioni degli uomini?»[465]

Dopo gli onori dell'attacco voleva dunque anche gli onori della

resistenza. Ma conservarsi neutrale fra partiti debaccanti era egli

possibile a personaggio sì in vista? Sospetto agli uni e agli altri,

troppo indipendente per Roma, ove Pasquino applicavagli il virgiliano

_Terras inter cœlumque volabat_; troppo esitante per Lutero: i

Protestanti, che, atteso il suo odio pei frati, s'erano immaginati

d'averlo per corifeo, perduta questa speranza, gli si avventarono,

attribuendogli occhio d'aquila, cuor di capretto; ed egli allora uscì a

combatterli sul punto vitalissimo del libero arbitrio. Non combatteva

però da avversario o da papista, e solo indignavasi di tanti o sbagli o

frodi nelle citazioni: ma se l'opera mancava di nervi, traeva autorità

dal nome: e Lutero, che prima celiava della costui pretensioni di

camminare sopra le ova senza schiacciarle, e ripeteagli che lo Spirito

Santo non è scettico, allora gli s'avventò con ingiurie, quali solevano

suggerirgliele i bicchieri. Anche l'insigne Girolamo Accolti, che poi fu

cardinale, da amico di Erasmo divenuto avversario, ne dipinse

sinistramente il carattere. Altrettanto fece il Sadoleto, che fu detto

il Fénélon italiano.

Primo Conti milanese, uno dei primieri discepoli di san Girolamo Miani,

andato in Germania per opporsi alla propagantesi eresia, si lusingò di

convertire Erasmo, al quale scrisse firmandosi _Primus Comes

mediolanensis_. Il dotto credette questo il titolo di qualche gran

signore, e gli si fece incontro con molta cerimonia; poi vistolo

arrivare senza nemmanco uno stalliere, rise dello sbaglio, pur

protestando veder più volentieri sì valente letterato che qualsifosse

grande. Ma il Conti non fece alcun profitto col tepido.

L'Aleandro da Brusselle, il 30 dicembre 1531, scrive al Sanga che

Ecolampadio a Basilea assicurò aver molti fautori in Fiandra,

Inghilterra, Francia, Italia: in Ispagna pochi per le diligenze

dell'Inquisizione; ma soggiunge che gli Ebrei s'industriano di farvi

penetrare il luteranismo, sol per danneggiare la fede nostra. E che

colà, non osandosi parlare liberamente di Lutero, perchè già condannato,

mettono in cielo Erasmo, e fanlo «adorare in quel paese, dove ci sono

de' suoi libri assai, già tradotti in quell'idioma; dico di quelli

pericolosi: di modo che, trattandosi là per la Inquisizione di

condannare le sue opere, per favori diversi fu fatta inibizione che non

procedessero. Ed ora che è condannato a Parigi, costoro impazziscono,

perchè ben vedono che la Chiesa universale seguiterà quella sentenza

parigina in questa parte. E già undici anni, io lo dissi ad Erasmo in

questa propria terra, pregandolo che mutasse alcune cose ne' suoi

scritti ed alcune altre mitigasse, altramente tenesse per certo che, lui

vivo o morto, sarieno condannati detti luoghi.... E ben si sa che, se

non fosse per irritarlo a far peggio, già la sede apostolica avria

condannato molte delle sue cose, non ostanti i favori che gli si usano

etiam per li nostri summati, e da quelli che fanno il santo, per essere

laudati da lui in un'epistola: e così _abnegat Christum minimæ gloriolæ

causa_»[466].

Erasmo vedea benissimo d'avere insegnato quanto or insegnava

Lutero[467]: diceasi proverbialmente, _aut Erasmus luterizat, aut

Lutherus erasmizat_; ma egli è un altro esempio del quanto potesse

spingersi innanzi la critica sopra la Chiesa, pur senza rompere il

legame della carità; e ci spiega la franchezza di quelli, che a torto i

Riformati vollero considerare come loro precursori, e la speranza che

lungamente si nutrì di riconciliare i dissidenti colla Chiesa

universale[468].

Disgustato da quel gran movimento, a cui avea dato di sprone, ma non

valeva a mettere il freno; aborrendo la scostumatezza e i disordini

soliti dei fuorusciti[469], incapace di essere capitano, insofferente di

servir da gregario; conculcato, come sogliono essere tutti i precursori,

dalla folla che li trascende; invano ricredendosi, e fin ritrattandosi

su molte parti di quel suo ghigno letterario, ch'era stato il lampo ai

tuoni della calunnia e della negazione, moriva in Basilea, dopo provato

quanto facilmente un popolo tramuti i suoi idoli dall'altare al

dimenticatojo. E un altro retore, capoameno, che aveva egli pure fatto

un elogio della pazzia, il bizzarro milanese Ortensio Lando, ne

canzonava la fine col _Dialogo lepidissimo_[470]. Così era beffato il

beffardo; il quale rimarrà tipo di quel torbido d'indifferenza, che

fattosi una gloria della propria perplessità, si attribuisce a merito il

risparmiare qualche tradizione; che posa principj, e non ardisce tirarne

le conseguenze; che non applaudisce all'errore ma lo titilla; che vede

la verità, ma non osa abbracciarla, come Pilato dondolandosi fra la

giustizia e la popolarità, fra Cristo e Barabba.

Pure Erasmo avea toccato un punto principalissimo della controversia

allorchè intimava: «Voi vi riferite tutti alla parola di Dio, e ve ne

credete gl'interpreti veraci; ebbene, mettetevi d'accordo tra voi, prima

di volere dar legge al mondo».

In quella vece il disordine dagli intelletti trasfondeasi alle volontà e

da queste alla vita e privata e sociale: e prima ne risentì la Germania,

volta tutta a capopiede. Le quistioni religiose, per quanto pajano

astratte, non può farsi che non penetrino nelle viscere della società, e

in un sistema teocratico quale avealo introdotto il medioevo, non si

tocca la fede senza scompaginare lo Stato. Il cristianesimo avea dato

soluzioni, non negative come la scienza d'oggi, ma positive alle

quistioni capitali dell'uomo e della società, e conduceva a conseguenze

effettive nella religione, nella morale, nella politica, nell'arte;

donde istituzioni e leggi certe e un andamento storico sociale. Ora il

protestantesimo lo sovvertiva, rivocando in dubbio i canoni

fondamentali. Tendendo esso non tanto a condur l'uomo alle azioni più

benefiche, quanto a trasformare i moventi dell'essere suo, ruppe

nell'economia religiosa e sociale dell'umanità i due legami a cui si

attiene la suprema nozione del diritto; il legame intimo che stringe

l'uomo a Dio nell'eternità, mediante la coscienza; e il legame imperioso

universale che lo sottomette ad una legge objettiva, ad una autorità

esteriore nel tempo; e presumendo sistemare la vita umana senza riflesso

al dogma, non surrogò all'antico un nuovo sovrano di diritto, ma

abbandonò la società alle potestà temporali, sovrane di fatto;

all'autorità che persuadeva surrogò il comando che costringe; trasferì

l'infallibilità dall'intelligenza e dalla rivelazione alla forza e ai

decreti. L'individuale interpretazione toglieva l'universalità dei

principj, e i canoni accettati come senso comune; non era più la Chiesa

che giudicasse gl'individui, ma essi lei; e l'individuo era nel bivio di

rinunziare a credere, di compaginarsi da sè la propria credenza. I figli

dunque dissentivano dal padre; i fratelli ai fratelli contraddicevano,

le mogli ai mariti; la scossa domestica si propagava alla società

civile, dove ciascuno pretendeva operare a proprio senno, dacchè a

proprio senno pensava; al diritto, alla morale, fin là unicamente

piantati sulla religione, mancava ogni appoggio al mancar di questa; e

ribellato il pensiero alla fede, gli uomini trovarono spento il faro che

gli avviava, allora appunto che imperversava la procella. Ognuno fonda

una Chiesa nuova, che domani cessa per mancanza d'accordo e d'autorità:

ogni predicante del minimo villaggio credesi autorizzato a divenire

fondatore di una religione, senza che alcuno valga a mettervi ordine. I

vulghi sorgevano domandando ai nuovi apostoli «Che cosa dobbiamo fare?»

Ma è appunto in tempi siffatti che i guidapopoli non sanno quel che

fare, e una mano scassina quel ch'è posato dall'altra.

Il fedele, trovatosi sacerdote e papa, volle anche esser re; possedendo

le doppie chiavi, ne' dubbj non ricorreva all'autorità, ma al proprio

giudizio; l'indagine dal sistema ecclesiastico si voltò sul laico,

ch'era tanto peggiore, e ne cominciarono rivoluzioni e il predominio

della forza. Erasi elevato il potere spirituale affine di impacciar il

temporale; ora si volle restituire ai re la dittatura pagana: sempre

l'eccesso.

Melantone, che tanto aveva procurato prevenirle, allora gemeva sulle

sconcordie, e ne presagiva di peggiori da quella sfrenatezza, da quel

rinnegamento d'ogni autorità, e «Tutte l'acque dell'Elba non mi

basterebbero a piangere le sventure della religione e del paese».

Il cardinale Sadoleto, nell'orazione ai principi tedeschi esclamava:

«Quest'anni passati vedemmo di voi quel che giammai avremmo creduto.

Dianzi vivevate in pace e concordia tra voi, ora siete nel dissenso più

atroce. Dio e i celesti tutti con somma pietà veneravate; ora, estinta

la pietà, gli studj della vera religione per la più parte abbandonaste;

stavate alle leggi, che per la sobrietà e l'astinenza dagli avi vostri,

santi personaggi, e dagli antichi padri erano state fatte, poi accettate

e comprovate dall'osservanza di tutti i secoli; ora, sovvertite le

leggi, tolta la distinzione delle cose, lentati i freni della

continenza, tutto voleste libero e sciolto».

E continua a deplorare questo scapestrarsi delle ire, questo togliere

ogni rispetto alle leggi divine e umane, ogni divario di superiori e

inferiori, non accordandosi che nel vituperare il sacerdozio e straziare

la romana Chiesa, che n'è capo. «Eppure in questa città di Roma, per

reprimere e moderare i vizj urbani, e principalmente l'avarizia di cui

più si pecca, e revocarla al costume antico, casto e modesto, furono dal

sapientissimo e ottimo pontefice invitati da ogni parte del mondo

personaggi, e posti nel sommo grado di onore, acciocchè con maggiore

autorità e diligenza attendano a quest'uopo»[471].

E ben tosto tutta Europa fu in fuoco, e un secolo e mezzo di fierissime

guerre minacciarono una nuova barbarie. E un'altra ne sovrastava.

I papi erano stati motori e centro della resistenza contro i Turchi.

Oggi, che vediam questo popolo in quell'ultima decadenza dove più non lo

sostiene che la volontà dei forti, l'Europa vanta la sua tolleranza nel

rispettare fino il Musulmano, la sua indifferenza fino a sorreggere un

governo che ha per canone politico il fratricidio, per canone domestico

la poligamia, per canone economico la pirateria. Ma ai giorni di Lutero

i Turchi minacciavano una conquista senza pietà, una preponderanza senza

freno: si trattava ancora di decidere se l'Europa sarebbe di Cristo o di

Maometto; se si progredirebbe col Vangelo fino al pieno trionfo della

democrazia, o si retrocederebbe fino ai serragli, agli eunuchi, alla

legge incarnata in un uomo. E appunto allora i Turchi, comandati da

principi eroi, avendo conquistate le coste dell'Adriatico e alcune

isole, minacciavano l'Italia, corseggiavano a baldanza le nostre marine,

tentarono fin sorprendere in una villeggiatura Leon X e la famosa Giulia

Gonzaga. Pio II aveva evocato tutta la cristianità a questa tardiva

crociata, ed egli stesso andava a porsene a capo, quando morì. I

successori proclamarono sempre la guerra santa, e fervorosamente Leon X.

Ma che? Ulrico di Hutten gridò alla sua Germania non gli si desse

ascolto: sotto quel pretesto il papa vuole squattrinare il popolo

ignorante, munger il latte delle genti, inebbriarsi alla mammella dei

re[472]. E Lutero argomentava: «Noi dobbiamo volere non solo quel che

Dio vuole che noi vogliamo, ma assolutamente tutto ciò ch'egli vuole.

Ora egli vuol visitarci col mandare i Turchi; il respingere questi è un

resistere alla sua volontà». E ripeteva: «No, Cristiani; tutti io vi

scongiuro a pregare per i nostri poveri principi tedeschi, acciocchè non

un soldato, non un soldo diano al papa contro i Turchi; meglio i Turchi

e i Tartari che la messa. La guerra, ve lo canto chiaro, mi spiace

contro il turco, non men che contro il cristiano[473]. I Turchi empiono

il cielo di beati: il papa empie l'inferno di Cristiani. Se il Turco

arrivasse a Roma, non sarei io che ne piangesse»[474].

I Cattolici, è vero, continuarono a tener testa ai Turchi; ma dacchè la

cristianità fu divisa in due campi, non bastò più a cacciarli[475]; le

forze doveano logorarsi nelle lotte interne, gl'ingegni s'aguzzavano

nello scassinare la fede romana. Anche per convertire i paesi infedeli

scemavano i mezzi: missionarj non partivano più che da Roma, e in mezza

Europa trovaronsi distrutti i frati, che n'erano i principali stromenti.

Gli eretici d'Italia, vol. I · 第 56 / 82 题