Ma forse nel '91, pur restando il tipo, il personaggio vivo era

passato, e dileguato e dimenticato il suo linguaggio _prezioso_. Perché

Cluvieno è un ritratto dal vivo: il Parini non rifuggiva dai ritratti

personali, come non ne rifuggirono tutti gli artisti veri e forti,

tutti i greci, il temperatissimo Orazio, tutto il Trecento con a capo

Dante, tutto il Cinquecento con a capo l'Ariosto, fino il Boileau. Il

Giusti, sempre e ferocemente falso e academico nelle teoriche, predicò

anche contro la satira personale; ed egli ne faceva a tutto spiano,

di sottécchi, spalmandola poi con molte manate di vernice civile. A

proposito del Giusti, sarebbe da raffrontare a questa _Impostura_

il _San Giovanni_ di lui, per rilevar meglio il difetto di facoltà

plastica, il contrasto tra la volgarità e la convenzionalità, l'urto

tra la sciattezza e la pretensione, il prosaicismo inorganico e

sconclusionato, che offende segnatamente nei primi tentativi satirici

di cotesto poeta che non fu quasi mai perfetto e intero artista.

Sarà meglio tornare al Parini.

* * * * *

Ma imitar Cluvieno e farsi largo tra le signore egli non può: è prete.

Farà dunque il Tartufo.

Ma Cluvien dal mio destino

D'imitar non m'è concesso.

Dell'ipocrita Crispino

Vo' seguir l'orme da presso.

Tu mi guida, o dea cortese,

Per lo incognito paese.

Di tua man tu il collo alquanto

Sul manc'omero mi premi:

Tu una stilla ognor di pianto

Da mie luci aride spremi:

E mi faccia casto ombrello

Sopra il viso ampio cappello.

É il tipo figurato per l'eternità dal Molière, qui la prima volta

ridotto alle brevi proporzioni della caricatura popolare.

Ma quest'altra strofe con quanta efficacia non rende il giólito degli

sfoghi bestiali grugnante dallo stabbiolo della conscienza ipocrita!

Quel fregamento di mani interiore, quella interrogazione e quella

esclamazione che s'incalzano con uno sguardo di sotto in su, come é

drammatico!

Ch'io non macchi e ch'io non sfrondi,

Dalle forche e dall'esiglio

Sempre salvo? A me fecondi

Di quant'oro fien gli strilli

De' clienti e de' pupilli!

* * * * *

Le ultime due strofe sarebbe meglio non ci fossero. C'è l'_amabil lume_

e il _fervido pensiere_, ci sono i _rai della verità_ e le _zanne fiere

del mostro orrendo_ dell'_Impostura_, c'è un _E me nudo nuda accogli_

che fa ridere, facendo pensare alla bella figura che farebbero que'

due nudi lí, la Verità e l'abate. Quei nostri vecchi, con tutte le

lodi del buon tempo antico, doveano aver da vero di molto poca stima o

dell'intelligenza o dell'onestà dei loro lettori uditori: attaccavano

sempre la moralità dove n'era meno il bisogno. Oggi affettiamo invece

la immoralità. Né l'uno né l'altro è arte.

V.

_LE NOZZE._

Quest'ode fu scritta del 1777, nella prima quindicina di ottobre:

l'abate Gian Carlo Passeroni la mandava con lettera del 15 a Verona

al dottor Paolo Patuzzi, che era dietro a compilare una delle tante

raccolte nuziali d'allora. Il Passeroni scriveva: «Per servirvi presto

e bene, mi sono raccomandato ai due piú classici scrittori che io

conosca in Milano; ambedue m'hanno promesso; ma un solo m'ha favorito;

onde ho dovuto io subentrare al peso, che l'altro non ha voluto o

potuto portare. Dunque la canzonetta scritta di mia mano è mia, fatene

quell'uso che volete; l'altra è dell'abate Parini, e ve la raccomando

...» La canzonetta del Passeroni che segue alla lettera è troppo

simile alle troppe sue sorelle sparse per venti o piú volumi di rime e

d'apologhi del buon nizzardo: incomincia

Fu a color la sorte amica

Che spirarono di vita

La primiera aura gradita

In città nobile antica,

Per pietà per saver chiara;

Quanto mai da lei s'impara!

e séguita

Quanto celebre è Verona!

Cosí ognun di lei favella,

Ed il titolo di bella

E di dotta ognun le dona:

Voi la cuna a lei dovete:

Quanto mai felice siete!

_Quanto mai siete un buon uomo_, dové pensare il dottor Patuzzi; e

non pubblicò la canzonetta dell'autore del _Cicerone_, sí quella

del Parini, nella raccolta intitolata _Per nozze de' nobili signori

marchese Carlo Malaspina e contessa Teresa Montanari_, stampata in

Verona dal Moroni nel 1777.[80]

* * * * *

Dunque l'ode _Le Nozze_ fu composta per una raccolta e stampata in

una raccolta ventisette anni dopo che il Bettinelli aveva composto il

poemetto satirico allegorico critico in quattro canti d'ottava rima su

le raccolte o contro le raccolte[81]; sí che potrebbe parere che il

Parini fosse rimasto addietro in franchezza di opinioni e in audacia di

ribellioni dalle mode letterarie al gesuita falsificatore di Virgilio,

se il Bettinelli non avesse pur egli seguitato a dar del suo alle

raccolte per tutta la vita e se le raccolte in Italia non durassero

tutt'oggi a divertire forse quelli che noiano gli altri per metterle

insieme.

Il Bettinelli riporta, solo per capriccio poetico, alla metà del secolo

XVII l'invenzione delle raccolte dei versi. Ma la prima forse fu fatta

per la morte di Dante, che anche nelle sue ecloghe inventò l'Arcadia.

Il Cinquecento incomincia con le _Collettanee grece latine e vulgari

in morte de l'ardente Serafino Aquilano_ [1504], e ne conta poi delle

celebri, parecchie: Il tempio di donna Giovanna d'Aragona [1554]: Rime

in vita e in morte della signora Livia Colonna [1555]: Rime in morte

del cardinal Bembo [1549], in morte d'Irene dei signori di Spilimbergo

[1561], in morte e per le esequie di Michelangiolo [1564]. Le raccolte

in specie per nozze abondano dal 1575 al 1625 particolarmente in

Romagna, e nominatamente nelle città di Bologna, di Ferrara, di

Ravenna. La piú antica a me conosciuta fu impressa in Bologna del 1575

nel fausto sposalizio di Carlo Antonio Fantuzzi e Laerzia Rossi. Altra

stampata in Ravenna del 1583 per le nozze d'Alfonso d'Avalo marchese

del Vasto e di donna Lavinia Feltria Della Rovere ha una canzone di

Torquato Tasso.

Il Bettinelli anche attribuí l'uso di verseggiare le nozze

_principalmente_ al Marini, che, egli scrive, _divulgò, senza tener

conto de' sonetti, egli solo dieci e forse piú poemi_ di tali

argomenti. Ma piú assai che dieci canzoni nuziali, oltre sonetti

moltissimi, avea già composto Torquato Tasso, e prima di lui per

nozze di Medici e di Farnesi ne compose Francesco Maria Molza. Sí

veramente che in quelle rime del Tasso e del Marini è già tutta

la materia e il maneggio della poesia nuziale, quale derivò nelle

raccolte dell'Arcadia, con due amminicoli o luoghi comuni, la lascivia

rimbiondita con frasi e figure piú o meno garbate, e l'adulazione su

gli avi famosi e su i nepoti che han da nascere anche piú famosi.

Il Baretti in certo capitolo a un amico che raccoglieva rime per nozze

toccò bravamente della lascivia, mirando al Frugoni:

Dite un poco a quel vostro pretacchione

Che, quando vuole far versi per nozze,

Non istomachi tanto le persone.

Non dico che non usi frasi sozze:

Ma non vorre' neppur ch'egli adoprasse

Certe rubriche imagini mal mozze.

Vorrei che con ritegno egli parlasse,

Vorrei che il _molle seno_ e il _casto letto_

E i _casti baci_ da un canto lasciasse.

Cosí procaccerebbe piú rispetto

Alla sua toga, e un certo soprannome

Non gli saría cosí sovente detto.

Faccia pure _scherzar le bionde chiome_

_Sulle guance vermiglie e sulle bianche_

_Spalle soavemente_, io non so come;

E _batta_ pure a suo piacer _le franche_

_Ali_, e se 'n vada _a ragionar col fato_

E parlare per forza lo faccia anche...

Ma da' _pudichi talami_ si stia

Alquanto lunge e da' lor _puri lini_

La sua poco pretesca poesia.[82]

E il Passeroni con la sua piacevolezza bonaria mise in burla le

adulazioni cosí[83]:

Se prende moglie un ricco cavaliere,

Un Orlando, un Achille, un novo Aiace

Fan nascere i poeti; e aste e bandiere

Vedono tolte al già tremante Trace;

Additan di nepoti immense schiere,

L'un sarà chiaro in guerra e l'altro in pace,

E faran gli uni e gli altri in pace e in guerra

Cose che star non puon né in ciel né in terra.

Nascerà, Italia, Italia, il tuo soccorso,

E fioriranno in te virtú novelle,

Gridano i vati, e vendono dell'orso,

Prima che preso l'abbiano, la pelle,

E portano, di penne armati il dorso,

I nascituri eroi fino alle stelle;

E spesso accade poi, come Dio vuole,

Che muoiono gli sposi senza prole.

E voi, poeti, avete ancor coraggio

Di dir che penetrate entro il futuro?

Di dir che in voi scende un celeste raggio

Che vi rischiara ciò che agli altri è oscuro?

Che parlate in profetico linguaggio

E che un Dio rende il vostro dir securo?

Affé, se debbo anch'io far da indovino,

Credo che questo Dio sia il Dio del vino...

Dovreste essere ormai disingannati,

E non dovreste dir piú tante insanie;

Lasciar dovreste ormai l'_orror de' fati_,

Le _vie de' venti_ e altre parole estranie,

E il _pegaseo cavallo_ e i _cento alati_

_Destrier_, su cui fate cotante smanie;

Ma chi d'altro caval non si provvede,

Faccia pur conto d'andar sempre a piede.

Anche il Bettinelli con quel suo stile franco-gesuita e con que' suoi

versettucci ripicchiati alla Boileau disse cose argute su le raccolte;

ma piú che altro gli dispiaceva, pare, che le si fossero, come oggi si

direbbe con francesismo democratico, _volgarizzate_:

È la raccolta un traditore ordigno,

Vago in vista, piacevole, pudico;

Sembra un cortese libricciuol benigno,

Ma in volto onesto asconde un cor nemico.

Sparge un succo sonnifero maligno,

A l'oro insidia, a la menzogna è amico;

Di monache fa strazio e di dottori,

E le nozze avvelena e i casti amori.

Tempo già fu che d'onorato sprone,

Servir poteva a l'anime gentili,

Or destando a cantar dotte persone,

Or lodando atti onesti e signorili:

Ma le antiche Gonzaghe e le Aragone

Cangiò col tempo in giovinette vili,

Trovò nel vulgo l'Elene e i Pompei,

E fu veduto a nozze con gli ebrei.[84]

Già, anche con gli ebrei. In Ferrara, nel 1744, fu pubblicata per

Bernardo Pomatelli stampatore arcivescovile, con licenza de' superiori,

una raccolta di rime _Per li felici sponsali del signor Moisè Vitta

Coen ferrarese colla signora Consola Coen mantovana_; ebrei, come

sentite, e della tribù sacerdotale, mi pare. Sono sette sonetti e una

canzonetta, sottosegnati di denominazioni academiche, _D'un pastor

arcade, D'un accademico infecondo, D'un accademico intrepido_. Entrano

in uno de' sonetti Rachele e Giacobbe:

Onor di Carra e la piú illustre e bella

Delle sirie fanciulle era Rachele;

Ma tre lustri servir, soffrir per quella

Del suocero gl'inganni e le querele,

Ma unirsi a forza alla maggior sorella

E l'assenzio gustar prima del mèle,

Tal la nemica fu sorte rubella

Dell'amoroso suo sposo fedele.

Tu che senza sí gravi affanni e rei

Questa accogli gentil vergine al seno,

Ben di Giacobbe or piú felice sei;

Che se al placido volto ed al sereno

Volger degli occhi lusinghieri e bei

Non è Rachel, la rassomiglia almeno.

In un de' rari esemplari di cotesta raccolta presso di me è manoscritta

una nota che dice: _31 marzo_. _Per mano del Boia_ [lettera maiuscola]

_avanti le prigioni fu abbruciata d'ordine di Roma. Uscirono molte

satire manoscritte contro questi sonetti_. D'alcuna delle quali satire,

e proprio di una intitolata con accesa pietà cristiana _Pentapoli

arrostita_, era autore il Baruffaldi seniore, autore anche del

_Canapaio_; che per essere arciprete di Cento nel ferrarese e per avere

scritto non bene qualcosetta intorno all'_Orlando_ si credea avere un

ramo dell'Ariosto, e dovea tenersi certamente piú poeta del Redi per

avere scritto molti ditirambi, ch'egli denominava _Baccanali_, a ogni

proposito, per esempio, su 'l Museo volpiano e su San Filippo Neri, su

'l libro d'oro della repubblica di Venezia e sul tabacco, e anche su le

_nozze saccheggiate_.

Una sola città, racconta il Bettinelli, delle men popolate, Ravenna,

ebbe una raccolta pubblicata del 1739 con rime di centotrentasei poeti

suoi. E a mettere insieme tutte le raccolte stampate per quei cento

anni in Imola, Faenza, Forlí, Cesena, Rimini, Ravenna (oltre che in

Bologna e Ferrara), ci sarebbe da trovarsi a dosso una biblioteca altro

che ordinaria. In quel secolo i romagnoli correvano a far rime come

oggi a far comizi.

* * * * *

La satira del Bettinelli valse non a scemare in Italia il numero delle

raccolte, ma a cambiarne un poco le intitolazioni, il metodo, la

contenenza, direi quasi la indole.

Così nel '53 ne uscí in Ferrara una intitolata _Gli augurii delle nove

muse_ per le nozze del marchese Francesco Calcagnini colla marchesa

donna Alessandra Scotti. In una lettera preliminare si riprendeva

_l'indocile stemperato appetito di raccolte_; si affermava che _i poeti

se ne dicono stanchi, stanchi fino allo stomaco i lettori_; con tutto

ciò si trovava _ottimo il pensamento di far raccolte di autori eletti,

di argomenti obbligati e di stabilita maniera di versi_. Alla lettera

seguono gli augurii delle fatidiche sorelle: fra le altre, Talia, nella

persona del conte Camillo Zampieri, autore d'un poema su Tobia, d'una

infinità di sonetti frugoniani e di catulliani endecasillabi, augura

agli sposi copia di beni e buona economia: Euterpe, per bocca dell'ab.

Girolamo Ferri, latinista, quel tanto di sapere che può loro convenire,

con molte raccomandazioni d'avere nella debita stima gli uomini dotti

ecc. ecc.

Imitazione della raccolta ferrarese paiono _I fasti d'Imeneo nelle

nozze degli dèi_ stampati in Bologna dalla tipografia del Sant'Ufficio

(chi l'avrebbe detto a San Domenico?) il 28 aprile del '62. Imeneo reca

nel consiglio dei numi notizie del gran fatto: degli sponsali cioè del

conte Giov. Francesco Aldrovandi Mariscotti senatore bolognese con la

marchesa Lucrezia Fontanelli di Reggio. Alla novella balena un degnevol

sorriso su 'l terribile sopracciglio di Barba Giove. Gli dèi applaudono

e attaccano discorso su le brave persone che uscirono dalle due casate:

Minerva parla degli scienziati e de' letterati, Marte de' guerrieri,

Febo de' poeti. Le Muse si preparano anch'esse a cogliere e mettere

in mostra i piú bei frutti delle due piante amiche al cielo. Quando

Giove, stendendo la destra,--Zitti là--dice--meno schiamazzo;--e fa lui

una chiacchierata lunghissima, conchiudendo che, per meglio onorare

le nozze Aldrovandi e Fontanelli, _alle beate e immortali nozze si

paragonino degli dèi e queste in commendazione e quasi in concorrenza

di quello si cantino_. E qui sette canti. Ricordo Proteo che nelle

strofe di Ludovico Savioli celebra le nozze di Nettuno e Anfitrite,

Erato che per bocca di Agostino Paradisi canta quelle di Apollo e di

Calliope. Infine Vincenzo Corazza, per Bacco e Arianna, pensò meglio

di tradurre un epitalamio dal secondo libro, _Le nozze della Filologia

e di Mercurio_, dell'opera su le Arti liberali di Marziano Capella.

Cotesto bolognese nella seconda metà del secolo decimottavo propugnò

validamente la imitazione dei metri classici nella poesia italiana, e

in questa raccolta imitava i versi di Marziano con tali senza rima:

Non cosí tosto l'aurea

Nel scintillante ciel luna fia apparsa,

Accoppierò le rose a un laccio e i gigli.

Per entro i sacri talami

S'aggiungeranno la fanciulla e il dio:

Odorate di cinnami le sponde.

Esper la vegga vergine

Per poco ancora e intatta: alla prim'alba

Fosfor dall'alto ciel vedralla sposa.

Splendidi per opera tipografica e pregevoli per testimonianza

d'erudizione, lo stesso anno che _I fasti d'Imeneo_, uscirono in

Bologna dai tipi della Volpe _I riti nuziali degli antichi romani_

a festeggiare le nozze di don Giovanni Lambertini e donna Lucrezia

Savorgnan: sono dieci capitoli in terza rima--ce ne ha di Vincenzo

Corazza, di Camillo Zampieri, di Agostino Paradisi--che percorrono

l'argomento per tutte le sue parti, con innanzi una dotta memoria di

mons. Floriano Malvezzi (Diomede Egeriaco) e con incisioni e vignette

di marmi e oggetti antichi bellissime. Piú tardi (1771) e piú modesto

non ostante la superbia del titolo, esce pure in Bologna e dalla oramai

profanata stamperia del Sant'Uffizio, _Il coro delle Muse_ a celebrare

le nozze del conte e senatore Gius. Dalla Serra Malvasia Gabrielli e

della marchesa Eleonora Zambeccari. Le nove sorelle cantano in tutti i

metri: Apollo esordisce con endecasillabi sciolti per bocca, meno male,

di Ludovico Savioli, e chiude ahimè con un sonetto, per bocca, ahimè

ahimè ahimè, del padre Bovi. Molto piú ancora modesti, almen nella

forma tipografica del Riccomini, ne si presentano del '72 in Lucca,

per nozze Lucchesini e Orsini, gli _Imenei festeggiati in Citera_;

e Pindaro canta in sestine ed è.... è un padre Romualdo Baystrocchi

Accademico Ricovrato e Dissonante, Tibullo in terzine non mica male è

il Cerretti, il Petrarca è Giuliano Cassiani, l'Ariosto è niente meno

Cristoforo Boccella.

Piccolina, presuntuosetta, battendo il tacco come un _petit-maître_,

esce, un anno innanzi la rivoluzione in Bologna, per le nozze del

sen. Giacomo Ottavio Beccadelli con la marchesa Violante Bovio, _La

toilette_; e il cavalierino Clementino Vannetti canta in strofette

settenarie _Il déshabillé_, e il marchesino Ippolito Pindemonte in

strofette savioliane _Lo specchio_, e il poetino Giacomo Vittorelli

in strofette pur settenarie _Le forcelle_, e l'abatone Lorenzi in

strofette savioliane _La polvere di Cipro_, e la futura professoressa

greca Clotilde Tambroni, in strofe idem, _La cuffia e i veli_: meno

male!

Ultimi, tra gli splendori del classicismo napoleonico, nel 1812, i

Pemeni Filopatridi coi tipi bodoniani di Parma invocavano in terzine

magnificamente elaborate gli Dei Consonti a sorridere benefici su le

nozze di Alceo Compitano dodecandro con Telesilla Meonia, figliuola di

Acrone Meonio poeta massimo: avete capito, credo, che erano le nozze di

Giulio Perticari con la Costanza figliuola di Vincenzo Monti.

* * * * *

Qualche poeta trattò da sé solo argomenti nuziali in una serie di piú

composizioni, per lo piú sonetti, che continuando svolgessero per

ordine un concetto o una rappresentazione unica.

L'ab. Pellegrino Salandri, quel delle _Litanie della Madonna_ in

sonetti, anche ne scrisse cinquanta, per le nozze di Pietro Leopoldo

Granduca di Toscana con Luisa Borbone di Spagna; nei quali descrisse

e narrò il viaggio della sposa per le diverse città con fermata in

Mantova fino ad Innsbruck, e i divertimenti, e il ritorno degli sposi

in Italia per Mantova a Firenze, e le glorie e le speranze ecc. ecc.

Meglio, per nozze in Mantova della marchesa Teresa Castiglioni, espose

in dodici sonetti una _Galleria di donne illustri_; nella quale a

una greca o romana fa regolarmente riscontro una _barbara_, Maria

d'Austria a Cornelia madre dei Gracchi, Cristina regina di Svezia (non

senza meraviglia, penso, di tutt'e due) a Veturia. Meglio ancora, per

le stesse nozze, verseggiò in trentacinque sonetti, prima e con piú

spirito che i poeti della raccolta bolognese per il Lambertini, _Le

nozze secondo i riti degli antichi_: de' quali sonetti alcuni sono,

per raffigurazione plastica, belli. Ai nostri vecchi piaceva piú di

tutti quello che descrive il sacrifizio:

Questo bosco e quest'ara a te consacro,

Santa madre d'Amor, Venere bella:

Ecco intorno al pietoso simulacro

L'amaraco, la persa e la mortella:

Ecco il sal puro, ecco il lustral lavacro,

La candida odorifera facella,

E il coltel che, compiuto il rito sacro,

La bianca sveni ed innocente agnella.

Or cinta il crine dell'idalie rose

Vieni, e del nume tuo spargi l'altare.

Bella unitrice de le belle cose;

Ché coppia non vedrai d'alme piú chiare,

Se non riede il garzon che in duol ti pose,

Se non torni tu stessa a uscir del mare.

Ma per graziosa agilità nelle mosse forse che non gli cede questo, che

è la presentazione e la preghiera della sposa al tempio di Giunone:

Cinge il ceruleo manto, il capo infiora,

Riveste il breve piè, vela le ciglia

Licori; e il piede e il velo a lei colora

La diletta a Giunon vaga giunchiglia;

E al tempio della dea, cui Giove onora,

Pensosa e taciturna il cammin piglia;

E ovunque move, la ridente aurora,

Ch'esca dal balzo orïental, somiglia.

Al sacro limitar ferma le piante,

E il pio ministro, che per man la prende,

La riconforta e guida all'ara avante.

Là le supplici palme al cielo tende,

E mostra agli atti e alle parole sante

Che di là solo ogni soccorso attende.

E per animata verità storica può anche piacere quest'altro che

rappresenta l'entrar della sposa nella casa del marito secondo la

costumanza romana:

Chi sei?--Caia son io.--Vieni, e seguace

Gaudio in questo ti sia nuovo soggiorno--:

Dice il custode, ella risponde, e pace

Spira dagli occhi e dal bel viso adorno.

Fregia l'uscio di bende, e con sagace

Man l'olio versa a' cardini d'intorno:

Pronto è il fanciullo per ghermir la face,

Che non rapita le saría di scorno:

Entra, donna immortal, ma deh! che il saggio

Virginal piede il limitar non tócchi:

Sai qual alto n'avresti un giorno oltraggio.

Ma già in meno che stral d'arco si scocchi

Lanciossi entro la soglia, e al suo passaggio

I cardini si alzâr, benché non tocchi.[85]

Sonetti nuziali parecchi scrisse il Cesarotti, con la solita

pretensione filosofica, e nel fatto declamando con molto barocchismo

di lingua e di stile. E pure il Leopardi li ricettò in quella sua

Crestomazia, che pare un ospitale di storpi o una sala di pezzi

anatomici della poesia italiana. Che sugo c'è, si domanda, a mettere

fra le cose utili ad apprendere de'versacci di questo conio?

Era un bosco la terra: ivano a squadre

Gli uomini errando e si mescean quai fere:

Sceso Imeneo da le celesti sfere

La sua possanza ah di qual ben fu madre!

Sacri nomi s'udir di sposo e padre;

Ministro di virtú fèssi il piacere;

Saggio divenne amor, dolce dovere;

Nacquer leggi, cittadi, arti leggiadre.

Fu di famiglia pria quel che fu poi

Amor di patria; ché ad amar s'apprese

Ne'suoi sé stesso e ne la patria i suoi.

S'eternàr chiari nomi, avite imprese;

Virtú scambiârsi, e s'innestaro eroi.

Sposa, Imene a tal fin sue faci accese.[86]

Anche l'ex-gesuita Clemente Bondi, quando la rivoluzione ebbe reso alla

vita un po'piú di serietà, cantò, diciamo oramai cosí anche noi per

tacita convenzione, il matrimonio in dodici sonetti, se non cristiani,

come a lui prete saría stato bene, almeno morali. Ecco un saggio:

Coppia gentil, che ai pronubi misteri

T'accosti a piè degli invocati altari,

Dal sacro laccio a cui la man prepari

Sai cosa il cielo e la tua patria speri?

Sposa, da te sensi d'onor severi

E custodia ed amor dei casti lari:

Da te, signor, che a sostenere impari

Di padre e cittadin cure e pensieri:

E d'ambedue, di gentilezza avita

E di pietà religïosi esempi,

E prole poi, che di virtú nutrita

Del moribondo secolo ristori

Gli acerbi danni, e de'futuri tempi

I rei costumi ed il destin migliori.[87]

Ah sí, padre Clemente? Bisognava pensarci un po'prima, in scambio di

scriver tanti sonetti su la cagnolina d'Amarilli, su Nice salassata, su

Nice elettrizzata, su Nice che tira a'pipistrelli, e anacreontiche su

la. .. giacché non siamo gesuiti, diciamo diarrea.

* * * * *

Troppi ne scrisse il Frugoni, e senza mai affettazione di filosofemi o

di moralità: a lui piaceva la mitologia decoramentale: ma fra i troppi

ne ha di anche piacenti per impasto almeno di colori e di suoni.

Silvia, sovviemmi de la bianca Aurora,

Quando fu sposa del marito annoso.

Ahi sventurata! che non disse allora

Ch'ei se la strinse al vecchio sen rugoso!

Pianse, e di sua crudel lunga dimora

Accusò il pigro sol fra l'onde ascoso;

E al par del giorno sonnacchiosa ancora

Lasciò le ingrate piume e il freddo sposo.

Forse ancor tu di questo orror notturno,

Silvia, i silenzi e l'ombre in odio avrai?

Ti vedrà sorta il nuovo albor diurno?

Tirsi non è Titon: piú bella assai

Tu sei de l'Alba, e l'aureo letto eburno

Amor sa quando abbandonar potrai.[88]

* * * * *

Cotesto è in una raccolta. E le raccolte, massime nella seconda metà

del secolo, offrono qualche fiore, e nominatamente de'due lirici

estensi, Agostino Paradisi e Luigi Cerretti, inferiori d'assai al

Parini e forse anche al Savioli, ma superiori a molti altri del tempo,

per certa correttezza di forme non sempre disgiunta da nobiltà e

civiltà d'intendimenti.

A Giuseppe Puccianti piacquero del Cerretti per la sua Antologia

di poeti moderni i _Fasti d'Imeneo_. E di fatti le prime strofe,

compendiate di su l'antico di Catullo, sono graziose.

Bella in siepe frondosa

È la fiorita spina

Allor che rugiadosa

Fuor de l'epa marina

L'alba novella uscí:

Ma, se gentile innesto

Non cangia il tronco duro,

Cadon le foglie, e presto

Rozzo virgulto oscuro

Torna qual era un dí.

Bella in piagge fiorite

Di pampinosi colli

È la nascente vite.

Cura de l'aure molli,

Primo de'campi onor:

Ma, se a l'olmo il bifolco

In accoppiarla è lento,

Lei su 'l negletto solco

Calca co 'l piè l'armento,

L'insulta ogni pastor.

Bella è in chiuso soggiorno

Vergin pudica anch'ella;

Tutto le ride intorno,

Tutto la fa piú bella

Ne la sua fresca età:

Ma, se Imeneo con presta

Man non ne unisce il core,

Oltre che inutil resta,

Illanguidisce il fiore

Di sua gentil beltà[89].

Migliori sarebbero quelle che seguono discorrendo i civili effetti

del matrimonio, se troppo non sottostessero al paragone col carme

catulliano dal quale derivano.

Con piú novità il Paradisi introdusse Urania a cantare Imeneo principio

della società umana:

Conversazioni critiche · 第 12 / 16 段