campestri condotte su l'esemplare di Virgilio e d'Orazio da poeti
nostri del Cinquecento, dall'Alamanni, per esempio, e dal Tansillo. Gli
artisti di quel gran secolo rimanevano, pur imitando, originali nella
espressione; e in mezzo alle abitudini artificiose dell'imitazione si
trovavano spesso, per una felice distrazione dell'educazion loro, il
vero fra le mani, e lo rendevano con immediata purezza. Meno educati,
certo sono sempre piú schietti e piú vivi dei settecentisti: ancor
freschi della libertà, immuni dallo spagnolismo e dal gesuitismo,
scrivevano una lingua non impoverita né guasta dal decoro accademico.
Come i giocatori di pallone, per dar forte e alto, pigliavano la
rincorsa dal trappolino dell'imitazione; ma picchiavan bene.
Il Tansillo comincia dunque imitando:
Oh troppo fortunati, se i lor beni
Conoscesser, color che si stan fôra
Tra colti poggi e valli e campi ameni!
Cui dà benigna terra d'ora in ora
Quel che altrui fa bisogno, agevolmente;
Né suon di tromba i volti ivi scolora.
E, se non han gl'inchini della gente,
Né meno han chi li turba e chi gli scuote
Dal riposo del corpo e della mente.
Oh felice colui che intender puote
Le cagion delle cose di natura
Che al piú di que' che vivon sono ignote,
E sotto il piè si mette ogni paura
De' fati e della morte ch'è sí trista,
Né di volgo gli cal né d'altro ha cura!
Fin qui è Virgilio reso con ariostesca scioltezza. Ma ecco l'uomo vero
del Cinquecento, con la sua coscienza d'italiano e di galantuomo:
Ma piú felice chi, del mondo vista
La parte sua, non vi s'appoggia sovra,
Aitato dal saper ch'indi s'acquista,
Ma in villa ch'è sua tutta si ricovra,
E degli anni e dei dí c'ha speso indarno
A sé stesso ed a Dio parte ricovra!
Cosí potess'io tra Sebeto e Sarno
Menare ormai la vita che m'avanza
Con le ninfe del Tevere e dell'Arno
Dalle quai fei sí lunga lontananza,
E de' signor sgannato di qua giuso
Fondar nel re del cielo ogni speranza!
Preso l'abbrivio, séguita piano e soave:
Deh sarà mai, pria che giú cada il fuso
Degli anni miei, che a piè d'una montagna
Mi stia tra cólti ed arbori rinchiuso,
E con la mia dolcissima compagna,
Qual Adamo al buon tempo in paradiso,
Mi goda l'umil tetto e la campagna,
Or seco all'ombra or sovra il prato assiso,
Or a diporto in questa e in quella parte,
Temprando ogni mia cura col suo viso?
E ponga in opra quel c'han posto in carte
Cato e Virgilio e Plinio e Columella
E gli altri che insegnâr sí nobil arte,
E di mia mano innesti e pianti e svella
La spessa de' rampolli inutil prole
Che fan la madre lor venir men bella,
E con le care figlie e, se 'l ciel vuole,
Spero co' figli, a tavola m'assida
La state ai luoghi freschi, il verno al sole?...
Ma, badate, non è un idillio fatto per fare: l'uomo che ha militato e
navigato sotto Carlo V, il cortigiano disilluso dei viceré spagnoli, si
risente:
Bocche mi paion di balene e d'orche
Le porte de' palagi e le colonne....
I pavimenti miei sien fiori ed erbe,
Rami i tetti, e negre elci i marmi bianchi,
E bótti l'arche ove il tesoro io serbe:
Né curi ire a palazzo o stare a' banchi
E domandar che faccian Turchi o Galli,
S'arman di nuovo o se ambiduo son stanchi.
Non sia obbligato a suono di metalli
Giorno e notte seguir piccol zendado,
Forbir arme e nutrir servi e cavalli.
E, qual si sia, contento del mio grado,
Non cerchi di chi scende o di chi poggia,
O che altri m'abbia in odio o gli sia a grado.
E quando i dí son freddi o versan pioggia,
Con la penna io, le femmine con l'ago,
Passiam quelle ore in cameretta o in loggia.[42]
Tali cose i settecentisti, con quella loro viterella e con quella
linguetta, non potevano scriverle.
* * * * *
Ma sarà permesso raffrontare l'ode italiana del Settecento alle stanze
d'un poeta francese del secolo innanzi, d'un poeta della scuola di
Malherbe: siamo in famiglia, siamo alla lirica classica che ha la
religione di Orazio.
Racan (1589-1670) di latino veramente non sapeva né men quello del
_credo_, ma fu un valoroso luogotenente nella campagna dei gerundivi
e dei particípi sotto il comando generale di Malherbe. Lafontaine
lo salutava emulo d'Orazio ed erede della sua lira. Orazio il
Racan lo leggeva e imitava tradotto, e per ciò forse rimaneva
originale e francese. Felice--poetava--chi rinunziando alle lusinghe
dell'ambizione, se ne vive su 'l suo, misurando i desidéri alle forze.
Il laboure le champ que labourait son père,
Il ne s'informe pas de ce qu'on délibère
Dans ces graves conseils d'affaires accablés:
Il voit sans intérêt la mer grosse d'orages,
Et n'observe des vents les sinistres présages
Que pour le soin qu'il a du salut de ses blés.
Roi de ses passions, il a ce qu'il désire.
Son fertile domaine est son petit empire,
Sa cabane est son Louvre et son Fontainebleau;
Ses champs et ses jardins sont autant de provinces;
Et sans porter envie à la pompe des princes
Se contente chez lui de les voir en tableau,
Il voit de toutes partes combler d'heur sa famille.
La javelle à plein poing tomber sous la faucille,
Le vendangeur ployer sous le faix des paniers;
Et semble qu'à l'envi les fertiles montagnes,
Les humides vallons et les grasses campagnes
S'efforcent à remplir sa cuve et ses greniers.
Il suit, aucune fois, le cerf par les foulées,
Dans ces vieilles forêts du peuple reculées,
Et qui même du jour ignorent le flambeau:
Aucune fois des chiens il suit les voix confuses,
Et voit enfin le lièvre, après toutes ses ruses,
Du lieu de sa naissance en faire le tombeau....
Il soupire en repos l'ennui de sa vieillesse
Dans ce même foyer où sa tendre jeunesse
A vu dans le berceau ses bras emmaillottés;
Il tient par les moissons registre des années,
Et voit de temps en temps leurs courses enchaînées
Vieillir avecque lui les bois qu'il a plantés[43].
In queste stanze--osserva il Sainte-Beuve--dispiegantisi con tanta
ampiezza e mollezza d'abbandono in uno stile un po' invecchiato, e che
perciò tanto meglio rassomiglia ai grandi boschi paterni e alle alte
selve presso il maniero, regna e respira la pace dei campi, la distesa,
il silenzio. Io ne paragonerei l'effetto a quello che producono, piú
che l'ode d'Orazio, certe elegie rurali di Tibullo. Ci si sente un
riposato amore dei campi, non tanto per il piacere di cantarli quanto
per la dolcezza e la consuetudine di viverci ... Siamo veramente nella
Touraine, in buono e dolce paese, dove non tutto risplende, dove non
ogni collina ha i suoi marmi scintillanti e il suo bosco sacro. Non
cerchiamo altro che il sentimento sincero e pieno, la calma, la stabile
tranquillità d'una vita felice, l'ideale d'una mediocrità domestica
frugale e abbondante: tutto ciò esala da questi versi[44].
* * * * *
E tutto ciò manca nell'ode del Parini; e con ciò le manca la vita e il
colorito; e per ciò ella è inferiore anche a una prosa mezzana dove ci
sia almeno un po' di verità; a questo pezzo di lettera, per esempio, di
Giuseppe Baretti.
Lasciando Asti al sorgere del sole, non ebbi fatte due miglia che la
freschezza dell'atmosfera mi fece scendere dal calesse, invitandomi
a camminare un poco a piede. Non si può dire il gusto che avevo,
andando cosí passo passo lungo un sentiero che fiancheggia la strada
maestra. Queste basse collinette dell'Astigiana non la cedono
in bellezza alle piú belle che mai poeti e romanzieri s'abbiano
sognato. Alberi fronzutissimi d'ogni banda, cespugli d'avellane,
siepi di rose silvestri, macchie di fragranti fiordispini, e
praticelli e poggetti coperti d'erbe e di fiorellini d'ogni fatta,
e campi ondeggianti di verdi spiche, e vigneti e boscaglie e siepi
di mortelle frequentate da infiniti uccelletti che gorgheggiano e
cinguettano i loro innocenti amori in mille maniere di musica, fanno,
lungo quella via che ho trascorsa pur ora, un molto soave incanto ai
sensi d'un viaggiatore. E non voglio lasciare nella penna certi visi
semplicemente giocondi e sorridenti di certe villanelle tarchiatotte,
che, con canestri al braccio o in capo, se ne venivano verso questo
Moncalvo al mercato, e che, a misura che andavo incontrandole,
piegavano gentilmente le ginocchia a quel po' di gallone che ho
sull'abito. Il vetturino, rallegrato anch'esso dalla dolcezza
mattutina che l'intorniava, se ne veniva oltre pian piano cantando,
sto per dire come un cucco rauco, certi suoi strambotti in lingua
monferrina.[45]
Vien voglia di dare una stretta di mano a questo bravo vetturino, che
ci ha liberati alla fine dall'ombra uggiosa di quel _villan sollecito_.
Come quel paesaggio astigiano è dipinto netto ed allegro! come è
veramente popolato di gente che si muove e non di marionette! quelle
villanelle che accennano l'inchino del ginocchio sono proprio del
Settecento e piemontesi: non c'è da sbagliare.
Il Baretti mi riporta a Gaspare Gozzi, che nel 1741, poco dopo o
poco prima di quella lettera, lo descriveva così: «quel giovane di
Torino, che aveva quel viso di pedale e veniva a visitarci, e cantò
una sera all'improvviso con voce infernale...[46]» Il Gozzi ha pur
egli una gemma di lettera, salvo alcune affettazioncelle toscanamente
accademiche e alcune morbidezze venezievoli. Era a Vicinale nel Friuli,
ancor giovine, ancora innamorato della moglie, padre novello, non
frusto dal lavoro per la miseria di tutti i giorni, traduceva Plauto e
Molière, e scriveva al compare Seghezzi, bembeggiante per le callette
di Venezia:
Questa villetta si terrebbe da qualche cosa se un dí la voleste
onorare con la presenza vostra; e se il mio piccioletto ospizio vi
potesse raccogliere, che allegrezza sarebbe la mia! Oh che canzonette
profumate vorrei che noi andassimo alternativamente recitando a
mezza voce sulla riva di questa Metuna! Sappiate che per li poeti
queste sono arie benedette, e che un miglio lontano da casa mia v'è
quel Noncello, sulle rive del quale camminò un tempo il Navagero.
Non v'accerto che vi sieno piú dentro le ninfe, come a quei dí;
ma vi sono però trote e temoli che vagliono una ninfa l'uno. Orsú
via, una barchetta fino alla Fossetta; e poi mettetevi, al nome del
Signore, nelle mani d'un vetturale, il quale, quando sarete giunti
alla Motta, vi consegnerá a un altro suo collega; e di là a due ore
poco piú ritroverete questa villetta di ch'io vi parlo. È vero che la
strada è alquanto fastidiosa, perché a voi che siete accostumato alla
gloriosa e magnifica Brenta, dove a ogni passo vedete un palagio,
parrá facilmente strano il vedere ora casacce diroccate, ora una
fila d'alberi lunga lunga, e terra e terra senza un cristiano; ma
fra il dormire un pochetto, la scuriada e forse i campanelli al
collo de'cavalli potete passare il tempo. Quando poi sarete giunto
qui, dieci o dodici rossignuoli nascosti in una siepe vi faranno
la prima accoglienza, che mai non avrete udite gole piú soavi. Io
sarò all'uscio, e vi correrò incontro a braccia aperte cantando
un alleluia. Sarete subito corteggiato da capponi, da anitre, da
pollastri e da polli d'India, che vi faranno la ruota intorno come i
pavoni. Forse questo vi darà noia, ma bisognerà aver pazienza, perché
sarebbe impossibile che queste bestie non volessero venire a dirvi
che vi saranno ubbidienti e fedeli, e che hanno voglia di dar la vita
per voi, che si lasceranno bollire, infilzare e tagliare a quarti e a
squarci. Condottiera di questo esercito è una zoppettina villanella,
che mai non vedeste la miglior pasta, perch'ella ama cosí di cuore
questi suoi allievi, che ad ogni tirar di collo s'intenerisce,
e accompagna la morte de' suoi pollastri figliuoli con qualche
lagrimetta. Il bere sarà d'un vino colorito come i rubini, che va
in un momento.... Pane abbiamo bianchissimo come neve che fiocchi
allora; ma sopra tutto un'allegrezza di cuore, che non si canta
sempre, perché la voce manca piú presto della contentezza.[47]
* * * * *
Ha ragione il Gozzi: certe cose non si cantano; e la falsità della
poesia italiana degli ultimi secoli ogni qualvolta s'impicciasse della
_natura_, come, imitando i Francesi, cominciavano a dire anche gli
arcadi, tanto piú si sente disgustosa e sciapita quando la si paragoni
a una prosa, ripeto, anche mezzana. Volete, nel caso stesso della
ode pariniana, un paesaggio nell'aerosa larghezza chiaro determinato
vivente, un paesaggio visto respirato goduto da un uomo sincero?
Coraggio: risaliamo ancora al Cinquecento.
Giorgio Gradenigo, patrizio veneziano (1522-1600), non era già un
letterato: fu podestà piú anni in Cividal del Friuli, dove avea poderi;
e ci tornava volentieri, e di là scriveva agli amici. Non ha sempre
pura la lingua, né sempre elegante la dicitura, e resta qualche volta
impacciato dalle consuetudini scolastiche; ma il sentimento e la
percezione del vero presto vince la maniera e rompe il ghiaccio e si fa
largo fra gli impedimenti del fraseggiare, e trionfa.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ieri giunsi a Cividale: voglio dir nel contorno, nell'eterna primavera
di Cividale. Vengono a me i pastori e i lenti bifolci dei miei poderi;
qual col viso ampio e vermiglio, credo in virtú di uva e di mosto;
qual tutto gravido e pieno di cacio e di latte. Quegli con pastoral
riverenza s'allegra meco del mio ritorno, e in segno di ciò mi porge
un capretto: questi con allegra e compagnevole fronte mi mette innanzi
un catino di fresco latte: l'uno m'ingombra le mani pur di cacio,
l'altro di funghi. Colui mi dice in sua lingua, e con un moto di corpo
esultante ed allegro in suo decoro--Signor, voglio che prendiamo de'
tordi e gli godiamo insieme--: quell'altro mi dice voler ch'io vada
con lui alla caccia, e potermi dare allora un lepre a cavalieri. Se
ne vengono poi le pastorelle: una delle quali è bella qual altra
mi ricorda aver veduta giammai: vince di bianchezza il latte; e il
vermiglio che le sparge le guance sembra le rose e l'uva matura. Queste
portano a me il grembo e le mani piene d'uva; e donandomi diverse
maniere di frutta, mi salutano, s'allegrano e mi ricevono con una
rozzezza pastorale amabile e cara oltre ad ogni altra. M'hanno detto
tutte, con istudio d'esser ciascuna di loro la prima a portarmi questa
buona nuova, che giovedí vegnente e domenica seguente si fanno due
belle feste vicino di qui a due miglia e che esse ancora vi vogliono
essere.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Iersera giunsi di Cividale con l'animo fatto sereno e col corpo
ridotto a migliore stato che prima. Per certo, bel sito di città, bei
colli, bel paese: non si può desiderar meglio! Non potreste credere
quanti spirti vitali mi sieno passati al cuore, quanta malinconia mi
sia uscita del petto nel mandar la vista per quei prati, per quei
colli, per quelle rive. Non è poggio nel contorno di Cividale ch'io
non l'abbia voluto ascendere, e ch'io non v'abbia dimorato le ore per
pascere la vista di quell'amabile e grazioso aspetto che porta seco
il nascer dell'aurora e del sole in quel paese. Avreste veduto prima
le sommità dei monti piú alti tingersi a poco a poco di giallo, e
poco appresso, ferite dal sole nascente, diventare di color d'oro,
ed in ispazio d'altrettanto i colli poco rilevati dal piano esser
ancora essi indorati dal sole con maravigliosa vaghezza. La quale si
fa maggiore doppiamente di quella dell'Alpi, per esser i colli pieni
di vigne e d'arbuscelli fruttiferi posti a lungo sopra gradi incavati
nel terreno in guisa di teatro, successivamente l'un sopra l'altro: le
quali vigne e arbuscelli par che con le loro ombre facciano contrasto
al sole che non allumi il terreno; e ciò facendo, avviene cosa mirabile
da vedere, che egli illustra la parte superiore sí che par tutta d'oro,
e, penetrando per le foglie tinte di rugiada e mosse leggermente da
un poco di soave aura tra le ombre di tutto l'arbore, rappresenta
nel terreno alcuni splendori tremolanti e certi lumi in forma lunga,
che paiono vene e verghe d'oro purissimo. Né minor vaghezza porta
seco poi il percuotere che fa il sole nelle ghiare de' torrenti che
discendono da' monti il verno piovoso, perché, illustrate da nuovo
e chiaro splendore, le pietre maggiori sembrano rubini orientali, e
l'arena, quella di Tago e di Pattòlo. Quanto respiramento credete che
apporti poi all'animo il volger la vista d'intorno e vedersi vicino
agli occhi per ispazio d'un mezzo miglio la città di Cividale!...
Veder poi il Natisone, che le passa per mezzo, discender con acque
purissime e limpidissime, e aversi fatto un letto fra monti e dirupi
largo e profondo. Se voi vedeste le caverne e gli antri che la natura
o il fiume ha fatto in quei sassi, la grandezza de gli scogli che
sono nel mezzo, la profondità delle sponde all'acqua, gli edifizi che
posti all'estremità delle rive pendono sopra il fiume, la bellezza
d'un ponte di pietra che con due archi appoggiati ad uno scoglio, che
è nel mezzo del fiume, con ampia altezza e larghezza dà passaggio
comodo a' viandanti e abitatori della città, direste tutto sospeso e
sopra di voi: Questa è cosa notabile e meravigliosa. Stendendo poi la
vista piú oltre sopra lo spazio di una pianura d'intorno otto miglia,
si vede la città di Udine: il cui castello posto sopra un monte di
mediocre altezza e nell'ombilico della Patria rappresenta un aspetto
piacevolo e novo. Volgete poi gli occhi alla parte di mezzogiorno,
cioè verso il mare: voi vi godete la vista infinita e il piacere che
porta seco la cultura de' campi, lo stendersi de' piani e il pascere
degli armenti: godete d'appresso Rosazzo, abbazia coronata di colli
bellissimi ed amenissimi: un poco di lontano il sito di Aquileia, quel
di Monfalcone, ed altri che il narrarli saría cosa lunga e soverchia.
Se piegate il volto poi un poco verso oriente, vi si fa innanzi il
paese che si chiama Colli; cioè un numero infinito di monticelli cólti,
che posti l'un dietro l'altro nelle lor cime paiono onde di mare che
si movano piacevolmente. Quindi girando gli occhi verso tramontana,
ove la vista è terminata dall'Alpi vicine, scoprite valli, selve,
dirupi, aperture di monti; ed abbassando gli occhi alle radici loro,
ecco poggi piacevoli da salire, pieni di vigne e di varie maniere di
frutti. È cosa incredibile il desiderio che mettono quei bei prati di
camminarvi e sedervi sopra, posti in riva e sotto quei monticelli,
partiti da quei cespugli, col loro piano pieno di fiori di mille
colori, simili a tappeti finissimi che vengono di Levante. A queste
cose s'aggiunge l'udir eco rispondere da molte parti a un confuso suon
di campane, a varie e diverse voci di animali, al cantar di pastorelle
e pastori; l'udir similmente il canto di mille vari uccelli, sentir
gli uccellatori, qual con foglia, qual con fischio, rappresentar le
loro voci sí gentilmente, che di lor ne fanno abondanti e sollazzevoli
prede. Ma che dirò io del respiramento che viene al core dalla bontà
e purità di quest'aere?... Oh come interamente ho goduto la parte
mia! oh come gustevolmente la sera fin alle due ore passava tempo in
diportarmi per prati e pianure vicino al mio albergo! e nel respirare
e prender fiato sentiva soavemente entrarmi un non so che di odorifero
e spiritale nel petto. La mattina poi l'aurora non mi coglieva in
letto giammai. Riducendo le molte parole in una, a Cividale il sole
mi è paruto piú splendente che in altro luogo, il cielo piú azzurro,
le stelle piú luminose. Gli uomini, domandati del male dello stomaco,
dicono che non lo conobbero mai, e si sputa di rado, se non quando si
vuole assaggiare qualche buon vino. E vanne via, maninconia.[48]
* * * * *
Conchiudendo: che rimane dell'ode del Parini dinanzi a questa prosa?
Nulla, e peggio che nulla. Vorremo dire però che l'abate brianzolo non
avesse il sentimento della natura? No, perché certi tócchi di altre
odi e certi paesaggi, almeno un paesaggio, del _Giorno_, provano il
contrario. Vorremo dire che G. G. Rousseau non aveva ancora spalancata
la finestra per far respirare una boccata d'aria fresca alla gente
del Settecento tappata nei salotti, e che il sentimento della natura
mancava in generale agli scrittori di quella età? No, perché il Baretti
e il Gozzi, mi pare, descrivevano alla brava e con un vigore di verità
ignoto ai sentimentalisti della scuola del Rousseau che abbondarono
poi anche in Italia. Diciamo piú tosto che la forma lirica accolta dal
Parini non si prestava all'uopo, che egli stesso non era anche uscito
fuori del tutto dalle consuetudini delle accademiche lucidazioni,
e, piú d'altro, ch'egli non era il poeta da compiacersi e trovarsi
bene della _vita rustica_ o della _libertà campestre_; che la natura
l'educazione i casi il contorno lo avevano fatto poeta di città e di
società, poeta dei contrasti e delle antitesi civili e sociali. Per
ciò l'ode, con la quale parrà troppa la nostra severità, letta in casa
Imbonati, a un pranzo o ad una cena di Trasformati, fra i sorbetti, fu
bella; oggi non ne riman viva che una strofe: tutta intera non è il
manifesto della lirica pariniana, né può figurare tra i migliori esempi
della poesia italiana moderna.
III.
_IL BRINDISI._
Fu composto, secondo rilevò dai manoscritti il Salveraglio, nel
1778[49], che il poeta aveva quarantanove anni.
È l'addio alla gioventú e all'amore: ha solo qualche somiglianza
di occasione e di circostanze con qualche scolio anacreontico, ma
l'intonazione è oraziana,
Eheu fugaces, Postume, Postume,
Labuntur anni...
oraziano il motivo
Intermissa, Venus, diu
Rursus bella moves? Parce, precor, precor.
Non sum qualis eram bonae
Sub regno Cinarae. Desine, dulcium
Mater saeva Cupidinum,
Circa lustra decem flectere mollibus
Jam durum imperiis: abi
Quo blandae invenum te revocant preces[50].
(Venere, tu ripigli dunque le guerre giá da tempo dismesse?
Risparmiami, prego, risparmiami. Non sono quale io era sotto il regno
di Cinara bella. Lascia, o fiera madre de' soavi amori, di volermi,
già indurito dal decimo lustro, piegare ai morbidi imperii: va dove
carezzevoli t'invocano le preghiere de' giovini).
* * * * *
Le strofe del _Brindisi_--doppie, cioè a due periodi, ciascuno di
quattro settenari--sono dello stesso metro già aggraziato per la musica
dal Rolli e trattato insuperabilmente dal Metastasio nella canzonetta
_Grazie agl'inganni tuoi_. Sono dello stesso metro, se non in quanto
il Frugoni, materialissimo ma pur tecnico rinnovatore di colori e
di suoni, lo modificò rendendo sdrucciolo il primo verso d'ogni
periodo tetrastico e aggiungendogli cosí pe 'l concitamento dell'ode
quell'agilità e sveltezza di mosse che nell'ondeggiamento melodico
della canzonetta non potea avere. Il Frugoni, rinnovatolo in questa
guisa, ne abusò per tutti gli argomenti, di nozze, di monacazioni e
di lauree; un po' meglio lo usò nella ninna nanna alla culla del real
principe di Parma don Ferdinando.
Venite, o sonni placidi,
Venite al canto mio;
Addormentar vogl'io
Il pargoletto amor.
È desso a quelle rosee
Labbra, a quel vago riso,
Al leggiadretto viso,
Al guardo feritor.
Di questa sorta di dolcezze e di vezzi si usava allora co' principini.
Chi avesse detto al Frugoni che quel bamberottolo cosí carino sarebbe
cresciuto uomo molto gaglioffo, per quanto bonaccione! Per il poeta
sarebbe stato lo stesso: a ogni modo dovea fare la canzonetta. E
séguita verseggiando alle _care pupille_:
Adesso deh chiudetevi
In placido riposo:
In voi bello e vezzoso
Il sonno ancor sarà.
Sparso di fresca ambrosia
All'aurea culla intorno
Vago sonnino adorno
L'ali scotendo va.
Cento sognetti il seguono
Figli dell'alma Aurora,
A cui le penne indora
A pena nato il dí.
Ciascun di lieto augurio
Fedele apportatore
Vorrebbe dirgli al core:
Le cose andran cosí.
Chi regni e chi vittorie,
L'un pace e l'altro guerra.
Or questa or quella terra
Sembrano disegnar.
Sí proprio: tutta la faccenda di quel povero Borboncello fu di essere
ballottato da prima fra la moglie Maria Amalia, e il Du Tillot nella
lotta co' preti ch'egli non voleva fare, ballottato in fine tra la
Spagna e la Francia repubblicana per un mutamento e allargamento di
dominio che egli non volea avere, preferendo a tutto lo starsene in
Colorno a cantare in coro co' frati.
Ma cedon tutti e sgombrano
A un gentil sogno vago,
Che la materna immago
Studiato ha di formar.
Questo piú dolce rendere
Sa al pargoletto il sonno:
Gli altri turbar lo ponno,
Questo il piú accorto fu.
Tacete, o versi garruli,
Ché delle amate forme
Sogna il fanciullo e dorme:
Voi non cantate piú.[51]