A quel modo che i poeti spagnoli sotto i tre Filippi, anche

gl'inglesi sotto Elisabetta hanno tutti una certa aria di famiglia;

e né Shakspeare né Cervantes, a mio avviso, possono pretendere

all'originalità. Essi non differenziano affatto dai loro contemporanei

per una particolar guisa di sentire e pensare e di rappresentare e

descrivere, ma solo per intimità, profondità, delicatezza e forza

maggiori: l'arte loro è piú ravvolta e penetrata dall'etere della

poesia.

Ma questi due poeti non sono soltanto i fiori del loro tempo; furono

anche le radici dell'avvenire. Come lo Shakspeare, per l'influsso

delle sue opere specialmente su la Germania e su la Francia odierna,

è da tenere per il fondatore del dramma moderno, cosí nel Cervantes

bisogna onorare il fondatore del moderno romanzo. Mi si permetta qui

di passaggio alcune osservazioni.

L'antico romanzo, il romanzo di cavalleria, scaturí dalla poesia

del medio evo; né altro fu da prima che una rilavorazione in prosa

delle epopee i cui eroi appartenevano al ciclo leggendario di Carlo

Magno e del San Graal: l'argomento consisteva sempre di avventure

cavalleresche. Era il romanzo della nobiltà, e i personaggi che vi

agivano erano o creature favolose della fantasia o cavalieri a speroni

d'oro: del popolo mai una traccia. Cotesti romanzi cavallereschi,

degenerati fino all'assurdo, il Cervantes li abbattè col _Don

Chisciotte_. Ma, scrivendo la satira che demoliva il vecchio romanzo,

forniva egli stesso il modello a una nuova invenzione che è il

romanzo moderno. Cosí costumano sempre i grandi poeti: fondano il

nuovo, mentre distruggono il vecchio: non negano mai, senza affermare

qualcosa. Cervantes fondò il romanzo moderno, introducendo in quello

cavalleresco la descrizione fedele delle classi inferiori della

società, mescolandovi la vita popolare. Né è solo del Cervantes, ma

di tutta la letteratura di quel tempo, l'inclinazione a descrivere

la vita del popolo piú basso e della piú scellerata canaglia; e si

riscontra, come ne' poeti, anche ne' pittori della Spagna d'allora:

un Murillo, che rubava al cielo i piú santi colori per dipingere

le sue belle Madonne, contraffaceva con lo stesso amore le figure

piú ributtanti di questo mondo. L'entusiasmo dell'arte era forse la

cagione che quei nobili spagnoli si godessero lo stesso, sí a ritrarre

fedelmente un pitocchetto nell'atto di spidocchiarsi, sí a figurare

la Vergine benedetta. O era l'attrattiva del contrasto che spingeva

nobilissimi gentiluomini, un cortigiano azzimato come il Quevedo e

un potente ministro come il Mendoza, a compor romanzi di truffatori

e di straccioni: amavano forse trasportarsi con la fantasia dal loro

monotono contorno a condizioni di vita tutte opposte, come press'a

poco per un altro verso certi scrittori tedeschi, che riempiono i loro

romanzi di descrizioni dell'alta società e fan tutti conti e baroni i

loro eroi. Nel Cervantes non troviamo ancora la tendenza esclusiva a

descrivere l'ignobile per sé solo: egli mesce l'ideale al comunale,

in modo che l'uno adombri o rischiari l'altro; e l'elemento nobile ha

nel suo romanzo lo stesso posto e lo stesso svolgimento d'azione che

il popolare. Ma questo elemento nobile, cavalleresco, aristocratico,

sparí tutto dai romanzi degl'inglesi, che primi imitarono il Cervantes

e lo ebbero sempre fino ad oggi dinanzi agli occhi come esemplare.

Nature prosaiche quei romanzieri inglesi, dall'avvenimento in poi

del Richardson! Lo spirito schifiltoso del loro tempo ripugna a ogni

energica pittura della vita popolare; e dall'altra parte della Manica

vedemmo uscire quei romanzi nei quali si rispecchia la piccola e

digiuna vita della borghesia. Cotesta povera letteratura inondò e

sommerse il pubblico d'Inghilterra, finché apparve il grande scozzese a

fare nel romanzo una rivoluzione o piú propriamente una restaurazione.

Come difatti Michele Cervantes introdusse nel romanzo l'elemento

democratico quando solo il cavalleresco vi dominava, cosí Gualtiero

Scott gli restituí l'elemento aristocratico che era disparito dinanzi

alla invadente prosa degli assettatuzzi cittadinuzzi. Quella bella

proporzione che noi ammiriamo nel _Don Chisciotte_ del Cervantes, l'ha

resa al romanzo, con opposto procedimento, lo Scott.

Sotto questo rispetto, non è stato ancora, credo, riconosciuto il gran

merito del secondo poeta inglese. Le sue inclinazioni _tory_ e la sua

predilezione del passato fecer di gran bene alla letteratura e a que'

suoi capolavori, che sollevarono per tutto rumore e gara d'imitazioni,

e respinsero ne'piú oscuri cantucci dei gabinetti di lettura i cinerei

fantasmi del romanzo borghese. È un errore il non riconoscere Gualtiero

Scott per inventore del romanzo storico e questo voler dedurre dal

movimento tedesco. Si scorda che la caratteristica del romanzo storico

sta appunto nell'armonia dell'elemento aristocratico e del democratico,

che Gualtiero Scott, rendendo al primo elemento la parte sua, ha

mirabilmente restaurato quell'armonia, turbata durante l'esclusivo

signoreggiare del secondo; mentre invece i nostri romantici tedeschi

hanno nei lor romanzi rinnegato del tutto l'elemento democratico, per

rientrare farneticando nelle rotaie dei romanzi di cavalleria che erano

prima del Cervantes. Il nostro La Motte Fouqué non è altro che uno

spedato, sbrancato dalla trista compagnia di quei poeti che misero al

mondo l'_Amadigi di Gaula_ e altre simiglianti avventure; e io ammiro

non solamente l'ingegno, ma il coraggio che c'è voluto al nobile

barone per mettersi a scrivere i suoi libri di cavalleria duecento

anni dopo l'apparizione del _Don Chisciotte_. Furon di curiosi anni in

Germania, quando cotesti libri uscirono e la gente ci trovava gusto!

Che significava nella letteratura tale predilezione per la cavalleria e

per le imagini del vecchio tempo feudale? Il popolo tedesco, lo credo

bene, voleva prendere commiato per sempre dal medio evo; ma teneri di

cuore, come noi siamo, prendevamo commiato con un bacio. Noi imprimemmo

per l'ultima volta le labbra su le vecchie pietre sepolcrali. Qualcuno

di noi, a dir vero, fece delle grullerie belle e buone. Ludovico Tieck,

il fanciullo terribile della scuola, si mise a dissotterrare gli

antenati dalle loro tombe, e dondolava ogni bara come fosse una culla,

e con un vaneggiamento d'infantil balbutire ci cantava sopra, _Nanna,

nonnino, nanna._

Io ho detto lo Scott, il secondo gran poeta dell'Inghilterra, e

capolavori i suoi romanzi. Ma la lode va soltanto al genio di lui;

i romanzi io non li posso per nessuna guisa comparare al gran

romanzo del Cervantes, che molto avanza lo Scott di spirito epico.

Il Cervantes fu, già lo dissi, un poeta cattolico; e a ciò dee per

avventura quella grande serenità epica, che come un cielo di cristallo

cuopre e circonda il mondo varicolore delle sue creature: non mai il

crepaccio del dubbio. Aggiungesi la calma nazionale del carattere

spagnolo. Ma Gualtiero Scott apparteneva a una Chiesa che sottomette a

rigorosa discussione anche le cose divine; come avvocato e scozzese

era abituato alla discussione e all'azione; e anche ne'suoi romanzi,

come nel suo spirito e nella vita, prevale il dramma. Le opere di lui

quindi non possono mai esser considerate come puri modelli di quella

composizione artistica che noi chiamiamo romanzo. Agli Spagnoli la

gloria di aver prodotto il miglior romanzo, agl'Inglesi quella di aver

toccato la cima nel dramma.

E ai Tedeschi qual palma rimane? Ecco, noi siamo i meglio lirici di

questo mondo. Per adesso i popoli han troppe faccende politiche;

ma sbrigate che siano un bel giorno, Tedeschi, Britanni, Spagnoli,

Francesi, Italiani, uscirem tutti fuori per la verde foresta a cantare,

e giudice sarà l'usignolo. Son certo che il premio in questa gara del

canto lo vincerà il _lied_ (canzonetta) di Volfango Goethe.

Il Cervantes, lo Shakspeare e il Goethe sono il triumvirato che toccò

la cima nelle tre forme della rappresentazione poetica, la epopea,

il dramma, la lirica. Chi scrive queste pagine ha per avventura una

particolar competenza a lodare il nostro gran nazionale come il piú

perfetto poeta di canzoni (nel senso vero della parola). Goethe sta

nel mezzo tra le due scuole della degenerazione lirica, l'una che

pur troppo è designata col mio nome, l'altra che è la scuola sveva.

Tutt'e due hanno il lor merito, e indirettamente fecer del bene alla

poesia tedesca. La prima operò in quella una salutare riazione contro

l'idealismo esclusivo, ricondusse gli spiriti alla forte realità e

sbarbicò quel sentimentale petrarchismo che a me parve sempre una

donchisciotteria lirica. La scuola sveva qualche cosa fece anche lei

per la salute della poesia tedesca. Se nella Germania settentrionale

poterono uscire opere di poesia vigorosamente sane, forse che si dee

alla scuola sveva, che tirò a sé tutti gli umori malati clorotici e

piamente sentimentali della Musa tedesca. Stuttgart fu come il cauterio

della Musa tedesca.

Ma, pur assegnando a quel gran triumvirato la supremazia nel dramma nel

romanzo nel canto, io sono ben lontano dal diminuire il valore degli

altri sovrani poeti. Questione da stupidi, qual poeta sia piú grande

d'un altro. La fiamma è fiamma, e non si può pesare a libbra e oncia; e

sol la volgar grossolana goffaggine d'un merciaiolo può scappar fuori

con la sua logora bilancia da formaggio a voler pesare il genio. Non

pur gli antichi ma anche parecchi moderni han fatto poemi nei quali

la fiamma della poesia vampeggia splendida come nelle opere maestre

di Shakspeare, Cervantes e Goethe. E pure questi nomi si tengono

insieme quasi congiunti di misterioso allacciamento. Raggia dalle

loro creazioni uno spirito di famiglia: vi respira dentro un'eterna

dolcezza, come l'alito di Dio: vi fiorisce la compostezza della natura.

Il Goethe ricorda molto spesso, come lo Shakspeare, anche il Cervantes,

e al Cervantes somiglia fin nelle particolarità dello stile, in quella

gioconda e comoda prosa colorita della piú dolce e innocente ironia.

Il Cervantes e il Goethe si rassomigliano pur nei difetti, nella

prolissità del discorso, in quei lunghi periodi paragonabili alla

tratta di un corteggio reale. Non di rado un solo pensiero siede nella

distesa d'uno di tali periodi, che procede con la gravità d'una gran

carrozza di corte tutta a oro tirata da sei cavalli impennacchiati. Ma

questo unico pensiero è sempre un'altezza, se non pure il sovrano.

Dello spirito del Cervantes e dell'influenza che ebbe il suo libro

potei dar solo qualche cenno; e anche meno potrò estendermi sul

vero valore artistico, perché occorrerebbero discussioni che mi

trasporterebber troppo lontano nel campo dell'estetica: farò qui e

solo in generale qualche osservazione su la forma del gran romanzo e

su le due figure che ne tengono il centro. La forma è d'una narrazione

di viaggio, come la piú naturale per questo genere d'invenzioni

poetiche: basti ricordare l'_Asino d'oro_ d'Apuleio, il primo romanzo

dell'antichità. Alla uniformità, che è il difetto di sí fatte

narrazioni, si volle riparare piú tardi con ciò che oggi chiamiamo

la favola del romanzo. Ma i piú dei romanzieri, poveri d'invenzione,

presero le favole a prestito gli uni dagli altri, o almeno gli uni

si giovarono delle favole degli altri con poche modificazioni; e

per cotesto ritorno degli stessi caratteri intrecci e situazioni il

pubblico alla fine quasi si svogliò di romanzi, e per iscampar dalla

noia delle favole riabburattate si ricorse per qualche tempo all'antica

e original forma della descrizione di viaggio: ancora riabbandonata,

non a pena apparí un poeta originale con favole nuove e fresche.

In letteratura come in politica tutto si muove secondo la legge

dell'azione e della riazione.

Le due figure di Don Chisciotte e di Sancio Panza, che nella continua

parodia si compiono sí mirabilmente da formare tutt'e due il vero

e proprio eroe del romanzo, attestano con egual forza l'arte e la

profondità del poeta. Mentre in altri romanzi, nei quali l'eroe

gira il mondo solo, per far sapere i pensieri e le impressioni di

lui, gli scrittori doverono ricorrere ai monologhi alle lettere a

un giornale, Cervantes in quella vece potè introdurre per tutto un

dialogo naturalissimo; e dalla continua parodia che l'una figura fa dei

discorsi dell'altra piú evidente apparisce la intenzione del poeta. In

molte guise fu di poi imitata cotesta doppia figura che dà al libro del

Cervantes una cosí artistica naturalezza, e da' cui caratteri, come da

germe unico, cresce e svolgesi e si spiega, come un gigantesco albero

dell'India, il romanzo intiero con tutto il suo frondeggiar lussurioso,

e i fiori odoranti, e gli splendidi frutti, e le scimmie e gli uccelli

che saltano, svolazzano o si cullano su per i rami.

Ma sarebbe ingiustizia mettere a conto dell'imitazion servile la

introduzione o ripetizione di quelle due figure. Don Chisciotte e

Sancio Panza, che uno corre in cerca di avventure, l'altro, mezzo

per affezione mezzo per interesse, gli trotta dietro al sole e alla

pioggia, ci sono da presso, piú che non si creda, nella vita, e anche

noi gli abbiamo riscontrati piú d'una volta. Per riconoscere da per

tutto e sempre, sotto i diversi travestimenti, nell'arte e nella vita,

l'inclito paio, bisogna, è vero, aver l'occhio all'essenziale, ai

segnali interiori, e non alle accidentalità dell'apparenza. Esempi

potrei recarne molti. Non riscontriamo noi Don Chisciotte e Sancio

Panza cosí nelle figure di Don Giovanni e Leporello come nelle persone

di lord Byron e del suo domestico Fletcher? Non riconosciamo i due tipi

e le loro mutue relazioni cosí nella figura del cavaliere di Valdsee

e del suo Gaspar Larifari, come nella figura di qualche scrittore e

del suo editore? il quale ultimo si accorge bene delle pazzie del suo

autore, ma non per tanto, per trarne un profitto reale, lo accompagna

fedelmente in tutti i suoi vagabondaggi ideali. E il signore editor

Sancio, se anche dall'affare guadagni sol delle bòtte, riman per altro

sempre grasso, mentre il nobile cavaliere dimagra ogni giorno piú.

Ma non solo tra gli uomini, sí anche tra le donne ho ritrovato spesso

i tipi di Don Chisciotte e del suo scudiere. Mi ricordo specialmente

una inglese, una biondina fantastica, scappata con un'amica da un

convitto di signorine, che volea correre il mondo in cerca d'un nobile

cuore d'uomo, come se l'era sognato nelle dolci notti illuminate dalla

luna. L'amica, una brunetta atticciaticcia, sperava di conquistare in

tale occasione, se non un che d'ideale a parte, almeno un bel tòcco

di marito. Mi par di vederla ancora la snella persona, con gli occhi

azzurri assetati d'amore, dalla spiaggia di Brighton mandare languidi

sguardi lontano lontano sul mar tempestoso verso la costa francese.

L'amica intanto schiacciava nocciòle, mangiava con aria ghiotta la

mandorla, e gittava i gusci nell'acqua.

Tuttavia né i capolavori degli altri artisti né essa la natura ci

presentano i due tipi cosí compiuti nelle relazioni dell'uno con

l'altro come ce li dà il Cervantes. Ciascun tratto nel carattere

e nella figura dell'uno risponde a un tratto opposto ma affine

nell'altro. Ciascuna particolarità ha un valore di parodia. Anzi,

fin tra Rossinante e il grigetto asino di Sancio è lo stesso ironico

parallelismo che fra lo scudiero e il cavaliere, e anche le due bestie

sono in certa guisa i simbolici portatori delle stesse idee. E come nel

pensare cosí nel parlare padrone e servo danno a vedere i piú mirabili

contrasti. Il buon Sancio col suo parlare per proverbi rotto e rozzo

fa pensare al pazzo del re Salomone, a Marcolfo, che a punto come

lui esprime e rappresenta in brevi sentenze la sapienza sperimentale

del popolo basso in faccia al patetico idealismo. Don Chisciotte

all'incontro parla la lingua culta delle classi superiori, e anche

nella grandezza del bene arrotondato periodo rappresenta l'illustre

e nobile hidalgo. La costruzione di cotesto periodo è spesse volte

troppo distesa, e l'eloquio del cavaliere sembra una superba dama di

corte in roba di seta a sgonfi con lunga coda frusciante. Ma le Grazie,

travestite da paggi, portano sorridendo il lembo; e i lunghi periodi si

compiono con graziosissimi movimenti. Brevemente: Don Chisciotte par

che favelli impostato su l'alto suo cavallo: Sancio Panza discorre come

adagiato sul suo povero asinello.

DOPO UNA RAPPRESENTAZIONE

=della commedia "LA VIDA ES SUENO"=

DI

P. CALDERON

Nell'_Indipendente_ di Bologna del 23, 26 e 27 agosto 1869.

"LA VIDA ES SUENO"

DEL CALDERON

I.

Pietro Calderon della Barca, del quale il signor Ernesto Rossi

rappresentava su le scene del Brunetti or sono due sere la commedia

intitolata _La vita è un sogno_, fu soldato e prete spagnolo del

secolo decimosettimo. Soldato, combatté, fra le altre, le guerre di

Fiandra: prete, fu canonico di Toledo, cappellano reale in Madrid,

confratello della congregazione di san Pietro apostolo: ebbe pensione

a corte di trenta scudi il mese, benefizi a Toledo e in Sicilia. Ciò

per larghezza di Filippo quarto, che del teatro piacevasi e pe'l teatro

scriveva, nascondendosi con verbosa modestia sotto l'appellativo di

_un ingenio de esta corte_. Filippo dunque consacrò il Calderon in suo

poeta, come la chiesa di Spagna lo avea consacrato in suo ministro;

e lo trattò un po' meglio che simili re dilettanti e guastamestieri

non usin fare con quelli emuli ingegnosi ch'ei si tengono da torno

per isfoggio di vanità, a uso bestie rare, e per un piú comodo sfogo,

nella vicinanza degli oggetti, alle tentazioni dell'invidia. Cosí la

vita di Pietro Calderon, varia e felice, empié quasi tutto il secolo

decimosettimo: il poeta della monarchia e della chiesa spagnola distese

l'ombra della sua gloria su l'età scadente di quelle due instituzioni,

l'ombra allungata dall'occaso del sole di Castiglia, che pur doveva non

conoscer tramonto. Nato co 'l secolo, piú esattamente che a' nostri

giorni non dicasi di Vittore Hugo, aveva sedici anni quando morí

Michele Cervantes, trentacinque quando Lope de Vega; creatore quello,

accrescitore questo del teatro spagnolo, grande e vero onore, il primo,

della Spagna e della letteratura europea. A tredici anni scrisse la sua

prima commedia, _El carro del cielo_; a ottant'uno, _Hado y divisa_,

l'ultima. Morí a' 25 maggio 1682; e lasciava, affermano i biografi,

centoventi _comedias_, duecento _loas_ (prologhi), cento _saynetes_

(farse), e ben piú di cento _autos sacramentales_ (drammi religiosi

allegorici): sí bene che le opere di lui a stampa non aggiungono a

tanto numero.

II.

Negli _atti sacramentali_ pare che talvolta recitasse egli stesso

improvvisando, come i nostri comici antichi nelle commedie d'arte.

Ma il Calderon era in buona compagnia: recitava con Filippo quarto.

Nella _Creazione del mondo_ il re faceva da Dio, il cappellano reale

da Adamo. E Adamo cominciò a descrivere il paradiso terrestre.

Naturalmente Dio si dové annoiare a sentirsi squadernar lí su'l

viso quello che aveva creato egli stesso: figuratevi poi, avendo

che fare con un Adamo Calderon, della cui imperturbabilità nel

tirar giú cataloghi di metafore e similitudini i lettori poterono

avere un piccolo saggio nella rappresentazione di venerdí sera,

se v'assisterono, e ne potranno avere uno infinito aprendo a caso

qualunque de' molti volumi suoi. Non vi era in somma fuscello,

granello, bacherozzolo che sfuggisse all'acuto occhio del canonico

di Toledo. E Iddio si scontorceva e stronfiava su'l seggiolone

dorato. Ma era proprio un predicar la discrezione ai preti: Adamo

cappellano badava pure a tirare avanti. Iddio alla fine cominciò a

sbadigliare sí fieramente, che Adamo, punto nella vanità d'autore,

tagliò a mezzo una similitudine per domandare al signore e dio suo

(tanto è vero che un autore offeso è capace di riuscire anche eroe)

qual fosse mai la cagione per la quale Sua Divinità si induceva a far

dimostrazioni cosí poco reali d'una passione non punto divina. _Voto

a Dios_, stava per dire il re di Spagna; ma ricordando la persona che

sosteneva, si riprese, e con la sufficienza d'un filosofo hegeliano

esclamò:--Per me stesso giuro, che mi pento d'aver creato un Adamo cosí

chiacchierone.--Io per me ho mezza voglia di dar ragione a Filippo

quarto, e scommetto che insieme con me l'avranno quei lettori i quali

nella rappresentazione di venerdí sera gustarono il discorso di Basilio

re di Polonia, che pure era stato scemato di quasi una metà dal signor

Rossi.

Questi _atti sacramentali_, i quali piú d'ogni altro lavoro del

drammaturgo spagnolo eccitarono l'ammirazione dei contemporanei, e

da' quali ripromettevasi egli la sua maggior gloria; questi _atti

sacramentali_, che a Guglielmo Augusto di Schlegel apparivano

singolari e straordinarie produzioni, e del cui entusiasmo religioso

il consigliere aulico parlava con entusiasmo critico; questi _atti_ ci

domandano un po' d'attenzione; e forse che ci daranno in cambio qualche

idea del tempo, della nazione, dell'uomo. Pigliamo il primo: _Dio per

ragion di stato_.

Va innanzi un prologo, ove la Teologia avendo per padrino la Fede si

offerisce a sostenere nella _università_ del mondo contro qualunque

combattente un _torneo_ su queste proposizioni: la presenza di Dio

nell'eucaristia, la vita nuova che l'uomo riceve nella comunione,

la necessità di spesso comunicarsi. Contro la prima proposizione

si presenta la Filosofia con la Natura a padrino; e le due parti

combattono di tutt'arme, di sillogismi come i frati nelle scuole di

Salamanca, di spada come i cavalieri nei torneamenti di Toledo e di

Burgos. S'intende che la Filosofia con la Natura sono abbattute e

confessano la prima proposizione; e lo stesso avviene della Medicina

col Discorso che si presentano ad armeggiare contro la seconda, e della

Giurisprudenza con la Giustizia che movono contro la terza. Allora,

per festeggiare il triplice trionfo, la Teologia annunzia un atto, nel

quale sarà provato in forza delle leggi universali la legge cattolica

dovere esser sola seguíta come quella al cui favore convergono la

ragione e la convenienza.

Conversazioni critiche · 第 3 / 16 段