Anche il Parini, come tutti, salvo l'Alfieri, i nostri poeti del secolo

decimottavo, move dall'Arcadia: anzi, si potrebbe fin dire, senza

fargliene colpa, che in Arcadia almeno il tacco del piè sinistro ce

l'ebbe sempre. Cominciò Ripano Eupilino a ventitre anni (1752) con

sonetti e componimenti pastorali, «in tempo--scriveva egli stesso

nella prefazione--che era ogni maniera di letteratura al suo colmo

venuta.[22]» Circa trent'anni dopo (1780), mandava, sotto il nome di

Darisbo Elidonio, al volume decimo terzo delle _Rime degli arcadi_,

ordinate a raccolta dall'abate Gioachino Pizzi custode generale,

quattordici sonetti quasi tutti pastorali, e con questi un'ode _Su

la libertà campestre_, che poi egli od altri rititolò _La vita

rustica_.[23] Cosí nessuna meraviglia che le sue odi per quattro gruppi

almeno si ricongiungano a quattro forme liriche che l'Arcadia aveva a

preferenza rinnovate, coltivate e lavorate.

Il primo gruppo è a punto delle odi, _La vita rustica_, _La

impostura_, _Le nozze_, _Il Brindisi_. Queste per il motivo idillico e

famigliare, per gli argomenti accademici, vezzosi e scherzosi, quasi

da conversazione, per le strofe di settenari e ottonari, che nella

nostra poesia sono i versi piú antichi e piú popolari a uso del canto,

alternate di sdruccioli e di piani e di tronchi, appartengono alla

forma lirica piú caratteristica dell'Arcadia, alla lirica mezzana

musicale. Non è l'anacreontica, come si ostinarono a chiamarla i

trattatisti, se bene qualche volta imiti le imagini delle piccole

poesie degli _eroti_ attribuite ad Anacreonte; non è la _chanson_

francese, cantata a coro con l'allegro o entusiastico ritornello, se

bene qualche volta possa prenderne gli andamenti. È la canzonetta; la

canzonetta che i provenzali non ignorarono; che in Italia prevalse

fra i generi popolari dalla fine del secolo decimoterzo alla fine del

decimoquinto, coi vari nomi di ballata, di ballatina e ballatella,

di frottola; che tacque per tutto quasi il Cinquecento, ristrettosi

a cantare, almeno nelle società eleganti, il madrigale e l'idillio;

che risorse alla fine del Cinquecento, prendendo col Rinuccini e

col Chiabrera nuovi congegni di strofe e di rime per servire alla

musica rinnovata e trasformantesi; che furoreggiò in tutti gli immani

divertimenti teatrali e musicali del Seicento; che l'Arcadia raccolse,

e la ravviò e la pettinò e le insegnò a fare il minuetto e la riverenza

in contegno; che il Rolli e il Metastasio recarono al sommo della

perfezione, come poesia classica per musica da sala; e il Frugoni tentò

di restituirle piú lirica andatura, e il Parini riuscí a farla piú

seria e morale. Per ciò a punto le canzonette del Parini non furono mai

cantate, e sono odi.

II.

_LA VITA RUSTICA._

La _Vita Rustica_, scrive il De Sanctis, «sembra posta in fronte alle

poesie del Parini quasi come prefazione; è lo spirito che aleggia

in tutte le sue composizioni»[24]. Certo l'illustre critico ebbe il

pensiero alla strofe meritamente famosa, _Me non nato a percotere_;

per la quale, io credo, e per l'attrattiva del metro, rapido piú

che non sogliano averlo le liriche pariniane e che simula una certa

concitazione, l'ode piacque e piace ed è ritenuta anche a memoria.

La strofe settenaria doppia della _Vita rustica_ è come la prenunzia

dei metri manzoniani, e la novità dell'aver fatto seguire a un primo

membro alternato di sdruccioli e piani, già trovato a Bologna nel

1747[25] ma non divenuto ancora popolare negli _Amori_ del Savioli, un

secondo membro alternato di piani e di tronchi, fu feconda di effetti

armonici, che sono tanta parte della impressione lirica. Se non che

forse il riscontro vicino troppo de'due ossitoni finali, massime quando

sono non di vocali ma di consonanti tronche se specialmente nasali,

offende un po' l'orecchio. Rileggiamo, a prova, le due piú belle

strofe; la prima,

Per che turbarmi l'anima,

O d'oro e d'onor brame,

Se del mio viver Atropo

Presso è a troncar lo stame?

E già per me si piega

Sul remo il nocchier brun

Colà donde si niega

Che piú ritorni alcun?

e la piú celebre,

Me non nato a percotere

Le dure illustri porte

Nudo accorrà ma libero

Il regno de la morte.

No, ricchezza né onore

Con frode o con viltà

Il secol venditore

Mercar non mi vedrà!

Questa va d'incanto. Quell'accento largo di vocale come rialza

l'armonia e come afferma il sentimento! Men bene la prima: non avete

che dire, ma sentite che, se quegli ossitoni nasali seguiteranno nella

strofe appresso e poi in altre, finiranno con farvi l'effetto di quei

dannati di Dante, che _d'una parte e d'altra con grand'urli, Voltando

pesi per forza di poppa, Percotevansi incontro e poscia pur lì si

rivolgea ciascun_. Il Manzoni infatti, a cui piaceva il Metastasio,

non accolse quella combinazione nelle strofe sue settenarie: ma essa

a ogni modo fu il primo passo verso l'armonia che dirò manzoniana. Il

primo passo, ho detto, verso l'armonia: ché gli schemi tecnici delle

future strofe manzoniane erano stati già trovati dal Frugoni. La strofe

del _Cinque maggio_ fu da prima introdotta nella lirica moderna dal

buon Comante eginetico _per il primo incruento sacrifizio celebrato

nella cattedrale di Parma l'anno 1741 dal signor conte canonico

Girolamo Baiardi_.

Ecco fuor d'uso Fosforo

Apre lucente il giorno:

Tutto di fior cospargasi

Questo sentiero intorno,

Questo sentier che scorgerti

Al maggior tempio dé.

Vieni, immortal Girolamo

Che di pietà tutt'ardi,

Gentil sangue degl'incliti

Magnanimi Baiardi,

Vieni e volgi al gran tempio

Il consacrato piè[26].

Per certa novità melodica dunque, prenunzia di armonie piú moderne, la

_Vita rustica_ piacque, o meglio, piace a giudici recenti anche severi.

E mentre i coetanei del Parini e quelli che lo seguirono da presso,

uomini di fino giudizio, non la annoverarono mai fra le odi migliori

o fra le buone, il Cantú l'allogò, in compagnia della _Caduta_, fra

gli _Esempi della letteratura italiana_[27] d'ogni secolo, e il prof.

Giuseppe Puccianti la elevò ai primi onori nell'_Antologia della

poesia moderna_[28]. O, forse meglio, il Cantù e il mio egregio amico

furono persuasi a quella scelta da ragioni morali e storiche. Per la

concezione ed esecuzione artistica, quell'ode a me non pare che vada

tra le belle del Parini.

E s'intende. O composta su la fine del '58, come affermava il primo

raccoglitore delle odi pariniane Agostino Gambarelli,[29] o a mezzo il

'57, come piú tosto vorrebbe Filippo Salveraglio nelle note ricche di

notizie ond'egli illustrò la nuova edizione data dal Zanichelli[30],

cotesta è la prima ode che il Parini scrivesse; e come nel metro cosí

nei pensieri presenta a pena i primi segni d'una lenta e variegata

trasformazione del materiale idillico dell'Arcadia. L'antico e

immortale idillio, l'ideale della pace e del lavoro alla campagna,

cantato fra le guerre civili da Virgilio da Orazio e da Tibullo,

riecheggiato fra le guerre e le corti del Cinquecento dal Sannazzaro

dall'Alamanni da Bernardo Tasso dal Tansillo, finí a essere strapazzato

su le zampogne dei pastori del Settecento. Il Parini avrebbe voluto

rialzarlo, ma non riuscí. Né pur l'ombra qui del rapimento estatico e

della malinconia potente del gran poeta Virgilio, né della finitezza e

determinatezza ne'particolari del paesaggio del grande artista Orazio,

né il sentimento religioso della campagna del grande elegiaco Tibullo.

Ci sono invece la filosofia, la filantropia, la georgofilia: tutte

astrazioni rispettabili, qualcosa di meglio, se volete, delle vanità

d'Arcadia; ma non ancora la poesia.

* * * * *

La contenenza dell'ode è questa.--(str. 1ª) Il poeta non vuol sapere

d'avarizia o d'ambizione, tanto si vive cosí poco!--(str. 2ª) Meglio

godersi la libertà in campagna.--(str. 3ª) Non invidia i ricchi,

condannati a viver sempre in sospetto.--(str. 4ª) Si contenta di morir

povero, ma libero e onesto.--(str. 5ª) Dunque se ne torna ai colli che

circondano il suo lago di Pusiano.--(str. 6ª) Ivi troverà la quiete,

la quiete che i monarchi non hanno e che (str. 7ª) devono invidiare a

lui, tranquillo poeta tra i contadini di Brianza.--(str. 8ª) Ivi egli

pregherà Dio che tenga lontana la guerra; (str. 9ª-10ª) immortalerà

in versi l'agricoltore che sappia uscire dalla carreggiata del _cosí

faceva mio padre_; e (str. 11ª) morirà quieto e compianto come

quell'agricoltore.

Contenenza onesta ma povera, e tutt'altro che nuova.

* * * * *

L'entrata è viva: della troppo nota figura di Caronte è ritoccato con

qualche virtú plastica l'atteggiamento,

E già per me si piega

Sul remo il nocchier brun:

è rinnovato bene, perché applicato meglio che nel caso del passero di

Lesbia, il catulliano _per iter tenebricosum Illuc unde negant redire

quemquam_,

Colà donde si niega

Che piú ritorni alcun.

Ma la seconda strofe con le sue _ore fugaci e meste_ che _belle ne

rende e amabili la libertade agreste_, con Bacco che _manda il vin_ e

con la _bella Innocenza che s'inghirlanda il crin_, non esce punto dai

cerchiolini dell'Arcadia. Della terza strofe qualche arcade allora vivo

avrebbe per avventura rigirato un po' meglio i versi, segnatamente gli

ultimi, dove quella _man del gelato timor_ è fredda da vero, e quel

_sovente_ subito dopo la mano (_sotto la man sovente_) ci si trova a

disagio per amore, o per isdegno, della rima. La quarta (_Me non nato

a percotere_, ecc.) è bella in tutto e per tutto, per la verità del

sentimento e per la rispondenza dell'espressione: dopo i poeti del

Trecento e dopo l'Ariosto nelle satire, nulla di altrettanto nobile era

uscito dal petto di poeta italiano. Per vero il buon Passeroni aveva

già scritto:

Cerchin cantando d'acquistar denari

E facciano de' versi mercanzia

Poeti adulatori e mercenari,

E facciansi pagare ogni bugía.

Io pensieri non ho sí vili e avari,

E non contratto l'alma poesia:

Me stesso e gli altri divertire io cerco,

Canto a Milano, e non vi cambio o merco[31].

Due anni, si può dire, prima del Parini: ma quel suo poema è tanto

lungo che a pena lascia ricordare ciò che v'è di buono.

* * * * *

Seguitando:

Colli beati e placidi

Che il vago Èupili mio

Cingete con dolcissimo

Insensibil pendío,

sono versi che i nostri padri dicevano a mente con tanta dolcezza

di enfasi; e non ho voglia di sofisticare su que' due aggiunti di

_pendío_, uno dei quali, probabilmente _insensibile_, a Orazio

sarebbe parso di piú. Ma credo che il Parini dopo scritto il _Giorno_

dovè sentire egli stesso tutta la vacuità, la improprietà, la

indeterminatezza, la nullaggine melodrammatica de' due versi seguenti,

Dal bel rapirmi sento

Che natura vi diè.

E dire che il piú della lingua poetica degli ultimi centosettant'anni,

della lingua, dico, di quelle poesie che il volgo dilettante capisce

súbito e ammira di schianto, appunto perché non sono poesia, è cosí!

Ed esule contento

A voi rivolgo il piè:

ecco un altro fiorellino di quel pattume, volevo dire di quella lingua

poetica. _Volgere i passi_ dissero Dante, il Boccaccio e l'Ariosto;

anche _volgere il piede_ disse Dante, ma da man destra a sinistra.

_Volgere il piede_, senz'altro, lo fa dire il Fagiuoli in una commedia

a uno di que' suoi personaggi civili che parlano tanto male a punto

perché egli vuole che parlino bene: _Non so da questa contrada volgere

il piede_.[32] Ma _rivolgere il piede_ come l'usa il Parini per

_avviarsi_, oltre che ampolloso, è anche_sí_ improprio.--È piú nobile

di quel prosaico _avviar_--Oh nobiltà dell'imaginarsi le punte delle

scarpe del Parini sollevate e in moto verso la Brianza! E se andava,

come si può tenere per certo, in calesse o in carrozza?

Nella quinta strofe la quiete è cantata piú che sentita. E i versi

..........in seno

De le vostr'ombre apprestami

Caro albergo sereno

avran dato a qualche arcade il mal di mare con quel loro fiotteggiare

di suoni cupi, rotti, rugginosi: ma niun arcade certo avrebbe saputo

verseggiare con tanta varia gravità di accenti e di spezzature

armoniche e concettose la rimembranza oraziana degli ultimi quattro:

E le cure e gli affanni

Quindi lunge volar

Scorgo, e gire i tiranni

Superbi ad agitar.

Del resto, il tomo delle _Rime degli Arcadi_ che séguita a quello ove

fu pubblicata l'ode del Parini porta d'un altro _Decilio License_, cioè

Girolamo Pompei, traduttore di Plutarco e di Teocrito, una canzone,

anch'essa su _La vita rustica_: eccone qui una stanza e mezzo, forse il

meglio: raffronti chi vuole e come vuole.

Con un garrir gentile

I poggi intorno mólce

Lo spirar de le fresche aure soavi;

E, come è loro stile,

Ronzan le pecchie, e il dolce

Tolgono a i fior per arricchirne i favi.

Dal sen de gli antri cavi

Alterna eco gli accenti,

E a l'usignol risponde.

Che su romite sponde

Tempra in musiche note i suoi lamenti

Per dar qualche conforto

Al grave antico torto.

Sotto le verdi foglie

La tortora coperta

Geme ferita d'amoroso strale:

La lodoletta scioglie

Suoi trilli, e a l'aria aperta

Tremolando si libra alto su l'ale.[33]

* * * * *

La sesta strofe respira la più beata ingenuità arcadica, ingenuità

di gente che sapeva bene di dire cose impossibili, inverisimili e un

tantino anche, buttiamo la parola, ridicole, e pur se le spacciava come

nulla fosse. Che i re abbiano piú d'una volta ragione d'invidiare le

condizioni di tanti loro soggetti oscuri e pacifici, fu detto e ridetto

e si dice e ridice. Ma che il Parini specifichi il caso in persona

sua, che egli venga proprio a contarci che Federico II, Maria Teresa,

Caterina di Russia, Luigi XV o il sultano avevano da invidiar lui,

proprio in quella posizione nella quale si è messo da sé, questo passa

la parte.

Qual porteranno invidia

A me, che di fior cinto

Tra la famiglia rustica

A nessun giogo avvinto,

Come solea in Anfriso

Febo pastor, vivrò,

E sempre con un viso

La cetra sonerò!

_Cantabitis, Arcades, inquit, montibus haec vestris._ E non voglion

finire di ronzarmi nel pensiero due versi del Porta:

Gh'aveven tucc on liri e on ghitarrin,

Né se sentiva olter che frin frin.[34]

Fortuna che l'abate, mobile e impaziente come era, non durò molto a

sonar la cetra con quel viso lí, e scrisse poco di poi _La salubrità

dell'aria_.

La strofe seguente, dopo i quattro primi cosí cosí, ha quattro versi

notevoli, se non per novità d'imagini, pe 'l numero variato e sostenuto:

E da noi lunge avvampi

L'aspro sdegno guerrier,

Né ci calpesti i campi

L'inimico destrier.

Nulla, del resto, fuor dell'ordinario.

* * * * *

Ma brutte fuor dell'ordinario sono le strofe interposte in certe

edizioni a questa parte dell'ode. Prima le portò la raccolta delle _Odi

del Parini_ data in Milano nel 1791 da Agostino Gambarelli, al quale,

già suo discepolo, il Parini _aveva accordato la facoltà di pubblicare

quelle odi, e non piú_; e le odi, avverte l'editore, _passavano da una

mano all'altra e da questa a quella città tanto infedeli e scorrette e

mutile e svisate da non potersi talvolta piú riconoscere per fattura

dello ingegno che le aveva prodotte_[35].

Per la _Vita rustica_, il Gambarelli dovè essersi abbattuto in taluna

di cosí fatte copie, o almeno conobbe soltanto la lezione corrente

prima che il poeta avesse, stralciando, ridotta l'ode a piú unità e

mandatala cosí corretta a stampare fra le _Rime degli Arcadi_. In fatti

il Reina, discepolo e radunatore della sparsa eredità del poeta, che pe

'l testo delle odi, nel volume secondo delle _Opere_ da lui pubblicate,

si valse di _un volume_ ove l'autore aveva _raccolte quelle che

disegnava egli di stampare_, il Reina, dico, sotto la _Vita rustica_

annota: «Il testo si dà quale fu pubblicato dall'autore nel volume

XIII dell'Arcadia di Roma, se tolgansi alcune correzioni che vi fece

dappoi. Le strofe che trovansi nelle posteriori edizioni [_quella del

Gambarelli, e, derivate da essa, una piacentina e una bodoniana_] erano

state da lui precedentemente rifiutate[36].» Avviso a cui volesse dare

all'edizione del Gambarelli troppa piú autorità che ella non meriti. E

troppa glie ne diede Giuseppe Giusti, quando gli fu messo in testa di

curare l'edizione del Parini per il Le Monnier: se non la dottrina e

l'ingegno di critico, l'orecchio e il gusto di poeta avrebbero dovuto

avvertirlo a non raccattare ciò che il Parini aveva buttato[37]. Come

potè il Giusti tenere non indegna del Parini una tale strofe?

In van con cerchio orribile,

Quasi campo di biade,

I lor palagi attorniano

Temute lance e spade;

Però ch'entro al lor petto

Penetra non di men

Il trepido sospetto

Armato di velen.

Non vide egli la incoerenza della comparazione e la prosaicità e la

scolasticità degli ultimi versi? In paragone de' quali paiono belli

questi nell'altra _Vita rustica_ del Pompei:

Cosí mai sempre liete

Ei va passando l'ore

In mezzo a solitudini remote.

Spegne nel rio la séte,

E l'acqua è a lui migliore

De le bevande a i nostri climi ignote.

I sonni a lui non scuote

Il timido sospetto,

Che s'ange e s'addolora

Di mal non giunto ancora;

Ma sicuro è dormir sott'umil tetto

Di povera capanna

Fatta di felce e canna.

Quella strofe nelle edizioni del Gambarelli e del Giusti precede

l'altra, che è in tutte le stampe, dove il poeta sona la cetra sempre

con un viso. E l'avrebbe sonata male da vero, anche peggio di quello

che ci parve già, se avesse seguitato con questa strofe qui, che

séguita veramente nelle due edizioni:

Non fila d'oro nobili

D'illustre fabbro cura

Io scoterò, ma semplici

E care a la natura.

Quelle abbia il vate esperto

Nell'adulazïon:

Che la virtude e il merto

Daran legge al mio suon.

E il Giusti non si fece caso del gergaccio accademico dei primi quattro

versi? Quelle _fila d'oro_, che sono anche _nobili_; e non basta, sono

anche _cura d'illustre fabbro_ (un fabbro per le corde del chitarrino!

ma le son d'oro!); e quelle altre che sono _semplici_; e non basta,

sono anche _care a la natura_ (dove si va a cacciar la natura!); quelle

fila che il poeta scuote, non lo scossero lui? Egli raccattò la strofe;

e i due versi _Quelle abbia il vate esperto Nell'adulazïon_ con quel

tronco nasale non gli calarono come un pugno negli orecchi a fargliela

cascar di mano?

Dopo la preghiera agli dèi, anzi ai cieli, acciò l'_inimico destriero

non calpesti i campi di Brianza_, viene nelle due ricordate edizioni

questa altra strofe che il Parini aveva rigettato:

E, perché a i numi il fulmine

Di man piú facil cada,

Pingerò lor la misera

Sassonica contrada,

Che vide arse sue spiche

In un momento sol;

E gir mille fatiche

Col tetro fumo a vol.

Per due bei versi, gli ultimi (e ci sarebbe che dire su quel _mille_

determinante di _fatiche_), dover sorbirsi il _momento sol_ e portare

in pace la scioperataggine di quel _Pingerò!_ Vi _pingete_ voi, o

lettori, l'abate Parini là in Brianza che sonando la cetra, descrive,

anzi dipinge, a Domeneddio il guasto menato da Federico II in Sassonia

nell'estate del '58, e Domeneddio che sta a sentire, aspettando il

momento del _pathos_ per lasciarsi cadere il fulmine di mano? E dire

che Giuseppe Puccianti, il quale ha pur tradotto Orazio, ammette nella

sua _Antologia_ fra gli esempi della poesia italiana moderna non pur

quest'ode, ma con queste strofe! Ah caro amico, se cotesti sono fiori,

che saranno le ortiche?

* * * * *

Torniamo alle strofe accettate e riconosciute:

E te villan sollecito,

Che per nov'orme il tralcio

Saprai guidar frenandolo

Col pieghevole salcio;

E te che steril parte

Del tuo terren di piú

Render farai con arte

Che ignota al padre fu:

Te co' miei carmi a i posteri

Farò passar felice:

Di te parlar piú secoli

S'udirà la pendice.

Sotto le meste piante

Vedransi a riverir

Le quete ossa compiante

I posteri venir.

Ecco dunque i primi segni della trasformazione nel materiale poetico

dell'idealismo arcadico. L'Androgeo del Sannazzaro, il tipo del genere

arcadico puro, non ha fatto mai nulla al suo mondo, o ha fatto solo di

quelle cose che nessuno fa, ed è morto per dare occasione al Sannazzaro

di intessere una serie di versioni o variazioni virgiliane:

Chi vedrà mai nel mondo

Pastor tanto giocondo,

Che cantando fra noi sí dolci rime

Sparga il bosco di fronde

E di bei rami induca ombre su l'onde?...

Dunque fresche corone

Alla tua sacra tomba

E vóti di bifolchi ognor vedrai,

Tal che in ogni stagione,

Quasi nova colomba,

Per bocche de' pastor volando andrai:

Né verrá tempo mai

Che 'l tuo bel nome estingua,

Mentre serpenti in dumi

Saranno e pesci in fiumi:

Né sol vivrai nella mia stanca lingua,

Ma per pastor diversi

In mille altre sampogne e mille versi.[38]

Cotesto ideale ozioso dell'Arcadia napolitana spagnola romana, ora,

nella Lombardia di Maria Teresa, tra le riforme e i bonificamenti, si

va anch'egli riformando e modificando: Androgeo diventa il _villan

sollecito_. Se il Gessner non avesse pubblicati i suoi _Scritti_

nel 1765, cioè sei o sette anni dopo quest'ode, si sarebbe potuto

credere a un influsso degli idilli svizzeri sul poeta de' Trasformati.

Ma il secolo oramai s'avviava per quella strada. L'Arcadia passava

al sentimentalismo progressivo e filantropico, per poi finire

romantizzando. Ricordate la piantagione dei pini in Jacopo Ortis?

Io mi vagheggiava nel lontano avvenire un pari giorno di verno,

quando canuto mi trarrò passo passo sul mio bastoncello a confortarmi

a' raggi del sole sí caro a' vecchi; salutando, mentre usciranno

dalla chiesa, i curvi villani già miei compagni ne' dí che la

gioventú rinvigoriva le nostre membra, e compiacendomi delle frutte

che, benché tarde, avranno prodotto gli alberi piantati dal padre

mio. Conterò allora con fioca voce le nostre umili storie a' miei e

a' tuoi nepotini, o a quei di Teresa che mi scherzeranno dattorno. E

quando le ossa mia fredde dormiranno sotto quel boschetto alloramai

ricco ed ombroso, forse nelle sere d'estate al patetico susurrar

delle fronde si uniranno i sospiri degli antichi padri della villa, i

quali al suono della campana de' morti pregheranno pace allo spirito

dell'uomo dabbene e raccomanderanno la sua memoria ai lor figli. E

se talvolta lo stanco mietitore verrà a ristorarsi dall'arsura di

giugno, esclamerà guardando la mia fossa: Egli, egli innalzò queste

fresche ombre ospitali.[39]

L'Hölty (1748-1776), un de' lirici tedeschi che spiccò nel passaggio

dalla scuola del Klopstock e del Gessner alla poesia della natura,

finiva un'ode a punto su la vita campestre cosí: «Sovente (_il

cittadino in villa_) passeggia solitario, pieno di pensieri di morte,

tra le fosse del villaggio; si siede sopra una tomba e contempla la

croce con la funebre corona agitata dal vento.»[40]

Del resto, fuor della storia dell'arte, il _villan sollecito fatto

passare felice ai posteri_ non ci fa né caldo né freddo, né più né meno

dei pastorelli savi, discreti, intelligenti, di Salomone Gessner, che

giurereste pigliasser tabacco. Vien voglia di dirgli: Mascherina, ti

conosco: scuoti la cipria, tu se' Androgeo.

L'ultima strofe (_Tale a me pur concedasi_) apparisce proprio fatta per

finire; e già l'analisi fu lunga anche troppo.

* * * * *

E ora, facciamoci a parlar chiaro; in questi ottanta o novanta versi

del Parini dov'è la freschezza e il selvatico della _Vita rustica_,

come il poeta gli volle da ultimo intitolati? dov'è il respiro largo

della _Libertà campestre_, come gli aveva intitolati da prima? Non io

li raffronterò alla meditazione alata di Lamartine:

O vallons paternels, doux champs, humble chaumière

Au bord penchant des bois suspendue aux coteaux,

Dont l'humble toit, caché sous des touffes de lierre,

Ressemble au nid sous les rameaux;

Gazons entrecoupés de ruisseaux et d'ombrages,

Senil antique où mon père, adoré comme un roi,

Comptait ses gras troupeaux rentrant des pâturages,

Ouvrez-vous, ouvrez-vous! c'est moi!.....

Beaux lieux, recevez-moi sous vos sacrés ombrages!

Vous qui couvrez le seuil de rameaux éplorés,

Saules contemporains, courbez vos longs feuillages

Sur le frère que vous pleurez.....

Voir de vos doux vergers sur vos fronts les fruits pendre,

Les fruits d'un chaste amour dans vos bras accourir,

Et, sur eux appuyé, doucement redescendre:

C'est assez pour qui doit mourir.[41]

Sarebbe un disintendere affatto la critica, e, anche piú,

un'ingiustizia. Sessantacinque anni corsero fra le due poesie; e

in quel mezzo una rivoluzione avea scosse le basi dell'ordinamento

sociale, e nelle malinconie e negli strazi delle conscienze che ne

seguirono, un nuovo modo si rivelò di sentire la natura e di pensare

la vita. E poi il Lamartine era l'unico maschio d'una famiglia di

gentiluomini campagnoli, tirato su nel ritiro, con tutte le finezze

d'un'educazione modestamente aristocratica, all'amore e alla gloria;

e il povero abatino, figliuolo d'un setaiuolo di Bosisio, faceva il

maestro per le case dei signori: tali differenze, in certe maniere di

poesia, importano molto.

* * * * *

Conversazioni critiche · 第 8 / 16 段