Sapete voi la storia del cane Medoro, del cane leggendario delle

tre giornate? La racconta brevemente lo stesso Heine, nella stessa

lettera onde riferii le ardenti parole. «Oh potessi vedere soltanto

il cane Medoro! Egli mi preme assai piú degli altri cani i quali con

rapidi salti han portato la corona a Filippo d'Orléans. Egli il cane

Medoro portava al suo padrone il fucile e le cartucce, e quando il

suo padrone cadde e fu con gli altri eroi sotterrato nella corte del

Louvre, il povero cane restò giorno e notte su la tomba, immobile come

una statua della fedeltà.» Giunto il Heine a Parigi volle andar a

vedere questo Medoro, il quale fu cantato anche dal Delavigne ed era

mantenuto a spese comuni della Guardia Nazionale nel Louvre; ed ecco

che glie ne parve: «Non rispose affatto alla mia aspettazione. Non

vidi che un brutto animale, nel cui sguardo nessun entusiasmo, anzi

vi spuntava qualcosa di losco e di falso, qualcosa d'interessato e

di furbacchiotto: direi anzi che v'era dell'industriale. Un giovine,

uno studente, in cui m'incontrai, mi disse che quello non era il vero

Medoro, ma un cagnaccio intrigante, un cane della dimani, che si faceva

empiere il ventre e lisciare il pelo a spese della gloria del vero

Medoro, mentre questo, dopo la morte del padrone, s'era modestamente

ritirato, come il popolo che avea fatto la rivoluzione. Adesso il

povero Medoro, aggiunse lo studente, erra forse per Parigi, senza

un tozzo e senza un giaciglio, come molti eroi di luglio; perché il

proverbio, che buon cane non trova mai un osso buono, qui in Francia è

piú orribilmente vero che altrove: qui si mantengono nei canili caldi

e si pascono della carne migliore mute di mastini, di cani da caccia e

di altri quadrupedi aristocratici: qui voi vedete riposare su cuscini

di seta, ben pettinati e profumati e rimpinzati di biscottini, lo

spagnolo e la piccola levriera, che abbaiano contro ogni onest'uomo,

ma che sanno adulare la padrona di casa e sono qualche volta iniziati

nei vizi umani. Ahimè, tali bestie vili e immorali prosperano nella

nostra società, mentre ogni cane virtuoso, ogni cane della verità e

della natura, che resta fedele a'suoi convincimenti, crepa miserabile

e tignoso sur un letamaio.--Cosí mi parlò lo studente; e molto mi

contentò quella sua altezza di giudizi politici».[9]

Cosí Arrigo Heine trovò ben presto in Parigi il disinganno; e non meno

presto cercò e trovò la lotta, anche, pur troppo, co'suoi compagni

d'esilio. Il Börne giudicava l'Heine, dopo il libro che fu pubblicato

anche in francese col titolo _De la France_, cosí: «Io posso essere

indulgente con un fanciullo che giuoca, con un giovane innamorato; ma

quando in un giorno di sanguinosa battaglia, il fanciullo va a caccia

di farfalle pe'l campo della strage e mi si mette fra le gambe, quando,

in un'ora di suprema angoscia, che noi preghiamo Dio con ardore, il

giovane sguaiato, fra noi, non vede né guarda altro in chiesa che le

belle ragazze, e fa l'occhietto e dice le paroline dolci; allora,

con tutto il rispetto alla filosofia e all'umanità, v'è ben ragione

di andare in collera. Heine è un artista, un poeta; e ad essere

riconosciuto tale da tutti, non gli manca che il suo voto. Ma egli

spesso vuol essere qualche altra cosa che poeta, e spesso si perde.

Chi, come lui, non vede nulla piú su della forma, deve tenersi alla

forma; altrimenti, passato a pena quell'orlo, ei cade nell'illimitato

e vi s'inabissa e dispare. Chi adora per suo dio l'arte, e solamente

per capriccio fa orazione di quando in quando alla natura, quegli

oltraggia insieme la natura e l'arte. Heine accatta dalla natura il

nettare e il polline dei fiori, e poi con la duttile cera costruisce

l'alveare dell'arte; ma l'alveare non lo fa perché conservi il miele,

raccoglie il miele per empierne il suo alveare. Però egli non commove

quando piange, perché si sa che colle lacrime innaffia l'aiuola dei

suoi garofani. Però egli non persuade quand'anche parla il vero, perché

si sa che nel vero ama soltanto il bello. Ma la verità non sempre è

bella, né resta bella sempre. Ci vuole del tempo perché ella venga in

fiore, e i fiori bisogna che caschino prima ch'ella porti i frutti.

Heine adorerebbe la libertà tedesca, s'ella fosse nel suo pieno fiore;

ma in questi rigori d'inverno è ancora sotto il concime, ed egli non

la riconosce e la sdegna. Con qual bello entusiasmo non ha egli parlato

del combattimento e dell'eroica morte dei repubblicani nella chiesa di

San Mery! Felicissimo combattimento, nel quale essi ebbero la sorte di

gittare la piú nobile delle sfide alla tirannide e morire di bellissima

morte per la libertà. Se il combattimento fosse stato meno bello (a ciò

bastava fosse avvenuto in altro luogo, ove si fosse potuto disperdere i

repubblicani o prenderli alla spicciolata), Heine ci avrebbe scherzato

su. Heine celebrerebbe il fatto di Bruto come nessuno meglio: ma sia

un sarto che levando il coltello sanguinoso dal cuore di una cucitrice

oltraggiata, la quale si chiami soltanto Barberina, conciti i cittadini

a libertà; Heine ci ride su. Trasportate Heine nella sala del giuoco

della palla, a quell'ora memorabile in cui la Francia si svegliò dal

sonno millenario e giurò di non voler piú sognare, egli diventerà il

piú furioso giacobino, il piú arrabbiato nemico degli aristocratici,

e farà con delizia scannare in un giorno tutti i nobili e tutti i

principi. Ma date il caso ch'ei vegga scappar fuori dalla tasca di

Mirabeau tonante alla tribuna una pipa al modo degli studenti tedeschi

col fiocco rosso nero e oro, allora addio libertà! egli se la batte a

fare di bei versi su'begli occhi di Maria Antonietta[10]».

È vero: Heine era troppo squisitamente poeta, troppo feminilmente

nervoso, troppo liricamente mobile: la rigidità e la durezza, il

giacobinismo del Börne, del forte e nobile Börne, non gli si affaceva.

Ma la imagine della libertà sotto il concime è, me lo perdoni il Börne,

un po' brutale. Heine aveva adorato la libertà, ma in visione, come una

dama del medio evo, a cavallo, col falcone in pugno, col velo verde

ai venti; l'aveva adorata come un'etaira di Atene, passeggiante in

tunica succinta, fra i mirti, sotto i platani, in mezzo alle statue

bianche dei numi; come, in somma, una Isotta o un'Aspasia, la quale

avrebbe gittato a lui fiori e sorrisi ed egli a lei i suoi canti.

Quando la vide in sembianza di vivandiera mescer vino e anche rhum per

accendere i soldati al combattimento; quando la previde massaia onesta

e laboriosa attesa a distribuire a ciascuno la sua parte di lavoro e di

pane e anche di companatico, ma senza i crostini dell'ideale impastati

di miele e di burro e spalmati d'azzurro, o solamente per le ragazze e

i bambini; allora l'apostata romantico rivolse la testa a riguardare

le bianche alture onde era sceso la mattina; non le rivide piú; e

una lacrima gli tremolò negli occhi, e una irrequietudine nervosa

lo possedé poi sempre. Ma in un modo o nell'altro la libertà egli

l'amò, amò la patria tedesca; e pur tra le sue infedeltà di artista

quell'amore brilla su la fronte sua di poeta come una stella. Ora in

Germania è di rigore e di moda giudicare severamente il Heine, della

cui poesia non si vuol vedere che la parte negativa. Noi italiani

possiamo essere piú giusti: è giusto a ogni modo che ascoltiamo anche

lui. Nel suo scritto commemorativo su 'l Börne, che era meglio del

resto non avesse scritto, vi sono pagine che bisogna rileggere prima di

aprire l'_Atta Troll_. Eccone alcune:

«... Mi pesano su l'anima, come ombre umide, tutte quelle tristezze

senza consolazione ... Mi pioviggina per entro i sensi roventi come

un'acqua ghiacciata, e il mio vivere altro non è che intirizzimento

doloroso. O freddo inferno invernale dove viviamo dibattendo i denti! O

morte, bianca fantasima di neve in mezzo a una nebbia infinita, che ne

accenni tu con quello schernevole crollar della testa?

«Felici coloro che imputridiscono in pace nelle carceri della patria!

perocché quelle carceri sono pure una patria con spranghe di ferro, e

vi spira a traverso l'aria tedesca, e il custode, quando non è mutolo

affatto, parla la lingua tedesca. Sono oggimai piú che sei lune da che

niun suono tedesco mi ha percosso l'orecchio, e tutto ciò ch'io imagino

e sogno si riveste faticosamente delle forme d'una lingua straniera.

Dell'esilio del corpo voi avete per avventura un concetto, ma l'esilio

dell'anima solo può rappresentarselo un poeta tedesco, il quale si

trovi costretto a parlare a scriver francese tutto il giorno ed anche

a sospirar francese la notte sul cuore della donna amata. Fino i miei

pensieri sono esiliati, esiliati in una lingua straniera.

«Felici coloro che all'estero han da combattere soltanto con la

povertà, con la fame e col freddo, mali non piú che della natura. A

traverso i buchi della soffitta sorride loro il cielo con tutte le sue

stelle. O miseria dorata in guanti lustri, quanto piú infinitamente

tormentosa! Doversi far acconciare, se non pur profumare, la testa

disperata; e le labbra gonfie di sdegno, piene di maledizioni al cielo

e alla terra, dover sorridere, sorridere sempre!

«Felici coloro che sotto il soverchio del dolore hanno perduto alla

fine l'ultimo bocconcel di ragione e han ritrovato un ricovero sicuro a

Charenton o a Bicêtre, come il povero F ... come il povero B ... come

il povero L ... e tanti altri che io conosceva meno. Nella loro follía

la cella pare ad essi la patria diletta; essi nella camicia di forza si

credono vincitori di ogni dispotismo, si credono superbi cittadini d'un

libero stato. Ma tutto ciò lo avrebber potuto avere anche a casa.

«Solo il passaggio dalla ragione alla follía è un momento increscevole

e orribile. Rabbrividisco quando ripenso all'ultima volta che il F ...

mi venne a trovare, per dirmi sul serio che si doveva accogliere nella

gran federazione dei popoli anche gli uomini della luna e gli abitatori

delle stelle piú lontane. Ma come notificar loro la nostra proposta?

Questo il punto difficile! Un altro patriota in simili disposizioni

aveva immaginato una specie di specchio colossale, col quale rifletter

nell'aria proclami in lettere gigantesche, tanto che tutto il genere

umano potesse leggerli allo stesso tempo, senza timori d'impedimenti

dai censori e dalle polizie. Disegno gravido di pericoli per lo stato!

E pure non ne fu fatto menzione nei rapporti della Dieta germanica su

la propaganda rivoluzionaria!

«Ma felicissimi poi i morti, che giacciono nella loro fossa al

Père-Lachaise, come tu povero Börne.

«Sí, felici quei che sono nelle carceri della patria, felici quelli

nelle soffitte della miseria corporale, felici i forsennati nella casa

di forza, e felicissimi i morti! Per quel che tócca a me, io credo in

ultimo di non avermi a lamentar troppo, perocché io in certa guisa

partecipo la felicità di tutta questa gente, per quella meravigliosa

suscettività, per quella simpatia involontaria, per quella malattia

dell'anima che è nei poeti e non si sa propriamente denominare. Se

anche, il giorno, io mi aggiro fresco e ridente per le vie splendide di

Babilonia: credetemelo, non a pena cade la sera, le arpe melanconiche

mi risonano in cuore, e tutta notte tutti i tromboni e i cembali del

dolore, tutta la musica giannizzera dei patimenti umani vi rintrona

dentro; e ne sale su fuori una orribile e stridente processione di

maschere.

«Oh che sogni! sogni di carcere, di miseria, di follía, di morte!

mescuglio stridente d'insania e di saviezza! zuppa avvelenata che

puzza di _sauerkraut_ e odora di fiori d'arancio! Orribile sensazione,

quando i sogni dileggiano la realtà del giorno, e ironiche larve metton

fuori il capo dai rossi papaveri ammiccando e facendovi lima lima, e i

superbi allori si convertono in ispidi cardi e gli usignoli fanno un

sogghigno di scherno!

«Per il solito ne'miei sogni io mi siedo sul pilastro angolare al

canto di via Laffitte in un'umida sera di autunno, quando la luna gitta

lunghe strisce di luce su 'l sudicio lastrico, sí che la mota sembra

dorata se non pur seminata qua e là di diamanti che scintillano. Gli

uomini che passano sono della stessa guisa, mota che risplende: sensali

di fondi pubblici, giocatori al rialzo, monetari falsi del pensiero,

scribi a buon mercato, e ragazze anche a miglior mercato, le quali

per verità devono mentire soltanto col corpo, pance oziose che si

rimpinzano nel caffè di Parigi e poi si precipitano all'Accademia di

musica, alla cattedrale del vizio, ove Fanny Essler danza e sorride

... In mezzo, un trepestío di carrozze, un saltar di lacchè screziati

come tulipani e volgari come i loro nobili padroni. E, se non erro,

in uno di que'cocchi sfacciatamente dorati siede il già mercante di

sigari Aguado, e i suoi cavalli che passano pestando superbamente la

mota inzaccherano dall'alto al basso il mio abito di maglia rosso

ròsa ... Già, con mia gran meraviglia, io mi veggo vestito da capo a

piè di maglia rosso ròsa, d'una veste color carne; poiché la stagione

inoltrata e anche il clima non concedono una intiera nudità, come in

Grecia, alle Termopili, dove re Leonida co'suoi trecento spartani la

vigilia della battaglia danzò tutto nudo, tutto nudo, coronato il

capo di fiori. Io vesto alla foggia del Leonida dipinto dal David,

quando ne'miei sogni mi siedo su 'l canto di via Laffitte, ove il

maledetto cocchiere dell'Aguado m'inzacchera i miei calzoni di maglia.

Mascalzone, egli m'impillacchera anche la mia corona di fiori, la

bella corona di fiori che porto in capo, ma che, detto fra noi, è già

mezza secca e non manda piú odore ... Ahi, ahi! egli erano freschi

e allegri fiori il giorno che me ne adornai, nel pensiero che la

dimani si anderebbe alla battaglia, alla santa e vittoriosa morte per

la patria ... È oramai un bel pezzo, ed io me ne seggo qui tristo e

sfaccendato in via Laffitte, e aspetto la battaglia; e intanto i fiori

mi appassiscono su 'l capo, e anche i capelli m'imbiancano, e il cuore

mi si ammala nel petto. Dio santo! com'è lungo il tempo di questo

attendere oziosi! alla fine mi muore anche il coraggio ... Io veggo la

gente che passa guardarmi pietosamente, e susurrar l'uno all'altro:

Povero pazzo!»[11]

E intanto nel sacro suolo della patria, nella Germania tutta nera di

querce e d'idee, il movimento incalzava; e in pochi anni alla _Giovine

Alemagna_, specie di repubblica girondina che la dittatura contro il

passato esercitava nelle poesie nei romanzi e nei drammi, succedeva

la _sinistra hegeliana_, specie di montagnardi che tutte le idee

del passato cominciando da Dio decapitavano sotto la ghigliottina

filosofica; succedevano i poeti politici, specie di volontari del '93,

che stanchi di combattere per parole e di decapitare idee volevano

romperla con qualche cosa, ma non sapevano che. A questo punto Heine si

smarrí.

E pure il giacobinismo del Börne era, con un piú ardente amore alla

patria tedesca, quello stesso giacobinismo delle lettere da Helgoland.

E pure la sinistra hegeliana non avea fatto altro che confinare

nello stretto ragionamento le divinazioni e le volate del libro su

l'Alemagna. E quei della _poesia delle tendenze_ erano pure figlioli,

piú o meno legittimi e rassomiglianti, che Heine aveva generati

ne'suoi amori di luglio e di agosto con la rivoluzione del '89 e del

'93. Ma che! L'estate e la passione erano ite, e la rivoluzione non

parea piú cosí bella. E quel Börne con quella sua corona di ebrei

e di puritani e di disperati era cosí poco estetico! E poi quella

dura _sinistra hegeliana_, che deportava gli eleganti e poetici

ingegni ai lavori forzati del romanzo di genere o della liricuzza

nell'arcipelago del nulla! E poi quella _politische Tendenzpoesie_

(orribile scontro di parole, di idee e di ringhi) cosí arruffata, per

lui artista correttissimo nella linea! quel Hoffmann di Fallersleben

con tutti i bicchieri che beveva per la rima, quel Dingelstedt con la

lanterna, quel Prutz con la mazza, quel Herwegh strappatore di croci,

quel Freiligrath, il quale dagli amori alle giraffe, che non avea

mai vedute, di Guinea, era passato a recitare il _confiteor_ fra i

socialisti, apparivano cosí iperbolici, cosí enfatici, cosí monotoni,

cosí vaporosi, a lui adoratore del Goethe e ora quasi naturalizzato

francese!

Tali odii e amori, tali rimembranze e rimpianti, tali eccitazioni e

antipatie, parte umane e patriotiche, parte artistiche e liberali,

parte personali ed egoistiche, conspirarono tutte insieme a informare

e formare l'_Atta Troll_. L'orso del Heine, come il veltro di

Dante, muta parvenze e attitudini secondo spira il vento della

fantasia e della passione: è il combattitore mangiafrancesi del '13,

è il costituzionale del '18 col suo _buon vecchio diritto_, è il

girondino della Giovine Allemagna, il giacobino della scuola di Börne,

l'ammazzasette della sinistra hegeliana, il socialista poeta-tendenza,

ma sempre sentimentale, sempre idealista, sempre germanico, sempre

romantico, sempre orso. Heine nell'_Atta Troll_ sembra aver fatta sua

l'impresa di quel vecchio cavaliere spagnolo, _Yo contra todos y todos

contra yo_: non mai fu piú in disaccordo con tutti e piú d'accordo col

suo genio. E la caricatura riuscí tanto piú meravigliosa, non so qual

meglio fra comica e fantastica, per questo, che fu condotta col piú

serio artifizio della scuola romantica e con un appassionato sentimento

della romantica poesia.

Lo afferma esso il poeta nelle _Confessioni_: «Dopo aver dati de'colpi

a morte alla poesia romantica in Germania, a un tratto fui ripreso

io stesso da un infinito amore del fiore azzurro nel paese de'sogni

del romanticismo; e tolsi in mano la lira incantata, e cantai un

canto nel quale mi abbandonai a tutte le meravigliose esagerazioni,

a tutta l'ebbrezza del lume di luna, a tutta la strana magía di

quella folle musa che io aveva un dí tanto amata. Io so che quello fu

l'ultimo libero canto del vero romanticismo e che io sono l'ultimo

suo poeta.»[12] E piú liberamente confessandosi al Varnhagen d'Ense

(in una lettera del 3 gennaio'46): «Questa nuova generazione vuol

godere e farsi il suo posto nel visibile: noi, i vecchi, c'inchinavamo

umilmente dinnanzi l'invisibile, ma godevamo in soppiatto d'ombre, di

baci, di profumi di fiori azzurri; noi rinunziavamo e piagnucolavamo,

e non per tanto eravamo piú felici di questi duri gladiatori che vanno

incontro con tanto orgoglio a un combattimento mortale. Il millennio

del romanticismo è sul finire; ed io, io stesso, sono stato l'ultimo

suo re favoloso, disceso volontario dal trono. Se non avessi gittato la

corona e vestito la _blouse_, mi avrebbero a punto a punto decapitato.

Quattr'anni or sono, prima di divenire apostata di me stesso, volli

ancora diguazzarmi un poco al lume di luna co'vecchi compagni de'miei

sogni; e scrissi _Atta Troll_, il canto del cigno d'un'età che declina;

e l'ho dedicato a voi. Ed è proprio vostro; perché voi eravate il

compagno d'armi che piú mi rassomigliava, sí nel serio sí nello

scherzo. Come me vi adoperaste a seppellire il vecchio tempo e avete

servito di levatrice al nuovo: sí, noi l'abbiamo messo al mondo, e ora

ce ne spaventiamo: siamo come la povera gallina che ha covato le uova

di anitra, e vede tutta sgomenta la sua covata gittarsi deliziosamente

nell'acqua.[13]»

Il poeta si è veramente confessato. Dunque si adoperò anch'egli a

seppellire il vecchio tempo! Dunque serví da levatrice al nuovo! Egli

sa ciò che ha fatto, e in fondo crede che è bene; ma ha dentro di sé la

tenia romantica che gli dà il mal umore.

Non voglio esser io a rappresentare Heine per rivoluzionario e

radicale, e però lascio parlare un suo biografo tedesco, lo Strodtmann.

«Questa spettrale e corusca apparizione del romanticismo per entro

la fredda e arida vita del presente dà al poema un'attrattiva tutta

sua e originale; ma noi ci accorgiamo súbito che quelle sono ombre

morte, le quali ci volteggiano intorno stranamente gesticolando su la

frontiera che separa il paesaggio del mondo antico dal paesaggio del

mondo moderno. Noi, non del tutto liberati ancora dai loro influssi,

sospiriamo riguardando indietro alla regione dei sogni del buon tempo

antico; ma la ragione ci mostra l'ignoto avvenire. Per quanto il poeta

metta in ridicolo senza un riguardo al mondo la _poesia politica

delle tendenze_ pavoneggiantesi nella sua ampollosità e la orsina

goffaggine della propaganda socialistica, era ben lontano dal pensiero

di mettere in dubbio co'suoi scherzi il contenuto delle dottrine

rivoluzionarie e sociali. Non sarà per contrario sfuggito agli accorti

e spregiudicati lettori come spesso il furbo Heine simpatizzi con le

distruttive teoriche del radicalismo; e la teologia in specie può

restare mezzanamente contenta agli ammonimenti di Atta Troll a'suoi

figli che si guardino da Feuerbach e da Bauer, se gli raffronti alla

rappresentazione del creatore sedente, su l'aureo trono del cielo,

sotto il padiglione stellato, in forma d'un colossale orso del polo con

pelle tutta di neve immacolata.[14]»

In tale contrasto fra il presentire Enrico Heine nella chiaroveggenza

del suo pensiero il trionfo di quelle idee di trasformazione politica

e sociale per le quali egli stesso aveva combattuto, e il suo disgusto

di artista per le forme con le quali elleno erano almeno per allora

bandite, e le voluttuose aspirazioni della sua sensualità di poeta a

uno stato di segregato riposo ove la fantasia potesse abbandonarsi a

tutti i voli di scoperta e l'arte a tutti i capricci di lavoro; in

tale contrasto è la novità originale dell'_Atta Troll_. In mezzo al

regno attuale degli orsi e prima dell'avvenimento delli gnomi l'autore

del _Canzoniere_ vuole abbandonarsi a un saturnale di fantasia, vuol

prendere (perdonatemi, per amore della verità, la metafora) una

romantica ubriacatura di poesia pretta, a onta e dispetto della scuola

delle _tendenze_; se non che non può uscire dalla corrente, e con quel

suo continuo ribattere a cotesta sciagurata poesia delle _tendenze_

cade nella _tendenza_ egli stesso.

V.

E in tali contrasti, e negl'intendimenti, in generale, che finora

mi son provato a raccogliere e rappresentare, sta anche la ragione

della diversità che intercede grandissima fra l'_Atta Troll_ e le

altre zoepiche (_epopee bestiali_ sonerebbe improprio e sgarbato),

che risorte dopo il risorgere dell'apologo nella smania del secolo

decimottavo per il naturale affèttato, furono diversamente ammirate

nel correre del nostro secolo. Il _Reineke Fuchs_, che Volfango Goethe

lavorò nel 1793 sul rifacimento, in basso tedesco del Quattrocento,

dell'antico poema francese della volpe, tiene e dalla origine sua

medievale, del tempo delle _canzoni di gesta_, e dall'arte classica

onde il poeta di Weimar allargò i rozzi ottonari in esametri solenni,

tiene, dico, l'anima e le forme di una vera epopea, di una epopea

oggettiva, nel cui sereno sorriso non v'è riflessione o inflessione di

motivo personale. Gli _Animali parlanti_ del Casti, composti dopo la

tempesta della rivoluzione, nella oscillazione dei tempi e degli animi

fra il Direttorio e il Consolato, rimangono a punto una cosa incerta in

politica e in poesia: sono, non ostante l'opportunità delle allusioni

e delle dottrine politiche, non ostante certa vivacità pittorica

nei particolari, un troppo lungo apologo in stile troppo spesso di

gazzetta: quelle bestie seguitano ad affannarsi per ventisei canti in

sestine a dimostrare che non son bestie, il che appariva a bastanza dal

primo canto.

Conversazioni critiche · 第 6 / 16 段