Ma se a noi fan rimprovero

Che siamo a mangiar dediti.

Non mangiam senza bevere,

Ché non è sanità.

Qua coppe, qua bicchieri,

Vin bianchi, vini neri:

Quest'è felicità.

Un tempo era il mio genio

Languir per un bel ciglio:

Error degli anni teneri,

Pazzia di gioventú!

Quant'è miglior diletto!

Versar dentro il suo petto

Due fiaschi e forse più.

L'amore ci fa piangere

E 'l vino ci fa ridere:

Cui piace Amor lo séguiti.

Ché il vino io seguirò.

La dama, con sua pace,

Allora sol mi piace.

Che brindisi le fo[62].

Non in tutto eguale. Ma Plauto l'avrebbe scritta cosí, e cosí

l'avrebbero scritta i ballatisti del Quattrocento, del secolo in cui

l'arte, come espressione del popolo italiano, fu piú sincera, piú

rilevata, piú, direi anche, originale, sí nella scultura e nella

pittura, sí nella poesia.

* * * * *

Per trovare in questo genere qualche cosa di piú fine che non la

canzone da tavola del Maffei, di piú vario che non le canzonette del

Rolli, di piú nuovo che non il _Brindisi_ del Parini, bisogna pur

troppo tornare indietro, molto indietro; ricorrere a quell'artefice

superiore che seppe albergare sí buon sangue greco nella polpa romana,

ad Orazio.

Era fra il 725 e il 730 di Roma; quando, chiuso Giano, dedicato il

tempio di Apolline Palatino ed il Pantheon, la terra pacata lasciava al

felice Ottaviano, quasi cacce a divertirsi dalle cure della repubblica,

le sole guerre con i Cantabri ed i Salassi, e permetteva alla poesia

imperiale _et iuvenum curas et libera vina referre_. Orazio, poeta

di moda, frequentava ancora e celebrava i lieti banchetti. In alcuno

dei quali una volta, avendo i commensali alzato un po' il gomito e

troppo dimesticamente essendosi affrontati con certo vecchio e burbero

falerno, dalle grida e dagli schiamazzi eran venuti alle mani fra loro

su per i lettucci del triclinio; e gli scifi (chiamateli, se volete,

còppe) cominciavano a volare fra le teste in vano ghirlandate di mite

apio. In tale frangente, Orazio, il solo forse della compagnia rimasto

padrone di sé, come piú anziano, si rizza su la sponda del suo letto,

e, arbitro del bere, col braccio teso, ammonisce i baccanti.

--Farsi arma degli scifi nati al servigio dell'allegria, è da Traci:

via il barbaro costume, e lungi dalle sanguinose risse Bacco che n'è

rosso di vergogna. Oh immane contrasto la nuda scimitarra fra il vino

e le lucerne! Quetate l'empio schiamazzo, o compagni, e rimanetevi

col gomito appoggiato ai cuscini.

I rissanti invece di calmarsi si accordano contro il pacificatore.--Ah

sí? Ma tu non hai bevuto. Un'anfora di falerno per il predicatore.

--L'affare si parava male. Ma Orazio aveva lí accanto un greco, famoso

delle glorie della sorella, un biondino sentimentale, un Cupieno

perseguitatore delle bianche stole ma che poi si contentava anche delle

serve (Xanthia foceese?), e pensò a divergere su lui l'attenzione e

l'assalto e ad estinguere cosí nelle risa gli elementi della rissa.

Séguito traducendo:

--Volete che anch'io prenda la mia parte di questo brusco falerno?

Bene! Il fratello di Megilla d'Opunte dica onde partí lo strale la

cui ferita lo fa morire di felicità. Esita? Non beverò ad altra

condizione. Qualunque sia la bellezza a cui Venere ti sottomise, la

tua non è certo fiamma da vergognare: tu pecchi sempre di nobili

amori. Or via, che che tu abbia, deponi il secreto in questo orecchio

fedele.

Difficile trasportar in altra lingua, sia pur l'italiana, la suprema

squisita eleganza d'ogni parola, e della collocazione e della

disposizione e dell'atteggiamento delle formole, onde nel latino

risalta a ogni tratto la finissima corbellatura della allungata

lusingheria. È impossibile, parmi, supporre in questi versi

un'imitazione al solito dal greco. La subitaneità e la vivace verità

dell'apparente disordine mostrano, parmi, che è il caso di un allegro

episodio, d'una scena animata, còlta lí per lí e tradotta in una breve

odicina, ammirabile per movimento drammatico. C'è,--per vero,--un

frammento d'Anacreonte, ove si riscontra l'accenno agli Sciti, ma

(vediamolo in una recente e accurata traduzione)

Via, non piú di questa guisa

con fracasso ed ululato

a la scitica maniera

non si bea, ma centellando

fra soavi inni d'amore[63]

è tutt'altro. Anacreonte placa i suoi bevitori col canto; Orazio li

richiama dal tumulto con lo scherzo.

Ricevuto nell'orecchio il segreto del giovane vagheggino, il poeta si

mette le mani ne' capelli, e raccogliendo con un tono d'enfasi comica

l'attenzione alla sua pietà su quella vittima d'amore, prorompe:

--Oh sciagurato, in quale Caribdi ti travagli, ben degno di fiamma

migliore! Quale strega, qual mago ti potrà con tutti i tessali

incanti liberare? qual dio? Bellerofonte a pena sul Pègaso varrebbe a

strapparti dai lacci di questa triforme chimera.[64]

Il poeta ha ottenuto l'effetto che voleva. I compagni rasserenano

l'ebrietà sfogandola in un turbine di risa e di motti che avvolge il

biondino, la famosa Megilla e la non meno famosa fiamma novella. E

Orazio può riadagiarsi sul lettuccio meditando lentamente una strofe

alcaica ad amici piú degni, a Postumo o a Dellio.

E poi si vuol asserir tutto ai moderni il vanto di aver drammatizzato

la lirica!

IV.

_L'IMPOSTURA._

Questa, secondo la notizia lasciatane dal Gambarelli nell'edizione

che diè delle Odi nel 91, fu «recitata in una pubblica adunanza dei

Trasformati circa un trent'anni fa[65]»: dunque nel 1761, tre anni dopo

la _Vita rustica_ e due avanti la pubblicazione del _Mattino_. Il poeta

a trentadue anni era in succhio. Si sente al vigore onde tócca certi

tasti che non aveano ancor risonato o non risonavano piú da un pezzo

nella lirica italiana, all'arditezza onde cerca la nota stridente, al

coraggio onde presenta l'antagonismo della sua personalità, all'ardenza

saputa trasfondere nel metro, che solo si raffredda per poco qua e là

nei passaggi.

* * * * *

L'ottonario è de' versi piú antichi e piú veramente popolari della

poesia romanza. Nella lingua provenzale, nella francese, nella

spagnola, con maggior varietà e libertà di accenti e di cesure, serví

meglio al racconto eroico, e diè, ammirabili frammenti di epopea

cantata, i romanzi di Bernardo del Carpio, dei Sette infanti di Lara,

di don Beltrano, del Cid: in Spagna serví anche al dialogo drammatico.

In Italia da principio fu adoperato a qualche sbozzo di canzone epica;

ma piú si allargò per tutti i primi tre secoli, nelle ballate, nelle

laude, nei canti carnescialeschi, poesia lirica e narrativa, famigliare

e comica. Meno pregiato nel classico Cinquecento, rifiorí, col fiorire

della nuova musica, nei cori e nelle liriche del Rinuccini e del

Chiabrera, nelle melodie del Caccini. Circa il 1740, quando il Vinci il

Pergolese il Jomella musicavano i melodrammi del Metastasio, il Quadrio

scriveva: «L'ottonario è divenuto a' nostri giorni celebratissimo; e

fra i versi di sillabe pari, per la sua sonorità e numero, si può dire

che sia il piú degno e però il piú frequente presso gli autori.»[66]

Oltre che rimato a coppie, nella qual forma serví specialmente alla

narrazione e alle epistole o in generale agli scherzi famigliari

e galanti (il Parini l'adoperò cosí nell'_Indifferenza_[67], il

Frugoni poi ne abusò in cento o duecento argomenti), fu intrecciato

in strofe di varia struttura. Col Seicento, direi, incomincia la

strofe di quattro versi baritoni (piani) a rima alternata; e fu

molto felicemente, per l'effetto musicale, introdotta nei cori

dell'_Euridice_ dal Rinuccini:

Cruda morte, ahi pur potesti

Oscurar sí dolci lampi.

Sospirate, aure celesti;

Lagrimate, o selve, o campi...

Fiammeggiar di negre ciglia

Ch'ogni stella oscuri in prova,

Chioma d'òr, guancia vermiglia,

Contr'a morte ohimè che giova?

L'Appennin nevoso il tergo

Spira gel che l'onde affrena,

Lieto foco in chiuso albergo

Dolce april per noi rimena.

Quand'a' rai del sol cocente

Par che il ciel s'infiammi e'l mondo,

Fresco rio d'onde lucenti

Torna il dí lieto e giocondo.

Ben nocchier costante e forte

Sa schermir marino sdegno...

Ahi fuggir colpo di morte

Già non val mortal ingegno.[68]

E fu popolare nelle canzoni di quel secolo: graziosissima, e

caratteristica, anche per il costume, questa:

Monicella mi farei,

S'io pensassi esser accetta:

Et il nome ch'io vorrei

Saria Suor Bell'Angioletta.

Vorre' aver le tonicelle

Di saietta milanese

E le bende bianche e belle

Co i soggòli alla franzese,

Il bavaglio largo e fine,

La cintura lunga e stretta,

Con le belle forbicine

Il coltello e la forchetta.

Quando poi fossi chiamata

Da parenti o da stranieri,

Verrei presto a quella grata

Dove io stéssi volentieri;

E con dolci paroline,

Col tener la bocca stretta,

Direi mille coselline

Da fermar chi avessi fretta.[69]

Continuò nel Settecento, adattandosi alla descrizione e alla narrazione

nelle poesie degli Arcadi.

Ecco una descrizione assai garbata del Frugoni:

Ve' che spiaggia, ve' che sponda,

Dove pace signoreggia!

Che bell'aer la circonda!

Che bel mare al piè le ondeggia!

Là son antri ove tra i vivi

Sassi l'edere tenaci

Van serpendo, e qui son rivi

D'acque gelide fugaci.

Là di cento alberi folte

Son lietissime selvette,

Qui son piani, e là son cólte

Rilevate collinette.[70]

Del Parini ecco una narrazione, che ha già qualche atteggiamento da

ballata romantica:

Ne le fasce ancor lattante

Le sdentate donnicciuole

L'alma debole incostante

Mi nudrîr d'assurde fole.

Io da lor narrar m'udía

Come spesso a par del vento

Van le streghe in compagnia

De' demòni a Benevento,

Come i lepidi folletti

Di noi fanno e gioco e scherno

E gli spirti maledetti

A noi tornan dall'inferno.

Con la bocca aperta e gli occhi

E gli orecchi intento io stava,

Mi tremavano i ginocchi,

Dentro il cor mi palpitava.

Al venir de le tenébre

M'ascondea fra le lenzuola;

Quindi un sogno atro e funébre

Mi troncava la parola.

Non di meno al novo giorno

Obliavo i pomi e il pane,

A le vecchie io fea ritorno

E chiedea nuove panzane.[71]

Non è se non uno svolgimento di cotesta prima la strofe di sei versi,

che aggiunge, cioè, ai primi quattro una coppia a rime baciate. Piú

larga, ricorda un po' l'antica ballata.

Maggio, onor di primavera,

Oggi nasce in grembo a'fiori:

Spira l'aura lusinghiera,

Scherzan lieti i nudi amori:

Con dolcissimo diletto

Rido e canta ogni augelletto

è una maggiolata del secolo decimosettimo, semipopolare[72]. Tale

strofe riprese bene il Chiabrera, nelle odi ad Amarilli, tra

descrittive e narrative.

Vieni almen per trarre un'ora

Tutta lieta e dilettosa

Qui vermiglia esce l'aurora,

Qui la terra è rugiadosa,

Qui trascorre onda d'argento,

Qui d'amor mormora il vento.

Mirerai rive selvagge,

Chiusi boschi, aperti prati,

Spechi ombrosi, apriche piagge,

Valli incólte e colli arati:

Che dirò di tanti fiori?

Fior che dan cotanti odori?

I nevosi gelsomini,

Le vïole impallidite,

Gli amaranti porporini

Di beltà movono lite;

Ma la rosa in su la spina

Sta fra lor quasi regina.[73]

Dal Chiabrera l'ebbero il Frugoni e gli Arcadi, e l'abbiosciarono. Da

essi la liberò il Parini; e la racconciò nel _Parafoco_,[74] la rialzò

nell'_Impostura_ imprimendole impeti nuovi e nervosi, e pur lasciandole

un po' della popolare pianezza. Il Monti in poesie rivoluzionarie e

imperiali la fece squillare a battaglia.[75] Il Manzoni la fece parere

un'altra, aggiungendole un tronco, nella _Resurrezione_, che è delle

sue poesie meno eguali e forse meno corrette ma piú originalmente

liriche.

Perdonino i liberi e profondi ingegni queste chiacchiere su' metri,

troppo lunghe e minute: ma senza conoscere la storia della metrica,

poco fin ora o nulla curata in Italia, si potrà benissimo fare molta

retorica inspirata e chiamarla poesia o critica, ma non s'intenderà mai

Io svolgimento organico e lo spirito della lirica, non si discernerà

quello che sia da innovare o modificare e quello che giovi meglio

lasciar morire.

* * * * *

Tornando al Parini e all'_Impostura_, comincia con un'entrata molto

franca _in mezzo alle cose_ [1-6].

Venerabile Impostura,

Io nel tempio almo a te sacro

Vo tenton per l'aria oscura;

E al tuo santo simulacro,

Cui gran folla urta di gente,

Già mi prostro umilemente.

A proposito: è egli lecito supporre che l'adunanza dei Trasformati, ove

il poeta lesse da prima questi versi, fosse una carnevalata, e la sala

rappresentasse il Tempio dell'Impostura, e i poeti recitanti o leggenti

figurassero da sacerdoti o da devoti e supplichevoli della dea? Saremmo

nel costume della poesia academica d'uno o due secoli fa, e l'ode ne

acquisterebbe un tanto di vivezza.

La quale ode, dopo l'entratura, si divide in due parti, ha due quasi

intonazioni diverse: la prima [7-38] è dell'ipocrisia in universale, la

seconda [49-84] è delle ipocrisie particolari: finisce con una chiusa

[85-96] forse inutile, certo moralissima, ma un poco strascicata.

* * * * *

Nella prima parte il poeta invoca e saluta la Impostura, mente e anima

del mondo.

Tu degli uomini maestra

Sola sei. Qualor tu dètti

Ne la comoda palestra

I dolcissimi precetti,

Tu il discorso volgi amico

Al monarca ed al mendíco.

Che disinvoltura! E, pur conservando il solenne movimento trocaico

e l'ondeggiamento delle coppie a rime alterne, quanto è già lontana

questa intonazione dalla morbida e vuota sonorità delle canzonette!

Egli è che non son piú parole; son colpi di pensieri, come colpi di ala.

L'un per via piagato reggi,

E fai sí che in gridi strani

Sua miseria giganteggi;

Onde poi non culti pani

A lui frutti la semenza

De la flebile eloquenza.

Tu dell'altro a lato al trono

Con la Iperbole ti posi;

E fra i turbini e fra il tuono

De' gran titoli fastosi

Le vergogne a lui celate

De la nuda umanitate.

Cose nuove per la vecchia lirica italiana. E la elocuzione poetica

insorge anch'essa, nella prima delle due strofe, fiera, vigorosa,

a tócchi e sbòzzi; e nella seconda la verseggiatura, con quegli

sdruccioli nelle cesure e con quelle vocali gravi nelle ultime sedi,

par che sbuffi il vento e il bombo dell'ironia plebea verso le nebulose

cime delle grandezze sociali. E forse che dalle pareti della sala

pendeva, in asburghese solennità carnaloccia, il cesareo regio ritratto

di Sua Sacra Maestà Apostolica, la imperatrice e regina di non so

quanti paesi e madre di Maria Antonietta. La filosofia, come dicevasi

allora, faceva capolino nei metri dell'Arcadia e nell'Accademia dei

Trasformati; e i Trasformati, marchesi, canonici, consiglieri aulici

e conti, battevano le mani, e non vedevano quali figure seguissero

caliginose per l'aria la salutata apparizione.

L'abate intanto, preso l'abbrivio, procede di bene in meglio: dimentico

che forse la mattina stessa si è consumato fra le sue dita dinanzi

all'altare dell'Uomo-Dio il mistero della transustanziazione (_Limosina

di mésse Dio sa quando Ne toccherò_), procede e passa all'impostura

religiosa; alla impostura, cioè, di altre religioni che non sia la

cristiana:

Già con Numa in sul Tarpeo

Désti al Tebro i riti santi,

Onde l'augure poteo

Co'suoi voli e co'suoi canti

Soggiogar le altere menti

Domatrici delle genti.

Del macedone a te piacque

Fare un dio, dinanzi a cui

Paventando l'orbe tacque.

A confronto di questi ultimi tre versi il prof. D'Ancona, nella

illustrazione che opportunamente ha fatto delle odi pariniane a uso

delle scuole,[76] cita quelli del Guidi nella canzone _La Fortuna_:

Allor dinanzi a lui tacque la terra;

E fe' l'alto monarca

Fede agli uomini allor d'esser celeste,

E con eccelse ed ammirabil prove

S'aggiunse ai numi e si fe' gloria a Giove:

dei quali, per due belli, tre sono superflui, inutili, vescicosi. Da

tali confronti apparisce la misura del progresso e la qualità del

rinnovamento mosso e operato dal Parini, quando e dove, anche nella

elocuzione, anzi specialmente nella elocuzione, fece bene da vero.

La strofe séguita con tre versi brutti, proprio brutti:

E nell'Asia i doni tui

Fûr che l'arabo profeta

Sollevaro a sí gran meta.

Prima di tutto: Maometto è un di piú: bastavano Numa e Alessandro:

la lirica non si fa mica per enumerazioni. Poi, la elocuzione casca

trivialmente scorretta: _i doni tui fûr che_ è costrutto francese: a

una _mèta_ si _arriva_ di per sé, si _scorge_ si _guida_ si _conduce_

altrui, non si _solleva_.

* * * * *

Le due strofe, che seguitando incontriamo [37-48], sono come il

passaggio dalla prima parte alla seconda, dal generale al particolare.

Nei passaggi il Parini è per lo piú poco cigno e manco aquila: fa un

saltetto, e stramazza: o pure per la lunga risale la corrente finché

trovi il ponte.

Qui aveva cominciato bene:

Ave, dea. Tu come il sole

Giri e scaldi l'universo.

Due bellissimi versi, ampi di giro e di suono, pari alla contenenza;

ma che sono anche un bellissimo schiaffo alla storia della civiltà e

alle credenze, delle quali il genere umano è solidale, nelle idealità

o nelle idealizzazioni della società. Al che pensi un po' chi ci ha da

pensare. Io dico che son brutti, brutti di core, brutti in modo da non

si potere far peggio volendo, i seguenti:

Te suo nume onora e còle

Oggi il popolo diverso:

E fortuna a te devota

Diede a volger la sua ruota.

I suoi dritti il merto cede

A la tua divinitade,

E virtú la sua mercede.

Or, se tanta potestade

Hai qua giú, col tuo favore

Che non fai pur me impostore?

E non mi scalmano da vero a dimostrare come e perché sono brutti; né

saprei o vorrei sottilizzar troppo a ricercare come e perché il Parini,

che pure di versi belli s'intendeva, e di che guisa!, s'abbandonasse

poi a farne talvolta di cosí: era per amore d'una semplicità al

rovescio e per riazione contro la vuotezza sonora? Ad altro c'è da

pensare. Ecco: questa scuola lombarda, che fu giustamente definita la

scuola del buon senso, del buon senso sollevato all'idealità e alla

lirica, incomincia con l'inno all'_Impostura_, e finisce o tócca il piú

alto punto con gl'_Inni sacri_. Tanta è la logica nelle parabole dello

spirito umano.

* * * * *

Passiamo alla seconda parte: ipocrisie individuali.

Anche il Parini vorrebbe far l'impostore, ma non scioccamente da essere

súbito scoperto e fischiato, come era pur allora avvenuto a qualcuno di

sua conoscenza e di conoscenza, pare, di tutta Milano. Perocché, dopo i

brutti versi piú sopra recati, nei manoscritti dell'ode seguitano tre

strofe, rifiutate poi dal poeta, delle quali una è bella e curiosa:

Temerario menzognero

Già su l'Istro non vogl'io

Al geografo Buffiero

Tôrre un verso e farlo mio,

E buscar gemme e fischiate,

Falso conte e falso vate.

Pare dunque che quella di fare il conte e la contessa non sia

un'impostura democratica, cioè di questi ultimi tempi di democrazia

titolata. Ma chi era egli cotesto falso conte? Né il Salveraglio che

tante ricerche fece su i personaggi delle odi pariniane, né il D'Ancona

che tante brache pur sa del secolo decimottavo, ne trovarono nulla.

Questo è un bel caso per certi critici impostori di mia conoscenza.

Costoro leggono un libro o un saggio o un fascicolo, che all'autore è

costato tempo e fatiche, e dal quale essi imparano tutto quello che

non sapevano; ma avviene per caso ch'e' ricordino o si abbattano a un

nonnulla, che era sfuggito all'autore o non se ne era curato. Ecco

cotesti farabutti a menar giú un articolo, come qualmente quel pover

uomo è un ignorante e un disonesto, e che in Italia non si sa questo,

e che in Italia non si fa quello, e che è tempo di smettere, e che è

tempo di cominciare. Ed essi cominciano facendo de' libroni ove c'è

tale un'allegria di chiacchiere e di spropositi da mandarli diritti

diritti a una cattedra. Cerchino i su lodati farabutti, cerchino, ciò

che probabilmente non troveranno. Quel falso conte dovè essere persona

e ricordanza già svanita nel '91, quando la prima volta fu stampata

l'ode, e il poeta ne tolse via questa e le strofe che nei manoscritti

le seguono, una anche piú enigmatica, e tutt'e due insieme bruttarelle

anzi che no.

* * * * *

Il poeta tira avanti nella buona intenzione di far l'impostore. E

disposizione ne avrebbe: invenzione e chiacchiera a sufficienza. Ma ...

c'è un _ma_, che gli fa molto onore.

Mente pronta e ognor ferace

D'opportune utili fole

Have il tuo degno seguace,

Ha pieghevoli parole;

Ma tenace e quasi monte

Incrollabile la fronte.

Ma bravo l'abatino! In mezzo a tanti

.........marches,

Marchesazz, marcheson, marchesonon,

questa è una bella scappata. Che ne dirà ella la padrona, la duchessa

Maria Vittoria Serbelloni? Prima di tutto, donna Vittoria era una

signora molto per bene e spregiudicata, che stimava per quel che

valeva l'orgoglio della nobiltà milanese: e poi l'abate era per la

parte sua uomo da tener duro anche con donna Vittoria. L'anno dopo la

recitazione di quest'ode il Parini si trovava in campagna a Gorgonzola

con la duchessa e col maestro San Martino, adorato allora in Milano per

_il dio della musica_. La figliuola del San Martino voleva tornarsene

in città: la duchessa non voleva che tornasse, e le menò un par di

schiaffi. Che fa il Parini? Il Parini pianta la duchessa, e accompagna

lui la ragazza a Milano. «J'ai dû me défaire--scriveva poi la duchessa

al figliuolo--de l'abbé Parini à cause qu'à Gorgonzola il m'a fait une

tracasserie bien grande».[77] Il terzo stato s'annunziava non soltanto

in poesia.

Segue una strofe cosí cosí, della quale il poeta non potea far di

meno per congiungere imagini e ragionamenti. E un danno per altro che

in tali o ricongiungimenti o passaggi il Parini, o piú generalmente

i lirici moderni, abbiano a spendere strofe intere; mentre la lirica

antica e la popolare n'esce con un colpo d'ala.

Sopra tutto ei non oblia

Che sí fermo il tuo colosso

Nel gran tempio non staría,

Se, qual base, ognor col dosso

Non reggessegli il costante

Verosimile le piante.

«Altri vegga--dice il D'Ancona--se è bello e perspicuo il

Verosimile che, qual base, regge col dosso le piante al colosso

dell'impostura.[78]» Bello no; è una rappresentazione barbara e

barocca, tra di chiesa del Mille e di pagoda; e però figura benissimo,

a parer mio, nel culto dell'Impostura.

* * * * *

Belle, cioè vive, di vena, d'un'arguzia civettuola come il soggetto,

facenti gl'inchini con le pòse del verso, seguono le strofe che

presentano un tipo immortale d'impostura, il medico delle signore.

Con quest'arte Cluvïeno,

Che al bel sesso ora è il piú caro

Fra i seguaci di Galeno,

Si fa ricco e si fa chiaro;

Ed amar fa, tanto ei vale,

A le belle egre il lor male.

Tal medico oggigiorno mescerebbe dell'oscenità galante a un po'

di socialismo mulso, e il tutto dibattuto in molta prosa vaporosa

romantica darebbe a bere come un siroppo di scienza e d'arte. Allora

il leggiadro birboncello, il cattivo soggettuzzo, faceva madrigali ed

ariette. Era un poetastro, e avea scorciato la pazienza al Parini: era

di certo un poetastro, me lo assicura Giovenale:

_.....facit indignatio versum

Qualemcumque potest, quales ego vel Cluvienus._[79]

Peccato che il poeta escludesse o lasciasse escludere dall'edizione del

'91 le due strofe che seguono nei manoscritti:

Ei non come i pari suoi

Pompa fa di lingua argiva,

Ma vezzoso i mali tuoi

Chiama un'aura convulsiva,

E la febbre ch'ei nutrica

Chiama _dolce_ e chiama _amica_.

Ei primiero il varco aperse

A un _ristoro confidente_,

Egli a' medici scoperse

Come l'utero si pente:

Dea, ben dritto è se n'hai scólto

Nel tuo tempio il nome e il volto.

Conversazioni critiche · 第 11 / 16 段