L'ATTA TROLL, immaginato in Cauteretz, piccolo borgo de'Pirenei, nel

1841, nella stagione delle bagnature, fu buttato giú in una prima

composizione sul finire di quell'autunno, e nel 1842 pubblicato a pezzi

in un periodico tedesco che s'intitolava _Il mondo elegante_. «Ma in

generale i poemi epici--scriveva il Heine al suo editore Campe--han da

essere rifusi piú d'una volta: quante volte rimutò il suo l'Ariosto!

quante il Tasso! Il poeta alla fine è un uomo, e i migliori pensieri

gli vengono dopo il fatto.[3]» E cosí, pensatoci su ancora qualche

anno fra i dolori d'una lunga malattia agli occhi e i fastidii d'una

questione d'interessi con parenti, Enrico Heine, sol nell'autunno

del '46, molte cose aggiunte, altre mutate, finí la piú fantastica e

insieme la piú serenamente aristofanea satira che egli mai scrivesse e

che la poesia germanica vanti.

L'autore stesso, nella prefazione che va innanzi al poema, narrò, con

quella intima e splendida arguzia che è tutta sua, le circostanze fra

le quali l'_Atta Troll_ venne su, e anche rivelò i suoi intendimenti e

le mire. Le ragioni storiche e politiche, le piú peregrine notizie, i

piú sicuri schiarimenti su le allusioni personali, gli ha dati Carlo

Hillebrand nella lettera al traduttore e nelle note che adornano

preziosamente questa edizione. E già esso traduttore aveva pubblicato

in un fascicolo della _Nuova Antologia_ dello scorso anno un accurato

studio su l'_Atta Troll_ e sul genio satirico del Heine. Dopo ciò

una mia prefazione è da vero inutile. Ma la prefazione di un terzo

qualunque a un libro non suo può ella essere mai altro che inutile?

Perché questa mia sia meglio in carattere, io cercherò di rappezzarla

rubacchiando a man salva di qua e di là.

II.

_Atta Troll_ è il _filisteo_ tedesco mascherato da orso. Ma che cosa

intendono i tedeschi per _filisteo_? e che cosa è il _filisteo_ in

generale? Lasciamolo dire al Chiarini, il quale, per la pratica lunga

che ha avuto con l'orso, deve conoscerne meglio di altri il genio le

abitudini e i gusti.

«Interrogando le sue memorie infantili intorno alla storia sacra, il

lettore si rammenterà che i Filistei erano una piccola nazione della

Siria, la quale fu lungamente in guerra col popolo ebreo; si rammenterà

ch'erano gente robusta, ma grossa di cervello e dura, mentre gli Ebrei,

che per ben due volte furono da loro soggiogati, ma seppero largamente

vendicare le loro sconfitte, erano il popolo eletto, il popolo della

luce, della civiltà, del progresso; si rammenterà che Sansone con una

mascella d'asino ne uccise ben mille; si rammenterà che il piccolo

David mosse senz'altra arme che la sua fionda contro il gran filisteo,

il gigante Goliat, e lo atterrò, e toltagli la spada, e mózzogli con

essa il capo, se ne tornò trionfante tra' suoi. E queste reminiscenze

gli faranno, io credo, rifiorire nell'animo l'immagine di una razza

d'uomini grossolana e volgare, moventesi senza garbo né grazia, piena

di sé medesima, ostinata, arrogante, prosuntuosa. Pare a me, e parrà,

spero, anche al lettore, che que' coraggiosi rappresentanti del vero

spirito moderno in Grermania, i quali si affidarono di combattere

e vincere l'usanza con la ragione, avessero una felicissima idea,

allorché, allargando il significato della parola _filisteo_, con la

quale già fino da tempo antichissimo gli studenti delle università

schernivano i giovani provinciali, lo affibbiarono ai loro oppositori

in arte, in politica, in filosofia. Come in ogni nazione, cosí in

ogni ordine dell'umana società, anzi in ogni scuola, in ogni setta,

in ogni associazione, ci sono filistei; riconoscibili facilmente a

un certo sussiego, che non si scompagna mai da una certa goffaggine,

che è, come a dire, la pelle, onde madre natura li ha rivestiti.

Sien essi romantici o classici, sieno liberali o assolutisti, sieno

progressisti o retrogradi, sieno realisti o repubblicani, sieno

credenti o increduli, sono sempre un po' accademici, un po' arcadi,

un po' pedanti; sono l'opposto della disinvoltura, della semplicità,

della grazia, della eleganza; e perciò odiano queste qualità e chiunque

le possiede, e perciò odiano spesso l'uomo d'ingegno, che non cura o

deride le leggi ond'essi vorrebbero imbavagliare ogni cosa. E perciò i

filistei tedeschi dovevano riguardare con un santo orrore Enrico Heine,

ingegno indipendente, se altro mai, lucido, petulante, aggressivo; e

perciò Enrico Heine doveva essere il piú fiero, il piú terribile, il

piú spietato nemico de' filistei. In ciò sta il carattere principale,

e come a dire l'essenza del poeta. In ciò sta l'importanza dell'opera

sua letteraria, la quale, come acutamente e giustamente notò Matteo

Arnold ne'suoi _Saggi di critica_, fu una guerra a morte contro il

filisteismo, una guerra che durò quanto la vita dell'autore.»[4]

Questa guerra Heine la combattè nell'_Atta Troll_ con le sue piú

belle armi d'oro e con un intendimento meglio che altrove determinato.

«_Atta Troll_ è il filisteo tedesco, virtuoso, liberale, amante della

patria, che porta i capelli lunghi, che fa la ginnastica, che nutre un

superbo disprezzo pei popoli corrotti di sangue latino, che si guarda

con gran cura dal macchiare di voci straniere il suo nativo idioma».

Cosí l'Hillebrand[5] illustrava il tipo del filisteo tedesco: tipo,

certamente, che si porge graziosissimo alla caricatura, da quanto lo

_chauvin_ francese, da quanto l'_italianissimo_, vestito di velluto,

dei tempi del _Primato_. Ma l'intenzione lo spirito e le fogge della

caricatura heiniana non si possono né cogliere intere né ammirare

adeguatamente, se non si avverta da principio che _Atta Troll_ è

un tipo un po' complesso: è il germanesimo caparbio in certe sue

evoluzioni politiche e insieme in certe fasi dell'arte: è, se vogliamo

dirlo piú breve, il germanesimo romanticamente politico. «Come in

Germania--séguiti qui il Chiarini--la scuola romantica pura attribuí

a sé il monopolio della virtú, del liberalismo, dell'amore di patria,

e come i purissimi dei romantici tedeschi furono i poeti svevi; _Atta

Troll_ è anche la satira del romanticismo tedesco in generale e della

scuola sveva in particolare».

Se non che, prima di far conoscenza piú stretta con la caricatura

heiniana, è giusto avvertire quel che notava l'Hillebrand: «L'Atta

Troll comincia a non avere piú in Germania quel che oggi dicesi

una grande attualità. La scuola patriottica dei tedeschissimi

(_Deutschthümler_), che avea per motto il _frisch, fromm, fröhlich,

frei_, e della quale è uno de' capi il padre Iahn, come Heine lo

chiama, erasi già in parte modificata verso il 1840, quando il Gervinus

ed altri, rinunziando a certe ridicolezze di forma e di linguaggio,

infusero nuova e piú seria vita alla tendenza nazionale, benché

serbassero poi nel fondo lo stesso orgoglio smisurato, lo stesso

sentimento della propria virtú, lo stesso disprezzo per le nazioni

neolatine. Cotesta scuola può dirsi che nel 1866 rimanesse interamente

disfatta. Tuttavia i Mommsen i Wais ed alcuni altri non sono, chi ben

guardi, che una terza metempsicosi dell'orso immortale».[6]

III.

Ora qualche cosa del romanticismo bisognerà pur dire; ma, siccome

gl'italiani si sono ostinati a non volerne udir discorrere e io sono un

po' pregiudicato, lasciamo parlare prima un altro, un forestiere.

Uno di quei francesi che innanzi al 1870 andavano pazzi della Germania

e della sua poesia, il sig. Eduardo Schuré, in una Storia della canzone

popolare tedesca, piena d'ingegno e di notizie e di belle traduzioni,

ma forse troppo enfatica e poetica da crederle su la parola che la sia

una storia, scrisse, sul romanticismo germanico e su le parti diverse

che vi sostenne Heine, alcune pagine, che paiono una ballata romantica

esse stesse. Le traduco qui, a rischio che la mia prosa rimanga

scolorita al confronto.

«La poesia romantica tedesca era nel 1825 a' suoi piú be'giorni.

Una folla di adoratori le si stringeva attorno, cavalieri non pochi

sventolavano i suoi colori nell'arena della letteratura e della

critica, i re le sorridevano perché essa gli incensava, i diplomatici

la proteggevano perché essa faceva dimenticare al popolo il pensiero

della libertá. Proprio allora entrò in lizza un poeta scintillante di

spirito e d'immaginazione, che si annunziò per il suo cavaliere piú

devoto e ardente. Ahimè, si accorse ben presto che le lance, anziché

per i vezzi d'una bellezza fiorente, ei le rompeva per una vedova

non tanto in carne, vivente su la contraddote. Rosso di collera, le

gittò in faccia il guanto, e a tutti i suoi campioni assestò tali

stoccate che i piú non se ne rialzarono, e la venerabile dama ne morí

di dispetto. Il cavaliere fantastico e terribile era Enrico Heine.

A questo nome quante bizzarre e incantevoli apparizioni sorgono a

turbinare nella memoria! Quante fate pensose ci guardano coi loro

grandi occhi azzurri cupi, quante nisse beffarde ci motteggiano

passando! Quante buffe caricature, quante figure dolorose ci sfilano

davanti agli occhi! Si riapre ancora allo sguardo abbagliato la

magica foresta dei racconti delle fate; e nella caligine luminosa dei

verdi frondeggiamenti, fra gli scintillíi del sole sul lussureggiante

fogliame, apparisce una mano bianca che ci fa segno, ci chiama, ci

attrae piú lontano, sempre piú lontano.

«La storia del Heine e della poesia romantica è per sé stessa un de'piú

bizzarri racconti. Questa poesia aveva trasportato i suoi penati

nell'antico castello del medio evo. L'aveva restaurato superbamente:

cioè, fra i muri crollanti aveva ricostruito una splendida sala, badate

bene, di legno. Colonne a chiocciola sostenevano superbamente la vòlta

moresca; e le statue colossali dei vecchi imperatori, disposte in fondo

alla sala presso il trono della santa e mistica poesia, parevano pronte

a trar la spada per difenderla. In quella sala, scintillante di faci

di fontane e di specchi, i romantici si diedero l'appuntamento per una

gran festa ... Vi giungevano, meravigliosamente addobbati, cavalieri

tedeschi, francesi, mori e saracini; bionde castellane in vesti

azzurre seminate di stelle d'argento, cupe regine in mantelli purpurei

raggianti di soli d'oro, trovatori dalle capellature ondeggianti. E

cominciò il ballo. Una musica fantastica attrasse le coppie entro un

cerchio magico, e con le cadenze via via piú passionali le trascinò

a turbine. In questo momento entrò un misterioso cavaliere spagnolo.

Stretto in una giubba di velluto, ei procedeva con la superba aria

d'un hidalgo: mostrava nel mantello ricamato a oro alcune cifre arabe

e indiane, e una gran penna di corvo gli dondolava sul capo: non avea

maschera: bello di volto e attraente. Un ardore dolce e cupo covava

negli occhi suoi fissi, e un superbo disdegno gl'increspava le labbra

voluttuose. Portava ricamata in argento sul berretto la sua insegna,

due teste di sfinge, che l'una pareva piangere e l'altra scoppiar

dalle risa. Smisero di ballare per guardarlo. Egli con far trascurato

prese la prima chitarra che gli venne alle mani, e cantò certe romanze

castigliane con tono cosí altero e accento cosí nuovo, che scoppiò un

tuono d'applausi. Il ballo ricominciò furioso, e il nuovo venuto ne fu

il re».

«Ma presto tutti cadevano di stanchezza.--Or su--disse ad alta voce

il bello incognito--è mezzanotte: via le maschere: ne ho assai di

questa commedia. Vo'sapere chi siete. Io mi chiamo Enrico Heine:

giudeo o protestante, come vorrete: ma mi rido di Dio e del diavolo,

adoro l'amore e la libertà, e odio l'ipocrisia. Io ho detto chi sono.

Ditelo anche voi.--Tutti gridarono: Indegnità. Il bel cavaliere diè

in uno scroscio di risa:--Ah, voi avete paura, mascherine belle? E

pure io so chi siete.--E accostandosi a un maestoso templaro, gli

strappò la maschera:--Tu--gridò--non sei altro che un gesuita, e qui

fai gli affarucci della tua congregazione. Voi, bel contino, che

non parlate se non di crociate, voi siete un povero valletto di Sua

Maestà il re di Prussia, e meglio fareste a entrar nella guardia che

a pompeggiarvi qui nel palazzo della Poesia dove non avete che fare.

E tu bel trovatore, sospiroso per la dama de'tuoi pensieri, tu non

se'altro che un commesso di negozio e hai avuto un po' di fortuna con

una cameriera. Voi siete tutti santi falsi, cavalieri falsi, trovatori

falsi. Io vi smaschererò tutti, facchini: sotto le maschere lisce

mostrerò le vostre facce rugose di sagrestani e di ciarlatani, e sotto

le giubbe di seta i vostri abiti frusti di usurai e d'impiegati. Quanto

a voi, dame illustrissime, non esamino i vostri titoli. Che sarebbe

la commedia e la tragedia della vita, se voi non aveste il diritto di

burlarvi di noi, di farci saltare come burattini ed empierci i cuori

di torture divine e di voluttà dolorose? Contesse, ballerine, zingare

e cortigiane, vi amo tutte e tutte vi canto. Voi siete belle: viva il

ballo.--A questa uscita, scoppiò una tempesta di risa e di grida. La

voce stridente del cavaliere passava nel midollo delle ossa: c'era

nella sua amarezza non so che d'aspro e straziante che facea venire

i brividi. La vecchia bicocca romantica tremava dalle fondamenta. Ve

ne furono che gli domandarono ragione de'suoi insulti: egli incrociò

la spada con loro, e li abbattè sul pavimento distesi senza voglia di

ricominciare.--Nella vostra sala si affoga--disse il vincitore:--mi

bisogna aria e l'alito dei boschi.--»

«Dir questo e dare un calcio alla porta e sfondarla, fu tutt'uno: venne

un colpo di vento, tutti i doppieri si estinsero, e cavalieri e dame

si videro al bagliore di pallidi torchi come spettri. Ma a traverso la

porta spaccata apparve un incantato paesaggio di foreste, di montagne,

di laghi dormenti al lume di luna. Allora il magico poeta, presa

un'arpa obliata, ne trasse accordi miracolosi: le foreste lontane

fremevano deliziosamente. A quelle melodie carezzevoli, si svegliarono

i geni de'boschi e le dee delle acque, a riannodare i lor giri di

ballo, a rinnovare i canti tentatori. Ai sospiri della magica arpa,

ai richiami dell'incantatore, uno stuolo di fantasmi leggeri appressò

e scivolò nella sala sotto gli occhi della gente attonita. Arrivarono

dal fondo dei lor domi di verdura le elfidi selvagge, coronate di fiori

fantastici e con ghirlande di betulla, a rintrecciare le danze fugaci

al lume della luna. Arrivarono dal fondo dei lor palazzi di cristallo e

delle cascate schiumanti le nisse, pazzerelle ridenti, dal seno di neve

palpitante; elle si precipitarono, abbracciate, in una ridda furiosa.

Talvolta le piú folli, passando davanti l'incantatore, volgevansi; e

belle, scapigliate, col seno aperto, con un lampo di riso su le labbra,

parevano volergli rapire un bacio, ma sfioravano l'arpa. E in mezzo

al cerchio delle ondine passava, misteriosa apparenza, la diletta

del poeta, con le braccia incrociate sul petto, con la testina bruna

inclinata, con un sorriso strano su le labbra: tenerezza o ironia?

«Tutt'a un tratto il capriccioso negromante interruppe la musica

ammaliatrice con un tocco stridente, e si mise a sonare arie sí

comiche che non si poteva udirle senza ridere. Queste arie avevano

di strane virtú: facevano, ciascuna, entrar di súbito nella sala un

personaggio del tempo; e ballava come un burattino, e dispensava in

pubblico i suoi pensieri piú segreti. Una volta era il grosso banchiere

di Berlino, Gumpel, intitolantesi in Italia marchese Gumpelino, che

declamava un po'di Shakspeare, calcolando il rialzo della rendita, e si

metteva in testa d'essere il Romeo d'una bizzarra inglese, la quale gli

ministrava teneramente certo filtro di farmacia che lo guarí per sempre

da'suoi amori imprudenti. Altra volta è Saul Ascher, filosofo kantiano,

con le gambe attratte, la secca persona esprimente l'imperativo

categorico; e cammina, cammina, ripetendo, come un orologio--La ragione

è il primo principio.--Una terza volta è il vecchio Schlegel con le sue

trenta parrucche di riserva. Finalmente è tutta una galleria ...

«--Ah, voi gridate contro queste care figurine?--dice il mago.--E

pure siete voi, è la vostra generazione, che si chiama sciocchezza,

ipocrisia, servilità. Con le vostre pie bigottaggini, con le vostre

vigliacche concessioni, voi avete avvelenato la vostra religione,

la vostra filosofia, la vita intera. D'altra parte, tutto è sogno,

chimera, illusione. La poesia è tanto pazza quanto la realtà è stupida.

La storia è una commedia che il buon Dio si concede per ammazzare il

tempo. In fondo in fondo, a questo buon Dio, che fa paura ai bambini

e alle balie, voi non ci credete piú di quello ci creda io. Solamente

voi siete tanto vigliacchi che non ardite dirlo. Voi non vi stimate

nulla voi stessi; ma vi mettete in positura dinnanzi al mondo, vi

imbacuccate di berretti, croci, nastri; e vi scambiano per eroi. Bene!

io, per me, sono un pazzo: non credo a nulla, disprezzo me stesso, ma

dico la verità. Il mio cuore sanguina; ma le vostre stolte infamie

non mi strapperanno mai altro che un ghigno di disprezzo, e io ho il

diritto di frustarvi in faccia.--Cosí parlava il mago trasformato

in pazzo di corte, con lo scettro di buffone nell'una mano e la

frusta nell'altra.--Dài al miserabile! addosso al ciuco! morte al

bestemmiatore!-- gridò tutta la canaglia romantica, aristocratica e

clericale. Ma egli, afferrando una torcia affocata, la ruotò intorno

a sé, e intonò con voce stentorea la _Marsigliese_.--Oh, questo canto

vi fa paura--disse:--per soffogarlo, voi vorreste rizzare un patibolo.

V'aiuterò.--Il mago evocò allora lo spettro della ghigliottina. Ed

ella si rizzò, alta e sanguinolenta, entro una nebbia rossa; e le si

aggiravano intorno corpi senza testa, e si facevano riverenze l'un

l'altro: erano Maria Antonietta e la sua corte.--Corpi senza testa,

ecco l'immagine della vostra società--disse ridendo il terribile pazzo.

E già si sentiva cantare lontano la _Marsigliese_, la _Carmagnola_,

il _Ça ira_; e cotesti canti andavano crescendo come il muggito della

tempesta, al rintocco del 1848.--_Le jour de gloire est arrivé_--gridò

il poeta, gittando la sua torcia nel tavolato dell'intarlato edifizio.

La fiamma rossa lo investí, e crepitando di gioia guadagnò il culmine.

Le travi scricchiolarono, la folla scappò: in un batter d'occhio

la splendida sala fu un braciere, e sprofondò. Il poeta gittò un

grido di trionfo. Ma tutto a un tratto si trovò nella triste torre,

invecchiato, malinconico, solo. Come avviene nei racconti delle

fate, quando svanisce il castello pieno di fiaccole, di valletti e

di damigelle; egli non udí piú altro che gli stridi della civetta e

della strige. Allora il poeta gridò tristamente:--E pure io ho amato!

e pure io ho creduto all'ideale!--Forse non mai era stato piú sincero

d'allora; ma egli aveva troppo riso, e non fu creduto.»[7]

IV.

Dopo ciò, a discorrere, di fuga, del romanticismo mescolato alla

politica, toccherà a me.

Da principio romanticismo e patriotismo furono in Germania una

cosa. Le memorie del medio evo cristiano-tedesco risvegliate con

poetica sentimentalità nel romanticismo durante la signoria francese

infiammarono i combattenti del 1813: l'orgoglio delle vittorie del '13

e del '15 alla sua volta rese quasi nazionale la riazione, e inebriò e

licenziò a' piú furiosi eccessi mistici e feudali il romanticismo. Ci

fu tempo, breve per verità, che la Germania, e non solo la Germania,

parve avere perduto il senso del vero, la conscienza del moderno, la

superbia della eredità del secolo decimottavo. Fu un terror bianco di

medio evo, uno stravizio d'idealismo, un carnevale di spiritualismo.

E il carnevale era la quaresima; e il digiuno delle idee durava tutto

l'anno; e mille Braghettoni morali mettevano gran foglie di fico su le

nudità della primavera, su l'oscenità dell'estate. Intanto i principi

invitavano per mezzo degli usseri i patrioti e i combattenti del '13 e

del '15 a maturare nelle fortezze la loro educazione per l'avvenire; e

uno, fattisi saldare da' sudditi i debiti suoi e del figliolo, che non

erano pochi, profferiva una carta costituzionale al prezzo di quattro

milioni di talleri, e poi si sarebbe contentato anche d'un ribasso

di due milioni; un altro concedeva la costituzione, ma solamente per

i nobili e gl'impiegati, e con la discussione segreta; un terzo la

rimandava a quando avesse ultimato un suo spartito o a quando fosse

finito il domo di Colonia. Cosí non poteva durare. Il romanticismo

intanto, come poesia, languiva tisico, per quel suo peccato originale

di aver voluto sequestrarsi dal vero e vivere di profumi inebrianti fra

i vapori e l'azzurro di un mondo fantastico, dalle cui cime riguardava

con mesto disprezzo le bassure coltivate e abitate, che pur producono

il buon pane, il buon vino, il buon manzo, e i dolori e le gioie di

tutti i giorni. Esalata, per estenuazione e rifinimento, l'anima; le

forme rimasero ciò che senza anima sono le forme. E mentre i corvi

seguitavano a gracchiare intorno ai campanili, e i falchi roteavano

intorno alle torri, e nelle torricelle tubavano le tortori, e i

paperi diguazzavano nella probatica piscina della estetica, i cigni

emigravano; e dalle uova deposte nella terra dell'odiata rivoluzione

sgusciava, al sole delle giornate di luglio, la _Giovine Alemagna_.

La _Giovine Alemagna_ usciva dagli scritti del Heine e del Börne,

due ebrei già convertiti, se non proprio al cristianesimo, certo il

primo alla poesia, il secondo alla repubblica. Heine assai prima

delle giornate di luglio aveva gittato alle ortiche la tonaca del

romanticismo; e ne'_Reise-Bilder_ si era dichiarato per Napoleone, per

la borghesia, per la libertà filosofica politica e letteraria; tutte

parole e idee che allora andavano insieme a braccetto all'avventura:

fuoruscito in Parigi dopo il '30, sonò a doppio contro il romanticismo

e la vecchia Germania. Ma i purissimi in patria erano rimasti fedeli

alle tradizioni cristiane e germaniche del medio evo; e da una parte

Menzel, il mangiator di francesi, che inorridiva al paganesimo del

Goethe, _denunziava_ (la espressione è del Heine) alla polizia della

Confederazione i libri de'fuorusciti; dall'altra il Mayer il Pfizer

e gli altri poetini della scuola sveva scomunicavano in nome della

moralità e dell'idealismo la nuova poesia. Heine dal suo lato rimaneva

anch'egli costante nella fede alla poesia, nella religione del bello,

nella politica dell'arte: fede, religione e politica, che egli sentí

professò e trattò sempre con devozione immutata ed integra. Perdurava

egli del pari in quell'ardenza rivoluzionaria, che ai 6 e 10 agosto

del 1830 gli fece scrivere dei pezzi lirici in prosa come questi?

«Lafayette, la bandiera tricolore, la marsigliese! Io sono come

inebriato. Audaci speranze si slanciano appassionate su dal mio cuore,

come alberi con frutti d'oro e con rami di selvaggio rigoglio che

distendono il loro fogliame fino alle nuvole. Ma le nuvole ruinanti

in fuga diradicano quegli alberi giganteschi, e con essi si spazzan

la strada davanti ... Nell'azzurra letizia del cielo erra una melodia

di violini; e dalle onde smeraldine del mare risuona come un allegro

riso di fanciulle. Ma sotto terra qualche cosa scricchiola e bussa; il

suolo si fende, i vecchi dèi sporgon fuori le teste, e con frettolosa

meraviglia domandano--Che cosa vuol dire questo giubilo che percuote

fin nel midollo della terra? Che c'è di nuovo? Dobbiamo tornar su?--No,

rimanete nella regione caliginosa, ove ben presto un nuovo compagno

di morte scenderà a raggiungervi.--Come si chiama?--Oh lo conoscete

bene, è quello che un tempo sprofondò voi nella notte eterna ... Pane è

morto ...»-«Lafayette, la bandiera tricolore, la marsigliese! Via ogni

desiderio di riposo! Adesso io so di nuovo quello che voglio, quello

che debbo ... Io sono il figlio della Rivoluzione, e afferro le armi

benedette su le quali la madre mia ha pronunziato il suo scongiuro

... Fiori! fiori! voglio incoronarmene la testa per la battaglia. E

anche la lira, datemi la lira, ch'io canti la canzone della battaglia

... Parole simili a stelle fiammeggianti, che scoppino dall'alto

e incendano i palazzi illuminando le capanne ... Parole simili a

dardi lampeggianti, che volino fino al settimo cielo e colpiscano la

impostura che vi si è appiattata nel santo dei santi.... Io sono tutto

gioia e canto, tutto spada e fiamme.»[8]

Conversazioni critiche · 第 5 / 16 段