Personaggi dell'atto sono: lo _Spirito_ (primo amoroso), il _Pensiero_

(buffone); poi, il _Paganesimo_, la _Sinagoga_, la _Confermazione_,

l_'Estrema Unzione_, l'_Ordine sacerdotale_, il _Matrimonio_,

l'_Africa_, l'_Ateismo_, _San Paolo_, il _Battesimo_, la _Legge

naturale_, la _Legge scritta_, la _Legge di grazia_. Comincia risonando

per l'aria un coro d'invocazione e desiderio al dio ignoto, e tratti a

quel suono lo Spirito e il Pensiero pervengono a piè d'una montagna,

su le cui vette levasi un tempio consacrato a punto al dio ignoto di

cui parla San Paolo. I due pellegrini trovano nel tempio, tra una

folla di supplicanti, il Paganesimo che prega il dio a venire ad

abitare i delubri che egli ha fabbricato per lui. E qui una lunga

argomentazione tra lo Spirito, il quale vorrebbe sapere un po' come

un dio ignoto possa essere un dio, e il Paganesimo che fatto teologo

glie lo prova come quattro e quattro fa otto con quella chiarezza e

convenienza di ragioni che è propria de' teologi. Lo Spirito, a dir

vero, non ne par molto soddisfatto, vorrebbe riattaccare la discussione

col Pensiero.--È meglio ballare--risponde il buffone. E si balla un

gran ballo di pazzia divina: il Paganesimo lo guida: le figure si

formano in croce, e cantano con parole di mistero il dio ternario.

Qui un colpo di terremoto e un'eclissi: fuga generale: restano soli

il Paganesimo, lo Spirito, il Pensiero a ragionare su quei fenomeni.

È il mondo che muore? è Dio che soffre? Queste sono ipotesi dello

Spirito. Impossibile, obietta il Paganesimo. E il Pensiero, buffone,

corre dall'uno all'altro; e dà sempre ragione a quello che parla

l'ultimo. Il Paganesimo esce; e Spirito e Pensiero si propongono di

andare girondoloni pe 'l mondo in cerca del dio ignoto. In America,

l'Ateismo risponde alle loro domande che a lui non preme nulla né

di coteste né d'altre fisime; e il Pensiero, da buon compatriota di

Cortes e Pizzarro, lo bastona. L'Africa aspetta il suo profeta; e per

intanto si accontenta di far considerare all'irrequieto Spirito che

in ogni religione l'uom può salvarsi, e che quelle rivelate altro non

sono che un mezzo per agevolare la perfezione. Bestemmia, urla come un

baccelliere di Salamanca, lo Spirito; ed egli e l'Africa si minacciano,

come arabi e castigliani. In Asia, trovano la Sinagoga, la quale è

appunto sovra pensiero per certi segni di terremoto e di eclissi che

accompagnarono la morte di un giovanotto da lei sentenziato alla croce

perché col titolo di messia turbava l'ordine pubblico e scalzava la

religion dello stato. Nuove discussioni su questo proposito tra la

Sinagoga e lo Spirito. Ma eccoti un lampo e una voce di cielo--Saulo,

Saulo, perché mi perseguiti?--Entra in iscena san Paolo di subito

convertito, e disputa con la Sinagoga su la rivelazione: introduce

la Legge naturale, la Legge scritta, la Legge di grazia, come quelle

che si riabbraccian tutte nel cristianesimo, e, per di piú, i

sette Sacramenti che ne sono gli appoggi. E l'_atto_ finisce con le

conversioni, come una commedia di spada e di cappa co'matrimoni. La

Sinagoga e l'Africa si ostinano a rimaner reprobe; ma lo Spirito,

proprio lui, grida loro su 'l viso: Lo spirito dee pervenire ad amare e

credere il dio ignoto per ragione di stato, quando pure gli mancasse la

fede.--E il coro ripete cantando questa chiarissima affermazione.

In quel coro parmi di raffigurare i gesuiti fra i quali il Calderon era

stato educato, i _bisogni_ dell'esercito spagnolo fra i quali aveva

combattuto la libertà in Fiandra, i domenicani inquisitori e confessori

del re e della regina ai quali tutte le mattine il poeta baciava la

mano nelle anticamere. E un leppo di bruciaticcio, e un suono ottuso

e sordo, che non è suono, come di ferri acuti che si affondano con

moto regolare e monotono in tante masse carnose, mi giunge, salvo mi

sia, al naso e agli orecchi. Poveri giudei di Castiglia! nobili mori

di Granata! generosi e improvvidi Incas! le allegorie dell'idalgo

cattolico don Pietro Calderon della Barca non sono grottesche figure

retoriche solamente: voi lo sapete.

_Dio per ragion di stato_ del canonico sente il machiavellismo untuoso

de'gesuiti. Io gli antepongo di gran lunga la sfacciataggine bronzea

anzi di granito, monumentale a ogni modo, di Lope de Vega, la fenice

di Spagna, a cui, per omaggio all'ingegno e alla gloria, Urbano ottavo

mandava il diploma di dottore in teologia e il Grande Inquisitore

il brevetto di famiglio del Sant'Uffizio, alle cui esequie tre

arcivescovi cantaron la messa. Nell'_Arauco domado_ di Lope, Caupolican

difensore della libertà del Chile, è fatto prigioniero dalli spagnoli e

condotto davanti a Garcia di Mendoza loro capitano. «Che è ciò dunque,

Caupolican?» domanda il vincitore. «La guerra, signore, e la mala

ventura,» risponde il vinto. Il Mendoza riprende: «La mala ventura è

guiderdone degno di quelli che combattono contro il cielo. Non eri tu

vassallo del re di Spagna?» E Caupolican: «Io nacqui libero, ho difeso

la libertà della mia patria e delle mie leggi, non ho mai attentato

nulla contro la vostra.» Ma la vittoria del re cattolico deve esser

piena, e il vinto si arrende anche alla religione del vincitore. Ciò

non vuol dire che si risparmi una vita: il sacerdote dà il passaporto

all'anima per l'altro mondo, ma in questo il corpo è nelle mani del re:

_Dio per ragion di stato_. Ecco dunque Caupolican ritto su 'l rogo,

legato al palo; e i soldati spagnoli che appiccano il foco. Allora il

Mendoza, inchinandosi a un ritratto di Filippo II che domina la scena,

grida:

Señor, mirad que os servimos

Tiniendo estes verdes campos

De sangre de cien mil Indios

Por daros un reyno estraño.

«Signore, vedete come vi abbiamo servito tingendo questi verdi campi

del sangue di centomila indiani per dare a voi un regno straniero.»

Evviva dunque il re e la religione! evviva la gotica cavalleresca

monarchica e cattolica scuola romantica, e i suoi due santi apostoli

Augusto e Federigo Schlegel, _par nobile fratrum_, che gabellarono al

mercato dell'Europa questo fior di roba. Erano i tempi a ciò, perché

i pigmei avevan trionfato dei titani. I consiglieri aulici avevano

messo il piede su la gola dei vecchi giacobini, i nobili uffizialetti

prussiani osavano guardare in viso i cadaveri dei gran marescialli

dell'impero plebeo, Blücher cercava Napoleone per farlo fucilare, e

nell'aspettativa di distrugger Parigi minava un arco del ponte di

Jena; il re di Prussia sospendeva i professori che avevano spinto la

gioventù germanica alla battaglia triduana delle nazioni, e apriva la

fortezza di Spandau agli ingenui pronipoti d'Arminio che si ricordavano

un po' troppo d'aver rialzato essi i principi tedeschi; i pietisti

protestanti e i gesuiti cattolici si davano la mano contro il libero

pensiero; l'imperatore scismatico e il cattolico, il re luterano e

l'anglicano facevano la Sant'Alleanza contro la rivoluzione: e i due

fratelli Schlegel dettarono il codice della scuola romantica a onore e

incremento dell'impero, della chiesa e del medio evo.

Delle _Lezioni di letteratura_ di Federigo, che per la critica

era il vero ingegno potente di quella consorteria, scriveva

ingegnosissimamente al suo solito Arrigo Heine: «Federigo Schlegel

esamina tutte le letterature da un punto di veduta alto, ma quella

posizione alta è sempre la cima del campanile d'una chiesa gotica. E

in tutto che lo Schlegel dice odesi un continuo scampanare, odonsi

qualche volta anche gracchiare i corvi che volteggiano intorno gli

assi della vecchia freccia. Per me, aperto a pena quel libro, mi

sale al naso l'incenso della messa; e a' migliori passi mi par veder

rizzarsi via via delle lunghe file di pensieri tonsurati.»--_Höher

Weisheit Sonnenlicht Und der Kirche stille Pflicht_,--«la superiore

luce solar della scienza e la tranquilla obbedienza alla chiesa,» era

il motto di Federigo; e da ciò s'intende come egli potesse andar pazzo

del Calderon. Lo Stollberg il Tieck il Novalis il Werner rinnegarono

la confessione di Martin Lutero per cercar l'Ippocrene della nuova

poesia nelle pilette delle chiese cattoliche; ma a Federigo non

bastò cotesto, che e' non volesse anche fare un passo piú innanzi e

immergersi nelle sacre tenebre dei monasteri spagnoli rotte a quando

a quando dal bel vermiglio bagliore degli _atti di fede_. E predicava

il Calderon per il primo e piú grande fra i poeti cristiani _nel

chiarire piú e piú nel dominio della bellezza spirituale secondo le

idee cristiane le politiche singolarità, e risonanze della vita, della

storia tradizionale, delle singole leggende e anche della mitologia

pagana_. E forse per questa stessa ragione Federigo aveva rubato

al marito la bella ebrea figliuola di Mosè Mendelssohn, per farsi

poi cattolico insieme con lei e vivere delle limosine del marito

oltraggiato: lo racconta Arrigo Heine. Anche: il Calderon a Federigo

pareva primo e grandissimo fra i poeti cristiani _nel far nascere

dalla rappresentazione degli estremi patimenti una trasfigurazione

spirituale_, che è quel che meglio si affà, secondo lui, al poeta

cristiano: Federigo morí d'uno stravizio gastronomico.

Ma Guglielmo Augusto Schlegel, o piú veramente Sua Eccellenza il

consigliere di Schlegel, il quale saliva in cattedra tutto abbigliato

su l'ultimo modello di Parigi a trattar male il Racine, e presso la

cattedra tenevasi un lacchè nell'assisa baronale della famiglia intento

a regolare la luce delle candele ardenti su candelabri d'argento; il

secondo Schlegel in somma, o il primo secondo i gusti, vince la mano

nelle lodi del Calderon al dotto fratello. Come la Spagna è la terra

promessa della poesia romantica, cosí il Calderon, _poeta sommo se

altri mai al mondo meritò questo nome_, il Calderon, _miracolo della

natura_, è il genio della poesia romantica. «Essa poesia romantica,

soggiunge il critico, lo aveva dotato di tutte le sue ricchezze, e

sembra che avanti d'involarsi da' nostri sguardi abbia voluto nelle

opere di Calderon, come si pratica in un fuoco artifiziato, riserbare

i colori piú vivi la luce piú sfolgorante ed i piú rapidi razzi per

l'ultimo scoppio.» E la comparazione del fuoco d'artifizio e dei razzi

torna benissimo. Lo stesso Schlegel voltò in versi tedeschi _La vita

è un sogno_ per il teatro di Weimar, dove pochi anni innanzi erano

state rappresentate l'_Ifigenia in Aulide_ di Euripide, la _Fedra_ del

Racine, il _Macbeth_ dello Shakspeare e anche la _Turandot_ di Carlo

Gozzi, tradotte dallo Schiller. Il quale (sia detto in parentesi) non

voleva sentir parlare degli Schlegel, e li chiamava _i due storni_:

e il Goethe, dopo lo schiamazzo che gli fecero intorno in compagnia

di molti corvi per piú anni, un bel giorno scosse (dice il Heine) la

chioma ambrosia e li disperse.

Cotesta preferenza dello Schlegel e l'opinione di altri critici ci

assicurano dunque che _La vita è un sogno_ va tra le opere meglio

pregevoli del poeta spagnolo. E allora, a dir la verità, ci saremmo

aspettati qualche cosa di più.

III.

_La vida es sueño_ è una commedia eroica, la quale, come del

resto tutti quasi i drammi spagnoli (e lo notarono il Bouterweck

e il Sismondi), non è che una novella; novella drammatica, con

sovrapposizioni d'intrecci.

Sigismondo, figliuolo unico di Basilio re di Polonia, è tenuto fin dal

suo nascere prigioniero in una torre in mezzo ai boschi: cosí volle

suo padre, il quale per segni di stelle avea creduto di prevedere che

il figliuolo crescerebbe di sí feroce e superba natura da recar danno

e ruina al regno e al padre stesso. Ma nello scorcio della vita, non

rimanendo al vecchio che due nipoti di sorelle, Astolfo di Moscovia e

Stella, prima di risolversi a trasmettere il regno ne'due che per ciò

son già fidanzati, vuol tentar la prova se Sigismondo domato dagli

anni del carcere désse speranza di sapere o potere correggere la mala

natura. Clotaldo, carceriere e maestro del principe, gli mesce una

bevanda soporifera; e Sigismondo dalle catene svegliasi nella reggia.

Libero e potente, la natura sua di per sé feroce, e infiammata poi dai

sentimenti di rancore e vendetta della sofferta prigionia, scoppia e

rovesciasi come lava ardente su tutto: due volte vuole uccidere il

suo maestro e carceriere, gitta dalla finestra un sergente, batte

Astolfo suo cugino, minaccia il re: né autorità né età né bellezza gli

è sacra. Il re allora pensa bene di farlo, addormentato, ritornare

nella prigione: dove Clotaldo allo svegliarsi lo ammonisce ch'egli

ha soltanto sognato, e che la vita tutta è un sogno, ma che anche in

sogno giova far bene. Intanto popolo e soldati, per non sostenere la

signoria d'un moscovita, qual era Astolfo in cui stava per ricadere il

regno, si sollevano, corrono alla prigione di Sigismondo, lo liberano,

lo acclamano re e capitano. Egli, nel pensiero che anche questo sia un

sogno, ondeggia da prima; poi si gitta nella rivolta a conquistarsi

il regno. Ma la ricordanza di quel sogno di grandezza d'un giorno

cosí rapidamente dileguatosi e gli ammonimenti di Clotaldo han fatto

di Sigismondo un altr'uomo: sa, con potenti sforzi, signoreggiarsi:

vuol fare il bene. A Clotaldo, che gli annunzia doversi per lealtà

raccogliere all'esercito del re, lascia libero il passo: contiene la

sua passione per una donna, e la unisce a quello che ella ama: vince il

re suo padre, e rende nelle sue mani la spada vittoriosa.

Tale è il nòcciolo della commedia di Pietro Calderon rappresentata

ultimamente dal signor Rossi. Martinez della Rosa, critico e poeta

spagnolo di scuola francese, domanda che cosa si possa sperare da

una composizione drammatica, il cui soggetto è un principe chiuso

come fiera in una prigione in mezzo ai boschi. La questione, cosí,

parmi posta male, e il biasimo che ne riesce, ingiusto: perché

veramente il personaggio e l'azione passano per tre fasi diverse, la

rabbia impotente del prigioniero, lo sfogo dell'uomo della natura

appassionato, la trasformazione dell'eroe.

Per la prima fase, quando Sigismondo è prigioniero, il Martinez ha

ragione. Dramma non vi può essere: cotesta condizione appartiene alla

lirica, all'epica al piú, a quella epopea analitica che il Byron

indovinò nel _Prigioniero di Chillon_. Ma di questi prigionieri e

solitari superbi, che già furono parte del mondo e devono tornarvi,

due figure ci diede la Grecia: fra gli dèi, Prometeo; fra gli uomini,

Filottete. Ora chi ricorda i lamenti tragici di Eschilo e di Sofocle

(e come dimenticarli chi li ha letti una volta?) li paragoni un po',

di grazia, a questi di Sigismondo nel dramma spagnolo (cito dalla

traduzione fedelissima di Pietro Monti): «Me misero! me infelice!

Desidero, cieli, sapere, giacché mi punite a questo modo, quale delitto

nascendo commisi contro di voi: benché, se nacqui, già conosco che

commisi un delitto; e la vostra giustizia e il vostro rigore hanno

per ciò sufficiente motivo: l'essere nato è il piú grande delitto

dell'uomo. Vorrei solo sapere, per giustificare i miei mali (lasciando

da parte, cieli, il delitto del nascere) in che vi potei offendere

piú degli altri, per punirmi di piú? Gli altri non nacquero? Dunque,

se nacquero, perché hanno privilegi che io non ho goduto mai?--Nasce

l'uccello; e colle ale che gli dànno somma bellezza, a pena è fiore

piumato o mazzetto di fiori alato, già fende veloce le sale aeree,

negandosi alla pietà del nido che lascia in riposo: ed io, che ho

piú anima di lui, ho minore libertà?--Nasce il bruto; e colla pelle

divisata di belle macchie è a pena, grazie al dotto pennello, figura

stellata, quando gl'insegna, fiero e ardito, la necessità umana usare

crudeltà; ed è mostro del suo laberinto: ed io, con istinto migliore,

ho meno libertà?--Nasce il pesce, che non respira, aborto d'uova e di

melma; e a pena squammoso navicello si vede su le onde, che gira per

ogni dove, misurando l'immensità di tant'ampiezza, quanta glie ne dà il

freddo abisso: ed io, con maggiore arbitrio, ho meno libertà?--Nasce

il ruscello, biscia che tra fiori si snoda; e a pena, serpe d'argento,

tra fiori si spezza, che musico celebra la pietà de' fiori che gli dà

maestà e il campo aperto a sua fuga: ed io, che ho più vita di lui, ho

meno libertà?--In tanto dolore, fatto un vulcano, un Etna, sono per

isvellermi il cuore a pezzi a pezzi dal seno. Qual legge, giustizia,

ragione può negare agli uomini privilegio sí dolce, qualità sí

principale, concessa da Dio a un ruscello, a un pesce, a un bruto e ad

un uccello?»

L'intonazione è solenne, e bello il motivo. Ma, del resto, come disse

bene lo Schlegel! che sfilate di razzi! È sempre il solito vizio del

Calderon: una imagine non gli basta: la prima non fa che mettergli

appetito: come ciliege, l'una tira l'altra: e via per una pagina

almeno, come processioni di fraterie per le strade di Madrid. E poi di

tanti e sí smaglianti colori carica egli l'oggetto, che il lettore ne

smarrisce la forma, ne dimentica l'impressione. Arrivato alla fine di

cotesti periodi poetici, chi può dire di riconoscer piú gli uccelli e

i ruscelli di madre natura? E queste filze di madrigali vorrebbonsi

raccomandare accanto alla stupenda unità d'impressioni della tragedia

greca e della inglese!

Nello svolgimento della terza fase del suo personaggio, il Calderon

ha un riscontro, e pericoloso. Sigismondo che dubita se quello

che l'attornia sia verità, Sigismondo per cui la vita è un sogno,

Sigismondo che per iscetticismo divien generoso, è Amleto: un Amleto

ridotto, un Amleto abortito, come lo potea fare il poeta della

inquisizione: ma il germe c'è. Egli si move, ben diverso dal gran

sonnambulo di Danimarca il quale ha da lottare con una folla di uomini

vivi che da ogni parte gli si serra addosso e gli chiude la via, egli

si move, sparnazzando sentenze morali e azioni cavalleresche fra tante

figure di legno, fatte e messe lí solo perché ei le atterri o le

sollevi.

Ma nella seconda giornata del dramma, nella seconda fase dell'animo di

Sigismondo, il Calderon fece prova di forza vera, ci lasciò un saggio

del drammatico che in altri tempi e in altro paese ei sarebbe stato.

Sigismondo è l'uomo piú originale e gigantesco che il Calderon abbia

creato: han ragione i suoi parziali: non può né meno dalla lontana

esser raffrontato agli altri personaggi di quelle sue commedie, i

quali, sebbene innumerevoli e forniti da tutte le parti del mondo,

hanno un'aria di famiglia che deve consolar il cuore agli spagnoli su

la fedeltà della musa nazionale del loro poeta, perocché son tutti

cavalieri castigliani ad un modo, cultori fedelissimi al tempo stesso

del punto d'onore e delle _acutezze_. Sigismondo questa volta non agita

pennacchi, non tocca la chitarra né sgrana rosari; trascorre solo

un tratto a fare un complimento a una dama nello stile del Gongora:

ma del resto, sfrenandosi su la società coll'impeto della natura e

colla passione del male dalla società stessa prodotto, è un leone

dell'Africa; si leva e guardasi intorno e sbadiglia, si raccoglie

per meglio prendere le mosse del salto, poi si slancia e abbranca e

acceffa, e scrolla ed esulta, e bramisce e ruggisce; tutti fuggono. Pur

tuttavia, rileggendo quella seconda giornata, ché lo merita, si sente

desiderio di qualcosa: vorrebbesi vedere, parmi, opposti al selvaggio

alcuni di quegli ostacoli piú insidiosi e dissimulati della civiltà piú

raffinata, alcuna di quelle reti sottilissime che in soggetto consimile

il Voltaire ha teso intorno al suo _Ingenuo_ e che l'_Huron_ salta e

rompe cosí bravamente: gli spaventi della religione, per esempio. Ma

a cotesto non v'era col Calderon da pensare: egli avrebbe condotto

Sigismondo a baciar la mano al primo sagrestano che gli si facesse

innanzi.

Lodano in vece, come invenzione singolare e che mostra l'artista

profondo, l'ammirazione che il solitario incivile sente subito per

la donna. Cotesta è invenzione antica quanto almeno il Novellino e

il Decameron; né il Calderon l'ha rinnovata, parmi, singolarmente,

descrivendola al solito piú con le molte parole che dagli effetti.

Certo, l'ha viziata con lo stile.--TROMBETTA (a Sigismondo). «Quale di

tutte le cose che qui hai vedute e ammirate ti è piaciuta?» SIGISMONDO.

«Niente mi ha fatto meravigliare; mi era già tutto immaginato. Ma, se

alcuna cosa del mondo mi dovesse cagionare stupore, sarebbe la beltà

della donna. Una volta io lessi in certi miei libri, che ciò in cui Dio

pose maggior cura è l'uomo, per essere egli un piccolo mondo; ma già

penso che sia la donna, per essere ella un piccolo cielo e comprendere

in sé piú bellezza che l'uomo, quanto è piú il cielo che la terra; e

massime se è quella che ammiro.» ROSAURA (da sé). «È qui il principe;

io mi parto.» SIGISMONDO. «Donna, férmati e ascolta: non unire l'occaso

e l'orto: fuggendo al primo passo, e cosí unendo l'orto e l'occaso, la

luce e l'ombra, sarai senza dubbio sincope del giorno.»

E pure Guglielmo Schlegel non vuole _si faccia il torto a Calderon di

chiamare ammanieratura il suo stile puro ed elevato, vero colorito del

dramma romantico_.

Parmi d'avere accennato che Sigismondo s'agita nel vuoto, come quegli

che non ha intorno a sé personaggi veramente vivi e moventisi.

Potrebbe anche dirsi che, salvo Clotaldo il quale è, da buon

carceriero e pedagogo, sufficientemente noioso, e salvo il vecchio

re astrologo, gli altri personaggi del dramma poco di Sigismondo si

curano, tutti intesi come sono a sbrigare le faccende loro, o meglio

a dipanare una loro matassa, che è l'intrigo sovrapposto alla favola

principale. Eccolo. Astolfo, per assicurarsi con la mano della cugina

Stella il regno di Polonia, ha abbandonato in Moscovia un antico amore,

Rosaura; che travestita da uomo passa nel regno, e la prima cosa a cui

si abbatte è la torre di Sigismondo, alla quale non era permesso ad

uom vivo di avvicinarsi. Ella fatta prigioniera deve rendere la spada

nelle mani di Clotaldo, il quale in quell'arme riconosce un pegno da

lui lasciato a una dama che giovine aveva amato in Moscovia. In fine

Rosaura si scopre per sua figlia; e con lui passa alla corte, dove,

riprese le vesti muliebri, diviene, come nipote di Clotaldo, dama di

compagnia della principessa Stella. Questa un bel giorno la manda a

ricevere di mano d'Astolfo un ritratto di donna che la principessa

voleva da lui, argomento ch'egli avesse pe 'l suo dimenticato ogni

altro amore. È il ritratto di Rosaura: imaginatevi qui una di quelle

scene romanzesche che abbondano anche nel teatro nostro del secolo

decimo settimo, la quale s'intreccia proprio alle furie di Sigismondo.

Rosaura poi passa nel campo dei sollevati e sotto la protezione di esso

principe, per dare in ultimo nella pace universale la mano ad Astolfo,

quando Sigismondo impalma la Stella. Non è da vero la semplicità

greca, e né pure quella folla di uomini e fatti che lo Shakspeare fa

saltare tutti vivi e veri dalla sua testa per indirizzarli e moverli

poi d'accordo al punto ch'ei vuole, come ragazzo un branco di animali

domestici. È un imbroglio che si accavalca a una favola semplice di

per sé ed austera, come edera che opprime ed insulta col suo verde

stridente il verde cupo e severo di antica quercia.

IV.

Fra i puri e bei tratti di poesia, che pur sono in questa commedia

eroica, è il soliloquio di Sigismondo su 'l fine della seconda

giornata.--«Siamo in un mondo cosí strano che il vivere in esso è

sognare; e l'esperienza m'insegna che l'uomo che vive sogna quello

che è fino allo svegliarsi. Il re sogna di essere re, e, vivendo in

questa illusione, comanda, dispone, governa; e quell'applauso che

precario riceve scrive nel vento e in cenere lo converte la morte!

Grande sventura che ci abbia chi sforzisi d'aver un regno, quando sa

che si deve svegliare nel sonno della morte! Sogna il ricco fra le sue

ricchezze, che gli recano i grandi affanni; il povero che soffre, sogna

la sua miseria e povertà; sogna chi comincia a vantaggiarsi di stato;

sogna chi si affanna dietro a speranze; sogna chi altrui ingiuria ed

offende; e in somma nel mondo tutti sognano quello che sono, benché

nessuno se ne accorga. Io sogno di essere qui da queste catene

aggravato, e sognai di essere in uno stato migliore. Che è mai la vita?

una frenesia. Che è mai la vita? un'illusione, un'ombra, una favola; e

piccolo è il piú gran bene che ci sia, perché tutta la vita è un sogno

e i sogni sono un sogno.»

Questo sentimento della vanità di tutto, questa conscienza dell'ombra,

questo raziocinare del sogno è la vita della Spagna nel misero regno di

Filippo quarto e nel miserissimo di Carlo secondo. Tutto era deserto

oramai nella Spagna; e Filippo secondo che si fabbricò la sfarzosa

prigione dell'Escuriale nella solitudine arenosa è l'imagine del popol

suo che si fa il suo teatro nel secolo decimosettimo. Il cattolicismo

insidioso e freddo de'gesuiti, piú micidiale ancora che quel violento e

sanguinario de'domenicani, avea fatto il vuoto intorno alla Spagna; ed

ella preparavasi alla morte, che sentiva oramai vicina, adagiandosi nel

cataletto come Carlo quinto; e come i monaci di S. Giusto salmeggiavano

su la bara dell'imperatore vivo, cosí il poeta voleva consolare la

patria moribonda col ricantarle su tutti i toni che la vita è un sogno.

E questa poesia di scadimento e di morte i fratelli Schlegel la

proponevano per canone all'arte dell'Europa nuova.

SU

L'ATTA TROLL

DI ENRICO HEINE

_Prefazione_ all'ATTA TROLL tradotto da _G. Chiarini_ (Bologna,

Zanichelli, 1868) riprodotta con emendazioni ed aggiunte.

SU L' "ATTA TROLL"

I.

Conversazioni critiche · 第 4 / 16 段