il moto rapido d'un sentimento improvviso e la concitazione bacchica;
nessuno prima di lui lo aveva trattato sí bene, nessuno dopo lo
maneggiò meglio. Il povero Leopardi, forse per mostrare al volgo de'
leggiucchiatori, che si dichiarava annoiato delle sue lungaggini, come
sapesse al caso fare anche strofette, verseggiò cosí il _Risorgimento_;
ma ahi, in quei versi né l'anima ferita del Leopardi né l'allegro metro
del secolo decimottavo risorsero.
* * * * *
Del _Brindisi_ i due momenti propriamente lirici sono la protasi o
proposta (1-16) e l'apodosi o conchiusione (41-56), fra i quali è un
intermezzo (16-40) un po' discorsivo.
Conciso, animato, rapido il primo momento:
Volano i giorni rapidi
Del caro viver mio,
E giunta in sul pendío
4 Precipita l'etá.
Le belle oimé che al fingere
Han lingua cosí presta
Sol mi ripeton questa
8 Ingrata verità.
Con quelle occhiate mutole,
Con quel contegno avaro
Mi dicono assai chiaro:
12 Noi non siam piú per te.
E fuggono e folleggiano
Tra gioventú vivace,
E rendonvi loquace
16 L'occhio, la mano e il piè.
Versi di squisita fattura, eccetto forse il quindicesimo, ove il
_rendonvi_ è per lo meno inelegante nel senso di _fanno_ e la
particella _vi_ apposta non parrebbe usata rettamente e correttamente a
determinare una specie di stato in luogo di _gioventù vivace_: tant'è
vero che il poeta da prima aveva scritto _E rendono loquace_, ma è
anche vero che quel _rendono_ cosí solo sembrava sospeso in aria o
smarrito. Le varianti, del resto, e le prime lezioni in questi versi
sono poche o di poco momento: segno che vennero di gétto.
Eccoci all'intermezzo.
Che far? degg'io di lacrime
Bagnar per questo il ciglio?
Ah, no; miglior consiglio
20 È di godere ancor.
E il consiglio di Anacreonte: «Mi dicono le femmine--Anacreonte,
se'vecchio: prendi lo specchio, mira, non ci son piú capelli, la fronte
è pelata.--Per i capelli, se ci sono o se ne andarono, io non lo so:
questo ben so, che a un vecchio tanto piú sta bene lo scherzar co'
piaceri quanto piú gli è presso la Parca».[52]
Se giá di mirti teneri
Colsi mia parte in Gnido,
Lasciamo che a quel lido
24 Vada con altri Amor.
È delle solite allegorie del vecchio fondo dei poemi d'amore del secolo
XIV e dei romanzi della Scudèry del XVII passate nel linguaggio poetico
dell'Arcadia.
Dove il mar bagna e circonda
Cipro cara a Citerea,
Lungo il margin della sponda
Bella nave io star vedea.
Cosí il Frugoni, e altrove ripigliava invitando:
La bella nave é pronta;
Ecco le sponde e il lido
Dove nocchier Cupido,
Belle v'invita al mar...
Al mare, ei grida, al mare,
Belle che mi seguite:
Meco a imparar venite
L'arte che detta Amor.[53]
Nei versi del Parini stan male quei _mirti teneri_, per un difetto
anche piú grave di quello che tutti sentiranno nella ripetizione del
suono dentale: ed è, che l'aggiunta di _teneri_, conveniente al termine
reale morale (amore) dell'allegoria, non si affà, anzi ripugna, al
termine figurato sensibile (_mirti_). E un cotal poco strascicate nel
manierismo anacreontico appaiono anche le strofe seguenti, ove _con
elle_ è una peregrinità pesante, ed è lungo _Or di cantar dilettami
Tra' miei giocondi amici_; ma non mancano i versi belli, che lascerò
ammirare ai lettori, contentandomi io a fare la parte dell'avvocato del
diavolo.
Volgan le spalle candide
Volgano a me le belle:
Ogni piacer con elle
28 Non se ne parte al fin.
A Bacco, all'Amicizia
Sacro i venturi giorni.
Cadano i mirti, e s'orni
32 D'ellera il misto crin.
Che fai su questa cetera,
Corda che amor sonasti?
Male al tenor contrasti
36 Del novo mio piacer.
Or di cantar dilettami
Tra' miei giocondi amici,
Augúri a lor felici
Versando dal bicchier
Tutto lirico e veramente di getto il momento ultimo.
Fugge la instabil Venere
Con la stagion de' fiori:
Ma tu Lieo ristori
44 Quando il dicembre uscì.
Amor con l'età fervida
Convien che si dilegue;
Ma l'amistà ne segue
48 Fino a l'estremo dí.
Il poeta aveva da principio scritto, _Ma tu Lieo dimori Quando il
dicembre uscí_; e il _dimorar_ di Lieo rispondeva meglio, a dir vero,
al _fuggire_ di Venere, ma troppo era freddo; anzi, col _quando_ e il
_dicembre_ parevan tutt'insieme battere i denti.
Le belle, ch'or s'involano
Schife da noi lontano,
Verranci allor pian piano
52 Lor brindisi ad offrir.
E noi, compagni amabili,
Che far con esse allora?
Seco un bicchiere ancora
56 Bevere, e poi morir.
* * * * *
_Bevere e poi morir!_
E dire che il pensiero della morte, assiduo o imminente ospite tra i
diletti che infioran la vita, e il pensiero del distacco inevitabile
imperioso repente dalle piacevoli contingenze del mondo, ha un contorno
piú vivo, un'espressione piú mesta, un compianto dalle profondità del
senso umano piú vero, nella poesia d'Orazio, che non in questa di
questo prete cristiano e poeta civile! «Qui dove il pino dalla larga
chioma e il bianco pioppo maritano con gli associati rami l'ombra
ospitale, e l'acqua del rivo affrettasi in fuga pe'l sinuoso letto
mormomorando; qui fa recare vini e profumi e i fiori ahi troppo brevi
dell'amena rosa, mentre la fortuna e l'età e gli stami delle fatali
sorelle il concedono. Ti bisognerà lasciare i grandi parchi e la
casa e la villa bagnata dalla bionda corrente del Tevere; e un erede
s'impadronirà delle ammontate dovizie» ....«Addio terreni e casa, addio
moglie piacente! Di questi alberi che tu coltivi, soli gli odiosi
cipressi seguiranno il lor signore d'un giorno»[54]. E che versi quelli
di Orazio!
Quo pinus ingens albaque populus
Umbram hospitalem consociare amant
Ramis, quo et obliquo laborat
Lympha fugax trepidare rivo,
Huc vina et unguenta et nimium breves
Flores amoenae ferre iube rosae...
E come al confronto il classicismo del secolo passato è liso e frusto,
o, meglio casca a pezzi fracidi quasi carta a fiorami muffita per umido!
_Bevere e poi morir!_
L'abbiamo dunque còlto l'abate Parini nel momento di fare o dire,
senza di certo accorgersene, senza rendersene conto, egli, l'autore
del _Giorno_ e delle _Odi_ civili, il _credo_, l'atto di fede, il
testamento di quella società leggera, frivola, egoista, corrotta, della
quale egli si vantò e fu vantato il piú nobile inimico, e fu certo de'
piú operosi guastatori. Il prete ambrosiano, quegli che nel capitolo
al canonico Agudio, troppo ammirato come documento di povertà degna,
confessava, _Limosina di mésse Dio sa quando Ne toccherò_, trovò dunque
pe' contemporanei e lasciò ai posteri nel _Brindisi_ la vera e genuina
espressione dell'epicureismo galante di quella società che ebbe per
legittimo re Luigi XV e per vangelo il suo _Après moi le deluge_, di
quella generazione cui le ruine della Rivoluzione ferirono impavida,
minuettante e versante champagne alle impudiche sue donne. Pochi mesi
dopo scritta quest'ode, l'anno 1779, Giuseppe II, occupando la Boemia
e pigliando guerra col vecchio Federico, e non piú celando gli intenti
di arrotondare i dominii italiani a spese de' vicini, anche del papa,
e di riformare a dispotica unità gli stati di oltr'alpe, mandava i
primi lampi dell'irrequieto ingegno, che fiutó, quasi volendo farla
cesarea, la rivoluzione; Luigi XVI sottoscriveva il trattato d'alleanza
offensiva e difensiva coi cittadini degli Stati Uniti d'America, e
pochi mesi prima il marchese di La Fayette era passato al soccorso di
quei repubblicani non senza fornimenti d'armi e d'artiglierie dal re di
Francia.
_Morire._ Di certo fra tredici anni, sotto la scure umanamente
riformata dal dottor Guillotin filantropo, dame, cavalieri, filosofi,
poeti, tutto ciò che adesso brilla e balla e beve e canta ed ama. E
per ciò, in capo a trent'anni da cotesta ode, l'addio alla gioventú e
all'amore prenderà ben altre intonazioni nel romanticismo conseguente
agli strazi della Rivoluzione e alle disillusioni della Ristorazione.
Fino Vincenzo Monti apre il secolo decimonono con un presentimento
della crescente tristezza:
Fior di mia gioventute,
Tu se' morto, né magico
Carme, ahi, piú ti ravviva, o fior gentile[55].
E la intensità della tristezza ingrandiva piú sempre fino
all'irrigidimento della disperazione nella poesia leopardiana del male
e del dolore.
Dal _Brindisi_ al _Tramonto della luna_, qual passo! Si sente bene
che in questo mezzo tutta insieme una società è crollata. Non però
che la nuova generazione romantica e leopardiana sia piú nel vero
moralmente che i vecchi epicurei del secolo passato. Non è mica una
gran trovata che la fine alle altre età della vita è la sepoltura.
Sta a vedere se, passata la gioventú, non sia piú virile e piú umano
affrontare le dure pugne del reale per l'ideale, anzi che passarsela
a frignare sulla caduta del fior degli anni e degli ameni inganni,
quasi che l'anima umana sia uno stupido uccello che per cantare abbia
bisogno d'inghebbiar nebbia e libar, come dicono, la rugiada dai
fiori. Questo non per il Leopardi--intendon bene i discreti--il quale
fu un gran poeta grandemente infermo; ma per i leopardiani. Che se ve
ne sono ancora degli intignati che si ritingano nei colori di moda,
bisognerebbe rincorrerli a scapaccioni fino alla porta d'una pia casa
di lavoro.
* * * * *
Ma torniamo al secolo decimottavo, fuori per altro d'Italia.
Il Voltaire, a quarantasette anni, nelle stesse condizioni d'animo e
di pensiero che il Parini, scrisse le stanze alla signora Du Châtelet,
delle piú ammirabili fra le mirabili _pièces fugitives_ di quel
vivissimo ingegno a cui la Musa negando l'_os magna sonaturum_ concesse
il _tenuem spiritum_ come a pochissimi de' suoi piú favoriti. Quelle
stanze, nella prima parte, se non fosse certa pesantezza qua e là di
forme stilistiche proprie del secolo e anche certa prosaicità della
lingua francese, sarebbero del piú puro Orazio: nella seconda parte
son tutte francesi, cioè hanno una cotal punta di quella maniera che
non manca quasi mai alla poesia ed anche alla prosa francese, ma è una
maniera cosí graziosa, e la graziosità è cosí tenera e delicata, che,
senza piú, incanta, pure sforzando a sospirare.
Si vous voulez que j'aime encore,
Rendez-moi l'âge des amours;
Au crépuscule de mes jours
Rejoignez, s'il se peut, l'aurore.
La mossa è anche qui oraziana,
Quod si me noles usquam discedere, reddes
Forte latus, nigros angusta fronte capillos,
Reddes dulce loqui, reddes ridere decorum et
Inter vina fugam Cinarae moerere protervae.[56]
(Che se non vuoi che io mi stacchi mai da te, rendimi il fianco
gagliardo, i capelli che ombreggino neri la fronte, rendimi il dolce
favellare e il rider grazioso e il sapermi lamentar tra i bicchieri
della fuga di Cinara capricciosa).
Ma la plasticità romana di Orazio è, e doveva essere, smorzata e
smussata nella _causerie_ dello spirito francese.
Des beaux lieux où le dieu du vin
Avec l'Amour tient son empire,
Le Temps, qui me prend par la main,
M'avertit que je me retire.
De son inflexible rigueur
Tirons au moins quelque avantage:
Qui n'a pas l'esprit de son âge,
De son âge a tout le malheur.
Laissons à la belle jeunesse
Ses folâtres emportemens.
Nous ne vivons que deux moments:
Qu'il en soit un pour la sagesse.
Quoi! pour toujours vous me fuyez.
Tendresse, illusion, folie,
Dons du ciel qui me consoliez
Des amertumes de la vie!
On meurt deux fois, je le vois bien:
Cesser d'aimer et d'être aimable,
C'est une mort insupportable;
Cesser de vivre, ce n'est rien.
Certi pesanti illustratori delle _poesie leggiere_ di Voltaire, il
Rivarol li paragonava ai commessi di dogana che marchiano co' loro
piombi i veli d'Italia: sarà dunque meglio passare senza commenti alla
seconda parte, che è anche piú bella, a parer mio, della prima.
Ainsi je déplorais la perte
Des erreurs de mes premiers ans;
Et mon âme, aux désirs ouverte,
Regrettait ses égarements.
Du ciel alors daignant descendre,
L'Amitié vint à mon secours:
Elle était peut-être aussi tendre,
Mais moins vive que les Amours.
Touché de sa beauté nouvelle,
Et de sa lumière éclairé,
Je la suivis; mais je pleurai
De ne pouvoir plus suivre qu'elle.[57]
La signora di Staël nell'_Allemagna_ volle contrapporre per certo modo
alle stanze del Voltaire _Gl'Ideali_ di Federico Schiller, non tanto
insistendo su 'l paragone, quanto rilevando i modi di sentire e fare
del poeta tedesco e le proprietà di quel, per cosí dire, romanticismo
classico e filosofico, che s'intendeva dedurre dagli esempi di lui
e d'altri grandi coetanei. «Nel poeta francese--scrive la Staël--è
la espressione d'un amabile rammarico del venir meno i piaceri
dell'amore e le gioie della vita: il poeta tedesco piange la perdita
dell'entusiasmo e dell'innocente purezza dei pensieri della gioventú,
e pur si lusinga di ancora abbellire con la poesia e col pensiero il
declinare degli anni. Le stanze dello Schiller non hanno la facile e
brillante chiarezza d'un ingegno agile e aperto a tutti; ma vi si può
attingere di quelle consolazioni che operano intimamente su l'anima.
I più profondi pensieri Federico Schiller presenta vestiti sempre di
nobili imagini: egli parla all'uomo come proprio la natura, perché la
natura è insieme pensiero e poesia. Per dipingerci la idea del tempo
ella ci fa scorrere dinanzi gli occhi le onde d'un fiume che pure non
resta mai; e perché la eterna sua giovinezza faccia a noi pensare la
nostra esistenza passeggera, ella si veste di fiori che han da perire,
ella fa nell'autunno cadere dagli alberi le foglie che primavera vide
in tutto il loro splendore. La poesia deve essere lo specchio terrestre
della divinità e riflettere con i colori con i suoni e i ritmi tutte le
bellezze dell'universo.»[58]
Che che sia da pensare di questo misticismo filosofico o di questo
panteismo poetico, e lasciando stare la questione s'ei possa divenir
mai fondamento saldo della critica e della estetica o condizione unica
dell'arte, certo è che esso esulta potente nella poesia in generale
dello Schiller e che _Gli Ideali_ particolarmente, composti nell'estate
del 1796, sono una poesia, anche nella significazione individuale,
molto nobile. Fu da più d'uno fatta italiana, e con armoniosa larghezza
da Andrea Maffei; ma, se ai lettori non spiaccia, io terrei a
rappresentare in nuda prosa la potenza, non forse senza difetti, della
composizione tedesca.
Tu vuoi dunque partirti, infedele, da me con le tue leggiadre
fantasie? tu vuoi con le tue pene, con le gioie, con tutto,
inesorabile, fuggire? Nulla dunque può indugiarti fuggente, o età
dell'oro della mia vita? In vano! le tue onde si affrettano giú al
mare dell'eternità.
Sono spenti gli allegri soli che rischiararono il sentiero della mia
gioventú; svaniti gli ideali che un tempo mi facevano sobbalzare il
cuore inebriato; è sparita la dolce fede in esseri che i miei sogni
aveano partoriti: preda alla rozza realità ciò che un tempo fu cosí
bello, cosí divino.
Come un giorno Pigmalione abbracciò con súpplici desidèri la pietra
fin che il sentimento traboccò nelle fredde guance del marmo
infiammando; cosí io con giovanile talento avvolsi le braccia
dell'amor mio intorno alla natura fin che ella cominciò a respirare,
a riscaldarsi sul mio petto di poeta,
e fin che partecipando il mio ardore ella già muta trovò pur la
favella e inteso il bàttito del cuor mio mi rese il bacio d'amore:
allora visse a me l'albero, visse la rosa; a me cantò l'argentea
cascata del fonte; sin la cosa inanimata senti l'eco della mia vita.
Un movente universo premeva con impulso onnipossente l'angusto mio
petto, per prorompere nella vita, in parola e opera, in imagine
e suono. Come grande era in formazione cotesto mondo fin che il
bocciuolo lo avvolse! come poco fu allo sbocciare, come picciolo e
scarso!
Come slanciavasi alato d'audacia, beato nella illusione del suo
sogno, da niuna cura ancora imbrigliato, lo spirito giovanile spinto
nella via della vita! Sino alle più pallide stelle del lontano etere
lo inalzava il volo dei propositi: nulla era sí alto e nulla sí
lontano che l'ale no 'l vi portassero.
E come di leggeri portato! Che v'era di troppo difficile per lui
felice? Come danzava avanti al carro della vita l'aerea compagnia!
l'Amore con la sua dolce mercede, la fortuna con la sua corona d'oro,
con la sua corona di stelle la Gloria, la Verità nello splendore del
sole!
Ma ahimè! io non sono anche a mezzo del cammino, e le scorte già si
perderono; rivolsero indietro i passi, e l'un dopo l'altra sparirono.
Leggera su' piedi volò via la Fortuna, la sete del sapere restò
insaziata, il fosco nuvolato del dubbio si distese su la imagine
solare della Verità.
Io vidi le sante corone della Gloria sconsacrate su fronti volgari.
Troppo presto, ahimè!, dopo breve primavera s'involò il bel tempo
d'amore. E sempre piú silenzioso e sempre più deserto tutto facevasi
intorno per l'aspro sentiero: a pena che la speranza gittasse ancora
un pallido raggio su la tenebra del cammino.
Di tutta la numerosa compagnia chi mi sta ancora amorevole appresso?
Chi mi sta ancora consolatore al fianco, e mi seguirà fino alla cupa
dimora? Tu, che sani tutte ferite, leggera tenera mano dell'amicizia,
che amorosa partecipi i pesi della vita, tu che io di buon ora cercai
e trovai.
E tu, o studio, che volentieri a lei ti mariti, e scongiuri, come
essa, le tempeste del cuore: tu che non ti stanchi mai, che lento
costruisci, ma non mai distruggi, che per l'edifizio della eternità
rechi un grano di sabbia dopo l'altro, ma cancelli dal gran conto del
tempo minuti, ore, anni.[59]
Un letterato lombardo, oggi dimenticato, che nel 1832 pubblicò un
saggio di poesie alemanne tradotte, e fra queste _Gli Ideali_ in
ottava rima, fece delle stanze del Voltaire, dell'ode del Parini e
dell'elegia dello Schiller un raffronto che si può non senza piacere
rileggere anche oggi: «Le stanze di Voltaire tengono come il dimezzo
fra quelle di Schiller e di Parini. Tempera Voltaire la libera
popolarità di Parini e la severa filosofia di Schiller con la eleganza
e con la grazia dei modi francesi e con lo spirito amabile di quella
nazione; corregge la gioia quasi clamorosa del primo e la malinconia
un po' cupa del secondo con una tinta di malinconia piú delicata e col
tócco magico del sentimento. La poesia di Parini è un vero brindisi,
sgombra dall'animo ogni cura e ci ispira tripudio. Quella di Voltaire
ci scende dolcemente fino al cuore, c'invita all'abbandono, ad andare
vagando dietro ai nostri pensieri, e ci lascia come in una cara estasi
di malinconia soave. Effetto è questo veramente strano, se si pensa
che parte da quell'arguto cinico di Voltaire. Le strofe di Schiller
ci concentrano in noi stessi, ci fanno fissare la mente in pensamenti
profondi, dai quali scaturisce una consolazione severa sí ma solida,
senza illusione, appoggiata alla realtà. E degno è poi di osservazione
che Voltaire e Parini sembrano avere dettate le poesie loro in una età
piú tosto avanzata, Schiller dettava la sua tanto severa nella ancor
fresca età di 36 anni, e sembrava presagire che altri soli dieci glie
ne rimanevano di vita»[60].
Conchiudendo per conto mio: le due poesie del Voltaire e del Parini non
hanno, specie la seconda, oltre l'artistico, un valore umano: quella
dello Schiller sí. Lette le due prime, voi potete, riportandovi in
voi, dire--Io non farò mai di cosí bei versi:--letta la terza, voi
potete pensare--Questo è un alto documento della dignità e serietà
della vita, che posso anche io seguire.
* * * * *
Se non che sarebbe questo un troppo pretendere da versi come quelli del
Parini, che sono bensí un addio alla gioventú e all'amore, ma anche un
brindisi. E come tale l'ode del Parini vuole anche esser considerata da
parte e per un altro lato nella produzione lirica italiana.
L'Italia, _Oenotria_, la terra del vino, non ha la poesia del vino;
come fervida voluttuosa serena l'ebbe la Grecia, come giocondamente
borghese la Francia, come fantasticamente cordiale la Germania. Il
popolo italiano, oltre che di natura è piú generalmente sobrio che non
paia (ne chiedo perdono ai bolognesi e ai milanesi che oggi trionfano
del Santo Natale), ama anche di star su le sue, su le grazie, su le
gale; non ama abbandonarsi neanche in poesia, perché _in vino veritas_.
Il popolo italiano oggigiorno fa e ode, quanti niun altro popolo
mai, brindisi-discorsi, politici, scientifici, artistici, economici,
industriali; e com'è naturalmente ed utilmente scettico, cosí egli sa
bene che tutta quella chiacchiera, novantanove su cento, è per darsi
la polvere negli occhi gli uni agli altri, per adularsi in faccia
gli uni gli altri e farsi poi lo sgambetto, per imbrogliarsi gli
uni gli altri; ed egli, artista consumato in machiavellismo, si gode
alle sottigliezze con le quali e fra le quali svolgesi o avvolgesi
l'imbroglio, e giudica da maestro i colpi dei _toreadores_ della
menzogna; gode, e giudica, superiormente, come Nicolò Machiavelli
descriveva i modi tenuti dal duca Valentino per ammazzare Vitellozzo
Vitelli e compagni. Ma il popolo italiano, né anche fra i tanti sonetti
e capitoli e ballate e frottole su' beoni, dei secoli piú originali,
non ha un vero canto popolare convivale o bacchico, vero, espansivo,
cordiale.
Nel secolo del Parini chi ne diè qualche saggio, imitando non male la
galante spigliatezza delle _chansons à boire_ francesi, fu il Rolli,
nato, per vero, di padre borgognone. Anche nelle sue canzonette, come
nelle francesi, e piú che negli _scolii_ greci, il vino s'accorda
all'amore e la nota epicurea prevale.
Beviam, o Dori, godiam, ché il giorno
Presto è al ritorno, presto al partir:
Di giovinezza godiamo il fiore,
Sian l'ultim'ore tarde a venir...
Versa, Fiammetta, vezzosa figlia,
Quella bottiglia di vin clarè:
Duchi e regnanti or non vogl'io,
Ma sol, ben mio, brindisi a te....
Oh come, o bella, l'ardor dei vini
Piú corallini tuoi labbri fa!
Bacco vi stilla soave umore
Di un tal sapore che Amor non ha...
Altri versi del Rolli mostrano qual canzonier popolare sarebbe egli
riuscito in tempi migliori: di rado, salvo forse in qualche aria del
Metastasio, la facilità scorrente e sonora dei settenari ebbe una
intonazione corale piena e colorita come in queste strofe qui:
Compagni, Amor lasciate:
Sofferto io l'ho abbastanza:
È pien di stravaganza
E di difficoltà.
Troppo il suo ben si stenta;
E quando poi s'ottiene,
In un momento viene
E in un momento va.
In buona compagnia
Un fiasco di sciampagna,
Che i labbri e il cor vi bagna
Col vivo suo liquor,
Smorzata pria la fiamma
D'ogni penoso affetto,
Pone la gioia in petto
E l'allegria nel cor.
Individuale in vece, ma di movimento lirico piú intimo, e spumanti come
il buon vino, queste altre:
Un vaso cristallin
Ripieno di buon vin,
Numi immortali!,
È don celeste in ver,
Se apporta col piacer
L'oblio dei mali.
Nel compiacermi in te
Son come il tuo gran re,
Vin di Borgogna.
Ripien del tuo vigor
D'aver quant'ama il cor
La notte sogna.
Oh come è bel mirar
La spuma che in versar
Gorgoglia fuora,
E in un istante ancor
Lo spirto del liquor
Che la divora![61]
Ma chi volesse vedere un saggio o un cenno o un esempio del come
sarebbe riuscita la canzone convivale nel vero sentimento popolare
italiano, gli bisognerà ricorrere a un marchese erudito, a un marchese
tragico, a un marchese che sapeva di latino, di greco, di ebraico, di
tedesco, e volea sapere, credo, anche di etrusco, al marchese Scipione
Maffei. Il quale del resto da giovane fu anche soldato, e nel 1704
prese parte alla battaglia di Donawerth sotto un suo fratello generale
al servizio della Baviera e autore di Memorie che nessuno più legge e
che sono tutt'altro che spregevoli. Nella sua vita militare l'autore
della _Merope_ e della _Verona illustrata_ scrisse _canzonette da
tavola adattate a certe arie_. Eccone una:
Amici, amici, è in tavola;
Lasciate tante chiacchiere;
Tutti i pensier se 'n vadano,
Se 'n vadan via di qua.
Che il cielo sia sereno,
Che sia di nubi pieno.
Buon tempo qui sarà.
Quand'io mi trovo a tavola,
Non cedo al re del Messico,
Né mai pensier di debiti
Allor mi viene in cor.
Segghiamo allegramente,
Godiam tranquillamente,
Ci pensi il creditor.
Ch'arrabbin questi economi
C'han sempre il viso torbido!
Per gli anni c'hanno a nascere
Tesoro io non farò.
Ch'io serbi per dimani?
Follia! che san gl'insani
Diman s'io vi sarò!