tutte compagne di età, duecentoquaranta fanciulle, femminil gioventú
usa a correre, unte la persona a mo' de' maschi, lungo i lavacri del
nostro Eurota; ma niuna di noi è, comparata ad Elena, senza taccia.
Quale la veneranda aurora spuntando, mostra la bella faccia, o quale
la serena primavera allo sparire del verno, tale anche Elena mostrasi
aurea fra noi, ben vegnente come biada che sorge ornamento del solco o
cipresso nel giardino o cavallo tessalo al cocchio.--E poi ancora, con
desioso e casto intrecciamento delle memorie virginee alle condizioni e
agli offici di sposa:
Vaga fanciulla, omai tu donna sei,
Ed a guardar la casa omai ti tócca.
Noi la mattina al corso ed ai giardini
Andremo a coglier fiori e a far ghirlande,
Molto, o Elena, te membrando; quali
Pecorelle di latte, che son prive
Della materna desiata poppa....
Godi, sposa, e tu godi, o nobil sposo....
Doni Latona a voi leggiadra prole,
Latona di bei figli alma nutrice;
Venere a voi, Venere dea conceda
Un eguale d'entrambi amor perfetto....
Dormite, l'un nell'altro, o cari sposi,
Amore ed amistà spirando in seno.
Destatevi al mattin, non ve 'l scordate.
Torneremo ancor noi qui domattina,
Tosto che sorto il buon cantor del giorno
Strepitando alzerà il piumoso collo.[102]
Ma questa riproduzione artistica dell'età epica non può compensare la
perdita degli epitalamii di Stesicoro o dei piú molti composti da
Saffo, quando nella lirica eolia batteva giovine il cuore ed esultava
la fantasia del popolo greco.
* * * * *
Può essere che da alcuno o da piú degli epitalamii di Saffo ritragga
il carme di Catullo per le nozze di Tito Manlio Torquato con Vinia
Aurunculeia di nobilissime famiglie romane negli ultimi tempi della
repubblica. Imitazioni dal greco certe, almeno di luoghi conosciuti,
non pare vi sieno; se bene è vero che abonda di imagini e memorie e
forme greche, massime nella prima parte, e greca è la invocazione a
Imeneo, dove i romani chiamavan Talassio; ma tutto il carme è anche una
perfetta rappresentazione di tutti quasi i riti delle nozze romane.
A ogni modo le forme della religione greca sono cosí amicamente
conciliate alle romane costumanze, e la vita del momento è còlta
cosí in accordo alle relazioni eterne della famiglia e della patria,
che quel carme resta ammirabile non solo tra le fantasie pittrici
piú graziose e pure che la poesia latina lasciasse, ma fra i piú bei
monumenti della classica antichità.
Il rito delle nozze romane, né anche ai dí nostri sparito affatto dagli
usi delle popolazioni italiche particolarmente montigiane e isolane,
era una poesia per sé stesso, rinnovando in una quasi drammatica
raffigurazione le origini e tradizioni epiche della famiglia e del
giure gentilizio. Tale rappresentazione Catullo descrive tra da poeta
e da sacerdote, ancora _vate_; la descrive in un carme a strofe brevi e
animate, di semplice e abile disegno, che è pur esso un piccolo dramma
svolgentesi insieme col maggiore in un monologo variato d'inni e di
cori.
* * * * *
La sposa, pettinata fin dal mattino alla foggia delle Vestali con la
punta dell'_asta celibare_, ferro già tinto nel sangue, che segnò il
solco alla raccolta capigliatura; coronata di maggiorana o di verbene
o di altre erbe raccolte di sua mano; velata il capo, la chioma, tutto
il viso, nel roseo flammeo; fatta la _confarreazione_, nella quale,
alla presenza del pontefice del flamine e di dieci testimoni, dopo
il sacrificio, partí con lo sposo il pane del farro sacro; aspetta
la sera. Imbrunisce. È l'ora che la sposa deve esser rapita a forza,
come già furono le Sabine, dal grembo della madre o della congiunta
piú prossima. Le fanciulle consanguinee, compagne, clienti, aspettano
nell'atrio, con quella affettuosa e quasi religiosa trepidanza che è
delle donne in quei casi.
Il poeta, dinanzi alla casa, circondato dalle persone e dalle
decorazioni della festa, invoca il giovine dio greco delle nozze;
e chiama il drappello delle fanciulle a ripetere in coro l'inno
dell'imeneo, ché il dio del piacere legittimo si renda piú facile alle
preghiere di voci pure e di bocche innocenti. Ecco l'invocazione,
illuminata dalla imagine della verginale bellezza di Vinia, uscente
nel carme come Vespero che sale dai colli romani ad affrettare il
momento della partita di lei dalla casa paterna.[103]
O abitatore del colle d'Elicona, figlio di Urania, che trai di forza
la tenera vergine al marito, o Imeneo Imen, o Imen Imeneo;
cingi le tempie dei fiori della maggiorana dal soave odore, prendi il
velo flammeo, vienne lieto, vienne fra noi, calzato il niveo piede
nell'aureo socco;
e tratto alla gioia di questo giorno, cantando con argentina voce il
canto delle nozze, batti dei pié la terra, scuoti nella mano la teda
di pino.
Però che, quale Venere mosse dall'Idalio al giudice frigio, Vinia a
Manlio, vergine buona con auspicio buono, si sposa,
ridente come su l'Asio mortella da'ramicelli fioriti, che le
Amadriadi nutrono loro delizia con l'umore della rugiada.
Sí che, or via, affréttati a noi, lasciando gli spechi aonii della
tespia montagna, cui dall'alto rinfrescando irriga la sorgente
Aganippe:
vieni e chiama la novella padrona alla casa c'ha da essere sua,
allacciandole l'appassionata anima di amore, come edera che tenace si
aggrappa all'albero con erranti viluppi.
E voi insieme, o vergini pure per le quali simil giorno avvicinasi,
cantate, or via, in coro: O Imeneo Imen, o Imen Imeneo;
acciò, sentendosi invitare al suo ministero, piú volentieri egli
venga, conducitore della buona Venere, congiugnitore dell'amor buono.
* * * * *
L'inno cominciato con movimento d'entusiasmo va ora seguitando solenne
nelle lodi d'Imeneo, in quanto il matrimonio è instituzione non pur
domestica ma civile; e canta come le nozze ferme siano principio e
fondamento di felicità e di forza agli individui alle famiglie alla
patria: canta con quella sobrietà che s'accompagna sí bene al vigore e
alla virtù.
Qual dio è piú da invocare agli amanti ansiosi? quale de' celesti gli
uomini han piú da venerare? O Imeneo Imen, o Imen Imeneo.
Te invoca per i suoi il tremulo genitore: per te le vergini sciolgono
i seni dalla pura zona: te veniente aspetta inquieto con cupido
orecchio lo sposo novello.
Tu nelle mani al fiero garzone consegni la fiorente fanciulla dal
grembo della madre, o Imeneo Imen, o Imen Imeneo.
Senza te non può Venere pigliarsi piaceri che l'onestà approvi; ma
può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?
Senza te niuna famiglia può avere figliuoli né il padre cingersi di
stirpe novella; ma può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?
Terra senza il tuo culto non potrà dare difensori alle frontiere; ma
può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?
Giovanni Fantoni, fra tanto altre imitazioni che fece, riprodusse anche
ammodernato, in un epitalamio per patrizi veneti, questo carme di
Catullo, e specialmente l'invocazione ad Imeneo, cosí:
Voi donzellette amabili,
A cui trilustre palpita
Nel colmo petto il core,
E spesso il volto mostra
Un mal celato amore;
Perché discenda facile
Il dio, sciogliete un cantico;
--Dal sacro orror pimpleo,
Dalle materne selve
Scendi, Imene-Imeneo.
Te d'ogni stirpe chiamano
Speme le madri e i tremuli
Vecchi con voce fioca,
Te il garzoncello imberbe,
Te ogni donzella invoca.
O di costumi agli uomini
Dolce maestro ed arbitro,
Dal sacro orror pimpleo
Dalle materne selve
Scendi, Imene-Imeneo.
Tu a re sdegnati e ai popoli
Pace ridoni e candida
Fe' di pensier concordi,
Tu in amistade unisci
Le famiglie discordi.
E tu soave imperio
Stendi dall'austro a borea
Dal sacro orror pimpleo,
Dalle materne selve
Scendi, Imene-Imeneo.
Per te la zona timide
L'intatte spose sciolgono
A lusinghiero invito,
E cedon lagrimando
Al cupido marito
Per te fama non temono
Casti Cupido e Venere.
Dal sacro orror pimpleo,
Dalle materne selve
Scendi, Imene-Imeneo.
Scendi, dator benefico
Di gioia e di dovizia,
Protettore fecondo
Delle città, dei campi,
Animator del mondo.[104]
E il Leopardi die' luogo anche a questi versi nella sua Crestomazia
poetica. Ahimé! È vero per altro che nella chiacchierata poesia
italiana ce n'è di peggio.
* * * * *
Poi che i vóti delle vergini e del poeta hanno attirato il nume la
cui presenza guarentisce la santità dell'amore, e i fanciulli con le
fiaccole aspettano alla porta per l'accompagnamento a casa del marito,
è pur tempo che la sposa si mostri. È chiamata: il pudore la ritiene:
le sollecitazioni si rinnovano di momento in momento, solo interrotte
dalle lodi della bellezza di lei e dalle promesse della felicità che
l'attende sicura.
Aprite i battenti della porta. Vergine, fatti avanti. Vedi come le
fiaccole agitano le luminose chiome? Un bel pudore la ritiene ... E
pure ubbidendo piange che le bisogni andare.
Lascia di piangere. Non per te, Aurunculcia, c'è pericolo che sposa
mai più bella abbia veduto spuntar dall'Oceano la luce della dimane.
Tale nel giardino di ricco signore si leva tra gli altri il fior di
giacinto. Ma troppo tu indugi. Il giorno se ne va. Esci, o sposa
novella.
Esci, o nuova sposa, se ti par ora; e ascolta le nostre parole. Vedi?
le faci agitano le chiome d'oro. Esci, sposa novella.
Non sarà mai che l'uom tuo pieghi a tristi amori di adultera, e in
cerca di vergognosi piaceri voglia colcarsi lontano dalle tue tenere
mammelle;
chè anzi, come lenta allacciasi la vite agli alberi vicini, così egli
si allaccerà nel tuo abbracciamento. Ma il giorno se ne va: esci, o
sposa novella.
Alla porta i cinque fanciulli pretestati scuotono le cinque faci di
spino (rimembranze della primitiva povertà agreste), accese a Giove, a
Giunone, a Venere, a Diana Lucina, alla Persuasione. Ed ecco dal fondo
bianco dell'atrio rosseggia il velo della sposa.
Alzate, o fanciulli, le fiaccole. Io veggo il flammeo apparire.
Andate, cantate in cadenza: o Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.
I pretestati si muovono con in mezzo la sposa; innanzi, l'impubere,
il Camillo, che reca in un vaso coperto gli utensili muliebri; dietro
un altro fanciullo con la conocchia avvolta di stame ed il fuso: di
poi, la lunga schiera dei parenti. Cosí sotto il favore di Giunone
_Domiduca_ va la processione nuziale alla casa del marito. E i
fanciulli e le fanciulle e i clienti invocano Talassio e Imeneo, e al
suono delle doppie tibie il popolo e i servi cantano i fescennini.
I lettori sanno che fossero i fescennini: canti, la cui origine e
l'uso era, dicesi, dall'etrusca Fescennia, improvvisati, senza piú
rispetto al ritmo e al metro che al pudore. Imaginin dunque i motti,
le allusioni, le licenze, le facezie sboccate che dovean correre in
tali occasioni tra la folla degli scapati, i quali si divertivano
all'impaccio della sposa. E pure il fescennino durò fino agli ultimi
tempi dell'impero, nelle nozze dei Cesari cristiani e fin del barbaro
patrizio Ricimero. E il poeta della _Gerusalemme_ e quel dell'_Adone_
dedussero nelle loro poesie per nozze di principi cattolici piú
dai fescennini di Claudiano e di Ausonio che dai carmi di Catullo.
Noi, con tutto il rispetto alla sincerità romana, che volle serbare
non che nelle solennità dei trionfi ma nelle feste della famiglia i
segni dell'antica rozzezza o realità della vita, passeremo oltre sui
fescennini, pur se ricantati da Catullo; e aspetteremo la sposa alla
casa maritale su la soglia, che ella non deve toccare co' piedi, ma
oltrepassare, sollevata a braccia dai pronubi.
Eccoti la casa ricca e beata dell'uom tuo, che sarà tua sempre ...
Sino alla canuta vecchiaia che movendo il tremolo capo par che dica a
tutti di sí ...
Porta con buon augurio que' piedini d'oro oltre la soglia ed entra
per la nitida porta. O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.
* * * * *
Il poeta, trasvolando su i riti minori che la sposa entrata nella nuova
dimora aveva da compiere, le mostra lo sposo seduto al convivio.
Vedi là dentro, nella sala del convito, l'uom tuo, che dal letto di
porpora tende a te le braccia impaziente.
A lui non meno che a te arde nell'intimo petto la fiamma d'amore, ma
a lui più profonda. O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.
Il poeta e il corteggio passano in fretta dinanzi al convito, e
s'avviano al talamo. Un de' pretestati va innanzi con la fiaccola di
corniolo: un altro tiene la sposa pe 'l braccio o al braccio. Da lui la
ricevono le pronube, matrone d'un solo marito, e l'allogano nel letto
covertato di porpora. Dopo di che, i parenti e gli amici strappano e
portano via la face di corniolo, che rimanendo nella camera o riposta
dagli sposi sarebbe augurio di morte. A questo punto entra il marito; e
la poesia, in su la sdrucciolo, si rialza nelle imagini della bellezza
di quelle due giovinezze e della prossima maternità.
Lascia, o pretestato, il bel rotondo braccio della fanciulla: si
appressi ella oramai al letto del marito........
E voi, oneste matrone e rispettate dai vostri vecchi, collocate la
fanciulla nel letto. O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.
Adesso puoi venire, o marito: la moglie ti è nel letto, brillante nel
viso fiorito come bianca partenice o papavero rosso.
Ma anche tu marito (cosí mi assistan gli dèi) sei bello non meno,
né Venere ti ha trascurato. Ma il giorno se ne va: affréttati, non
t'indugiare.
Non tardasti troppo: éccoti. La buona Venere ti sia propizia, poi che
ti pigli in palese il piacer tuo e non celi il legittimo amore.
.. . E in breve date figliuoli. Un cosí antico nome non sta bene
senza figliuoli, ma bisogna che sempre si rinnovelli.
Voglio che un Torquatino, porgendo dal grembo della madre sua le
tenere manine, rida dolcemente al padre col socchiuso labbruccio.
Somigli tutto a suo padre Manlio, e lo raffigurino anche quelli che
non lo sanno; e gli si legga in viso la pudicizia della madre.....
Chiudete i battenti, o vergini: cantammo assai. Ma voi, nobili sposi,
vivete felici, ed esercitate nell'amore la valida gioventú.
Cosí finisce questo carme, antico di quasi duemila anni. Nel
quale--traduco da un vecchio erudito francese di buon gusto, il
Naudet--quanto è il movimento e la vita e la energia imitativa!
E come bisogna innanzi tutto ammirare la semplicità dei mezzi onde il
poeta produce tanti effetti pittoreschi! Egli direbbesi che prenda la
lira come uno dei cantori omerici, le cui armonie rallegravano le feste
e i banchetti degli eroi. Canta, e tutte le vicende del rito nuziale
ci passano una dopo l'altra davanti gli occhi. La grazia, la forza, la
maestà, la magnificenza, la gioia, la passione, il sentimento religioso
variano a volta a volta le sue imagini; e tale è la illusione di quella
poesia, che ancora crediamo udire le acclamazioni d'imene e vedere gli
attori della festa. Piú che descrizione e pittura è uno spettacolo
animato.[105]
E come, aggiungiamo noi, dinanzi a questa poesia della vita appaiono
fredde, solitarie, quasi egoistiche, le gioie descritte nella sua ode
dall'autore del _Giorno_ e le moralità verseggiate nella sua canzone
dal poeta di _Bruto minore_! E vien fatto di pensare: Come dové esser
meschina la età che ispirò le _Nozze_ del Parini! e come infelice la
generazione che produsse la canzone del Leopardi!
ADOLESCENZA E GIOVENTÚ POETICA
DI UGO FOSCOLO
Nella _Domenica letteraria_ del 2 luglio 1882 recensione che non fu
continuata delle _Poesie_ di UGO FOSCOLO _edizione critica per cura di_
GIUSEPPE CHIARINI.
Livorno, Vigo, 1881: 16º con ritratto e facsimile.
ADOLESCENZA E GIOVENTÚ POETICA
DEL FOSCOLO
I.
In questa edizione le poesie del Foscolo, liriche e satiriche,
originali e tradotte, edite e inedite, con varianti e illustrazioni
d'ogni maniera, tengono 485 pagine; e sono distribuite in quattro
parti: 1) pubblicate da esso l'autore, 2) frammenti del carme alle
Grazie, 3) postume e traduzioni, da quella in fuori dell'Iliade, 4)
giovanili. Sta innanzi in CCXXVI pagine la prefazione del Chiarini,
che dà di esse poesie la storia interna ed esterna e molte notizie e
induzioni e questioni su gli amori su i lavori e in generale su la vita
del Foscolo.
II.
Facciamoci dai versi giovanili, o, meglio, dell'adolescenza; dai versi,
dico, che il Foscolo compose in Venezia dai quattordici ai diciannove
anni, tra il 1792 e il '97, e che hanno per termini il _Tieste_ e l'oda
_Bonaparte liberatore_. Non pregi veri o contrastati che abbiano, ma
ci sedurrà a fermarci attorno ad essi certa curiosità degli indizi di
quel tempo e delle alluvioni e fecondazioni che si successero in quel
singolare spirito giovinetto.
* * * * *
Monumenti e notizie dei primi saggi poetici del Foscolo sono nel
manoscritto ch'ei mandò il 1794 a Costantino Naranzi e fu impresso il
1831 in Lugano coll'ambizioso titolo di _Poesie inedite_, nelle lettere
a Gaetano Fornarini di Brescia dal dicembre del '94 all'agosto del
'95, in un _Piano di studi_ e indice di scritti concepiti o finiti o
abbozzati sino all'anno 1796 lasciato a Tommaso Olivi da Chioggia e
pubblicato il 1881 in Bologna dal sig. Leo Benvenuti, nel _Mercurio
d'Italia_ e nell'_Anno poetico_ di Venezia del 1796 e 97, e in pochi
fascicoli stampati in quegli anni o di poi per occasioni: documenti
tutti che il Chiarini con ogni diligenza raccolse, raffrontò, esaminò
o anche riprodusse nel volume.[106]
Il Foscolo dunque fu verseggiatore precoce. Tradusse molto: tutto
Anacreonte, due odi di Saffo, un'ode di Pindaro, e pezzi di Teocrito, e
da Orazio parecchie odi, ed elegie di Catullo e di Tibullo e Properzio;
di latini moderni, dal Pontano; di stranieri, il libro terzo del
Paradiso perduto, e idilli di Gessner, e canzonette inglesi, francesi,
tedesche, tutto dal francese; fino una canzoncina di Thesdeher (?)
_anacreontico turco_, del quale piú altre poesie affermava conoscere
voltate in greco volgare. Tredici anni dopo, da Pavia, professore,
scriveva: «Si canta canzoni greche, in canto fermo, a modo degli
Albanesi, e ieri quelle arie, tra il barbaro e il passionato,
esilararono la penosa anima mia.»[107] Forse il zacintio aveva dai
primi anni ritenuto nella memoria di que' distici cosí amorosamente
greci cantati ancora per le isole Jonie; come, a esempio, questi tre
tutti Teocrito:
Quando il gelsomino fiorisce, le sue ciocche se ne ornano;
E quando la giovinetta s'abbiglia, i giovani escono di sé.
Papavero folto, folto, gentile,
Prestami i fior tuoi e'l tuo rossore,
Ch 'i' mi vesta, m'abbigli, nel lido scenda
E strugga d'amore.
Stilla il tuo tetto a correnti a correnti amarezza,
E io assetato la beo per il dolce amor tuo.[108]
Altrettanta, se non larghezza, varietà o divagazione di contatti,
e, se mi sia permessa l'espressione, d'attingiture e intingiture,
è attestata anche dal _piano di studi_, ove si abbracciano o fanno
alle braccia i nomi di Omero e d'Ossian, del Tasso e di Milton, di
Sofocle e di Shakespeare, dell'Ariosto e di Rousseau, di Swift e di
Cervantes, di Teocrito e di Gessner, delle Georgiche e de' Piaceri
dell'immaginazione, di Saffo e delle lettere d'Eloisa imitate da Pope,
d'Orazio del Guidi e di Gray, del Frugoni e di Haller, del Savioli e di
Whaller, di Richardson, di Arnaud e di Goethe. E tutte queste letture e
versioni e imitazioni, se non potevano per una parte conferire di molto
alla pronta e retta educazione del giudizio estetico, dovevano per
un'altra promuovere il rapido svolgimento di quel senso d'una vita piú
larga e piú mossa in una realtà passionata, che, pur con l'espressione
enfatica e asmatica e torbida, distingue subito i poeti e gli scrittori
in generale della fine del secolo dagli arcadi e dagli imitatori dei
cinquecentisti nel principio o nella metà prima.
* * * * *
Del proprio il Foscolo giovinetto compose _molte anacreontiche_ su
l'innanzi del Vittorelli e del Bertòla, tredici odi _savioliane_--cosí
egli--, molte odi oraziane, cioè a mo' di Labindo, e idillii
gessneriani a strofette fra rolliane e frugoniane a mo' pur del
Bertòla; i quali modi tutti erano la moda poetica dell'Arcadia
trasmutantesi al filosofismo sentimentale. E con ciò scriveva anche
un'ode mosaica e parodie (poveretto!) delle odi pindariche. Ma piú
dovea tenersi di certe odi che accennava al Fornasini fin dal 19
agosto '95 e indicava e registrava nell'indice del '96. Non oraziane
o fantoniane, non savioliane, non pindariche, non mosaiche; ma del
_conio dell'autore_--cosí egli.--Dovevano andar raccolte in un solo
libretto col motto _Vitam impendere rero_. Dovevano esser dodici, ma
tra le finite nel '95 e le composte o da comporsi nel '96 e nel 97 io
ne conterei diciassette. Vero è che alcune le avea rifiutate, e di
tutte sentenziava nell'indice, «_esigono la lima di molti mesi._» Di
piú, per quelle già composte nel '95, «L'inquisizione--egli scriveva
al Fornasini--si mostra severa; a primo leggerle sembrò sia stata
presa da un accesso di febbre.» Eccone gli argomenti e i titoli: nel
'95, _A Dante_, _La verità_, _Il sacrificio_ o _L'olocausto_ (allo
Scevola: per nuova messa), _La campagna_ (al Bertòla), _In morte del
duca G. C._, _L'ingordigia_ o _L'avarizia_, _L'incontentabilità_, _I
destini_, _Ai regnanti_ (qui--notava il poeta--l'inquisitore fa foco),
_L'adulazione_ (al Parini), _All'Italia_: nel '96, _I Grandi_, _A
mia madre_, _La musica_ (all'Ansani), _Robespierre_ (ne fece poi in
cambio una cantica), _Il mio tempo_. E a questa serie si lega l'ode _Ai
novelli repubblicani_ composta e pubblicata nel 97. Il Chiarini ritrovò
e ha pubblicato le intitolate _A Dante_, _La verità_, _La campagna_,
_In morte del duca G. C._, _Ai novelli repubblicani_.
_La campagna_ è dei soliti pasticcetti gessnero-bertoliani. Quella su
la morte del duca spira furori biblici contro gli empi. Nelle altre
si sente la lettura del Parini, dell'Alfieri, del Mazza, ma senza
rimembranze; e certe imagini profetali e certe forme quasi dantesche
e piú le imitazioni di Young e di Ossian sono in viscida mescolanza
impastate con la fraseologia filosofica sentimentale e democratica di
quella età. Singolari per audacia di grottesco certi impeti e certe
mosse. Al Bettinelli, cui piú tardi mandandogli i Sepolcri dovea
salutare _padre e maestro_, nell'ode a Dante augura questo:
Pera!...
La lingua succida (sic)
Costui nutra nel sangue,
E per delfici lauri
Gli accerchi invece un angue,
Sanie stillante infesta,
L'abominevol testa.
La _Verità_ principia cosí:
Sino al trono di Dio
Lanciò mio cor gli accenti
Che in murmure tremendo
Rispondono i torrenti,
E dalla ferrea calma
Delle notti profonde
Palma battendo a palma
Ogni morto risponde.
Nel _Mio tempo_:
Vien meco, o Elettra, a piangere
Il soqquadrato mondo,
Ch'ode gli eterei fulmini
E corre furibondo
A trar suoi giorni eterni
Nei spalancati Averni.
_Ai novelli repubblicani_, con rimembranze delle tragedie scritte
dall'Alfieri e delle tragedie fatte dalla rivoluzione diceva:
Questo che io serbo in sen sacro pugnale
Io l'alzo, e grido all'universo intero:
Fia del mio sangue un dí tepido e nero
Ove allontani le santissim'ale
Dal patrio cielo Libertà feroce.
Già valica mia voce
D'Adria le timid'onde,
E la odono eccheggiando
Le marsigliesi sponde.....
A l'armi! Enteo furor in voi discende,
Che i spirti ingombra e l'alme erge ed avvampa;
E accesa in ciel di ragïon la lampa,
Vi toglie agli occhi le ingannevol bende:
Che ragïon figlia di Dio v'invita
A vera morte e addita
I rei petti esecrandi
Ove, _Piantate_, grida,
_Infin a l'elsa i brandi_.
Delle _odi libere_, cioè delle canzoni a strofi sciolte sul modello
del Guidi, altra forma lirica agli esercizi del giovinetto, una sola
rimane, ben conosciuta, il _Bonaparte liberatore_ (1797); ove la
rigidezza alfieriana si scioglie e distende sotto i tepori del Monti,
e spuntano e si affacciano o si accusano le prime forme veramente
foscoliane.
Anche sonetti, naturalmente, compose: non so quanti per monache,
quattro per la morte del padre: un de'quali a stampa, e negli ultimi
versi risuona il pianto come si faceva una volta intorno a'morti:
spirata l'alma,
Cessò il silenzio; e alle strida amorose
La notturna gemea terribil calma.
Il Chiarini riprodusse quello su la neutralità di Venezia, di valore
storico, e anche non senza qualche efficacia di rappresentazione.
O di mille tiranni, a cui rapina
Riga il soglio di sangue, imbelle terra!
'Ve mentre civil fame ulula ed erra,
Siede negra politica reina;
Dimmi che mai ti val se a te vicina
Compra e vil pace dorme, e se ignea guerra
A te non mai le molli trecce afferra
Onde crollarti in nobile ruina?