tre giornate? La racconta brevemente lo stesso Heine, nella stessa
lettera onde riferii le ardenti parole. «Oh potessi vedere soltanto
il cane Medoro! Egli mi preme assai piú degli altri cani i quali con
rapidi salti han portato la corona a Filippo d'Orléans. Egli il cane
Medoro portava al suo padrone il fucile e le cartucce, e quando il
suo padrone cadde e fu con gli altri eroi sotterrato nella corte del
Louvre, il povero cane restò giorno e notte su la tomba, immobile come
una statua della fedeltà.» Giunto il Heine a Parigi volle andar a
vedere questo Medoro, il quale fu cantato anche dal Delavigne ed era
mantenuto a spese comuni della Guardia Nazionale nel Louvre; ed ecco
che glie ne parve: «Non rispose affatto alla mia aspettazione. Non
vidi che un brutto animale, nel cui sguardo nessun entusiasmo, anzi
vi spuntava qualcosa di losco e di falso, qualcosa d'interessato e
di furbacchiotto: direi anzi che v'era dell'industriale. Un giovine,
uno studente, in cui m'incontrai, mi disse che quello non era il vero
Medoro, ma un cagnaccio intrigante, un cane della dimani, che si faceva
empiere il ventre e lisciare il pelo a spese della gloria del vero
Medoro, mentre questo, dopo la morte del padrone, s'era modestamente
ritirato, come il popolo che avea fatto la rivoluzione. Adesso il
povero Medoro, aggiunse lo studente, erra forse per Parigi, senza
un tozzo e senza un giaciglio, come molti eroi di luglio; perché il
proverbio, che buon cane non trova mai un osso buono, qui in Francia è
piú orribilmente vero che altrove: qui si mantengono nei canili caldi
e si pascono della carne migliore mute di mastini, di cani da caccia e
di altri quadrupedi aristocratici: qui voi vedete riposare su cuscini
di seta, ben pettinati e profumati e rimpinzati di biscottini, lo
spagnolo e la piccola levriera, che abbaiano contro ogni onest'uomo,
ma che sanno adulare la padrona di casa e sono qualche volta iniziati
nei vizi umani. Ahimè, tali bestie vili e immorali prosperano nella
nostra società, mentre ogni cane virtuoso, ogni cane della verità e
della natura, che resta fedele a'suoi convincimenti, crepa miserabile
e tignoso sur un letamaio.--Cosí mi parlò lo studente; e molto mi
contentò quella sua altezza di giudizi politici».[9]
Cosí Arrigo Heine trovò ben presto in Parigi il disinganno; e non meno
presto cercò e trovò la lotta, anche, pur troppo, co'suoi compagni
d'esilio. Il Börne giudicava l'Heine, dopo il libro che fu pubblicato
anche in francese col titolo _De la France_, cosí: «Io posso essere
indulgente con un fanciullo che giuoca, con un giovane innamorato; ma
quando in un giorno di sanguinosa battaglia, il fanciullo va a caccia
di farfalle pe'l campo della strage e mi si mette fra le gambe, quando,
in un'ora di suprema angoscia, che noi preghiamo Dio con ardore, il
giovane sguaiato, fra noi, non vede né guarda altro in chiesa che le
belle ragazze, e fa l'occhietto e dice le paroline dolci; allora,
con tutto il rispetto alla filosofia e all'umanità, v'è ben ragione
di andare in collera. Heine è un artista, un poeta; e ad essere
riconosciuto tale da tutti, non gli manca che il suo voto. Ma egli
spesso vuol essere qualche altra cosa che poeta, e spesso si perde.
Chi, come lui, non vede nulla piú su della forma, deve tenersi alla
forma; altrimenti, passato a pena quell'orlo, ei cade nell'illimitato
e vi s'inabissa e dispare. Chi adora per suo dio l'arte, e solamente
per capriccio fa orazione di quando in quando alla natura, quegli
oltraggia insieme la natura e l'arte. Heine accatta dalla natura il
nettare e il polline dei fiori, e poi con la duttile cera costruisce
l'alveare dell'arte; ma l'alveare non lo fa perché conservi il miele,
raccoglie il miele per empierne il suo alveare. Però egli non commove
quando piange, perché si sa che colle lacrime innaffia l'aiuola dei
suoi garofani. Però egli non persuade quand'anche parla il vero, perché
si sa che nel vero ama soltanto il bello. Ma la verità non sempre è
bella, né resta bella sempre. Ci vuole del tempo perché ella venga in
fiore, e i fiori bisogna che caschino prima ch'ella porti i frutti.
Heine adorerebbe la libertà tedesca, s'ella fosse nel suo pieno fiore;
ma in questi rigori d'inverno è ancora sotto il concime, ed egli non
la riconosce e la sdegna. Con qual bello entusiasmo non ha egli parlato
del combattimento e dell'eroica morte dei repubblicani nella chiesa di
San Mery! Felicissimo combattimento, nel quale essi ebbero la sorte di
gittare la piú nobile delle sfide alla tirannide e morire di bellissima
morte per la libertà. Se il combattimento fosse stato meno bello (a ciò
bastava fosse avvenuto in altro luogo, ove si fosse potuto disperdere i
repubblicani o prenderli alla spicciolata), Heine ci avrebbe scherzato
su. Heine celebrerebbe il fatto di Bruto come nessuno meglio: ma sia
un sarto che levando il coltello sanguinoso dal cuore di una cucitrice
oltraggiata, la quale si chiami soltanto Barberina, conciti i cittadini
a libertà; Heine ci ride su. Trasportate Heine nella sala del giuoco
della palla, a quell'ora memorabile in cui la Francia si svegliò dal
sonno millenario e giurò di non voler piú sognare, egli diventerà il
piú furioso giacobino, il piú arrabbiato nemico degli aristocratici,
e farà con delizia scannare in un giorno tutti i nobili e tutti i
principi. Ma date il caso ch'ei vegga scappar fuori dalla tasca di
Mirabeau tonante alla tribuna una pipa al modo degli studenti tedeschi
col fiocco rosso nero e oro, allora addio libertà! egli se la batte a
fare di bei versi su'begli occhi di Maria Antonietta[10]».
È vero: Heine era troppo squisitamente poeta, troppo feminilmente
nervoso, troppo liricamente mobile: la rigidità e la durezza, il
giacobinismo del Börne, del forte e nobile Börne, non gli si affaceva.
Ma la imagine della libertà sotto il concime è, me lo perdoni il Börne,
un po' brutale. Heine aveva adorato la libertà, ma in visione, come una
dama del medio evo, a cavallo, col falcone in pugno, col velo verde
ai venti; l'aveva adorata come un'etaira di Atene, passeggiante in
tunica succinta, fra i mirti, sotto i platani, in mezzo alle statue
bianche dei numi; come, in somma, una Isotta o un'Aspasia, la quale
avrebbe gittato a lui fiori e sorrisi ed egli a lei i suoi canti.
Quando la vide in sembianza di vivandiera mescer vino e anche rhum per
accendere i soldati al combattimento; quando la previde massaia onesta
e laboriosa attesa a distribuire a ciascuno la sua parte di lavoro e di
pane e anche di companatico, ma senza i crostini dell'ideale impastati
di miele e di burro e spalmati d'azzurro, o solamente per le ragazze e
i bambini; allora l'apostata romantico rivolse la testa a riguardare
le bianche alture onde era sceso la mattina; non le rivide piú; e
una lacrima gli tremolò negli occhi, e una irrequietudine nervosa
lo possedé poi sempre. Ma in un modo o nell'altro la libertà egli
l'amò, amò la patria tedesca; e pur tra le sue infedeltà di artista
quell'amore brilla su la fronte sua di poeta come una stella. Ora in
Germania è di rigore e di moda giudicare severamente il Heine, della
cui poesia non si vuol vedere che la parte negativa. Noi italiani
possiamo essere piú giusti: è giusto a ogni modo che ascoltiamo anche
lui. Nel suo scritto commemorativo su 'l Börne, che era meglio del
resto non avesse scritto, vi sono pagine che bisogna rileggere prima di
aprire l'_Atta Troll_. Eccone alcune:
«... Mi pesano su l'anima, come ombre umide, tutte quelle tristezze
senza consolazione ... Mi pioviggina per entro i sensi roventi come
un'acqua ghiacciata, e il mio vivere altro non è che intirizzimento
doloroso. O freddo inferno invernale dove viviamo dibattendo i denti! O
morte, bianca fantasima di neve in mezzo a una nebbia infinita, che ne
accenni tu con quello schernevole crollar della testa?
«Felici coloro che imputridiscono in pace nelle carceri della patria!
perocché quelle carceri sono pure una patria con spranghe di ferro, e
vi spira a traverso l'aria tedesca, e il custode, quando non è mutolo
affatto, parla la lingua tedesca. Sono oggimai piú che sei lune da che
niun suono tedesco mi ha percosso l'orecchio, e tutto ciò ch'io imagino
e sogno si riveste faticosamente delle forme d'una lingua straniera.
Dell'esilio del corpo voi avete per avventura un concetto, ma l'esilio
dell'anima solo può rappresentarselo un poeta tedesco, il quale si
trovi costretto a parlare a scriver francese tutto il giorno ed anche
a sospirar francese la notte sul cuore della donna amata. Fino i miei
pensieri sono esiliati, esiliati in una lingua straniera.
«Felici coloro che all'estero han da combattere soltanto con la
povertà, con la fame e col freddo, mali non piú che della natura. A
traverso i buchi della soffitta sorride loro il cielo con tutte le sue
stelle. O miseria dorata in guanti lustri, quanto piú infinitamente
tormentosa! Doversi far acconciare, se non pur profumare, la testa
disperata; e le labbra gonfie di sdegno, piene di maledizioni al cielo
e alla terra, dover sorridere, sorridere sempre!
«Felici coloro che sotto il soverchio del dolore hanno perduto alla
fine l'ultimo bocconcel di ragione e han ritrovato un ricovero sicuro a
Charenton o a Bicêtre, come il povero F ... come il povero B ... come
il povero L ... e tanti altri che io conosceva meno. Nella loro follía
la cella pare ad essi la patria diletta; essi nella camicia di forza si
credono vincitori di ogni dispotismo, si credono superbi cittadini d'un
libero stato. Ma tutto ciò lo avrebber potuto avere anche a casa.
«Solo il passaggio dalla ragione alla follía è un momento increscevole
e orribile. Rabbrividisco quando ripenso all'ultima volta che il F ...
mi venne a trovare, per dirmi sul serio che si doveva accogliere nella
gran federazione dei popoli anche gli uomini della luna e gli abitatori
delle stelle piú lontane. Ma come notificar loro la nostra proposta?
Questo il punto difficile! Un altro patriota in simili disposizioni
aveva immaginato una specie di specchio colossale, col quale rifletter
nell'aria proclami in lettere gigantesche, tanto che tutto il genere
umano potesse leggerli allo stesso tempo, senza timori d'impedimenti
dai censori e dalle polizie. Disegno gravido di pericoli per lo stato!
E pure non ne fu fatto menzione nei rapporti della Dieta germanica su
la propaganda rivoluzionaria!
«Ma felicissimi poi i morti, che giacciono nella loro fossa al
Père-Lachaise, come tu povero Börne.
«Sí, felici quei che sono nelle carceri della patria, felici quelli
nelle soffitte della miseria corporale, felici i forsennati nella casa
di forza, e felicissimi i morti! Per quel che tócca a me, io credo in
ultimo di non avermi a lamentar troppo, perocché io in certa guisa
partecipo la felicità di tutta questa gente, per quella meravigliosa
suscettività, per quella simpatia involontaria, per quella malattia
dell'anima che è nei poeti e non si sa propriamente denominare. Se
anche, il giorno, io mi aggiro fresco e ridente per le vie splendide di
Babilonia: credetemelo, non a pena cade la sera, le arpe melanconiche
mi risonano in cuore, e tutta notte tutti i tromboni e i cembali del
dolore, tutta la musica giannizzera dei patimenti umani vi rintrona
dentro; e ne sale su fuori una orribile e stridente processione di
maschere.
«Oh che sogni! sogni di carcere, di miseria, di follía, di morte!
mescuglio stridente d'insania e di saviezza! zuppa avvelenata che
puzza di _sauerkraut_ e odora di fiori d'arancio! Orribile sensazione,
quando i sogni dileggiano la realtà del giorno, e ironiche larve metton
fuori il capo dai rossi papaveri ammiccando e facendovi lima lima, e i
superbi allori si convertono in ispidi cardi e gli usignoli fanno un
sogghigno di scherno!
«Per il solito ne'miei sogni io mi siedo sul pilastro angolare al
canto di via Laffitte in un'umida sera di autunno, quando la luna gitta
lunghe strisce di luce su 'l sudicio lastrico, sí che la mota sembra
dorata se non pur seminata qua e là di diamanti che scintillano. Gli
uomini che passano sono della stessa guisa, mota che risplende: sensali
di fondi pubblici, giocatori al rialzo, monetari falsi del pensiero,
scribi a buon mercato, e ragazze anche a miglior mercato, le quali
per verità devono mentire soltanto col corpo, pance oziose che si
rimpinzano nel caffè di Parigi e poi si precipitano all'Accademia di
musica, alla cattedrale del vizio, ove Fanny Essler danza e sorride
... In mezzo, un trepestío di carrozze, un saltar di lacchè screziati
come tulipani e volgari come i loro nobili padroni. E, se non erro,
in uno di que'cocchi sfacciatamente dorati siede il già mercante di
sigari Aguado, e i suoi cavalli che passano pestando superbamente la
mota inzaccherano dall'alto al basso il mio abito di maglia rosso
ròsa ... Già, con mia gran meraviglia, io mi veggo vestito da capo a
piè di maglia rosso ròsa, d'una veste color carne; poiché la stagione
inoltrata e anche il clima non concedono una intiera nudità, come in
Grecia, alle Termopili, dove re Leonida co'suoi trecento spartani la
vigilia della battaglia danzò tutto nudo, tutto nudo, coronato il
capo di fiori. Io vesto alla foggia del Leonida dipinto dal David,
quando ne'miei sogni mi siedo su 'l canto di via Laffitte, ove il
maledetto cocchiere dell'Aguado m'inzacchera i miei calzoni di maglia.
Mascalzone, egli m'impillacchera anche la mia corona di fiori, la
bella corona di fiori che porto in capo, ma che, detto fra noi, è già
mezza secca e non manda piú odore ... Ahi, ahi! egli erano freschi
e allegri fiori il giorno che me ne adornai, nel pensiero che la
dimani si anderebbe alla battaglia, alla santa e vittoriosa morte per
la patria ... È oramai un bel pezzo, ed io me ne seggo qui tristo e
sfaccendato in via Laffitte, e aspetto la battaglia; e intanto i fiori
mi appassiscono su 'l capo, e anche i capelli m'imbiancano, e il cuore
mi si ammala nel petto. Dio santo! com'è lungo il tempo di questo
attendere oziosi! alla fine mi muore anche il coraggio ... Io veggo la
gente che passa guardarmi pietosamente, e susurrar l'uno all'altro:
Povero pazzo!»[11]
E intanto nel sacro suolo della patria, nella Germania tutta nera di
querce e d'idee, il movimento incalzava; e in pochi anni alla _Giovine
Alemagna_, specie di repubblica girondina che la dittatura contro il
passato esercitava nelle poesie nei romanzi e nei drammi, succedeva
la _sinistra hegeliana_, specie di montagnardi che tutte le idee
del passato cominciando da Dio decapitavano sotto la ghigliottina
filosofica; succedevano i poeti politici, specie di volontari del '93,
che stanchi di combattere per parole e di decapitare idee volevano
romperla con qualche cosa, ma non sapevano che. A questo punto Heine si
smarrí.
E pure il giacobinismo del Börne era, con un piú ardente amore alla
patria tedesca, quello stesso giacobinismo delle lettere da Helgoland.
E pure la sinistra hegeliana non avea fatto altro che confinare
nello stretto ragionamento le divinazioni e le volate del libro su
l'Alemagna. E quei della _poesia delle tendenze_ erano pure figlioli,
piú o meno legittimi e rassomiglianti, che Heine aveva generati
ne'suoi amori di luglio e di agosto con la rivoluzione del '89 e del
'93. Ma che! L'estate e la passione erano ite, e la rivoluzione non
parea piú cosí bella. E quel Börne con quella sua corona di ebrei
e di puritani e di disperati era cosí poco estetico! E poi quella
dura _sinistra hegeliana_, che deportava gli eleganti e poetici
ingegni ai lavori forzati del romanzo di genere o della liricuzza
nell'arcipelago del nulla! E poi quella _politische Tendenzpoesie_
(orribile scontro di parole, di idee e di ringhi) cosí arruffata, per
lui artista correttissimo nella linea! quel Hoffmann di Fallersleben
con tutti i bicchieri che beveva per la rima, quel Dingelstedt con la
lanterna, quel Prutz con la mazza, quel Herwegh strappatore di croci,
quel Freiligrath, il quale dagli amori alle giraffe, che non avea
mai vedute, di Guinea, era passato a recitare il _confiteor_ fra i
socialisti, apparivano cosí iperbolici, cosí enfatici, cosí monotoni,
cosí vaporosi, a lui adoratore del Goethe e ora quasi naturalizzato
francese!
Tali odii e amori, tali rimembranze e rimpianti, tali eccitazioni e
antipatie, parte umane e patriotiche, parte artistiche e liberali,
parte personali ed egoistiche, conspirarono tutte insieme a informare
e formare l'_Atta Troll_. L'orso del Heine, come il veltro di
Dante, muta parvenze e attitudini secondo spira il vento della
fantasia e della passione: è il combattitore mangiafrancesi del '13,
è il costituzionale del '18 col suo _buon vecchio diritto_, è il
girondino della Giovine Allemagna, il giacobino della scuola di Börne,
l'ammazzasette della sinistra hegeliana, il socialista poeta-tendenza,
ma sempre sentimentale, sempre idealista, sempre germanico, sempre
romantico, sempre orso. Heine nell'_Atta Troll_ sembra aver fatta sua
l'impresa di quel vecchio cavaliere spagnolo, _Yo contra todos y todos
contra yo_: non mai fu piú in disaccordo con tutti e piú d'accordo col
suo genio. E la caricatura riuscí tanto piú meravigliosa, non so qual
meglio fra comica e fantastica, per questo, che fu condotta col piú
serio artifizio della scuola romantica e con un appassionato sentimento
della romantica poesia.
Lo afferma esso il poeta nelle _Confessioni_: «Dopo aver dati de'colpi
a morte alla poesia romantica in Germania, a un tratto fui ripreso
io stesso da un infinito amore del fiore azzurro nel paese de'sogni
del romanticismo; e tolsi in mano la lira incantata, e cantai un
canto nel quale mi abbandonai a tutte le meravigliose esagerazioni,
a tutta l'ebbrezza del lume di luna, a tutta la strana magía di
quella folle musa che io aveva un dí tanto amata. Io so che quello fu
l'ultimo libero canto del vero romanticismo e che io sono l'ultimo
suo poeta.»[12] E piú liberamente confessandosi al Varnhagen d'Ense
(in una lettera del 3 gennaio'46): «Questa nuova generazione vuol
godere e farsi il suo posto nel visibile: noi, i vecchi, c'inchinavamo
umilmente dinnanzi l'invisibile, ma godevamo in soppiatto d'ombre, di
baci, di profumi di fiori azzurri; noi rinunziavamo e piagnucolavamo,
e non per tanto eravamo piú felici di questi duri gladiatori che vanno
incontro con tanto orgoglio a un combattimento mortale. Il millennio
del romanticismo è sul finire; ed io, io stesso, sono stato l'ultimo
suo re favoloso, disceso volontario dal trono. Se non avessi gittato la
corona e vestito la _blouse_, mi avrebbero a punto a punto decapitato.
Quattr'anni or sono, prima di divenire apostata di me stesso, volli
ancora diguazzarmi un poco al lume di luna co'vecchi compagni de'miei
sogni; e scrissi _Atta Troll_, il canto del cigno d'un'età che declina;
e l'ho dedicato a voi. Ed è proprio vostro; perché voi eravate il
compagno d'armi che piú mi rassomigliava, sí nel serio sí nello
scherzo. Come me vi adoperaste a seppellire il vecchio tempo e avete
servito di levatrice al nuovo: sí, noi l'abbiamo messo al mondo, e ora
ce ne spaventiamo: siamo come la povera gallina che ha covato le uova
di anitra, e vede tutta sgomenta la sua covata gittarsi deliziosamente
nell'acqua.[13]»
Il poeta si è veramente confessato. Dunque si adoperò anch'egli a
seppellire il vecchio tempo! Dunque serví da levatrice al nuovo! Egli
sa ciò che ha fatto, e in fondo crede che è bene; ma ha dentro di sé la
tenia romantica che gli dà il mal umore.
Non voglio esser io a rappresentare Heine per rivoluzionario e
radicale, e però lascio parlare un suo biografo tedesco, lo Strodtmann.
«Questa spettrale e corusca apparizione del romanticismo per entro
la fredda e arida vita del presente dà al poema un'attrattiva tutta
sua e originale; ma noi ci accorgiamo súbito che quelle sono ombre
morte, le quali ci volteggiano intorno stranamente gesticolando su la
frontiera che separa il paesaggio del mondo antico dal paesaggio del
mondo moderno. Noi, non del tutto liberati ancora dai loro influssi,
sospiriamo riguardando indietro alla regione dei sogni del buon tempo
antico; ma la ragione ci mostra l'ignoto avvenire. Per quanto il poeta
metta in ridicolo senza un riguardo al mondo la _poesia politica
delle tendenze_ pavoneggiantesi nella sua ampollosità e la orsina
goffaggine della propaganda socialistica, era ben lontano dal pensiero
di mettere in dubbio co'suoi scherzi il contenuto delle dottrine
rivoluzionarie e sociali. Non sarà per contrario sfuggito agli accorti
e spregiudicati lettori come spesso il furbo Heine simpatizzi con le
distruttive teoriche del radicalismo; e la teologia in specie può
restare mezzanamente contenta agli ammonimenti di Atta Troll a'suoi
figli che si guardino da Feuerbach e da Bauer, se gli raffronti alla
rappresentazione del creatore sedente, su l'aureo trono del cielo,
sotto il padiglione stellato, in forma d'un colossale orso del polo con
pelle tutta di neve immacolata.[14]»
In tale contrasto fra il presentire Enrico Heine nella chiaroveggenza
del suo pensiero il trionfo di quelle idee di trasformazione politica
e sociale per le quali egli stesso aveva combattuto, e il suo disgusto
di artista per le forme con le quali elleno erano almeno per allora
bandite, e le voluttuose aspirazioni della sua sensualità di poeta a
uno stato di segregato riposo ove la fantasia potesse abbandonarsi a
tutti i voli di scoperta e l'arte a tutti i capricci di lavoro; in
tale contrasto è la novità originale dell'_Atta Troll_. In mezzo al
regno attuale degli orsi e prima dell'avvenimento delli gnomi l'autore
del _Canzoniere_ vuole abbandonarsi a un saturnale di fantasia, vuol
prendere (perdonatemi, per amore della verità, la metafora) una
romantica ubriacatura di poesia pretta, a onta e dispetto della scuola
delle _tendenze_; se non che non può uscire dalla corrente, e con quel
suo continuo ribattere a cotesta sciagurata poesia delle _tendenze_
cade nella _tendenza_ egli stesso.
V.
E in tali contrasti, e negl'intendimenti, in generale, che finora
mi son provato a raccogliere e rappresentare, sta anche la ragione
della diversità che intercede grandissima fra l'_Atta Troll_ e le
altre zoepiche (_epopee bestiali_ sonerebbe improprio e sgarbato),
che risorte dopo il risorgere dell'apologo nella smania del secolo
decimottavo per il naturale affèttato, furono diversamente ammirate
nel correre del nostro secolo. Il _Reineke Fuchs_, che Volfango Goethe
lavorò nel 1793 sul rifacimento, in basso tedesco del Quattrocento,
dell'antico poema francese della volpe, tiene e dalla origine sua
medievale, del tempo delle _canzoni di gesta_, e dall'arte classica
onde il poeta di Weimar allargò i rozzi ottonari in esametri solenni,
tiene, dico, l'anima e le forme di una vera epopea, di una epopea
oggettiva, nel cui sereno sorriso non v'è riflessione o inflessione di
motivo personale. Gli _Animali parlanti_ del Casti, composti dopo la
tempesta della rivoluzione, nella oscillazione dei tempi e degli animi
fra il Direttorio e il Consolato, rimangono a punto una cosa incerta in
politica e in poesia: sono, non ostante l'opportunità delle allusioni
e delle dottrine politiche, non ostante certa vivacità pittorica
nei particolari, un troppo lungo apologo in stile troppo spesso di
gazzetta: quelle bestie seguitano ad affannarsi per ventisei canti in
sestine a dimostrare che non son bestie, il che appariva a bastanza dal
primo canto.