Qualcuno potrebbe darsi a credere che l'_Atta Troll_ sia in

comparazione al _Reineke Fuchs_ quello che di fronte agli _Animali

parlanti_ sono i _Paralipomeni alla Batracomiomachia_ del Leopardi.

Nei due poemi, di fatto, in quello dei topi e delle ranocchie e in

questo dell'orso, c'è il motivo e l'intenzione personale: ambidue i

poeti mettono in ridicolo avvenimenti ed uomini dei giorni loro e

fanno, un gran giuoco, con diversa opportunità, di episodi. Ma la

rassomiglianza, tutta esteriore, finisce qui. Già il prof. Zumbini

notò la mediocrità satirica del Leopardi, e, poiché il poeta della

ginestra dai particolari (gli avvenimenti italiani del '21 e del '31)

trascende presto al generale, anche notò, con molta verità, pare a me,

la impossibilità del render comica l'irrisione di tutta la vita umana

quale è, quale fu, quale sarà.[15] Ma, oltre a questo, il Leopardi,

lirico grande e de' piú profondi e umani poeti che sieno stati, nei

_Paralipomeni_ è inferiore a sé stesso, anche come artista. Lasciamo

la favola ricalcata un po' su l'antica Batracomiomachia e un po'

sugli _Animali parlanti_; ma, salvo certi episodi di valor lirico,

salvo certe brevi descrizioni naturali che sono delle piú vere della

poesia italiana, come giudicar belle, in una letteratura che vanta

i Pulci e l'Ariosto, quelle ottave cosí fredde, cosí slogate, tanto

affannosamente stentate, che di alcune si contrasta ancora sul senso e

se la costruzione sia retta? Scusiamo l'infelice poeta, che malato a

morte non scriveva, dettava; ma non vantiamo, oltre quello si convenga

a un'opera postuma, il poema.

L'_Atta Troll_ si differenzia dai _Paralipomeni_ e dagli _Animali

parlanti_ specialmente per una sua proprietà, che fu ben rilevata

da un critico tedesco:--ha un sentimento poetico piú profondo che

non l'allegoria: questa in altri poemi di favola simile diventa

astrazione: Heine invece sa darle tale forma, che i personaggi ne

acquistano una vita loro, per la quale e con la quale dànno un piacere

vero estetico oltre a ciò che devono significare.[16]--È vero: l'orso

del Heine raffigura il filisteo tedesco, ma è non per tanto un orso, e

orso rimane; a quel modo che nel poema medievale della volpe rifatto

dal Goethe la volpe, il lupo, il montone, con nomignoli nuovi tratti da

certe loro qualità speciali, raffigurano indoli, caratteri e istinti

diversi di personaggi dell'ordine feudale e clericale, ma rimangono

volpi lupi e montoni veri. È la favola della vita umana, raffigurata

ne'bruti e fatta recitare a'bruti, secondo certe rassomiglianze tipiche

che l'uom vede o crede vedere fra certi individui della sua specie e

certi bruti. Anche: Heine capí che una zoepica pura non poteva ai dí

nostri reggere, e mescolò nella sua l'elemento umano. Come nella Divina

Commedia (_si parva licet componere magnis_) il protagonista del poema

è Dante stesso, l'uom vivo, antitesi della morte, nella cui personalità

è (se cosí posso esprimermi) la guarentigia della verità e dell'arte

di fronte alla visione e all'allegoria; per egual modo l'antitesi e

l'antagonista di Atta Troll è il Heine stesso, a salvaguardia della

verità e dell'arte contro l'allegoria e l'astrazione. E il Heine

che viaggia i Pirenei in compagnia di Lascaro a caccia dell'orso è

Enrico Heine vero, l'Heine dei _Reisebilder_, con tutto insieme la

sua disposizione fantastica alla leggenda e il caustico riso, con la

potente e profonda osservazione e la ingenua e infantile ammirazione

amorosa della natura.

Quanto allo stile, a conseguire quell'agilità e quella sveltezza di

passaggi e varietà di toni che è mirabile nell'_Atta Troll_, Heine fu

anche aiutato e giovato dal metro che elesse. È in fondo l'ottonario

delle romanze spagnole, che Herder avea già introdotto col suo _Cid_

nella versificazione tedesca spoglio di rime e di assonanze ma

fissato nel trocaico di quattro battute: se non che Heine per piú

regolarità e per una tal civetteria lirica partí i suoi trocaici in

istrofe di quattro. Su la qual maniera di strofe lo Strodtmann fa

un'osservazione giusta: «come la _sloka_ indiana, secondo notava A. G.

Schlegel, imita l'andar barcollante e dondoloni dell'elefante, cosí

il suono de'trocaici a quattro piedi fa tornare alla mente il passo

dell'orso: v'è in fondo a quelle strofe un'avvertita e intenzionale

monotonia, una gravità pretensiosa, che procede pettoruta con la

_grandezza_ spagnola.»[17] È vero, ma non è tutto il vero. La satira

del romanticismo, che è insieme l'ultimo libero canto della poesia

romantica, non poteva esser condotta meglio che col metro nel quale

fece le migliori prove quella che agli Schlegel pareva la piú romantica

delle letterature romanze, la spagnola; con quel metro lirico e insieme

epico, e anche drammatico, che serví all'intonazione montanara e

marinara dei _romanceri_ e al dialogo constellato di diamanti della

commedia del Calderon. Per la virtù specialmente di cotesto metro,

che giovenilmente rimaneggiò, potè Heine alzarsi con tanta facilità

e felicità dal racconto e dal discorso comico satirico alle volate

liriche e fantastiche.

Il traduttore italiano (al fine parliamo un po' anche di lui) capí

bene, che, non ostanti le apparenti somiglianze dell'_Atta Troll_ con

le due zoepiche italiane ricordate, non era il caso di tradurre le

strofe di Heine in sestine e in ottave, o, peggio, in endecasillabi

sciolti, come il buon Pietro Monti fece già del romanziero del Cid e

non so chi, or son dieci anni, dell'_Intermezzo_ del nostro poeta.

Novantanove volte su cento il carattere di un'opera poetica sta nel

metro; e già il Cesarotti scrisse: «I traduttori, volendo mettere

in vista la difficoltà delle traduzioni, calcano unicamente sopra

la diversità del linguaggio, ma non mostrano di sentire un'altra

difficoltà, con cui è lor necessario di lottare, e che, per mio

credere, è ancora più grande: voglio dire quella che nasce dalla

diversità della versificazione. Egli è certo che i sentimenti, i

pensieri e le espressioni prendono da sé stesse un tornio e una

configurazione corrispondente alla versificazione rispettiva dei varii

poeti. La brevità o la lunghezza del verso, la varietà delle flessioni,

delle pose, delle cadenze, l'armonia che risulta naturalmente dal

numero e quella che nasce dall'aggiustatezza delle consonanze, il

diverso intralciamento e la distribuzione delle rime, ciascheduna di

queste cose modifica i sentimenti, e comunica loro una bellezza propria

e distinta da tutte le altre. Si trasferiscano gli stessi sentimenti

in un altro metro, si cangi la disposizione, si alterino le misure;

tutto è guasto. Le idee, aggiustate sopra un altro metro, stanno, per

cosí dire, a disagio in questo nuovo, e prendono attitudini violente

e scomposte: si forma una discordanza disgustosa tra i sentimenti ed

i suoni: gli oggetti non si presentano piú sotto il punto di vista

conveniente: l'orecchio, ed in conseguenza lo spirito, si riposa

in luoghi poco opportuni, e sdrucciola su quelli ne'quali dovrebbe

arrestarsi; e la composizione piú perfetta diventa simile ad un

bel corpo con tutte le membra slogate. Perciò egli è assolutamente

impossibile il far una traduzione di buon gusto, la quale sia

precisamente letterale in una soverchia sproporzione di metro.[18]»

Non si poteva né veder piú vero né dire meglio; ma le conseguenze

che il Cesarotti ne traeva per il suo modo di tradurre sono false.

Nessuno richiede, credo io, una versione precisamente letterale in

poesia; e anche, perché farla tale è assolutamente impossibile, non

è permesso a nessuno di rendere, per esempio, frugoniana e arcadica

l'Iliade. Meglio, un altro poeta italiano, e dei novatori piú felici

di modi lirici, il Berchet, proponevasi, traducendo le vecchie

romanze spagnole, di _rendere in italiano poesia straniera per poesia

straniera, intonazione per intonazione, armonia per armonia, mirando a

una fedeltà piú reale che apparente e piú esatta che non un'ordinaria

fedeltà materiale_.[19] Non so se il Chiarini pigliando a tradurre

l'_Atta Troll_ conoscesse il metodo e il libro del Berchet, ma pare

a me siasi proposto proprio lo stesso; e, come il Berchet fece con

le lunghe serie ad assonanza spagnole, egli ancora, per rispetto

all'orecchio italiano troppo avvezzo alla rima specialmente nei versi

brevi, ha creduto dovere introdurre due rime nelle quartine sciolte del

Heine.

Ora non temano i lettori che io voglia far loro il maestro spiegando

i pregi di questa versione dell'_Atta Troll_. Il mio debito era di

aiutarli, quelli almeno che del mio aiuto possano credere di aver

bisogno, a legger bene, cioè con conoscenza di causa, il poema tedesco;

e mostrar loro il metodo, che a me pare il vero, tenuto dal Chiarini

nel tradurlo. Del resto, leggano, e giudichino da sé. Se prima di

giudicare volessero buttar da parte cosí i pregiudizi della vecchia

scuola accademica come le superbiucce ignoranti della gente della

letteratura facile, farebbero, credo, bene; e meglio farebbero se,

leggendo, pensassero che per raggiungere l'espressione vera nell'arte

manca a noi italiani moderni ancora di molto e molta fatica ci

occorre, e fossero però un po' cortesi a chi questa fatica l'ha fatta

onestamente e valentemente.

VI.

Sí, valentemente. Credo poterlo ripetere oggi, dopo cinque anni che

le pagine qui a dietro furono stampate in prefazione al volumetto

dell'edizione Zanichelli.

Certi parrucchieri della poesia, certi commessi viaggiatori della

critica, quando scappa loro parlare di verseggiatura e di stile

poetico, dovrebbero starsene contenti ai libretti d'opera. Essi non

sanno, per esempio, che sia, o che ci sia al mondo, la strofe trocaica

tedesca; essi non sanno che sia, o che ci sia al mondo, il semplice e

monotono ottonario dei _romanzi_ spagnoli (romanzi, badino, che non

sono come quelli del Zola), che sia, o che ci sia al mondo, l'ottonario

spezzato delle commedie di Calderon; due maniere metriche queste, che

Heine imitò nella strofe trocaica del suo poema comico romantico,

d'argomento e di scena spagnolo: ora, non sapendo tutto cotesto, non

possono intendere che il Chiarini non poteva e non doveva tradurre

l'_Atta Troll_ in istrofette, come,

Mira, Norma, a'tuoi ginocchi

Questi cari pargoletti ecc.

Essi signori parrucchieri e commessi viaggiatori non sanno che c'è

una poesia italiana del secolo decimoquarto e decimoquinto, e che fu

molto piú naturale e piú vera e piú varia della poesia degli arcadi

classici, non che dei romantici lombardo-veneti, i quali spinsero

il furore della originalità sino a rifare o contraffare in versetti

metastasiani o in versoni cesarotto-foscolo-montiani i romantici

francesi e tedeschi: non sanno che in quella vecchia poesia abondano

le ballate vere a strofe ottonarie d'un andamento rotto franco e

famigliare, che poi non si rivede piú se non forse in qualche parte

obliata della poesia drammatica e popolare del secolo decimosettimo.

Se dunque il Chiarini nel tradurre l'_Atta Troll_, e prima di lui il

Berchet nel tradurre le vecchie romanze spagnole, risalirono a cotesti

esempi; chi cotesti esempi conosce e conosce un pochetto della poesia

straniera onde il Berchet e il Chiarini tradussero, sa, o crede, che

facessero bene; perché con le strofe ottonarie del Metastasio o del

Romani che stanno benissimo nei melodrammi, e con quelle del Parini o

del Monti o del Prati che sono ai lor luoghi bellissime, il _Romancero_

e l'_Atta Troll_ non si traducono da vero, e tradotti in altro metro

non sono piú il _Romancero_ e l'_Atta Troll_.

Che se, dove in questo poema prevale l'elemento discorsivo e satirico

la traduzione del Chiarini è alle volte ineguale né senza durezze o

contorsioni, bisogna anche avere un po' di riguardo alla incredibile

difficoltà del rendere in rime italiane quella poesia indiavolata;

bisogna un po' vedere se l'originale in certi luoghi sia facile andante

eguale, o non si contorca e sperda in giravolte d'allusioni e d'arguzie

troppo misteriose e lontane e faticosamente cacciate. Ma dove l'epos

romantico si devolve con abondanza di cuore e di vena, la traduzione

del Chiarini, fedelissima, ha pienezza d'intonazione, semplicità

di mezzi, rispondenza di movimenti e di suoni tale, che non lascia

desiderar, credo, molto.

Leggiamo, o rileggiamo, a prova, la _Caccia selvaggia_, che per

l'invenzione e la rappresentazione larvale fantastica appassionata,

ove il languor dei delirii a un latteo lume di luna pare ardenza di

entusiasmi sotto il rosso splendore del sole, è, per me, il punto

culminante, il punto che mi vince, dello strano poema (cap. XVIII-XX).

Nella Caccia selvaggia, si sa, il poeta, rimaneggiando all'uopo suo

un'antichissima tradizione odinica incristianita nel medio evo, figura

il corteo degli spiriti nemici al cristianesimo o che non ebbero

inspirazione o sentimento di cristiani, i quali la notte di San

Giovanni vanno a caccia per i greppi de'Pirenei.

Era appunto il plenilunio

E la notte e l'ora quando

Pe 'l burrone degli spiriti

Vanno i morti cavalcando...

Risa, gridi e suon di corni,

E di fruste scoppiettare,

E nitriti lietamente

Fean la valle risonare.

Venían primi insiem correndo

E cinghiali e cervi strani,

E altre fiere, che inseguite

Dalla muta eran dei cani.

Differenti i cacciatori

E di tempo e di paese:

Cavalcava con Nembrotte

Carlo decimo, francese.

Sovra bianchi palafreni

S'avanzavano: i bracchieri,

Dietro, a piede, coi guinzagli,

E con faci gli staffieri.

Io piú d'uno riconobbi

Nella gran turba. Non fu

Quel coperto tutto d'oro

Forse un giorno il re Artú?

Dopo i re e i guerrieri, i poeti:

Vidi ancor piú d'un eroe

Del pensier fra quella gente;

Riconobbi il nostro Goethe

Al sereno occhio lucente...

Della bocca al dolce riso

Shakspeare anche ravvisai,

Che gl'inglesi Puritani

Condannaro....

Con Shakspeare il suo pietista commentatore tedesco sur un asino:

Va cogli altri a caccia, e monta

Un caval di nero pelo.

Al suo lato, sopra un asino,

Trotta un uomo.... O Dio del cielo!

Quella faccia di devoto,

Quella orribile paura,

Quel berretto di cotone....

Quella d'Horn è la figura.

Quando van tutti al galoppo,

Il gran vate sorridendo

Guarda il suo commentatore,

Che a fatica il vien seguendo,

E spossato in su la sella

Del somier s'aggrappa forte,

Fedel sempre al suo poeta

Come in vita così in morte.

Seguitano le baccanti dell'antichità:

Anche vidi molte dame

Ne la folle processione,

Belle ninfe da le snelle

Leggiadrissime persone.

Inforcavano i polledri

Tutte nude, ma i capelli

Giú per gli omeri scendevano

Come d'oro ampi mantelli.

Coronate eran di fiori

E agitavano i virenti

Tirsi bacchici, riverse

In procaci atteggiamenti.

le schive del medio evo,

Vidi appresso in veste lunga

Molte caste damigelle,

Con in pugno il falco e assise

Di traverso su le selle.

le fatturate del tempo nostro,

Dietro, quasi parodía,

Sopra magri rossinanti

Venían donne che al vestire

Somigliavan commedianti.

Grazïose eran nel volto,

Ma sfrontate anche un pochetto;

E gridavan come pazze,

Tutte rosse di belletto.

Come ciò gioiosamente

Fea la valle risonare!

Risa, gridi e suon di corni,

E di fruste scoppiettare.

E tra le donne, tre figure, tre simboli, tre età, tre poesie.

Diana, la poesia classica:

Da la mezza luna in capo

L'una si riconoscea:

Fiera e bella come statua

S'avanzava la gran dea.

Da la tunica succinta

L'anche e il petto uscivan fuore:

Le baciava della luna

Delle fiaccole il chiarore.

Bianco e gelido qual marmo

Era il viso. La severa

Rigidezza di quei tratti

E il pallor terribil era.

Ma ne' vividi occhi neri

Fieramente divampava

Un maligno e dolce fuoco,

Che accecava, divorava.

Abonda, la poesia romantica del medio evo

Vienle al fianco un'altra bella,

Che ben poco a lei somiglia;

Ma il candore ha pinto in volto

Della celtica famiglia.

Al dolcissimo sorriso

Ed al suon de la gioconda

Pazza voce io riconobbi

Di leggier la fata Abonda.

Avea faccia un po' pienotta,

Di rossor sempre soffusa;

E la bocca a cuor, che i bianchi

Denti mostra ognor socchiusa.

La leggera azzurra veste

Che portava apríasi al vento:

Spalle uguali neanche in sogno

D'aver visto mi rammento.

Erodiade, la poesia orientale:

Il suo bianco ardente viso

Rammentava le contrade

D'Orïente, le sue vesti

La sultana Scheherezade.

Era il naso un bianco giglio,

E le labbra melagrane;

Come palme in mezzo a un'oasi,

Le sue membra svelte e sane.

Sedea sopra una chinèa

Bianca, e a'lati uno ed un moro

Le trottava a piè, reggendo

Con la man la briglia d'oro.

Essa, Erodiade, volle la testa di San Giovanni Battista, perché ne era

innamorata; e ora

Porta sempre nelle mani

Il vassoio con la testa

Di Giovanni; e di guardarla,

Di baciarla mai non resta.

Ne la notte s'alza, ed esce

Alla caccia, e porta in mano,

Com'è detto, il capo tronco:

Che talor (capriccio strano

Femminil!) con grandi risa

Fanciullesche in aria getta,

Come palla, e su 'l vassoio

Ricader quindi l'aspetta.

La regina degli ebrei sente e distingue nel poeta un suo nazionale:

Quando a me passò dinanzi,

Riguardommi, e m'accennò

Cosí languida col capo,

Che 'l mio cor forte tremò.

Ben tre volte andò la turba,

Galoppando, innanzi e indietro;

E tre volte, nel passare,

Salutommi il caro spetro.

Già sparía la processione,

Il tumulto già cessava;

E l'amabile saluto

Pe'l mio capo ancor trottava.

Tutto il giorno di poi il poeta fantastica della processione e

specialmente delle tre donne:

E mi prese un fier desío

Di sognar, di delirare,

Un desío di quelle Amazzoni

Che aveo visto cavalcare.

O notturne visïoni,

Dall'aurora spaventate,

Dite, dite, ove fuggiste?

Ove al dí ricoverate?

Ricovero a Diana sono le rovine del paese che fu romano, onde ella in

forma tra di dea e di strega conturba ancora gli spiriti:

Sotto i ruderi d'un tempio

Di Romagna, per timore

De' cristiani, ritirata

Sta Dïana il giorno. L'ore

De la nera mezzanotte

Per uscir fuori ella aspetta;

Ed allor con le compagne

A la caccia si diletta.

Piú lontano, piú fantastico, piú misterioso il refugio della romantica

Abonda:

Essa pur la bella Abonda

De' cristiani ha gran paura,

Ed il giorno sta nascosta

D'Avalun ne la sicura

Isoletta. Ne l'oceano

De' romantici, assai lunge,

È quest'isola: l'alato

Pegaseo solo vi giunge.

Mai la Cura non v'approda,

Né vapor su quelle ripe

Mai depone i curïosi

Filistei da le gran pipe.

Non si sente là de'doppi

Il suon tristo, fastidioso,

Quel _din don din do_ continuo

Alle fate tanto odioso.

Là, fiorente di perpetua

Gioventú, sempre gioconda,

Vive in mezzo a la letizia

La gentile e bella Abonda.

Fra l'odor di strani fiori,

Là ridendo ella passeggia.

Fra una turba di ciarlieri

Paladin che la corteggia.

Ma Erodiade, la povera esecrata ebrea, sta sotterra nei vecchi

sepolcreti di Gerusalemme:

Nel sepolcro fredda salma

Stai dormendo tutto il giorno,

Fin che poi a mezzanotte

Ti risveglia il suon del corno,

E tu segui con Dïana,

Con Abonda, la feroce

Cavalcata, e con gli allegri

Cacciator ch'odian la croce.

L'attrazione della _caccia selvaggia_ e la fatal simpatia d'Erodiade

rapisce il poeta:

Qual gioconda compagnia!

Potess'io cacciar con voi

Per i boschi ne la notte!

Starei sempre a' fianchi tuoi:

Poi ch'io t'amo sopra tutte!

Né la greca altera dea,

Né la fata amo del norde,

Quanto te, morta giudea...

Ogni notte nella caccia

Al tuo lato cavalcando

Verrò teco; rideremo,

Anderemo insiem ciarlando.

....e il dí piangendo

Sul tuo tumul sederò.

Sí, nel giorno, su gli avanzi

De' regali mausolei,

Su la tomba dell'amata

Mi vedranno i vecchi ebrei

Star piangente, e crederanno

Ch'io lamenti sconsolato

La città santa distrutta

E 'l gran tempio ruinato.

È uno strano pezzo di romanticismo classico ed ebreo; tradotto poi,

che non si poteva meglio. A cui la traduzione non garba, si conforti

coi Salmi _adattati al gusto della poesia italiana_ dall'abate e

avvocato Saverio Mattei, che del resto avea ne'suoi tempi sufficienza

di dottrina; mentre i commessi viaggiatori d'oggigiorno per giudicare

della musicalità in poesia hanno soltanto la capacità delle orecchie.

PARINIANA

Pubblicate a parti sparse in--_Fanfulla della domenica_, 25 dec.

1881--_Domenica letteraria_, 24 e 31 dec. 1882, 7 genn. 1883--_Nuova

Antologia_, 1º genn. 1883--raccolte ora, emendate, ordinate con

aggiunta di parti inedite.

I.

PRELIMINARE.

È egli permesso, in Italia, ai giorni che corrono, scrivere di critica

e letteratura senza nascondere tra il verde e i fiori la trappola d'una

tesi? e non per isfoggio d'abilità ne'salti mortali dei paradossi? e né

meno col sottinteso di rifare noi il mondo da capo e con la esplicita

dichiarazione che i nostri predecessori in materia furono un branco

di brave persone sí, ma tutt'altro che critici, tutt'altro che dotti,

giudiziosi ed onesti? E, data la permissione, si potrà egli scrivere

critica italiana leggibile, senza prima, per cattivarsi il pubblico,

proclamare che in fondo in fondo noi siamo tanti bei pezzi d'asini, che

discorriamo secondo ci frulla, e che ci ingegneremo di tenerci bassini

bassini e lisci lisci, e ci proveremo anche a fare, secondo le nostre

forze, i buffoni, per divertire le signore e i signorini, maestri e

giudici inappellabili del torneo in ogni arte e in ogni critica? O non

si potrà in quella vece annunziare che noi intendiamo parlare d'arte di

proposito e a minuto, e discutere, interpretare, raffrontare, tradurre,

senza per altro volere impolverare i lettori? E a farci leggere,

scrivendo cosí, riusciremo? O, per meglio dire, e parlando per mio

conto, riuscirò io? Non lo spero, e pur mi provo a discorrere, nei modi

che dissi, di quattro odi del Parini.

* * * * *

Nel giudizio comunemente recato intorno alle odi di Giuseppe Parini

poco c'è da aggiungere o da togliere e non molto da correggere. Anche

nella lirica l'abate milanese fu, per una parte, il maestro e duca di

quella scuola neoclassica la quale fece un po' piú che comporre versi

antichi su pensieri moderni; e, per un'altra parte, in certi tócchi che

qua e là osò, netti, precisi e nervosi, accennò anche, oltre ai limiti

di quella scuola, a una rappresentazione del vero piú immediata che non

soglia trovarsi nella poesia italiana, specialmente lirica, dopo il

secolo decimoquinto.

Ma nulla dal nulla. Dall'elemento fantastico e affettivo d'un popolo,

vivaio comune della poesia o spontanea o riflessa, è un continuo

procedere di forme che si vanno organando secondo le attitudini della

nazione negli ambienti delle età diverse; e, al mutar dell'ambiente, le

deboli o troppo usate cadono a mano a mano formando il detrito storico,

dal quale altre si svolgono e crescono, e le forti superstiti se ne

giovano, fin che esse pure non perdano nel lungo attrito l'energia. Può

quindi essere non inutile ricercare nelle odi del Parini ciò che resta

del vecchio e ciò che è su'l cambiar colore, e ciò che spunta timido

o già vigoreggia ardito: può esser utile seguire le tracce e i segni

della trasformazione che il Parini, quando ebbe da vero il possesso

e la conscienza della sua forza, fece nella poesia del tempo suo, e

avvertire anche ai punti dove egli fu debole e incerto.

* * * * *

Nelle poesie di Giuseppe Parini, segnatamente liriche, primi i coetanei

accusarono un po' di stento e certa fra ruvidezza ed asprezza. Saverio

Bettinelli, che nella dedicatoria delle _Lodi del Petrarca_ (1787) avea

concesso a Milano il vanto di possedere _un vero Orazio_, introdusse

poi in certi _Dialoghi d'Amore_[20] esso il nume, nume allora comune

dei filosofi e degli abati, a giudicare, parlando col Petrarca, il

poeta milanese cosí: «Un gran poeta talor mi invoca ed onora: ma latino

dietro Orazio vuol dirsi per l'asperità e lo sforzo nella lingua e

piú pe'l fiero animo catoniano, e poco a te (Petrarca) somiglia.» A

cotesto giudizio dell'Amore gesuita uno de' due amici che nel 1801

pubblicarono dieci lettere _Della vita e degli scritti di Giuseppe

Parini_, e propriamente Luigi Bramieri piacentino, primo anche a dare

nel 1805 una edizione critica del _Giorno_ secondo l'ultime intenzioni

del poeta, opponeva: «L'autor delle odi intitolate _Il brindisi_, _Il

piacere e la virtú_, _Le nozze_, non era egli padrone, se ben gli

piacea, di portare in tutti i suoi scritti la mollezza e la facile

soavità di quei componimenti? Ma egli aspirava ad una gloria maggiore

...»[21]

Il Bramieri ha ragione. Lasciando _Il piacere e la virtú_ all'efimero

onore di essere stata una delle tante strimpellate per il matrimonio

dell'arciduca Ferdinando con l'ultima Estense; le due piú veramente

canzonette, _Le nozze_ e _Il brindisi_, e le due altre piú tecnicamente

odi ma di natura musicali, _La vita rustica_ e _L'impostura_, meritano

di essere un po' studiate in loro stesse e nelle attinenze con l'arte

del tempo, per vedere fino a qual punto l'autore si avvicini a'suoi

contemporanei o se ne discosti e gli avanzi, o se altri per avventura

non avanzi lui, o se egli regga intiero al confronto degli antichi.

* * * * *

Conversazioni critiche · 第 7 / 16 段