DISCORSO VII.

CROLLO ALL'ONNIPOTENZA PONTIFICIA. BONIFAZIO VIII E DANTE. CECCO

D'ASCOLI.

Quanto narrammo ci dà la ragione delle tante declamazioni che si fecero

contro Bonifazio VIII, e che la posterità raccolse alla cieca, e ripete

oggi ancora, malgrado un potente e sincero apologista[145]. Questo

pontefice assistette al crollo che al potere papale diede la prevalenza

dei re, non più solo per cessare la primazia che quello avea pretesa

sopra tutti i dominanti della terra, ma per restringerlo ne' singoli

paesi coll'astuzia, scassinando la base prima dell'autorità, il

rispetto.

La Chiesa ebbe un essere assoluto ed immutabile, come la fede su cui era

fondata; ma come unione visibile de' fedeli, era retta da un potere

visibile, il quale, concernendo la formale esistenza di essa, non poteva

essere che potenziale e progressivo. La predicazione e la fede furono

sempre quali sempre saranno: la podestà ne variò insieme colla società

dei fedeli, pur sempre attenendosi al cardine della fede, e mercè la

visibilità della Chiesa. Il potere di chi governa una società si

esercita a misura di ciò che tende a distruggerla: crescendo gli

attacchi devono crescere le leggi e le pratiche riparatrici. Nessuno

attentando al patrimonio della Chiesa primitiva, nessuna legge occorreva

per proteggerlo: il che non vuol dire che in san Pietro non esistesse la

facoltà di farla, nè che trascendessero i suoi successori col farne.

Dicasi altrettanto delle leggi e altri mezzi temporali, coi quali via

via la Santa Sede dovette tutelarsi, e che variò a misura de' bisogni,

fino a restringersi nella monarchia.

Forse che questa era dell'essenza sua? No, nè mai i romanisti lo

asserirono: ma lo svolgimento della società la portava; come l'ignoranza

comune e la comune barbarie portarono i pontefici a capo del civile

organamento, per la gran legge che attribuisce il governo ai migliori.

Qual vantaggio non fu quello di erigere, in mezzo alle potenze armate,

una che potesse obbligare senz'armi ad osservare la giustizia,

rispettare il matrimonio, mantenere i patti conchiusi coi popoli! Ciò

faceasi senz'armi, quasi senza possessi, perchè si credeva, e la

coscienza reggeva il mondo; mentre nell'età moderna, ridotta ogni cosa

alla materialità degli Stati forti, della coscrizione, dei tributi,

l'autorità pontifizia fu pur essa ridotta a ricoverare la sua

indipendenza dietro a un trono materiale, ad un esercito, al

riconoscimento degli altri Stati. Deporre i re perfidianti, sciogliere i

popoli dalla fedeltà verso il principe infedele, erano la vera e solida

costituzione d'allora; diritti che oggi si trasferirono alle società

segrete e alla ribellione[146]. Se queste non ne abusarono, imputino la

Corte pontificia d'averne abusato. Certo è bene che coll'eccesso spuntò

ella medesima le sue armi. Gli avversarj ben s'avvidero che il mezzo di

scassinare quell'autorità morale era lo scemarle il rispetto, e a ciò

contribuirono grandemente i Fraticelli, persone popolarissime, diffuse

tra la plebe, in grand'aspetto di moralità, di povertà, di

mortificazioni, e che poteano ripetere: «Ecco come ci maledice una Corte

ricca, disonesta, gaudente».

Bonifazio VIII comparve al tempo che la società del medioevo, la quale

della fanciullezza serbava tuttavia le ingenuità, veniva tratta nella

malizia, non ancora dalla dottrina e dal ragionamento, ma dai principi,

che le insegnavano a ricalcitrare contro quella tutela. Vedemmo come i

Federichi avessero tentato surrogare la loro alla primazia pontifizia:

quel tentativo spiacque ai re, che non voleano cambiar padrone, e perciò

fallì. Or ecco i re farsi innanzi a voler rendersi indipendenti dal papa

non men che dall'imperatore. Gli ajutò il disordine del _grande

interregno_, succeduto alla deplorata fine degli Hohenstauffen.

Per resistere a questi, i papi aveano dovuto appoggiarsi al perpetuo

antagonismo della Francia colla Germania; ma la Francia ne divenne

incomoda patrona, e i suoi re, dacchè sentironsi ingagliarditi,

rinegarono l'antica devozione per cui erano stati intitolati

cristianissimi, e massime dacchè quella corona venne a Filippo il Bello,

arguto in tutti i cavilli, a cui sa ricorrere chi vuol riuscire senza

esser rattenuto da moralità.

Lo ajutava la posizione del pontefice, piccolo principe in mezzo a

baroni ed a Comuni, che o colle prepotenze o coi privilegi impacciavano

l'esercizio della sua sovranità; e che trovavasi in contrasto con Carlo

di Napoli, il quale chiamato a salvar Roma e l'Italia dalla tirannide

degli Hohenstauffen, presto da vassallo era divenuto tiranno della Santa

Sede; sicchè, fra le petulanze aristocratiche dei dinasti, e la

democratica della plebe, era impacciato nella sua podestà, e i conclavi

stessi riuscivano tumultuosi. La Chiesa, che, nel conferimento delle

dignità, ripudiò sempre ogni riguardo a distinzione di natali,

attenendosi unicamente ai meriti personali, gemeva di vedere il

cardinalato e le nunziature affidarsi a taluni, cui unico titolo era

l'essere degli Orsini o dei Colonna o dei Savelli; case prevalenti in

Roma per armi e per clientele. Esse, con emulazioni prorompenti spesso

in guerra civile e in criminosi attentati, s'insinuavano nel concistoro

e nel conclave: trescavano a voglia anche nel santuario, e prepotevano

nelle cose ecclesiastiche, con tirannide peggiore di quella degli

imperatori del secolo precedente, perchè più immediata, e toglievano al

pontificato e al sacerdozio quella dignità che traggono dal rimanere

superiori alle mondane rivolture.

Dopo un di questi tempestosi conclavi fu eletto pontefice uno, cui la

rigida austerità rendea somigliante ai Fraticelli, Pietro Morone che,

sulla Majella, alto monte presso Sulmona, erasi proposto d'imitare i

solitarj della Tebaide; e che inventò un nuovo Ordine, detto de'

Celestini quando, col nome di Celestino V, egli fu portato papa. Ignaro

delle rinvolture di questa sciagurata prole d'Adamo, Celestino lasciava

deperire il papato fra gl'intrugli de' suoi e le prepotenze degli

avversarj, onde egli stesso abdicò, e gli fu surrogato Bonifazio VIII

(1294). N'ebbero gran dispiacere quelli che della santa debolezza di

Celestino traevano profitto, e non solo dichiararono illegittima

l'abdicazione sua e quindi l'elezione di Bonifazio, ma procurarono indur

Celestino a tornare sul soglio, e alzare tiara contro tiara. Fu dunque

forza circondarlo di cautele e rigori; ed allora eccolo dichiarato

martire, e persecutore questo Bonifazio VIII, già tiranno de' poveri

Fraticelli.

Bonifazio, de' Cajetani d'Anagno, da' suoi studj e dalla sua devozione

avea dedotto un elevato concetto dell'autorità pontifizia e della

santità del ministero. A tacere tante istituzioni che non si rannodano

al nostro tema, ordinò si celebrasse con rito più solenne la festa de'

quattro massimi dottori della Chiesa, Gregorio, Ambrogio, Agostino,

Gerolamo, «perocchè i lucidissimi salutari insegnamenti loro

illustrarono la Chiesa, la decorarono di virtù, l'educarono ne' costumi;

quai splendidi lumi sui candelabri nella Casa di Dio, dissiparono le

tenebre degli errori; la loro faconda favella, ispirata dalla grazia

celeste, schiude gli enimmi della Scrittura, scioglie i nodi, illumina

le oscurità, chiarisce i dubbj; e dai profondi e belli loro sermoni il

vasto edifizio della Chiesa sfavilla di gemme primaverili, e

dell'eleganza delle parole più gloriosa risplende»[147].

Vedendo ormai i re sottrarsi alla supremazia papale, e costituire i

regni indipendenti, e di rimpatto i popoli cercare contro la tirannide

altre garanzie che la tutela pontifizia, Bonifazio procurò da una parte

consolidare il diritto ecclesiastico, pubblicando un sesto libro di

Decretali (1298), e dall'altra rinfervorare la fede e la devozione

mediante l'istituzione del giubileo, che dovesse ogni cento anni

rinnovare l'affratellamento della cristianità alle soglie de' santi

apostoli. I cronisti non rifinano di stupire dell'immensa folla,

accorrente a Roma per quell'indulgenza, tanto che nuove porte dovettero

aprirsi nelle mura: parve miracolo che, fra genti così diverse, nessun

disordine nascesse, e che si potesse provederle di vitto e di ricoveri.

Se i calcolatori meravigliarono al vedere, nella basilica di san Paolo,

cherici che notte e giorno co' rastelli raccoglievano i gittati denari,

bisogna non tacere che ducentomila pellegrini ciascun giorno aveano cibo

dalla providenza del pontefice, il quale pure sfoggiava tutta la pompa

delle cattoliche feste, e invitava Giotto, Oderisi di Gubio ed altri

nuovi pittori ad abbellire la sua basilica di pitture, mentre vi

s'ispiravano Dante e Giovan Villani.

Quanto più la supremazia papale era impugnata, Bonifazio più fortemente

la asseriva, come si può vedere sia in quel VI delle Decretali, sia

nella Bolla con cui riconobbe imperatore di Germania Alberto d'Austria,

sia nell'altra tanto rinfacciatagli _Clericis laicos_ (1296), dove,

lagnandosi che i principi invadessero i beni ecclesiastici, scomunicò

qualunque ecclesiastico pagasse, qualunque laico ne esigesse tributi,

prestito, donativo senza licenza della Santa Sede: dottrina affatto

conforme al diritto canonico, allora generalmente accettato, e più

specialmente al canone 44 del concilio IV Lateranense[148].

Ora Filippo il Bello, volendo dal lato suo attestare la indipendenza

regia, tassava gli ecclesiastici, gl'imprigionava, e dal suo clero fece

dichiarare quelle che poi intitolaronsi libertà gallicane, cioè

l'obbligo di quella chiesa di obbedire interamente al re, senza che il

papa potesse mettervi impedimenti[149].

Bonifazio VIII si oppose, e come protesta pubblicò l'altra famosa Bolla

_Unam sanctam_ (1302), ove pronunzia che la Chiesa, una, santa,

cattolica, apostolica, ha per capo Cristo e il suo vicario in terra; la

potenza spirituale, benchè conferita ad un uomo, pure è divina, e chi ad

essa resiste, resiste a Dio; la potenza temporale è inferiore

all'ecclesiastica, e dee lasciarsi da questa guidare come dall'anima il

corpo, e quando i re trascorrono gravemente, li può ammonire e ravviare;

ogni creatura umana rimane sottoposta al pontefice, nè ottiene salute

chi creda altrimenti. E decretava che imperatori e re dovessero

comparire all'udienza apostolica ogni qualvolta fossero citati, «tale

essendo la volontà di Noi che, Dio permettente, imperiamo a tutto

l'universo».

Era il grido di sbigottimento di un'autorità che civilmente vacillava. E

ne nacque lungo conflitto di cavilli, di villanie, infine di violenze.

Quel re appoggiossi ai baroni romani, a malcontenti, a fuorusciti, e

dicea loro: «Fate me senatore di Roma: io lascerò libera la Chiesa:

terrò il patrimonio di San Pietro, incaricandomi d'esigerne le imposte e

pagarne i pesi, e darò al papa un lauto assegno, qual basti al

rappresentante di Cristo». Indi procedendo mandò un suo cavaliere, il

quale a Bonifazio, ch'e' chiamava Malifazio, intimò un libello,

dichiarandolo falso, intruso, ladrone, nemico di Dio e degli uomini; e,

secondo lo spirito de' tempi, gli rinfacciava un cumulo di eresie,

ricalcate sul materialismo incredulo di Federico II. Quando e' l'ebbe

esposto al disprezzo, Sciarra Colonna concitò la turba a gridargli

morte; lo ingiuriò nella persona, lo schiaffeggiò; — il re di Francia

facea schiaffeggiare lui papa di ottantasei anni, e la plebe sedotta e

gli avvocati seduttori applaudivangli del tenerlo prigione: finchè il

popolo ravveduto lo liberò; e presto pianse sul venerato sepolcro di

esso (1303).

Nè però l'ira de' nemici si spense, e vituperò la memoria di lui, col

quale in fatto cessò il montare della potenza pontifizia; lo schiaffo

datogli segnò il discendere del papato civile; e perchè questo in lui

apparve personeggiato, Bonifazio trovasi più percosso, come avviene

all'ultimo ritegno d'ogni rivoluzione.

Il re di Francia comprese quanto vantaggerebbe di denaro e d'influenza

se rimovesse la santa sede da Roma per trasferirla nel suo paese, come

ai dì nostri divisava Napoleone. Nè ebbe troppa difficoltà a indurre il

nuovo pontefice Clemente V a collocarsi in Francia (1309), e da quel

punto cominciano quelli che gli Italiani qualificarono settantadue anni

di cattività di Babilonia.

Re Filippo era lieto, ma non pago della sua vendetta; insultato in vita

e spinto alla morte Bonifazio, anche dopo la tomba lo voleva disonorare,

piuttosto disonorare la potestà pontifizia, che in lui avea voluta

prostrare. A Clemente, sbigottito dai martirj del predecessore, mise

attorno tale assedio, che l'indusse ad abolir l'Ordine dei Templari, e

lasciargliene carpire le facoltà. Poi volle processasse Bonifazio di

eresia: e fu veramente dato questo scandalo da un papa che non risedeva

più in terra propria; e Clemente 13 settembre 1309 da Avignone

notificava ai presenti e ai futuri, qualmente re Filippo, per zelo di

fede e di pietà e per giovare alla Chiesa, avesselo pregato d'ascoltare

alcuni signori, che asserivano Bonifazio esser morto eretico, e

doversene condannare la memoria: per quanto gli pesasse il credere ciò,

pure, essendo l'eresia il peggiore dei delitti, viepiù detestabile per

la persona che n'era accagionata, nè dovendosi lasciarlo senza esame,

assegnava il tempo a quei testimonj di comparire e deporre.

Se si fosse dichiarato eretico un papa, cioè interrotta la successione

apostolica, Filippo avrebbe assicurato il trionfo della forza sul

pensiero, dei governi sulla Chiesa, talchè ormai i re avrebbero potuto

quel che voleano. Adunque la cristianità indipendente reclamò contro la

scandalosa procedura: eppure in pieno concistoro disputarono accusatori

e difensori, imputando Bonifazio d'essersi mostrato avverso a re Filippo

in tutte le sue costituzioni, e inoltre ateo, e contaminato di tutte le

conseguenze di tale dottrina; in occasione del giubileo avere detto agli

ambasciadori di Lucca, di Firenze, di Bologna non doversi credere

l'immortalità dell'anima, nè la futura distruzione del mondo, nè la

divinità di Cristo. L'enormità stessa delle accuse le palesa false: e

l'avere trovato chi le sosteneva attesta con quali arti le appoggiasse

re Filippo. Il quale, se lasciò per allora mandare l'accusa agli

archivj, ottenne una Bolla ove egli era dichiarato egregio difensore

della Chiesa in quanto aveva operato contro Bonifazio; resigli tutti i

privilegi tolti; ordinato che dai registri papali si cancellassero le

lettere pontificie avverse a lui; a Bonifazio non restò neppure la

pietà, che suole accompagnare le vittime della tirannide.

L'accenno che abbiamo fatto de' Templari, ci mena ad altra qualità di

eretici. Era quello un Ordine cavalleresco e religioso, istituito per

proteggere i pellegrini che visitavano il tempio di Gerusalemme. Vi

entravano i cadetti di grandi famiglie; ed arricchitisi d'eredità e di

commende, si diffusero per tutta Europa. Perduta Terrasanta, mancò il

principale esercizio di loro attività, e abbandonaronsi alle tentazioni

della giovinezza ricca ed oziante. Allora fu detto si costituissero in

società di eresia e di peccato; e poichè secretissime tenevansi le loro

iniziazioni, il vulgo vi suppose qualcosa di straordinariamente

scellerato. Fomentò l'opinione Filippo il Bello, e fingendosi zelatore

del buon costume per mettere gli artigli sulle immense loro ricchezze,

domandò al papa abolisse quell'Ordine. Arrestati a un tratto tutti i

cavalieri, processati colla durezza allora consueta, furono la più parte

messi a morte.

Le variissime accuse a loro apposte si possono ridurre a queste: che

rinnegassero la fede, bestemmiassero Cristo, Maria e i Santi;

calpestassero e deturpassero le croci; nel consacrare tacessero la

formola sacramentale; il maestro assolvesse i peccati, sebbene laico;

adorassero la testa di Bafomet, idolo sopra il quale assai si

fantasticò; e portassero cingoli benedetti dal contatto di esso:

usassero fra loro baci indecenti; peccassero contro natura; tutto

facessero con gran segretezza. Quest'ultimo fatto almeno era vero. È

abbastanza noto quel processo, condotto colla passione e in gran parte

coi modi, che nel secolo scorso fecero abolire un altr'Ordine ancor più

famoso e riviviscente; e duole che Clemente V e il XV concilio

ecumenico, tenuto a Vienna delle Gallie il 1311, vi assentissero.

In Italia si operò con maggiore umanità. Molti tribunali, come a Bologna

e Ravenna[150], li dichiararono incolpevoli. In Toscana aveano numerose

case, ed è vero che il papa nel 1307 scriveva agli arcivescovi di Pisa,

Ravenna ed altri che assumessero informazioni sui Templari, ma non che

s'adunasse per ciò un concilio a Pisa, come asserì il Tronci, dal 20

settembre al 23 ottobre 1308. Il processo contro i Templari di Lombardia

e Toscana fu fatto in Firenze e in Lucca da frà Giovanni arcivescovo di

Pisa, Antonio vescovo di Firenze, Pietro de' Giudici di Roma canonico di

Verona, i quali nel 1312 ne diedero al papa un ragguaglio, che

conservasi nella Vaticana, legalizzato da nodaro e testimonj[151]. Il

papa avea trasmesso cenventiquattro e più articoli, sui quali

esaminarli: e gl'inquisiti erano cinque a Firenze, uno a Lucca. Furono

esaminati senza le torture consuete in Francia, non perchè i tribunali

ecclesiastici non le usassero, che anzi in quel processo parlasi delle

deposizioni di sette altri fratelli di minor conto, le quali non pareano

attendibili, _licet, debito modo servato, eosdem exposuerimus

coactionibus et tormentis_. Inoltre gli accusati non doveano temere,

confessando, di andare al rogo siccome in Francia, atteso che qui li

giudicava un tribunale ecclesiastico, le cui pene erano il pentimento e

la ritrattazione. Ciò cresce credito alla loro deposizione, che giurano

aver fatta _non odio vel amore, parte, pretio vel timore, sed pro

veritate tantum_.

Delle accuse alcune ammettonsi generalmente; altre solo da alcuni, o per

casi e persone speciali, o soltanto come d'udita, o come d'uso di là dal

mare; sopratutto convengono quanto alla gelosissima secretezza dei

capitoli e alla bestemmia miscredente.

Se dunque gli scellerati processi fatti loro in Francia invitano a

crederli innocenti e vittime dell'avidità di Filippo il Bello, la calma

con cui procedette la Chiesa, i processi istituiti regolarmente in

Italia come in altri paesi, nel volger di molti anni, senza violenze,

lasciano supporre che molti de' Templari fossero rei, e che col re di

Francia mal si metta a fascio Clemente V, il quale, col sopprimere

l'ordine _non de jure sed per viam provisionis_, salvò individui

innocenti, e ne sottrasse i beni dalla principesca avidità, applicandoli

alla difesa di Terrasanta.

A ogni modo quest'era un sagrifizio ch'egli faceva alla paura di vedere

la memoria di Bonifazio VIII chiamata a un processo capzioso di che

Filippo era maestro: processo al quale predisponeva l'opinione Dante,

esecrando quel pontefice ben nove volte nella _Divina Commedia_.

Questo nome del grande che ritrae l'austera fisionomia del medioevo, e

irradia i crepuscoli della rinascenza, ci porta a indicare coloro che il

poeta teologo, che il verseggiatore della scolastica vollero noverare

fra gli eretici, fosse per denigrarlo, fosse per trovare precursori ai

Protestanti del secolo XVI. Ed è vero che Dante rimprovera acremente i

pontefici; più d'uno ne relega nel suo Inferno, e nominatamente

Bonifazio VIII, non ancora morto. Quella collera che spesso invade i

grand'uomini allorchè si trovano sconosciuti o perseguitati, ispirò

l'esule ghibellino. E come tale, persuaso che la pace fra i piccoli

potentati non possa assodarsi se non quando tutti obbediscano a un

signore supremo, s'inviperiva contro coloro che reluttavano alla

dominazione dell'imperatore, come Pisa, Pistoja, Genova, la Lombardia;

Bruto e Cassio tormenta nel peggiore fondo dell'inferno con Giuda; in

paradiso vede preparato un trono per l'imperatore Enrico VII; la serva

Italia è ostello di dolore perchè non lascia che Alberto Tedesco

inforchi gli arcioni di essa; e a questo impreca perchè non viene a

vedere la _sua_ Roma che piange.

Col sentimento stesso avventasi contro i papi, benchè allora fossero

sconfitti e raminghi: e Bonifazio VIII che, favorendo Carlo di Valois

(1301), avea cagionato la cacciata dei Bianchi da Firenze, è preso ogni

tratto a bersaglio dall'iracondo fuoruscito.

In libri lodatissimi venne difesa la memoria di questo pontefice contro

le declamazioni del poeta[152]. Il vero è che Dante non combatteva tanto

la Corte romana quanto la democrazia; svelenivasi contro i nuovi tiranni

che aveano abbattuto i vecchi baroni, contro la gente nuova e di

guadagno ch'era prevalsa alla semenza santa delle stirpi conquistatrici;

combatteva insomma pel passato che crollava, sempre nell'intento di

surrogare alla delirante plebe il dominio de' migliori, de' sapienti.

E le sue invettive contro i pontefici, quando non siano da spirito di

partito e di vendetta, sono dettate dal desiderio di vedere la santa

sede così pura e splendida come meritava il posto di Cristo e di san

Pietro; doleasi che tuttodì si mercasse Cristo; che lupi rapaci, in

veste di pastori, si facessero Dio dell'oro e dell'argento; che

coll'abuso delle scomuniche si togliesse or quinci or quindi il pane che

il pio padre non serra a nessuno: che Caorsini e Guaschi s'inebriassero

del sangue di Cristo; benediva san Francesco d'avere ajutato a rimettere

la barca di Pietro sulla retta via[153]; sempre professa «riverenza alle

somme chiavi»: sa che al cielo non si va se non accogliendosi «dove

l'acqua di Tevere s'insala»: crede che Troja ed Enea e Roma fossero

preparazioni del «luogo santo ove siede il successore del maggior

Piero»[154]: e all'insulto che il re di Francia reca a Bonifazio VIII

freme perchè sia «Cristo catturato nel vicario suo, e rinnovellati

l'aceto e il fiele»[155]. Morto Clemente V, dirige una lettera ai

cardinali adunati in Carpentrasso, acciocchè eleggano un papa italiano

che ritorni a quella Roma, di cui perfino i sassi pareangli

venerabili[156].

Ed è comune agli Italiani d'allora questo sentimento d'indignazione

contro i papi che, trasferendosi in Francia, aveano legato la Chiesa

allo sgabello d'un re: note sono le invettive del Petrarca e i gemebondi

viaggi di Caterina da Siena: pare v'alludesse anche il Boccaccio[157]:

Cola di Rienzo non voleva abbattere il papato, anzi restaurarlo, e dal

carcere di Boemia scriveva ad Ernesto di Parbubitz arcivescovo di Praga,

com'egli non si tenesse che investito del potere legittimo dal pastore

supremo; avere assunta la podestà tribunicia per odio alla senatoria

oppressiva del popolo, e per cercare d'abbattere i baroni romani, e

ridur la città santa, ch'è capo del mondo e fondamento della fede

cristiana, in pacifica e sicura stanza dei papi. E Dante volea riforme,

ma capiva sarebbero sterili senza l'unità, sia teocratica, sia

imperiale; e l'uomo e il cittadino sottoponeva a un capo. Riprovava

insomma i pontefici perchè erano o li supponeva traviati; mancando, se

vogliasi, di rispetto, non di fede.

L'opinione di Dante poeta si accorda col suo concetto della monarchia,

da noi altrove indicato, e ch'egli espose in un'opera apposita[158].

Impero e Chiesa pretendevano essere istituzioni divine e necessarie: le

loro supreme funzioni sono accessibili a chiunque, purchè cristiano, nè

il papato, nè l'impero essendo ereditarj; e tutt'e due debbono le loro

cure all'intero mondo.

L'ordine religioso dunque e il politico costituivano due società,

entrambe universali, distinte ma non separate; e Dante, che, nel vedere

quegli incessanti cozzi dei piccoli Stati, era venuto nella persuasione

non potessero aver pace se non ridotti all'unità, cerca accordare i due

ordini per compiere l'opera sociale del cristianesimo: voleva ci fosse

un padrone supremo delle società umane, ma per dirigerle al progresso,

per tirare le conseguenze pratiche dai principj cristiani. L'imperatore,

nel concetto di Dante, doveva avere predominio sopra tutti i re, dunque

anche sopra il re di Roma: mentre allora Bonifazio VIII, e più Giovanni

XXII pretendeano a se medesimi l'autorità imperatoria, massime allorchè

fosse disputata.

Oh come dunque immiseriscono la quistione que' controversisti d'oggi,

che suppongono Dante contendesse al pontefice quel piccolo territorio

ch'è patrimonio suo temporale! Esclama egli contro Costantino, non

perchè lasciasse le Romagne al papa, ma perchè gli trasmettesse la

dignità imperiale, secondo asserivano le favole giuridiche del suo tempo

e le pretensioni guelfe; e più chiaramente nel libro III, capo 10 della

_Monarchia_ riprende esso Costantino d'aver lasciata ai papi la podestà

imperiale, questa non potendosi dividere: col che confuta i Guelfi, i

quali ne arguivano che le dignità non potessero riceversi se non dal

papa. Del resto egli esalta Carlomagno che, quando il dente longobardo

attentò alla Chiesa, la raccolse sotto le sue ale vincendo: e ognun sa

che Carlomagno fu l'assertore della sovranità temporale dei papi: esalta

la contessa Matilde, la più larga donatrice di beni ai papi. Non volea

dunque privarneli esso, bensì che gli adoprassero per Terrasanta e per

l'Italia, anzichè sciuparli con Caorsini e Guaschi, e intanto lasciare

deserto dai papi il giardino dell'impero. Pure per quel suo libro della

_Monarchia_, dove sostiene che l'imperatore non dipende dal papa se non

nelle cose spettanti al Foro interiore, Dante venne tacciato d'eretico,

non solo da qualche inquisitore, ma dal famoso giurista Bartolo[159]; da

cui lo difese sant'Antonino. Altri dappoi vollero farlo credere non solo

seguace, ma corifeo di opinioni ereticali. Duplessis Mornai, detto il

papa de' Calvinisti, ne addusse molte opinioni[160] non conformi al

cattolicismo, ma Coeffetau rispondendogli rifletteva che Dante riprovò

alcuni papi, non la dignità stessa. Il cardinal Bellarmino confutava un

libello, che nel secolo XVI erasi pubblicato da un Protestante col

titolo d'_Avviso piacevole dato alla bella Italia da un nobile giovane

francese_, ove Dante era dipinto come avverso alle istituzioni

cattoliche, o almeno all'autorità dei papi. Il famoso paradossista padre

Hardouin nel 1727 asserì che l'autore della _Divina Commedia_ fosse un

impostore, mascherato seguace di dogmi eterodossi. Il secolo nostro,

destinato a resuscitare tutte le stravaganze dei passati, ripetè quella

bizzarria, prima per bocca d'un erudito, poi di Ugo Foscolo[161] e di

Gabriele Rossetti[162], i quali, rifuggiti in Inghilterra, vollero

ingrazianirsi quegli ospiti, sostenendo che Dante volesse «riordinare

per mezzo di celesti rivelazioni la religione di Cristo e l'Italia», e

così additando un ascendente illustre alla gran negazione. Dietro loro

con multiforme erudizione e logica serrata Eugenio Aroux assunse che

tutte le opere di Dante sono un'esposizione ereticale, ed aspirazioni

rivoluzionarie e socialiste[163].

Il costoro concetto sarebbe che le scuole patarine non fossero mai

spente in Italia, ma vivessero in congreghe secrete, in una specie di

framassoneria, dove tramandavansi arcanamente certe dottrine, tendenti

alla libertà del pensiero e degli atti, a scassinare l'autorità della

Chiesa e de' governi. Il Rossetti gli aveva intitolati _Misteri

dell'amor platonico_.

La Chiesa cristiana era (a dir loro) divisa in due, allora appunto che

più integra ne pareva l'unità: il genio protestante passò di generazione

in generazione fino a coloro che altamente lo proclamarono nel secolo

XVI, quando non fu novità, ma manifestazione delle persuasioni de'

secoli precedenti. Anzi il _Veltro_ di Dante era una profezia, dove fin

le lettere stravolte esprimono il nome di Lutero. Doversi pertanto in

questo senso intendere tutta la poesia nostra, elevata così a

significazione sociale. E poichè non v'ha bizzarria che coll'ingegno non

possa sostenersi, il Rossetti fe un curioso pellegrinaggio traverso alla

letteratura patria con questo intendimento, in cinque volumi d'improba

fatica pretendendo mostrare che i poeti nostri non si perdevano dietro

la vanità di amori, siccome pare dalle loro rime, ma sotto

quell'apparenza celavano la ricerca di verità superne, e la donna che

fingeano vagheggiare non era Beatrice o Laura, ma la libera Chiesa: e

tutto ravvicinò ai riti massonici, che ormai non sono più un mistero

neppure ai profani.

Senza scendere a particolarità, la minima nozione d'estetica fa

repudiare un sistema, ove la poesia non sarebbe più ispirazione, ma

allusione; ove si celebrerebbero persone e vezzi mancanti d'ogni verità.

E ciò a qual fine? La moltitudine, cioè quella per cui si poeteggia, non

poteva intenderne nulla; gli iniziati soli gustavano queste allegorie;

ma a che pro, se già aveano ricevuta la rivelazione dell'arcano? E se

così profondamente coprivano il loro odio contro Roma, perchè poi volta

a volta lo rivelavano con aperte invettive? Sta bene che Dante chiami i

sani intelletti a mirar la dottrina che asconde sotto il velame de' suoi

versi; ma perchè dare fumo di queste allusioni se doveano restare

arcane? E se non osava proclamare il vero, come vantavasi poi d'avere

voce che «percoteva le più alte cime», e d'essere «non timido amico del

vero», e di sperare per ciò di conservare fama presso coloro che il

tempo suo chiamerebbero antico? Non meriterebbe invece di stare o coi

pigri «a Dio spiacenti ed ai nemici sui»[164] o cogli ipocriti che

stanno «nella Chiesa coi santi, ed in taverna coi ghiottoni?»[165].

Il signor Aroux ampliò il tema, supponendo di quell'eresia intaccata

tutta la cavalleria d'allora, e specialmente coloro che sopravvissero

dei Templari, i quali, attraverso ai secoli, giunsero ad istituire ai dì

nostri una nuova categoria di franchimuratori. Dalle fonti più varie

l'Aroux trae argomenti per sostenere che Dante volesse mostrare la

supremazia papale essere il regno visibile di Satana, in quella che è

_commedia del cattolicismo_. Per esempio, quando Dante dice che si dee,

per salvarsi, seguire il _pastore della Chiesa_, intendeva il capo di

quell'arcana religione, di cui era non solo adepto, ma apostolo[166].

Era cioè dell'Ordine dei Templari, e volea vendicare sui papi la

crociata contro gli Albigesi e la distruzione del Tempio. Ove si noti

che i Templari aveano ricevuto la regola loro da san Bernardo[167], e

Dante li nomina o accenna allora soltanto quando bestemmia Filippo il

Bello d'avere cacciato le mani avide nel Tempio senza decreto[168].

La parola _amore_ è la chiave di tutti que' misteri: Francesca non è più

l'amante di Paolo, bensì la chiesa protestante di Rimini, uno de'

focolaj dell'eresia. Il poeta, vinto da pietà per le dame antiche e i

cavalieri, i quali eransi dipartiti dalla vita ghibellina per inclinare

al cattolicismo, vede Paolo e Francesca, fedeli d'amore, leggeri al

vento per la facilità nel cambiare al vento guelfo, che li spinse a

seguire la Semiramide pontificia: il _re dell'universo_ è Alberto

tedesco, che, _se fosse amico_, darebbe _pace_ a Dante; il qual Dante si

fa _tristo e pio_, cioè ipocrita di papismo, per non esporsi ai

_martirj_ de' due amanti; il _disiato riso_ di Francesca — intelligenza,

baciata da Paolo — volontà, non significa che l'avidità con cui

l'iniziato raccoglie la dottrina dalla bocca della filosofia

razionale.....

Il sistema del signore Aroux non trovò assenso negli studiosi; in Italia

poi egli si lagna che nessuno vi avesse fatto mente, eccettuato me, che

gli diressi a stampa una lettera, dov'egli riconosce non solo

un'amichevole cortesia nella contraddizione, ma qualche argomento cui

non valeva a ribattere. E a chiunque abbia senso del bello domandiamo se

sia possibile mai formare un poema, e così sublime, ove dovesse sempre

intendersi diverso da quel che si legge. Dante scrive _donare_, e deve

leggersi _dona re_; le verità più austere sulla Trinità, le confessioni

più esplicite dell'autorità del papa, _vere clariger regni cœlorum_, che

_secundum revelata, humanum genus perducit ad vitam æternam_; le lodi a

san Bernardo, a san Domenico, sono finzioni e ironie: i commenti fatti

nel _Convivio_ alle canzoni vanno applicati alla _Divina Commedia_; la

distinzione de' linguaggi nel _Vulgare Eloquio_ esprime distinzione di

partiti e credenze, e con queste chiavi Dante commentò se stesso in

modo, che i Guelfi intendessero una cosa, i Ghibellini l'opposta. E

tutto ciò nel poeta che vantavasi.

Io mi son un che, quando

Amore spira, noto, ed in quel modo

Ch'ei detta dentro, vo significando.

Certamente l'Alighieri serba quella scienza moderata che non presume

spiegare tutto; non dubita della teologia, come neppure della filosofia;

crede alla forza del sillogismo, agli artifizj della scolastica per

raggiungere la verità; ammira la sapienza di Dio e la provvidenza,

anzichè abbandonarsi alla scienza stanca e disillusa che, non credendo

più nulla, a nulla conduce. Rimproverato ai Cristiani di non acquetarsi

alle ragioni, giacchè, se avessero potuto sapere tutto, non era mestieri

della rivelazione[169], fa la più esplicita professione di fede davanti

a san Pietro prima d'entrare nell'empireo[170], e sa che per giungere

alla salute ci vuol di credere al vecchio e al nuovo Testamento, e

all'interpretazione che ne dà la Chiesa[171].

V'è di più: egli riprova esplicitamente l'eresia: a «quei che presumono

contro la nostra fede parlare», grida: «Maledetti siate voi, e la vostra

presunzione e chi a voi crede»[172]: inneggia san Domenico «che negli

sterpi eretici percosse»: nell'inferno vede le arche infocate piene di

eretici. Forse erano gente che, in opposto della vita penitente e

ascetica d'allora, cercavano i godimenti e l'oblio: ed erano intitolati

Epicurei. La loro sètta era molto diffusa in Firenze nel 1115 e 1117,

sotto i quali anni Ricordano Malaspini e Giovan Villani attribuiscono i

ricorrenti incendj a giudizio di Dio contro la serpeggiante eresia: e il

Villani dice altrove che i Patarini erano «epicurei per vizio di

lussuria e di gola, che con armata mano difendevano l'eresia contro i

buoni e cattolici cristiani».

Dante colloca Federico II nell'inferno tra gli eretici con _più di

mille_, e tra essi Farinata sommo cittadino e Cavalcante Cavalcanti gran

dotto, e padre del suo amicissimo[173]. Del primo, il commentatore

Benvenuto da Imola riferisce che credeva il paradiso non doversi cercare

se non in questo mondo; l'altro asseriva che uomini e bestie finiscono

al modo eguale (_unus est interitus hominis et jumentorum_), e anche il

Boccaccio ce lo dipinge che «alcuna volta speculando molto astratto

dagli uomini diveniva; e si diceva tra la gente vulgare, che queste sue

speculazioni erano solo in cercare se trovarsi potesse che Iddio non

fosse».

Al tempo di Dante erasi così lontani dal supporlo eretico, che

l'intitolavano _Theologus Dantes, nullius dogmatis expers_: dopochè morì

avvolto nel sajo di san Francesco, non che un legato pontifizio avesse

_intenzione_ di disperderne le ossa, queste riposarono benedette in

chiesa, dove un legato pontifizio gli eresse un mausoleo, più benigno a

lui che non la patria: subito si istituirono cattedre per ispiegarlo, e

spesso in chiesa: ed era spiegato al concilio di Costanza, e frà

Giovanni da Serravalle, minorita, a istanza de' prelati ivi raccolti, lo

tradusse in prosa latina con commenti: nelle Logge Vaticane fu dipinto

tra i padri della Chiesa; la sua effigie pendette a Firenze in Santa

Maria del Fiore, come ai dì nostri vi fu messo sulla facciata di Santa

Croce. Quando nel 1865 la radunata Italia volle celebrare il VI

centenario della nascita di esso, l'iracondia da cui è ossessa la

rivoluzione nostra volle palesarsi col celebrare l'inimicizia di Dante

pei papi e per la religione. Ma mentre il vulgo ufficiale e

scribacchiante diguazzava tra quel fango, i meglio pensatori e scrittori

d'Italia s'elevarono a rivendicare il vero, e a presentare in Dante il

poeta iracondo, accannito contro Bonifazio VIII personale nemico della

sua fazione, indignato contro gli abusi della Corte pontifizia, allora

oppressa dalla demagogia e dai re, ma pur sempre riverente alle somme

chiavi, e attaccato a quella fede, che in Roma ha il centro e

gl'interpreti legittimi.

In relazione a quanto sponemmo nel capitolo precedente, noteremo come

l'inclinazione al misticismo fosse comune a Dante e a' suoi amici,

malgrado lo studio della filosofia e delle scienze naturali e della

politica: Dante sta a meditare sul sasso rimpetto a Santa Riparata:

Cavalcante fra gli avelli di Santa Maria Novella cerca se si trovasse

modo di negare Dio. Per Dante la filosofia era una scienza che vede

tutto in Dio, tutto da lui deriva e a lui riferisce; indaga il volere e

la parola di Dio; nella natura egli vede simboli del soprannaturale:

sotto tale aspetto guardò Beatrice «vestita di gentilezza, d'amore e di

fede»[174], col che seguiva l'andazzo del suo tempo, l'educazione

ricevuta, la complessiva tendenza della mente e dell'animo. Giovane,

pensa farsi frate, e muore con la cocolla di frate: al par de'

Fraticelli rimprovera i papi che si danno al lusso e alle cure mondane.

E già nella _Vita Nuova_ vedesi la trasformazione di Beatrice in

simbolo, finchè nella _Commedia_ quest'amor suo è convertito in

desiderio beatifico della somma verità che lo conduce a Dio, attraverso

la contemplazione de' tormenti e dell'espiazione.

Avversissimo a Dante si mostrò Cecco Stabili di Ascoli, che fu astrologo

di Firenze, e compose un poema intitolato _L'Acerba_, volendo indicare

un acervo o mucchio di cognizioni umane varie; poema filosofico nè bello

di poesia, nè ricco di dottrina, ove in cinque rubriche o libri, parlato

della scienza, nel sesto parla della rivelazione. La scienza ha secondo

i tempi, ma ripetutamente batte Averroè e la sua scuola: nella

rivelazione accetta affatto quel che la Chiesa, se non che qui pure

mescola ciò che predomina nelle altre parti, la magia e l'astrologia;

chiama «cieca gente e storpi intelletti» quelli che non conoscono il

linguaggio de' corpi celesti, nè sanno indovinare il futuro, che

sprezzavano l'astrologia, parlando «secondo il tempo antico»; credeva a

un genio familiare, detto Florone, a' cui responsi sostenea doversi aver

fede, sebbene talvolta inganni cogli oracoli suoi, come quando a re

Manfredi rispose, _Vincerai non morrai_.

Le quali e ben più estese follie espone a lungo non solo, ma pretende

persuaderle altrui; e lo fece a Bologna commentando la _Sfera_ del

Sacrobosco, e a Firenze mediante l'_Acerba_. Nel proemio all'esposizione

del Sacrobosco dice che «molti si promettono giudicare della vita e

della morte, e delle cose future mediante arti magiche, le quali sono da

santa Madre Chiesa riprovate vituperevolmente (_vituperabiliter

improbata_): e alle cinque scienze magiche, mantica, matematica,

sortilegio, prestigio, maleficio prevale l'astronomia, cioè la

rivelazione delle intelligenze mediante il cielo, al quale son note

tutte le cose». Dalla magia anzi deduce pruove della divinità di Cristo,

scrivendo: «Che Cristo fosse veramente figliuol di Dio ci è manifestato

da molte cose, e primamente per i tre magi, i quali furono i maggiori

astrologi che avesse il mondo, e seppero tutti i segni della natura».

Ciò nel trattato della Sfera, dove pone ancora generarsi ne' cieli

alcuni spiriti maligni, i quali, sotto l'influenza di certe

costellazioni, valevano ad operar cose meravigliose: sotto una di tali

costellazioni esser nato Cristo, perciò rimasto povero; mentre sotto

un'altra verrebbe l'anticristo, la quale lo farebbe ricco. E tutta

l'esposizione, come tutta l'_Acerba_, è un esaltamento delle varie guise

di magia.

Eppure Guglielmo Libri, grand'encomiatore di chiunque fu censurato dalla

Chiesa e viceversa, osa vantar quel poema come _una vera enciclopedia_,

e che «l'autore fu uomo dotto non solo, ma di elevati sensi, e sarebbe

omai tempo che gl'Italiani cominciassero a venerar la sua memoria,

vittima non della sola inquisizione»[175]. Eppure basta scorrer l'opera

di Cecco per convincersi come a torto e' gli dia merito di molte verità,

le quali esso o accenna confusamente o confuta. Tra quest'ultime è, che

la terra sia sostenuta da due forze, una che la tira, una che la

respinge, e che noi ora chiamiamo centripeta e centrifuga; ma Cecco

riprova altamente alcuni ascolitani e fiorentini che ciò sostenevano, e

che probabilmente erano Guido Cavalcanti e Dino del Garbo famoso medico,

i quali esso bersaglia. E se veramente Cecco fu medico, il merito

principale di quest'arte riponeva nel conoscere, per via delle stelle,

quali infermità sieno mortali, e quali no: altro motivo per cui esso

Dino gli si palesò avversissimo.

E contro Dante si svelenisce più volte Cecco, asserendo che andò

all'inferno e più non risalì, anzi _rimase nel basso centro, ove il

condusse la sua fede poca_; e confutandone le dottrine più rette intorno

al libero arbitrio dell'uomo, e accusandolo d'aver amato con desio una

donna, e lodato le virtù di un sesso, del quale egli non rifina di dir

ogni male, non eccettuando nessuna. Di rimpatto, esso pretende innovar

lo scibile, e per esso la vita umana nell'attuazione intellettuale,

morale, religiosa, professando il materialismo e il comunismo;

l'astrologia, le scienze occulte, con mille superstizioni e

fanciullaggini; insegnando, anzi esortando agli incantesimi; inveendo

contro chi non gli ammette[176].

Le magie e i sortilegi non erano spettanza dell'Inquisizione, siccome

leggemmo nella _Maestrazza_, se già manifestamente non tenessero alcuna

resia[177].

Tale appunto era il caso di Cecco. Giovanni Villani narra[178] che, nel

trattato sopra la Sfera, avea messo che per incantamenti sotto certe

costellazioni possono costringersi gli spiriti maligni a far cose

meravigliose; che l'influenze delle stelle portano necessità, ed altre

cose contro la fede. L'inquisitore lo riprovò, e gli fe giurare di non

adoprar più questo libro, ma esso l'usò di nuovo a Firenze, onde fu

preso dal cancelliere del duca d'Atene, allora dominante.

E un libretto contemporaneo, conservato in più biblioteche,

particolareggia come frà Lamberto da Cingoli, inquisitore in Bologna, a'

16 dicembre 1324 lo condannò perchè avesse scompostamente parlato della

fede, e obbligatolo a una confessione generale e a certe penitenze, gli

tolse tutti i suoi libri d'astrologia, e gli proibì di più leggere

questa scienza, e privollo dell'onor del dottorato e di qualunque

magistrato. Quel processo fu mandato a frate Acursio fiorentino de'

Minori Osservanti, a 17 luglio 1327, il quale citatolo, lo pronunciò

eretico, e lo rimise al braccio secolare, onde il dì medesimo fu fatto

bruciare. Della sentenza ecco le parti principali:

Precedente la fama pubblica sparsa da molte persone degne di fede,

ci venne all'orecchio che maestro Cecco, figliuolo

dell'illustrissimo Simone Stabili da Ascoli, andava spargendo per

la città di Firenze molte eresie; e quello ch'è cosa più brutta,

dava a leggere per le scuole pubbliche un certo suo eretico

libretto, fatto da lui sopra la sfera celeste, contro al

giuramento altre volte da lui dato. Facemmo alla presenza nostra

venire il detto Cecco: e nella esamina, ricevendo prima il

giuramento di dire la verità, senz'altra strettezza o forza, ma di

sua libera e spontanea volontà, disse e confessò:

1º Come, essendo già stato citato e richiesto da frate Lamberto di

Cingula, inquisitore nella provincia della Lombardia, confessò

com'egli aveva insegnato per le scuole, che l'uomo poteva nascere

sotto tale costellazione, che necessariamente sarebbe o ricco o

povero, e simile: se Dio già non mutasse l'ordine di natura. 2º

Che aveva con giuramento promesso al detto frate Lamberto di

lasciare ogni eresia e credenza, e ogni favore degli eretici,

massime degli astrologi, e osservare la fede cattolica, e che

ricevette la penitenza. E che, dopo dato il giuramento e fatto la

penitenza, poi che venne a Firenze gli fu domandato se, per

scienza astrologica, si potea sapere la fortuna o disgrazia di un

esercito o di un principe, e rispose che sì: perchè una cosa che è

possibile, disse, si può comprendere per mezzo di una scienza. E

confessò aver consigliato i signori non esser bene per ora

combattere coi nostri soldati contro il Bavaro; ma che se li

concedesse il passo, infino a tanto che, con vera scienza di

astrologia si potesse pigliare il tempo e il giorno atto alla

guerra. E disse credere che le predette cose si possono sapere per

scienza di astrologia, e che non crede esser questo contro la

fede. 3º Asserì che aveva fatto più profitto nell'astrologia, che

alcun altro, da Tolomeo in qua. 4º Confessò, che, domandato da un

Fiorentino che gli dichiarasse il libro dell'Alcabizzo, che tratta

de' segni e cognizione de' segni, della natività degli uomini, e

dello eleggere i tempi del comprare, del vendere, e degli altri

atti ed esercizj umani, gli disse che aveva fatto un comento sopra

detto libro, e che perciò procurasse di averlo. 5º Disse aver

composto un libro sopra la sfera. Ora, le cose che si contengono

in detto libro, non viste per detto inquisitore, sono contrarie

alla natura e nimiche alla verità cattolica. Che cosa più eretica,

e più a Dio e agli uomini infesta che dire, per la necessità de'

corpi superiori e virtù delle costellazioni, come dice un tal

libro, Gesù Cristo nascesse povero? Che Anticristo abbia a nascere

da una vergine, e che abbia a venire duemila anni dopo Gesù

Cristo, in forma di soldato valente, accompagnato da nobili, e non

come poltrone accompagnato da poltroni? Qual maggiore eretica

falsità che il porre l'ora, il luogo, la qualità della morte, le

quali cose sono al tutto incognite al genere umano? E nelle azioni

umane, col giudicare secondo la disposizione e operazione de'

corpi celesti si toglie al tutto il libero arbitrio, e per

conseguenza il merito e il demerito. E benchè egli al presente

preponesse la divina potenza e il libero arbitrio, nondimeno è

stato convinto per testimonj che hanno deposto contro di lui. E

quando si avesse a oprare con tale supposizione, che cosa si

potrebbe fare col libero arbitrio? Nè vengono scusati tali errori

dicendo, che queste cose non procedono di necessità, dicendo. La

scienza dimostra quello che tu pensi, che porti chiuso in mano.

Perchè così in fatto suppone, e con le parole nega. Nè scusato

debb'essere dicendo che crede non essere contro la fede pigliare

il tempo, eleggere guerra, e simile; che sarebbe una ignoranza

molto grossa, anzi un'opinione eretica. Il dire ancora i suoi

scritti essere stati corretti per il detto inquisitore di Bologna,

questo non è vero nè verosimile, anzi contrario, come apparisce

per le proprie lettere dello stesso inquisitore. E posto che

fussino corretti, egli se n'è servito ne' casi dove sono i

maggiori errori. Nè debbe scusare che in fine delli detti scritti

esprime che, se in quelli fossero alcune cose non ben dette, di

rimettersi alla cognizione della santa Madre Chiesa; perchè in

quella si sono trovate espresse eresie, scritte dopo aver giurato;

e basta che una sola volta abbia ingannato la Chiesa; perchè

questa protestazione è indirettamente contraria al fatto stesso, e

l'aggrava maggiormente. E siccome non possiamo nè dobbiamo passare

tali e tante cose fatte per lo detto maestro delli errori, in

dispregio dell'Eterna Maestà e per lesione della fede cristiana,

considerata la sentenza data per frate Lamberto contro di lui, e

il giuramento ch'esso fece, e la penitenza che ricevè, della quale

non si curando, dice non si ricordare; e viste le altre cose che

dal medesimo inquisitore abbiamo ricevuto, e udito i testimonj e

le sue confessioni, e datoli il termine per finirle, e scusarsi; e

poichè nè fece alcuna scusa, nè fare procurò, e, nel giorno che

seguiva detto termine, quelle raffermò di sua spontanea volontà, e

disse di nuovo essere vere; conferita la cosa con prelati, e molte

altre persone e dottori di legge, e consigliandoci doversi

procedere alla sentenza, come cascato nella pena dell'inosservanza

del giuramento dato di non attendere più all'eresia, e avuto sopra

le predette cose nuovo parlamento con più e diverse persone,

religiosi teologi, e con altri tanto chierici che laici,

pronunziamo il detto maestro Cecco, eretico costituito in nostra

presenza, essere cascato nell'eresia, nella quale con giuramento

aveva già promesso di non cascare, e pertanto doversi dare e

concedere al giudizio secolare. E così lo concediamo al nobile

milite messer Jacopo di Brescia, con onore ducale vicario

fiorentino, presente e accettante dell'ill.mo Cecco, per punirlo

con la debita pena. E ancora il libro composto sopra la sfera,

pieno di eresie e d'inganni; e un altro libro in volgare nominato

l'_Acerba_ (dal qual nome ne segue, che non contiene in sè

maturità alcuna, presupponendovi che molte cose che appartengono

alla virtù e ai costumi nascono dalle stelle, e a quelle ritornano

come a loro cause) e riprovando tutti i suoi ammaestramenti, senza

dottrina composti, e dannando diversi, ordiniamo di abbruciare con

detto Cecco. E così ordiniamo e comandiamo.

La condanna di Cecco non fu dunque per magia e astrologia: del che

troppe persone erano macchiate allora, eppur teneansi a servizio da

Comuni, da principi, da prelati. Bensì per eresie, e per esservi

ricaduto dopo la promessa. E per verità, studiando l'opera di Cecco,

vedesi ch'egli mirava a un innovamento della scienza, e per mezzo di

questa, a un innovamento della vita nell'intelletto, nella morale, nella

religione, e a ciò adoprava l'insegnamento, la conversazione, i libri.

La scienza sua nuova consisteva nella necessità universale e

nell'antivedere; le intelligenze erano le cagioni; loro organi le

stelle; ogni cosa sotto la luna aver effetti necessarj; tutto esser

fatato. L'uomo però, mediante la scienza, può costringere le

intelligenze a palesargli il futuro. Perchè questa nuova scienza

prevalesse, bisognava aver distrutta la verità razionale e la rivelata;

e Cecco lo faceva con una fermezza, che non si smentì neppur davanti al

rogo.

Insomma egli rappresenta la scienza naturale, contro la scienza

cristiana di Dante: e potrebbe anch'essere che i Fiorentini, i quali

vivo aveano cacciato Dante, morto il volessero vendicare perseguitando

Cecco suo detrattore: il che viepiù ci si rende probabile vedendo

principale avversario di lui Dino del Garbo. Anche l'Orgagna, nel

Camposanto di Pisa, lo dipinse nell'inferno. Pure il suo poema nel

principio del cinquecento fu ristampato ben diciannove volte; e il

gesuita Appiani ne fece un'insulsa difesa, pretendendo fosse

d'inappuntabile dottrina. Speriamo non si qualifichi egualmente quella

che noi stendemmo del poeta teologo d'Italia, contro o uno zelo

intemperante, o un'arguta miscredenza.

Gli eretici d'Italia, vol. I · 第 27 / 82 题