Dispensi il giorno da l'eterna sfera.
Rinovelli sua prole
Ogni germe di fiori in primavera,
Rompa fulmineo telo
Il ciel di nubi carco,
Su 'l tranquillato cielo
Iri dipinga l'arco;
L'uomo ognor di natura
Fia la maggior, la piú ammirabil opra,
L'uom fia la miglior cura
Del mio pensier che in meditar s'adopra,
L'uom che ne' sensi frali
Simile ai bruti ha vita,
L'uom che i numi immortali
Per la ragione imita.
Io lui nel mondo antico
(Memoria orrenda) già selvaggio vidi.
Ora il deserto aprico
Or le selve assordar d'incólti gridi,
Ora i destrieri al corso
Vincer co i piè non pigri,
Or con l'ugne e co 'l morso
Sfidar lioni e tigri.
A i natii boschi tolto
Necessitate entro i tuguri il chiuse,
Poi crebbe in popol folto
E bisogni e voleri insiem confuse.
Allor le ghiande e l'erbe
Fûr mensa de le fere,
Allor città superbe
Erser le torri altere.
Conobbe ognun suo gregge,
Pose ciascun suoi limiti al terreno;
Sentí de l'util legge
La indomita licenza il primo freno.
La nuzïal facella
Piacque a l'amante ardito,
E rise la donzella
A l'unico marito[90].
Altrove descrisse gli abitatori della selva primitiva, la cui immagine
dalla filosofia del Vico e di Gian Giacomo sorrideva spesso alle
visioni dei poeti del secolo:
Vago per selve inospite
L'uom primo alpestre e duro
Non conoscea ricovero
Di tetto e d'abituro,
Né spoglia difendevalo
Dal vicin sole o da l'acuto gel.
Fra i perigli e il disordine
Terribili a mirarsi
I crin si rabbuffavano
Sovra le ciglia sparsi;
Gli occhi di furor lividi
Rado trovar sapean la via del ciel.
Quando le stelle inducono
Il sonno ai membri lassi,
Sotto chiomata rovere
Giacea tra fronde e sassi,
E nel feral silenzio
Ministro de' suoi sogni era il terror.
Se foglia in ramo tremula
Mormorava per vento.
Còlto da pavor gelido
Premea nel petto il mento:
Scosso raccapricciavasi,
E stringea freddo sangue il tardo cor.
Per l'atra solitudine
Tal di sé stesso incerto
Se 'n gía con orme pavide
Misurando il deserto
L'uomo, a le belve símile,
Sconoscente a natura, ignoto a sé.
Salve, o fanciullo idalio,
Spirator di leggiadre
Cure ne l'uomo indocile;
Salve, de l'uomo padre.
In società raccoglierlo,
Se non Amor, qual altro dio poté?[91]
* * * * *
Anche il Parini, per tornare pur una volta a lui, disseminò per le
raccolte nuziali, oltre la canzonetta, altre rime parecchie. Un sonetto
meritò di essere tradotto in leggiadro disegno da Andrea Appiani:
Fingi un'ara, o pittor. Viva e festosa
Fiamma sopra di lei s'innalzi e strida:
E l'un dell'altro degni e sposo e sposa
Qui congiungan le palme: e il Genio arrida.
Sorga Imeneo tra loro; e giglio e rosa
Cinga loro a le chiome. Amor si assida
Su la faretra dove l'arco ei posa;
E i bei nomi col dardo all'ara incida.
Due belle madri al fin, colme di pura
Gioia, stringansi a gara il petto anelo,
Benedicendo lor passata cura.
E non venal cantor sciolga suo zelo
A lieti annunci per l'età ventura;
E tuoni a manca in testimonio il cielo[92].
È una fantasia archeologica, vaga come un bassorilievo antico; e mostra
il gusto plastico del poeta. Tutto nella vita, ma in quella vita senza
cuore e senza testa, che finí con la società del Settecento, è invece
quest'altro, che pare il séguito di quel del Frugoni:
O tardi alzata dal tuo novo letto
Lieta sposa, a lo speglio in van ritorni,
E di fiori e di gemme in vano adorni
E di candida polve il crin negletto.
La diva che al tuo sposo accende in petto
Fervide brame onde bear suoi giorni
Vuol che piú volte oggi lo speglio torni
A rinnovare il tuo cambiato aspetto.
Ecco a la bella madre Amore addita
L'ombra che ad or ad or sul crin ti viene
La dissipata polvere seguendo;
E pur contando su le bianche dita
E fiso nelle tue luci serene
Guarda vezzosamente sorridendo.[93]
Graziosissimo, del resto, salvo il sesto verso, strascinato con
quell'_onde bear suoi giorni_.
* * * * *
Ma nell'ode nuziale del '77 la prima novità che il Parini trovò fu
del metro: fra tante migliaia d'impolverati sonetti e di canzoni
strascicate e di compassate odi e di ecloghe e di capitoli e di ottave
e di sciolti, venir fuori con delle strofette ottonarie andanti,
sonanti, inebrianti di famigliare letizia:
È pur dolce in su i begli anni
De la calda età novella
Lo sposar vaga donzella
Che d'amor già ne ferí.
In quel giorno i primi affanni
Ci ritornano al pensiero
E maggior nasce il piacere
Da la pena che fuggí.
Pare il còro della _Sonnambula_.
* * * * *
La strofe di quattro ottonari a rime barítone e ossítone (piane e
tronche), usata prima, credo, dal Rinuccini, risponde meglio alla
concitazione patetica ed entusiastica; cosí nell'elegia del Rolli,
prima poesia imparata a mente da Goethe fanciullo,
Solitario bosco ombroso,
A te viene afflitto cor,
Per trovar qualche riposo
Fra i silenzi in questo orror,[94]
come nell'epinicio del Monti, tanto caro ai nostri padri,
Bella Italia, amate sponde.
Pur vi torno a riveder!
Trema in petto e si confonde
L'alma oppressa dal piacer.[95]
La strofe doppia o geminata, composta cioè di due strofe di quattro
versi collegate fra loro per una rima barítona e una ossítona (piana
e tronca) combacianti nel principio e nella fine, si presta meglio al
periodo poetico e al periodo armonico, allo svolgimento lirico e al
coro. Questa elesse il Parini per la sua ode nuziale, e primo l'aveva
usato il Rolli.
Nel partir dal patrio suolo
Con amor pur meco viene
La memoria del mio bene
Che m'è forza abbandonar.
A Partenope me 'n volo,
Indi solco il mar tirreno;
E afferrando il tosco seno
Rendo grazie a' dèi del mar.[96]
* * * * *
E al movimento franco rapido allegro del metro risponde nelle _Nozze_
del Parini la cordiale movenza interna dell'ode e la intonazione
spontanea, quasi direi popolare. Non miti né simboli, non archeologia
né filosofemi, non allegorie non mitologie non pastorellerie; ma
in quattro versi la sera delle nozze, e súbito appresso, con un
bell'accorgimento di passaggio, lo svegliarsi degli sposi la dimane
della notte nuziale.
«Quante cose e tutte belle--nota a questo punto un degli amici
biografi, il Bramieri--potuto avrebbe il poeta collocare fra la terza
strofe e la quarta! E al suo pennello delicato e sicuro non sarebbe
mancata l'arte del velo modesto; ma la casta sua musa, schiva di quelle
dipinture che sono sempre pericolose, si slancia pudicamente d'un
facil salto dal cominciar della sera allo spuntar del mattino. Che se
vi piaccia di riconoscere in quel salto anche un altro intendimento,
quello cioè che corrisponde alla nota apposta dall'autore della Nuova
Elvisa alla sua lettera LV della parte I, verrete cosí a confermare
vie maggiormente che egli è poeta del cuore per eccellenza.»[97] «O
amore,--annotava il Rousseau--s'io rimpiango l'età in cui l'uom ti
gusta, non è per l'ora del godimento, è per l'ora che lo segue.»
Quando il sole in mar declina
Palpitare il cor si sente:
Gran tumulto è ne la mente:
Gran desio ne gli occhi appar.
Quando sorge la mattina
A destar l'aura amorosa
Il bel volto de la sposa
Si comincia a vagheggiar.
Bel vederla in su le piume
Riposarsi al nostro fianco,
L'un de' bracci nudo e bianco
Distendendo in sul guancial:
E il bel crine oltra il costume
Scorrer libero e negletto,
E velarle il giovin petto
Che' va e viene all'onda egual.
Bel veder de le due gote
Sul vivissimo colore
Splender limpido madore
Onde il sonno le spruzzò;
Come rose ancora ignote
Sovra cui minuta cada
La freschissima rugiada
Che l'aurora distillò.
Bel vederla all'improvviso
I bei lumi aprire al giorno;
E cercar lo sposo intorno,
Di trovarlo incerta ancor:
E poi schiudere il sorriso
E le molli parolette
Fra le grazie ingenue e schiette
De la brama e del pudor.
Dal Poliziano in poi la lirica media non avea prodotto in Italia altro
di sí fresco e sí vivo. Incredibile, ma in cotesti versi fin la donna
pupattola di Arcadia diventa alla fine sopportabile; nei quali, del
resto, anche i piú rigidi settatori della purezza e proprietà del
linguaggio poetico de'due grandi secoli poco avrebbero, credo, da
apporre e poco da desiderare.
Desiderare forse potrebbero che il poeta avesse lasciato ai soliti
cantori di Filli le _grazie ingenue e schiette_, che assomigliano tanto
tanto all'_umilissimo devotissimo servitore_ del formulario epistolare.
Anche _il giovin petto che va e viene all'onda egual_, potrebbe per
avventura osservare alcuno di quei rigidi antiquari, non è mica bello
né vero: altra cosa è _egual all'onda_ cosí in generale, e altra cosa è
l'ariostesco,
Due poma acerbe e pur d'avorio fatte
Vengono e van com'onda al primo margo.
Capisco, era peggio come il poeta aveva scritto da prima.
_Ch'or discende or alto sal._
* * * * *
Il Parini aveva dato questa canzonetta al Passeroni una sera:
la mattina di poi gli scrisse: «Stracciate di grazia la copia
della canzone che vi diedi iersera, e sostituite la presente.» Il
Passeroni--nota il Salveraglio, al quale dobbiamo anche questa
notizia--accolse la nuova lezione, ma non distrusse l'altra; che fu
publicata da esso Salveraglio[98]. È pur sempre curioso per gli uomini
di gusto, se anche in questa ignobile trascuranza dell'arte della
parola non serva piú a nulla, il notare con quanta insistenza, e in
quante guise e con quanti assalti diversi, poeti e artisti quali il
Petrarca, l'Ariosto, il Tasso, e, dopo loro, l'Alfieri, il Parini, il
Foscolo, tornassero e ritornassero su i loro versi, e come da monchi
informi brutti pesanti li rendessero un po' per volta intieri agili
raggianti volanti. Tant'è vero che nella poesia--s'intende, d'arte
individuale--, dopo la barbarie scolastica del medio evo, la percezione
del vero e la concezione del fantastico non fu né spontanea né facile
né sincera. A noi moderni poi, dopo l'oscurazione dell'ingegno italiano
nell'abiettamento degli ultimi tre secoli, bisogna con la profonda
meditazione e con la perseverante osservazione levar via le scaglie
agli occhi dell'anima contemplante, e gli sbozzi dei fantasmi ci
bisogna con la paziente industria dell'arte rassettarli dalle storture
e rinettarli dalla scoria che han dovuto pigliare passando per i canali
del nostro sentimento, nei quali permeò con l'atavismo la falsità di
tante generazioni. Non ci aduliamo, cari compatrioti e coetanei; noi
siamo nati brutti, bugiardi e infelici. E l'_ispirazione_ è una delle
tante ciarlatanerie che siamo costretti ad ammettere o subire per
abitudine.
La prima strofe dunque nella prima redazione diceva cosí:
È pur dolce in su i prim'anni
De la calda giovinezza
Lo sposare una bellezza,
Onde Amor già ne ferí.
In quel dí gli antichi affanni
Ci ritornano al pensiere:
Ed accrescesi il godere
Da la doglia che finí.
Inutile avvertire quanto non pur d'agilità e d'eleganza ma di verità
nell'espressione abbiano acquistato dall'emendamento gli ultimi due
versi: _doglia_ in quella posizione e con quell'accompagnamento
era senz'altro un'improprietà: vano e contraddittorio in termini
_accrescesi il godere da la doglia_: increscioso per lo meno l'aggiunto
di _antichi_ agli affanni d'un amore oramai beato. Nei versi secondo e
terzo quella _giovinezza_ e quella _bellezza_ erano coi loro doppi zeta
due veri macigni; ed era proprio una smanceria d'astratto spropositato,
da arcade di terzo o quarto grado, lo _sposare una bellezza onde amor
già ne ferí_.
Della seconda strofe i primi quattro versi non ebbero mutamenti:
s'intende: contengono non una rappresentazione ma una osservazione
còlta e resa con sentimento istantaneo. I quattro versi di poi sonavano
da prima cosí:
Quando riede a la mattina
Con la luce avventurosa;
Il bel volto de la sposa
Si comincia a contemplar.
Tiriamo via su la convenzionale ridondanza del _sole che riede a la
mattina con la luce avventurosa_, ma quel _contemplar_!
Anche della terza il primo periodo restò immutato: il secondo diceva,
E, contrario al suo costume,
Il bel crine andar negletto
A velarle il giovin petto
Ch'or discende or alto sal.
Inutile notare la pesantezza, la sgarbatezza, forse la scorrettezza
di quel _contrario al suo costume_: inutile notare quanto di
verità e determinatezza abbia acquistato la rappresentazione dallo
_scorrer libero e negletto_: ma forse che _a velarle_ per la unità
dell'impressione era meglio che _e velarle_.
Nella quarta _un limpido madore_ era _sparso_, assai men bene dello
_splender_. Ma il verso quinto e il sesto dicevano,
Come rose al guardo ignote,
Ove appar minuta e rada
La freschissima rugiada, ecc.
dove io, passando sopra quell'_al guardo ignote_, mi fermerei
volentieri a vagheggiare _Ore appar minuta e rada_: mi sembra piú vera
la raffigurazione, piú logica la correlazione di tempo, che fu guasta
dalla correzione; nella quale il _cada_ e il _distillò_ si urtano fra
loro, o, meglio, si allontanano troppo l'uno dall'altro.
La prima lezione della quinta offre un _Riaprire i rai lucenti_ e un
_restar pochi momenti_, dei quali non mette conto né anche dir male.
* * * * *
A ogni modo, questa prima parte dell'ode è delle migliori
rappresentazioni plastiche dal vero che sia dato ammirare nella lirica
pariniana e in generale nella lirica del secolo passato. Ma vien pur
fatto di domandarci: una cosí viva e commossa descrizione delle gioie
matrimoniali sta ella bene in bocca di un prete, che pur dicea messa,
almeno quando n'avea bisogno?
Il Frugoni certa volta, dopo descritti con tante mitologie e sudicerie
metaforiche tanti talami, scappò a fare l'ipocrita:
Perché di nozze pingermi
Lieta pompa festevole?
Non sai che vita celibe
Trarre promisi al ciel?
Tu schifosetta e rigida
Ma desiosa vergine
Mi fai veder, che vassene
Sposa a garzon fedel.
Sguardi furtivi e cupidi
E sospir caldi narrimi,
Ch'esser potrebbon mantice
Al sopito desir.
Abbiansi moglie e talamo
Que' ch'altra vita seguono;
Io di cose a me indebite
Non vo' novella udir.[99]
Il Parini almeno, in quel vagheggiamento del matrimonio dal suo stato
di celibatario obbligato, è piú sincero e meno impuro. Peggio, per
la morale, da vecchio e a letto, misurava e palpeggiava col classico
verso le rotondità e le morbidezze delle carni della procuratessa
Tron e della contessina di Castelbarco. Ma il Giusti ebbe scrupolo ad
accogliere nella sua scelta pariniana _Le nozze_; e certa gente a ogni
passo rinfaccia a questo e quello la purità e la severità dell'arte
pariniana. O inchiostranti italiani, se non vi scusasse l'ignoranza,
sareste pure di gran begli impostori!
* * * * *
Dissi l'altra volta due essere gli amminicoli o gli ingredienti della
poesia nuziale arcadica: la lascivia e l'adulazione. Il Parini riuscí a
trasmutare i luoghi comuni della lascivia nella viva rappresentazione
di legittime gioie; non riuscí a trasmutare, come pur volle,
l'adulazione in civile moralità.
All'ode _Le Nozze_ dopo le prime cinque strofe cascano le ale; o,
meglio, ella trascina i frasconi per anche tre; una sola bella, questa:
Ma oimè come fugace
Se ne va l'età piú fresca,
E con lei quel che ne adesca
Fior sí tenero e gentil!
Come presto a quel che piace
L'uso toglie il pregio e il vanto,
E dileguasi l'incanto
De la voglia giovanil!
Se bene non a tutti gli orecchi arriverà proprissimo quell'_incanto
della voglia giovanil_; che anche peggio sonava nella prima lezione,
_E dilegua con l'incanto De la voglia giovanil!_ Cotesto ammonimento,
del resto, cotesto _alto là_ alla gioventú, a me pare un contrasto
non pur morale, ma poetico, di assai effetto. Altro ne pareva a un
de' due autori delle _Lettere su la vita e gli scritti_ del Parini,
all'avv. Bramieri; delle cui parole mi piace riferire, per una mostra
di quanto sia antica abitudine ai critici italiani, o che lodino uno
di scriver bene, o che biasimino un'altro di scriver male, lo scrivere
sempre pessimamente loro. «Era egli codesto il momento di turbare le
delizie dello sposo, di ammorzare il sí dolce entusiasmo e il senso
della somma sua felicità, con una riflessione crudele sulla caducità
della bellezza, sulla brevità della gioventú e sui tristi effetti della
abitudine? Sia pur vero che il poeta non debba giammai perdere di
vista l'utile morale, e certo il rimprovero di averlo obbliato non si
potrà mai fare al nostro: ma assai di morale istruzione e piú propria
all'istante poteva egli dal suo soggetto ricavare, parlando della
sobrietà necessaria e vantaggiosa ne' piaceri, del bisogno, che questi
hanno, del magico velo del pudore ecc., senza avvelenare le gioie d'un
giovine innamorato, che sta per fruirne legittimamente, coll'intonargli
all'orecchio e in aria di lamento quelle dure verità. Che s'egli ha
poi cercato di consolarnelo coll'idea della virtú, onde, come della
bellezza, era fregiata senza pari la sposa, ognuno ben vede che sterile
consolazione sia codesta, massime per quel tempo in cui l'uomo è tutto
dei sensi ed ascolta una sentenza lor sí funesta. O i sensi parlano
allora in lui un linguaggio imperiosamente esclusivo, ed è perduta
presso di lui la fatica di moralizzare; o non parlan sí forte, e dalla
importuna morale gli è avvelenata la fonte dei piaceri che gli amanti
illusi credono inesauribile, immanchevole. Oltre di che madonna la
virtú, di sembianze sempre poco grate alla giovinezza, arriva cosí
inaspettata, che il venir suo non lascia neppur sentire da lei quella
consolazione che meglio preparata poteva arrecare.. .. .»[100]
Quanto a questo il Bramieri ha ragione: la Virtú arriva proprio
inaspettata: pare che il poeta se la cacci innanzi spingendola per
le spalle: Oh va un po' là e prèdica tu, per finirla; ché io dopo la
contemplazione di quel _che va e viene_ non so come cavarmela.--Nella
prima lezione la prèdica era anche piú predicozzo: diceva,
Giovinetto fortunato,
Che vedrai fra i lieti bari
Ne la bella Montanari
Un tesoro di virtú!
La virtú non cangia stato,
Ma risplende ognor piú chiara;
Senza lei saría discara
La piú bella gioventú.
Oh _Piccolo Lemmi_, indimenticabile lettura morale de' miei teneri
anni! Il poeta corresse,
Te beato in fra gli amanti
Che vedrai fra i lieti lari
Un tesor che non ha pari
Di bellezza e di virtú!
La virtú guida costanti
A la tomba i casti amori.
Poi che il tempo invola i fiori
De la cara gioventú.
E i versi sono di certo e senza paragone migliori: ma, mutati i
sonatori o i suoni, l'antifona è la stessa. _E quando non ce n'è,
Quare conturbas me?_ E quando non c'è la poesia, cioè l'invenzione il
fantasma la passione e il volo il colore e il canto, quando non c'è
tutto insieme l'impasto di tutte queste attività e qualità, metteteci
quanta morale volete, e la religione per giunta, metteteci la monarchia
la democrazia l'anarchia, Dio o il diavolo, l'arcangelo San Michele o
Satanasso, quando la poesia non c'è, non c'è materia o contenenza, non
ci sono intenzioni o tendenze che la sostituiscano o la scusino o la
compensino. Ciò che in questa occasione e in questo argomento il poeta
aveva sentito, e col desiderio o il rimpianto d'un celibe cinquantenne
aveva idealizzato, erano i godimenti della luna di miele: di cotesto
fece vivo e vero ritratto; tutto il resto non è sentito, è accattato, è
impiallacciato per mettere una cornice al quadro.
* * * * *
Cinquant'anni, poco piú poco meno, dopo l'ode pariniana, Giacomo
Leopardi compose la canzone per le aspettate nozze della sorella
Paolina. Che mutamento! La diversità dei tempi e degli uomini, delle
ispirazioni e delle aspirazioni, risulta dalla diversità non pur
del contenuto ma dell'intonazione e del metro. Non piú metastasiani
ottonari, ma endecasillabi alfieriani; non piú strofette danzanti, ma
la stanza della canzone togata con lo strascico; non piú musica, ma
eloquenza. Piú che poesia, cotesta del Leopardi è una concione col
suo bravo esordio in un periodo a tre membri e piú incisi, e col suo
bravo episodio storico in fine; episodio che anche è confermazione;
confermazione che anche è perorazione o commozione degli affetti,
perché è da vero poesia: ritoccato a pena il seno della madre terra
classica, storia o poesia greca e romana, il povero Anteo di Recanati
rimbalza.
Virginia, a te la molle . . . . . .
ecc. ecc.; perché spero che tutti i lettori italiani abbiano a memoria
quelle due stanze.
Ma, tornando alla canzone intiera, che gravità, che contegno! Par di
ritrovarsi con un gruppo di _carbonari_ come va. Che grandi bianche
cravatte! che baveri! che cappelli! che ciuffi, e che moschettoni! Ed
ecco, tra le classiche reminiscenze di Orazio (Virtú viva sprezziam
ecc.) e di Anacreonte (_al dolce raggio Delle pupille vostre il ferro
e il foco Domar fu dato_), tra i fremiti convulsi del dialogismo
alfieriano (_o miseri o codardi Figliuoli avrai. Miseri eleggi ecc._),
tra le severe armonie della piú peregrina della piú diamantina della
piú finamente martellata elocuzione poetica che da gran pezzo avesse
udito l'Italia, ecco svolazzare al vento sul dirupo una punta della
fusciacca nera di Manfredo e di lord Byron:
...D'amor digiuna
Siede l'alma di quello a cui nel petto
Non si rallegra il cor quando a tenzone
Scendono i venti, e quando nembi aduna
L'olimpo, e fiede le montagne il rombo
Della procella.
Nel 1827 o 28 non si può fare a meno d'un po' di romanticismo, anche
essendo Giacomo Leopardi. E, pur sedendo al banchetto nuziale,
bisogna far giuramento di salvare la patria, e,--pst, pst, chiudete
bene le porte--di ammazzare il tiranno. Va bene, e ci sto anch'io,
nobili padri! Vogliamo cominciare la rivoluzione col coro di _Donna
Caritea_? Oh meglio, meglio da vero che vendere l'orvietano di frasi
sgrammaticate dai palchi scenici di qualunque specie a un popolo che
non vuol piú saper nulla di grandezza e di patria!
Ma, tornando anche una volta alla canzone del Leopardi, tutto cotesto
era vero?--È storico.--È bello?--Era utile, opportuno, civile.
* * * * *
La lirica nuziale, ripetizione oggimai vieta di luoghi comuni piú o
meno affettuosi od occasionali, è non per tanto delle piú antiche
tradizioni del canto popolare della nostra razza; e in Grecia e in
Roma, quando la poesia accompagnavasi veramente, ideale emanazione,
a tutti quasi gli atti della vita sociale, fu altamente civile e
religiosa, senza per questo rimanere obbligata a forme fisse liturgiche
o rituali.
I greci ebbero di piú maniere poesie nuziali: _epitalamii_, cantati da
cori di fanciulli e fanciulle davanti la camera degli sposi, o la sera
al colcarsi o la mattina al levare: _scolii_, canzonette intonate in
mezzo al convito da alcuno dei commensali: _imenei_, canti morali di
ammonimenti e documenti intorno al matrimonio; e altri, descrittivi
della pompa delle nozze; e inni a onore degli sposi.
Di _scolii_ uno ce ne avanza, male attribuito ad Anacreonte, tutto
ancor fresco e brioso:
O regina de le dive, Cipride; o Amore, forza de gli uomini; o Imene,
custode della vita; voi chiamo con la parola, voi ne' canti onoro,
Amore, Imeneo, Cipride. Guarda, o giovine, guarda la novizza: sta'
su, ché non ti sfugga la caccia della pernice.
Stratocle diletto di Citerea, Stratocle marito di Mirilla, mira la
cara moglie, adorna, fiorente, splendida. La rosa è regina dei fiori,
rosa tra le fanciulle Mirilla. Il sole t'illumini il talamo: ti
cresca nel giardino un cipresso.[101]
Degli epitalamii propriamente cantati non ne avanza. Teocrito, o chi
altri nell'età alessandrina, rifece l'epitalamio di Elena; e, o che
parte lo deducesse dalle antiche epopee o che parte vi raccogliesse
degli spiriti dalla vita ancor poetica del popolo, fe' cosa, pur negli
atteggiamenti studiati dall'arte, graziosamente ingenua. Sono dodici
fanciulle di Sparta, che, col giacinto alle chiome, in casa il biondo
Menelao, intrecciano carole cantando Imeneo dinanzi al talamo di
fresco dipinto della Tindaride e del piú giovine Atride. Le fanciulle
cominciano giovanilmente scherzose. (Riferisco dalla versione del
Salvini, che, dove non falla per difetto del testo seguíto, è delle men
peggio).--Dovevi--dicono allo sposo--
. . . . . dovevi tu per tempo.
Tu che mestier n'avevi, andare a letto,
E lasciar poi che colle sue compagne
Presso alla cara madre in festa e in giuoco
Si stésse la figliuola infino a giorno;
Poi che ce n'era ancor por la dimane
Della tua sposa, e ancor per anni ed anni.