Già striscia il popol tuo scarno e fremente

E strappa bestemmiando ad altri i panni,

Mentre gli strappa i suoi man piú potente.

Ma verrà giorno, e gallico lo affretta

Sublime esempio, ch'ei de' suoi tiranni

Farà col loro scettro alta vendetta.

E io credo si debba riportare e riallogare in questo primo periodo

il sonetto che incomincia _Quando la terra è d'ombre ricoverta_, dal

quale, come ben parve al Chiarini, il Foscolo poeta poi da vero rifece

nel 1800 il bellissimo _Cosí gl'interi giorni_ ecc.

* * * * *

--_Laura, canti in terzine e in isciolti_--è nell'indice del '96

la intitolazione generale d'una serie di poesie, d'argomento, come

chi dicesse intimo o soggettivo, meditazioni o elegie: in terzine

_L'aurora_, _La notte_, _Le rimembranze_, _Le ore_: in isciolti, _Il

tempietto_, _Amore_, _I deliri_. Non rimangono che _Le rimembranze_,

alle quali si può accompagnare la elegia pure in terza rima per morte

di Amaritte, pubblicata in una raccolta del '96: da questa apprendiamo

che il poeta piangeva da un anno la mortagli amica, giovinetta bionda

con occhi azzurri. Il piú volte citato indice fra altre prose registra

_Lettere ad una fanciulla_, e anche _Laura--lettere_; nell'Ortis è

la storia di Lauretta; e forse in quell'amore e in quel dolore di

adolescente convien ricercare il primo elemento del romanzo, del

quale, ricordiamolo, la scena per la prima parte è posta nei colli

euganei. Il Chiarini ne ha indovinato, parmi, qualcosa (pag. XXX della

prefazione); egli, spero, non intralascerà gli studi sul Foscolo, e

vorrà procurare un'edizione critica dell'Ortis con raffronti e richiami

alla edizione bolognese lasciata a mezzo e poi rifiutata: allora vedrà

se in quel romanzo, come a me pare, si possa distinguere o scernere

due o tre elementi diversi, due o tre diversi momenti di concezione e

di elaborazione. Torniamo ai canti elegiaci. Di quelli in isciolti già

enumerati nell'indice non se ne sa nulla; ma resta inedito uno composto

del '95 in morte del padre, e fu stampato nel '97 un canto _al sole_.

In tutte coteste o meditazioni o elegie o poesie intime, sciolte e

rimate, che sopravanzano, spasseggia assai vistosamente la gufaggine

sepolcrale di Young.

Nell'elegia per Amaritte:

Triste è cosí de'morti la campagna

Allor che Young fra l'ombre della notte

Sul fato di Narcisa egro si lagna;

E al suon di sue querele alte interrotte

Silenzio oscurità s'alzan turbati

Dal ferreo sonno di lor ampie grotte.

E nelle Rimembranze:

Era l'istante che su squallid'urne

Scapigliata la misera Eloisa

Invocava le afflitte ombre notturne,

E sul libro del duolo n'stava incisa

Eternitade e morte a lamentarsi

Veniva Young sul corpo di Narcisa.

Peggio negli sciolti al sole:

Dal fondo

D'una caverna i fremiti e la guerra

Degli elementi udii. Morte su l'antro

Mi s'affacciò gigante; ed io la vidi

Ritta: crollò la testa e di natura

L'esterminio additommi.

Truffaldinata che ha l'antecedente nell'_Entusiasmo malinconico_ del

Monti. Nelle _Ricordanze_, fra ripetizioni e ripercussioni dantesche e

versi di taglio alfieriano, c'è anche qualche tratto di quel misticismo

sensuale di origini miste anglo-tedesche, che riscalducciò poi per

tanti anni il romanticismo inferiore.

E mi stringea le man:--tutto fuggío

Della notte l'orrore, e radïante

Io vidi in cielo a contemplarci Iddio.

E petto unito a petto palpitante,

E sospiro a sospir, e viso a viso,

La bocca le baciai tutto tremante.

E quant'io vidi allor sembrommi un riso

Dell'universo, e le candide porte

Disserrarsi vid'io del paradiso.

Deh! a che non venne, e l'invocai, la morte?

Ma negli sciolti _al sole_ si annunzia qua e là il Foscolo futuro. La

derivazione e anche un po' la intonazione è dall'apostrofe alla luna

nella Dartula ossianesca; se non che il sentimento vero del poeta ben

presto penetra l'imitazione e la trasforma.

Te, o Sol, riprega la natura, e il tuo

Di pianto asciugator raggio saluta,

E tu la accendi; e si rallegra e nuovi

Promette frutti e fior. Tutto si cangia,

Tutto père quaggiú! ma tu giammai,

Eterna lampa, non ti cangi? mai?

Pur verrà dí che nell'antiquo vòto

Cadrai del nulla, allor che Dio suo sguardo

Ritirerà da te: non piú le nubi

Corteggeranno a sera i tuoi cadenti

Raggi nell'Oceàno; e non piú l'Alba,

Cinta di un raggio tuo, verrà sull'orto

Ad annunziar che sorgi. Intanto godi

Di tua carriera. Oimè! ch'io sol non godo

De' miei giovani giorni; io sol rimiro

Gloria e piacere, ma lugúbri e muti

Sono per me, che dolorosa ho l'alma.

Quel _corteggiar delle nubi_ lo riprese poi in uno de' sonetti piú

veramente belli,

O sera! E quando ti corteggian liete

Le nubi estive e i zefiri sereni:

ed è delle non poche novità da lui portate nella lingua poetica.

* * * * *

Prima de' diciannove anni il Foscolo faceva e volea fare pur troppo

anche de' poemi e delle cantiche; uno per esempio, che descrivesse _la

storia del cristianesimo_ nientedimeno che _dal principio alla fine

del mondo_; e il _Genio_, in tre canti di versi sciolti (Canto primo,

Il Genio universale: Canto secondo, Il Genio nelle scienze: Canto

terzo, Il Genio nelle arti); e _Il Piacere_, canti tre in terza rima; e

súbito dopo _Il Robespierre_, o, come scriveva egli, _Il Roberspiere_,

canti tre pure in terza rima. Per fortuna, di cotesti poemi non ci

resta nulla; se non l'occasione a notare come di simili trattazioni

didascaliche e filosofiche l'esempio venisse dalla poesia inglese

d'allora e avesse anche sedotto in età piú matura e già padrone dello

stile quell'altro greco ingegno di Andrea Chénier: le cantiche poi

dovevano essere d'ispirazione montiana. Lo fan supporre due poemetti

che, fuori dei registrati nell'indice, furono stampati: _La Croce_,

canto in terza rima pubblicato del '96 per monaca, e _La Giustizia e la

Pietà_, canti due in versi sciolti con un coro rimato, pubblicati del

'97 per S. E. Angelo Memmo che lasciava la reggenza di Chioggia.

_La Croce_ mostra anche montiano del tutto l'impasto dello stile e

l'andare della verseggiatura: ci sono terzine ormate evidentemente su

altre del _Pellegrino apostolico_, qualcheduna non però senza grazia:

Tremante allor, con luci timorose,

Si strinse alla sua duce la donzella

E nel suo petto il volto si nascose.

Poi l'alzava qual dopo la procella

Pian pian tragge dal nido il capo, e guata,

L'impaurita ingenua colombella.

Nei canti pe 'l Memmo è notevole, almeno come ricordo del luogo natale,

la lode dell'aver represso il brigantaggio in Zante:

. . . . . Di trofei recinto

Te Corcira adorò; d'Itaca i solchi

Al tuo apparire germinàro, offrendo

A te raro tributo; e Cefalene

Ancor ne serba la memoria dolce.

Ma Pietà tacque, e tonasti vendetta,

Decretata già in ciel: quando alle ricche

Zacintie spiagge tu lanciasti un guardo,

Tremàro. Ahi come abbandonate e sole

Stavan sui freddi talami le meste

Consorti cinte dai piangenti figli!

Ahi come il sangue uman sparso dall'uomo

Scorreva a rivi! Ahi come in man del ladro

Era la lance di giustizia, e come

Tutto era notte, tempesta, spavento!

Ma tu sorgesti, e il lutto sparve ancora.

Al Memmio nome l'omicida infame

Getta il pugnale, ed all'aratro torna,

Onde sien carchi di Britannia i pini

Del dolce frutto di Zacinto onore.

Ma fra altre lodi molte c'è uno sfiatatoio allo spirito democratico:

Pèra colui che il popolar talento

Deluse primo e calpestò la plebe

Schiava, già donna di sé stessa e d'altri.

Chiudo la serie delle citazioni con due terzine del _Robespierre_, che

il Foscolo stesso mandava come saggio, in una lettera del '96, al Costa:

Tal del Giordan sul margo un dí solía

Pianger l'arsa Sionne e il tempio infranto

L'ispirato dall'alto, Geremia.

E ad ogni verso del funereo canto

Contemplava le meste onde scorrenti

Tacito, immoto, con le luci in pianto.

Non sono gran che, ma pure il pensiero ricorre ai versi dei _Sepolcri_

che rappresentano l'Alfieri, e alla figura dell'Alceo nell'inno alla

nave delle muse.

Finalmente il 4 gennaio del 1797 fu nel Sant'Angelo recitato, e per

nove sere ripetuto con _irruzione che formar potrebbe epoca_ (cosí si

scriveva allora l'italiano in Venezia), il _Tieste_. E il diciottenne

tragedo aveva anche in pronto un Edipo, _recitabile_ (attesta egli

nell'indice), _ma da non istamparsi_; e meditava _Focione_ e i

_Gracchi_.

Del _Tieste_ né si può né si deve discorrere qui. E già troppo ci siamo

indugiati intorno a poveri versi immaturi d'un poeta insigne. La colpa

è del Chiarini, che, avendoli al fine tutti raccolti e industriosamente

illustrati, ci ha alléttato a ricercarli con qualche curiosità, non per

rifiutare e né meno per correggere il giusto giudizio datone da lui,

sí, ripetiamo, per trovarci indizi dei sentimenti del tempo e trarne

induzioni e divinazioni sul poeta futuro. Ma i veneziani coetanei di

Carlo Gozzi del Baffo e del Gratarol riguardavano allora non senza

stupore quello strano giovinetto greco di pelo rosso, che recitava

Dante con rauca voce sepolcrale e componeva de'poemi su Robespierre e

delle tragedie su Tieste. Un Eduardo Samueli gli diceva:

Quand'io ti vidi rabbuffati i crini

Con rauca voce e fiammeggianti sguardi

Cantar in suon feroce i sacri ond'ardi

Del tuo padre Alighier carmi divini;

e, accennato alla cantica e alla tragedia, conchiudeva:

Cingi, o Italia, gridai, le fulve chiome

Del non tuo figlio del natío tuo serto,

E ne scolpisci ne' tuoi fasti il nome.

E un Ferdinando Vaini,

Su l'addensata notte

De' secoli fra rotte

Ombre, lucente, altero,

Quasi cometa pe 'l nemboso piano,

O poeta, tuo nome

Galleggiar veggo con l'ignite chiome.

Mario Pieri, nelle sue memorie, descrive il Foscolo del '97 cosí:

«Io aveva già udito far menzione anche in Corfú d'un giovane mezzo

veneziano e mezzo zacintio, cioè nato al Zante di padre veneto e di

madre greca, che già levava grido in Venezia pe 'l suo talento poetico.

Egli contava a un di presso i miei anni e forse qualcuno di piú. Tenea

fermo soggiorno in Venezia, ed abitava con la sua madre vedova, e parmi

anche col fratello e con una sorella, in campo delle Gatte, contrada

delle piú sudice di quella magnifica città, in una casa, per dir meglio

catapecchia, sí miserabile, che nelle finestre non aveva vetri, ma

bensí le impannate. Quel giovane per altro, ben lontano dal lasciarsi

avvilire a quella intollerabile povertà, scherzava, potrebbesi dire,

con essa, e sfidavala, e quasi se ne compiacea, superbo del proprio

talento, e consolato dalla speranza di gloria che i suoi studi gli

promettevano. Rossi capelli e ricciuti, ampia fronte, occhi piccoli

e affossati ma scintillanti, brutte ed irregolari fattezze, color

pallido, fisionomia piú di scimmia che d'uomo: curvo alquanto, comecché

bene aitante della persona: andatura sollecita, parlare scilinguato ma

pieno di fuoco: mettea meraviglia il vederlo aggirarsi per le vie e pei

caffè, vestito di un logoro e rattoppato soprabito verde, ma pieno di

ardire, vantando la sua povertà infino a chi non curavasi di saperla,

e pur festeggiato da donne segnalate per nobiltà ed avvenenza e dalle

maschere piú graziose e da tutta la gente. Questi era Ugo Foscolo,

noto allora per sonetti ed anacreontiche, e sopra tutto per molte

terzine dantesche; e che avea già consegnato alla compagnia del teatro

Sant'Angelo il suo _Tieste_, sua prima tragedia, che eccitava in tutta

Venezia una grandissima aspettazione, e ch'io vidi poco dopo in quel

teatro accolta con applausi quasi incredibili, e replicata per ben

trenta sere, onde appagare que' cencinquantamila abitanti che volevan

tutti sentirla. Io lo conobbi quasi appena arrivato a Venezia, ed a

lui mi condusse Niccolò Delviniotti, mio concittadino, di sempre cara

ed onorata memoria. Lo rivedea poscia sovente in Milano nell'ultima

guerra, ma quanto diverso di quello di prima! Quell'uomo che vantavasi

d'esser povero, e di non cibarsi d'altro che di riso e pane, e che

andava sudicio e malvestito, tu lo avresti veduto tutto attillato e

pulito, in un ricco quartiere, farsi abbigliare da capo a piedi dal

suo servitore, frequentare le mense de'grandi e venire predicando i

comodi della vita ... Egli per altro, sia detto a lode di lui e della

verità, non prostituí mai il santo ministero dell'uomo di lettere, né

serví alle occasioni, né ai governi, né ai principi; pur beato se non

si fosse lasciato sedurre alle lusinghe del lusso di una corrottissima

metropoli, che opprimendolo di debiti sparse di grande amarezza e

affrettò i suoi ultimi giorni in mezzo al vigore delle sue onorate

fatiche.»[109]

In questa pagina vive tutto il Foscolo di diciotto anni co' fremiti

e coi versi che udimmo: strana apparizione in quell'inverno dal '96

al '97 che diè l'ultimo e il piú allegro carnevale alla repubblica

di Venezia, presso a crollare senza resistenze, senza difese, senza

rimpianti.

III.

Il secondo periodo delle poesie del Foscolo è dalla venuta in Milano

nel novembre del 1797 dopo la cessione di Venezia alla partenza pe 'l

campo di Boulogne nel giugno del 1804: è la gioventú vera dell'animo e

dell'ingegno non che della vita d'Ugo, travagliantesi fra le armi e i

pericoli e le passioni nella repubblica cisalpina e nell'italiana. Ora,

dopo le ricerche e le fatiche del nuovo editore, che, seguendo anno per

anno, mese per mese, a passo a passo, i viaggi gli amori e gli studi

del poeta, ha nei capitoli terzo e quarto della prefazione assegnato

con quasi certezza o dato altrui gli argomenti per assegnare il tempo

della composizione di ciascun sonetto e ode, sarebbe un piacere

discorrere di quella gioventú del lirico greco-italiano e riconstituire

la storia dello svolgimento passionato ed artistico di quella poesia.

Ma io non posso che accennare.

Le poesie di questo secondo periodo, cioè dodici sonetti e due odi

(nella parte prima della edizione chiariniana) si può anzi si deve, chi

le voglia intendere bene, dividere in due serie, che rispondono a due

fasi o momenti diversi o meglio a due diverse condizioni e parvenze

dell'animo e dell'ingegno del poeta. La prima, se mi sia lecito

usurpare ad appropriazione individuale la denominazione d'un periodo

della letteratura tedesca, è dello _Sturm und Drang_: ha il motivo

e la ragione nella perdita della patria e nell'amore senza speranza

per l'Isabella Roncioni, ha per termine e sfogo _Le ultime lettere di

Iacopo Ortis_ pubblicate nell'ottobre del 1802. La seconda, movendo

dalla trasmutazione del sentimento a una piú larga se non piú chiara

comprensione dell'essere, è della calma nel dolore e dell'amore per

la plastica: è il regno delle forme dell'Antonietta Arese, e ha per

contorno il commento alla _Chioma di Berenice_, pubblicato nell'agosto

del 1803.

* * * * *

Come aveva chiuso la poetica adolescenza con l'imitazione della

tragedia alfieriana nel _Tieste_ e delle canzoni alfieriane nell'ode

al Bonaparte, cosí Ugo cominciò alfiereggiando anche nei sonetti.

Il primo, per la sentenza capitale contro la lingua latina proposta

nel gran Consiglio Cisalpino l'anno 1798, ha solo il valore di

documento storico, e del resto è inferiore a quello dell'Alfieri su

la soppressione dell'Accademia della Crusca; anzi, a esser franchi,

procede fra grandi avvolpacchiamenti di parole un po' slombato.

Alfieriano sempre, ma già con un tic d'originalità, il secondo _Non

son chi fui_. Ma di lí a pochi mesi, forse a pochi giorni, ecco i tre,

_E tu ne'carmi_, _Perché taccia il rumor_, _Meritamente_, mirabili di

novità, di purità, di movimento, vera lirica, alfine, dell'affetto

superiore ed intenso trasformato ed idealizzato nel fantasma. Sono

tutti e tre per la Roncioni, e scritti, come il Chiarini ha dimostrato,

parmi, sicuramente, i primi due nel marzo o nell'aprile del '99 quando

i Francesi occuparono la prima volta Firenze, il terzo nella Liguria,

lo stess'anno, probabilmente d'autunno. Sono i tre momenti dell'amore:

l'ammirazione, il tremore, il dolore. Ma chi gli aveva dopo il Petrarca

cantati mai cosí? E chi all'estasi e al gemito del Petrarca aveva

mai saputo mescolare quel profumo e quel fremito di ionia primavera?

chi nella toscana eleganza della forma petrarchesca aveva mai saputo

condurre la purità della linea attica e la mollezza della voluta

corintia con tanto pacata sveltezza? E quel zantiotto che era stato a

scuola a Spalatro, _italianizzatosi_, diceva il suo ammiratore Samueli

nel '97, _da quattro anni_, fra i ciaccoloni cesarottiani veneti,

digrignante sotto il suo soprabito verde versi apocalittici, come cosí

d'un tratto era arrivato a tanta proprietà, eleganza ed efficacia di

lingua, a tanta squisitezza, morbidezza, pastosità d'elocuzione, a

tanta musica e volo di verso? Miracoli! Che un primo e vero amore, che

l'apparizione soave d'una giovine bella e pura possa con un sentimento

nuovo promuovere una nuova espansione della forza fantastica,

s'intende. Ma la materia per esprimere ed imprimere i fantasmi, la

parola, e l'istrumento e l'arte, chi glie li diede?

Al sonetto di lontananza (_Meritamente_) che tócca l'ultimo limite

della passione (_ ... Amor fra l'ombre inferne Seguirammi immortale

onnipotente_), succede, quasi intermezzo di riposo, l'ode, composta nel

marzo 1800, per la Pallavicini caduta da cavallo. Procede questa, come

anche notò il Chiarini, dalle odi pariniane, da quelle specialmente

per donne; anzi il paragone di Pallade (T_al nel lavacro immersa_) par

suggerito da un simile nel _Pericolo_:

Parve a mirar nel volto

E ne le membra Pallade,

Quando, l'elmo a sé tolto,

Fin sopra il fianco scorrere

Si lascia il lungo crin.

Anche la combinazione dei versi, la strofe, è un misto di quelle del

_Pericolo_ e dell'_Educazione_. Quel tronco finale del _Pericolo_

martellava un po' troppo: piana troppo in vece, e quasi discorsiva, la

strofe dell'_Educazione_. E questa fu rialzata con gli sdruccioli al

fin d'ogni coppia, e quella del _Pericolo_ ammollita con tôr via il

tronco. È un metro che il Foscolo deve al Bertòla. Per l'invenzione

fu già notato che move dall'ode _I Cocchi_ di Luigi Lamberti. Ma

nell'eccellenza, almeno per gran parte, dell'esecuzione il giovine

lirico si lascia addietro d'assai, non che il Lamberti, il Parini.

Liberata, come si diceva, l'Italia, e restaurata la repubblica,

il Foscolo da Milano fu sul finire del 1800 a Firenze, e cantò il

chiudersi dell'anno e del secolo con un sonetto novellamente alfieriano

(_Che stai?_), di magnanima conchiusione. E chiuse la storia del

giovanile e infelice amore col bellissimo _Cosí gl'interi giorni_.

Questi sette sonetti, con un ottavo _Il ritratto_ e con l'ode alla

Pallavicini, pubblicati la prima volta nel _Nuovo giornale dei

letterati_ in Pisa del 1802, sono come i bassorilievi piú puramente

artistici che circondano e adornano la base della piramide funebre o

del cono tronco, un tantino rococò, di Iacopo Ortis. Ma il ritratto non

è mica gran cosa, che che ne pensino i facitori d'antologie e i maestri

di scuola. Prima di tutto, la enumerazione, chiunque la faccia, non

sarà mai poesia; e poi questa enumerazione foscoliana in quattordici

versi non ha né meno il merito dell'originalità; è una scimiottata di

quella dell'Alfieri, alla quale per concettosità e concisione rimane

di molto inferiore. Già, a proposito di autoritratti mi torna sempre

a mente quella mossa del Montesquieu: _Je vais faire une assez sotte

chose, c'est mon portrait_. E mi dispiace che uomini come l'Alfieri e

il Foscolo dandosi cosí in pascolo agli sciocchi abbiano lusingato le

inclinazioni istrioniche del volgo dei lettori, abbiano pòrto esempio o

pretesto o scusa a tante grullerie d'una letteratura vanesia. Un uomo

come l'Alfieri fare la propria presentazione con simili versi, _Giusto

naso, bel labro e denti eletti_! e il Foscolo, _Capo chino, bel collo

largo petto_! e fino il Manzoni, _Naso non grande e non soverchio

umíle_! Oh, i connotati per il passaporto in metafore e in rime!

Notammo la derivazione dell'ode alla Pallavicini dal Parini e dal

Lamberti. Né qui finiscono le derivazioni o le imitazioni o le

rimembranze foscoliane. _Luce degli occhi miei, chi mi t'asconde?_

chiude il sonetto _Cosí gl'interi giorni_: ma questo verso, e un

pochetto anche la principal situazione di tutto il sonetto, è del

Lamberti nel _Lamento di Dafni_:

Ecco già il mondo in preda al sonno giace,

Ecco tacciono i venti e taccion l'onde,

Sol nel mio petto il mio dolor non tace:

Quindi i poggi e le valli ime e profonde

Fo egualmente sonar d'un mesto grido

--Luce degli occhi miei, chi mi t'asconde?

Proprio del Lamberti, di cui il Foscolo undici anni dopo dimandava:

_Chi legge i versi del Priscian Lamberto?_ e pare non ricordasse

piú che poteva rispondergli, Voi.--Un altro sonetto comincia con

un'imitazione, che dico? con una traduzione di due versi del falso

Cornelio Gallo o vero di Massimiano etrusco elegiografo del tempo di

Teodorico, e finisce con altre imitazioni o traduzioni da Ovidio e da

Seneca. Ma chi, anche erudito, ripeterebbe il distico di Massimiano,

Non sum qui fueram, perit pars maxima nostri;

Hoc quoque quod superest languor et horror habet,

di faccia alla giovine bellezza di questi versi qui,

Non son chi fui; perí di noi gran parte:

Questo che avanza è sol languore e pianto;

È secco il mirto, e son le foglie sparte

Del lauro, speme al giovanil mio canto?

L'altro principio,

Meritamente, però ch'io potei

Abbandonarti, or grido alle frementi

Onde che batton l'alpi, e i pianti miei

Sperdono sordi del Tirreno i venti,

ricorda il principio d'un'elegia dell'Ariosto,

Meritamente ora punir mi veggio

Del grave error ch'a dipartirmi feci

Da la mia donna, e degno son di peggio;

e ambedue ricordano il properziano,

Et merito, quoniam potui fugisse puellam,

Nunc ego desertas adloquor alcyonas.

Ma, col dovuto rispetto al Callimaco umbro, i gabbiani a cui si

presenta allocutore fanno, a dir vero, una gran magra figura dinanzi

_alle frementi onde che batton l'alpi_.

I piú grandi poeti del rinascimento, e in ciò i moderni neoclassicisti

li seguitarono, si recavano a pregio d'ingegno e d'arte derivar nel

volgare certe bellezze d'imagini e di figure dagli antichi; prendere

poi dagli stranieri reputavano conquista; e togliendo a' mediocri o a'

minimi qualche diamantuzzo non credevano di rubare ai poveri, ma di

renderlo alla grazia delle Muse incastonato in monili d'eterno lavoro.

Gente invidiosa e superba confonde oggi le imitazioni utili e le

inevitabili reminiscenze co' plagi, e fruga e accusa plagi per tutto;

mentre essa copia e lucida e prende tutto dagli stranieri, fino il modo

di pensare e di dire; e alla disperata copia sé stessa, cioè quello

che di piú brutto, di piú abietto e di piú ebete possa sopportare

la terra. Torniamo al Foscolo. Le imitazioni degli elegiaci latini

rivelano almeno uno degli studi nel cui strofinamento il levantino

giunse a deporre l'antica scorza. E forse che l'eleganza allucignolata

del Lamberti, buon traduttore, del resto, dal greco, e che sapea le

veneri latine lavare nelle chiare fresche e dolci acque del toscanesimo

classico, forse che, dico, la eleganza del Lamberti gli fu guida

traverso i cinquecentisti (il Foscolo mostrò tener conto del Tarsia e

del Della Casa, quasi autori d'uno stil nuovo) fino al Petrarca.

* * * * *

Conversazioni critiche · 第 15 / 16 段